Lo sbarco e l’invasione
Giulia Tabacco
In Australia ci sono due 26 gennaio. Da una parte si celebra l'arrivo, nel 1788, della prima flotta britannica. Ma per molte persone quella data rappresenta la fine della libertà: è l'«Invasion day»
Tiwi è un arcipelago a 80 chilometri a nord dalla città di Darwin, nello stato australiano del Territorio del nord. Un frammento di mondo dal clima tropicale, con un mare popolato di delfini e coccodrilli e, all’interno, una giungla fitta, verdissima e umida. Un luogo dove la storia recente, coloniale e predatrice, non è la stessa del resto della grande isola dell’emisfero australe.
Sul finire del 1700 l’arrivo dei navigatori e dei colonizzatori britannici ebbe un impatto devastante sulla popolazione nativa. Gli aborigeni vivevano in piccole comunità, erano cacciatori, pescatori e raccoglitori, erano grandi conoscitori del territorio, sapevano trovare acqua e nutrimento in un ambienteale vastissimo e dalle caratteristiche spesso estreme. Allo stesso tempo, erano un popolo primitivo: non praticavano l’agricoltura né avevano ideato armi potenti, non avevano una lingua scritta né avevano codificato una struttura legislativa, amministrativa, giuridica. Questo li mise automaticamente in posizione di inferiorità rispetto agli europei avidi e armati, che difatti in poco tempo si presero le terre cacciando a colpi di fucile e di bottiglie d’alcol gli abitanti che c’erano da sempre. I quali finirono in una pozza di uccisioni, violenze, rapimenti, trasferimenti forzati e malattie o furono obbligati a lavorare in condizioni di schiavitù negli allevamenti e nelle aziende agricole di chi aveva loro usurpato la terra.
A Tiwi, però, no. O, meglio, a Tiwi in parte. I bianchi navigarono anche lì: fecero un giro, ne fecero un altro, decisero di installarsi. Era il 1824. Cinque anni dopo filarono via: gli isolani di loro non ne volevano sapere. «Apertamente ostili», si legge nei dispacci della Corona.
Rimase tutto tranquillo fino al 1911, quando arrivarono i missionari. Tirarono su chiese, convertirono forzatamente, fecero scuole e servizi sociali e decisero di seppellire sotto una mano di calce lingua e culture locali. Però erano possenti, quella lingua e quelle culture, erano possenti, quegli uomini che pescavano dugonghi e tartarughe giganti con le lance: accettarono di andare in chiesa e a scuola, sì, ma continuarono a dipingere e a scolpire le storie della tradizione e a celebrare i morti come pareva a loro. Impossibile sottometterli: andò a finire che missionari e genti di Tiwi arrivarono a una convivenza, a un reciproco rispetto. Soprattutto, rimasero padroni della terra: non vennero cacciati né sottomessi, non furono obbligati a lavorare nelle piantagioni e nemmeno rinchiusi in ambienti miseri.
È questa la differenza rispetto al resto d’Australia.
A Melville e Bathurst, le due isole principali, ci sono villaggi e case sparse nella foresta, palafittate per evitare gli allagamenti nella stagione delle piogge. Non ci sono grandi aziende, palazzi di cemento, allevamenti intensivi, industrie, centri commerciali. Non ci sono bianchi al comando. C’è un Consiglio regionale che amministra le isole, ci sono numerose comunità di attivisti e di artisti, ci sono scultori e pittori conosciuti e stimati a livello mondiale, i gruppi Lgbt sono riconosciuti.
È una storia fiera, quella di Tiwi. Però è un’eccezione.
La questione aborigena in Australia è a tutt’oggi irrisolta.
Nell’arco di due secoli, la popolazione nativa si è ridotta del 90% circa: oggi costituiscono appena il 3% della popolazione. Gli indigeni vivono spesso nell’abbandono, tra alcol, violenza e sussidi; quando li si incontra di frequente sono malconci, buttati a terra ubriachi o a chiedere l’elemosina davanti ai supermercati. Dire che questa è una terra smisurata, se c’è un pezzo di mondo in cui lo spazio è fin troppo è qui, se c’è un paese in cui chiunque può inventarsi futuro, sogni, possibilità è questo. Perché, allora?
«Perché siamo razzisti», mi dice Paula, cittadina di Newtown, un quartiere alternativo di Sydney.
È vero, basta ricordare che fino al secolo scorso per emigrare in Australia bisognava rispondere a un requisito, assoluto come la frase di Paula: essere bianchi. Quindi sì italiani, croati e greci, no etiopi, indiani, iraniani, senegalesi.
Nel Territorio del nord, uno stato prevalentemente arido e scarsamente abitato, i nativi vivono nelle foreste, oppure in aree delimitate delle cittadine, separate da quelle dei discendenti europei, o in villaggi/riserve esclusivamente indigeni. Kalkaringi si trova in un deserto stepposo e isolato ed è uno di questi villaggi. Nel cuore dell’opulenta Australia, Kalkaringi è un luogo in cui le strade sono di terra e spazzatura, le case hanno finestre con plastica e scotch al posto dei vetri, le porte sono pezzi di legno smangiato; in quelli che potrebbero essere giardini si fa il fuoco per cucinare e per scaldarsi, perché la sera cala il freddo; sotto gli alberi gli uomini giocano a carte e fanno scommesse, ciondolano tutto il giorno perché non lavorano, tanto il governo paga il sussidio pur di non affrontare la questione.
«I lavori migliori vanno ai bianchi, a che serve darsi da fare?», mi dice uno di loro.
Per millenni gli aborigeni sono stati lontani e staccati dal resto del pianeta, con tradizioni e miti alcuni di una poesia magnifica e altri crudeli come lame. L’arrivo degli europei ha divelto un sistema per impiantarne uno completamente altro da un punto di vista sociale, alimentare, produttivo e politico. Un modello millenario è saltato e uno nuovo, compatibile tanto con la modernità quanto con una somma di saperi e tradizioni ancestrali, non è stato istituito. Anzi. Chi detiene il potere non mostra alcuna volontà di integrazione, ai nativi continuano a essere negati dei diritti fondamentali. Basti pensare che solo nel 1967 fu loro concesso il diritto di voto. E che al referendum dell’ottobre 2023 la maggioranza della popolazione bianca ha votato contro il riconoscimento ufficiale degli aborigeni nella costituzione e contro la creazione di un organo consultivo che fornisca pareri al parlamento sulle leggi riguardanti le comunità indigene.
Per questo ci sono due 26 gennaio nell’isola.
In Australia il 26 gennaio è festa nazionale: si chiama «Australia Day» e si celebra lo sbarco, nel 1788, della prima flotta britannica nella baia della futura Sydney. Ci sono parate, bande musicali, bandiere e costumi. Nelle città sfilano le autorità e i rappresentanti delle comunità che, oggi che la politica migratoria è in parte cambiata, compongono il mosaico di nazionalità dell’isola.
E poi c’è il 26 gennaio di chi è qui da millenni. Per loro quella data segnò la fine della libertà: per questo chiamano questo giorno «Invasion day».
A Melbourne la cerimonia parte dal municipio, lo si legge sul sito ufficiale e su centinaia di volantini.
Alla stessa ora c’è la manifestazione aborigena, per la quale non esiste nessun sito ufficiale: per scoprire che l’assembramento è davanti al parlamento bisogna inseguire i social e mettere insieme una serie di notizie approssimative.
Al municipio sfilano spagnoli, italiani, tedeschi; ci sono pakistani di mezz’età con vestiti bianchi e verdi, indiane con sari decorati, messicani con il sombrero, vietnamite e thailandesi con i fiori nei capelli.
Al parlamento ci sono un palco improvvisato e striscioni dipinti a mano su vecchie lenzuola. Sulla scalinata sono adagiati mazzetti di rose di carta rosse, nere e gialle. Sono i colori della bandiera aborigena, disegnata nel 1971 dall’artista uritja Harold Thomas come simbolo del movimento per il diritto alla terra: il nero rappresenta il colore scuro della pelle; il rosso è la terra su cui camminano, il cerchio giallo al centro è il sole.
«Vergogna», «Una terra rubata», «Non celebriamo il giorno dell’invasione», «230 anni contro 60.000», «L’Australia bianca ha radici nere», si legge su cartelli guardati a vista da poliziotti con pistole e radiotrasmittenti; c’è una lunga bara di cartone con scritto «Colonizzazione».
I manifestanti gridano: «È sempre stata e sempre sarà una terra aborigena», «Nessun orgoglio in un genocidio», «Cambiate la data».
«Cambiate la data»: la gente che marcia non coltiva l’impossibile, non vuole tornare indietro né cancellare quello che non può essere cancellato. Domanda di non chiamarlo «Australia Day» e di cambiare giorno per la celebrazione. Chiede che tutti possano vivere vite dignitose, che tutti abbiano accesso a istruzione e sanità, che tutti abbiano la stessa aspettativa di vita alla nascita e lo stesso diritto alla giustizia. Perché nelle carceri il numero di detenuti nativi è di gran lunga superiore a quello dei bianchi, perché la loro aspettativa di vita è di 15/20 anni inferiore a quella degli altri abitanti dell’isola, perché la scuola è obbligatoria per i discendenti dei colonizzatori e opzionale per gli indigeni.
Il 26 gennaio due mondi paralleli camminano per le strade, anch’esse parallele, della città.
Il tempo in cui solo i bianchi potevano entrare non esiste più, le cose cambiano e le politiche pure, quello multiculturale non è solo lo show di un giorno, è uno stratificarsi quotidiano. Ma allo stesso tempo, e tolta qualche sottile eccezione, coloro che vivono vite da primissimo mondo non sanno come comportarsi con gli unici a non essere immigrati. Gli unici sconfitti ed esclusi in un paese in cui tutti trovano una strada, gli unici che non sono stati invitati a sfilare, i soli assenti nel gran carnevale del 26 gennaio.
Per questo, il 26 gennaio non può essere un giorno di festa. È e deve essere il momento in cui deporre mazzolini di rose di carta rosse, gialle e nere in memoria di troppi morti e di troppe generazioni rubate. Il momento di marciare e lottare e chiedere con forza uguaglianza, diritti, terra e giustizia.




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