Verso la metà del XII secolo i sovrani angioino-plantageneti, che regnavano sull'Inghilterra ma che avevano radici in Bretagna, in Normandia e nell'Anjou, stavano costruendosi un grande regno che comprendeva anche gran parte della Francia. Il matrimonio fra Enrico II ed Eleonora d'Aquitania nel 1152 giungeva a sigillare un vasto programma egemonico: il regno di Luigi VII di Francia - primo marito di Eleonora e vassallo dei re inglesi - era molto meno esteso di quello d'Oltremanica, per quanto continuasse ad esserne per vaste aree il signore feudale. Tale situazione generava tensione ed emulazione continua, col disagio della monarchia angioino-plantageneta che regnava su un'isola dove i normanni si erano violentemente sovrapposti agli anglosassoni. Era dunque necessario per la dinastia anglo-francese rintracciare (o inventare) un precedente celtico, anglosassone e normanno capace di avvicinare entrambe le stirpi delle due sponde della Manica; ma al tempo stesso competesse tanto con la monarchia francese - che aveva i suoi centri sacrali a Reims con la Sacra Ampolla dell'olio recato dagli angeli ai sovrani e all'abbazia di Saint-Denis che custodiva l'Orifiamma dell'imperatore franco Carlo Magno - quanto con l'Impero romano-germanico - che traeva la sua sacralità dalla Cappella Palatina di Aquisgrana sempre con le reliquie di Carlo Magno.

Gli emuli delle tradizioni sacrali francesi e germaniche furono individuati negli antichi sovrani celtici cristianizzati, dei quali si diceva che i bretoni ne attendessero fedelmente il ritorno. Già nel IX secolo l'Historia Britonum di Nennio nominava un certo "Arturus Rex", nella seconda metà del X secolo gli Annales Cambraie parlavano di una vittoria riportata dai britanni contro i sassoni tra il 516 e il 518, durante la quale questo re Arturus avrebbe portato per tre giorni consecutivi sulle spalle la croce del Cristo. Le tradizioni arturiane vennero poi raccolte nel 1135 nell'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, ben presto tradotta dal latino nella lingua d'oïl, ebbe rapida circolazione tanto nel mondo anglonormanno quanto in quello francese: all'opera s'ispirava nel 1155 il Roman de Brut di Robert Wace, dedicato ad Eleonora d'Aquitania, nel quale si descriveva la Tavola Rotonda dove «i signori prendevano posto, tutti cavalieri, tutti uguali. Essi avevano alla Tavola un seggio ciascuno uguale agli altri e venivano serviti alla stessa maniera. Nessuno poteva vantarsi di esser assiso su uno scranno più alto di quello di chiunque altro». Per questo Artù si creò anche un centro sacrale che poteva rivaleggiare con Aquisgrana e con Saint-Denis: l'abbazia di Glastonbury, nel Somerset, dove nel 1191 - durante la Terza crociata - furono "scoperte" le tombe del re Artù e della regina Ginevra e che quella circostante venne identificata con la leggendaria terra di Avalon.

Il francese Chrétien de Troyes cominciò a scrivere i suoi romanzi in versi dopo la metà del XII secolo, quando attorno a Eleonora d’Aquitania si andava fondando il nucleo originale di quella che si sarebbe chiamata “cultura cortese”. La protettrice di Chrétien fu Maria, figlia di Eleonora: fu lei a suggerire certe trame e certi spunti ed è molto probabile che Chrétien li sviluppò basandosi in tutto in parte sul retroterra folklorizzato di alcune leggende celtiche mantenutesi sia in Cornovaglia e in Galles, sia nell’antica Armorica, cioè in Bretagna.

Tra il 1181 e il 1190 Chrétien compose il romanzo Perceval, ou le Conte du Graal: la trama derivava da un libro ricevuto dal dedicatario dell’opera, Filippo d’Alsazia conte di Fiandra che era partito per la Terza crociata e non ne sarebbe tornato. Questo secolo, così permeato di valori e riminiscenze antiche – alcuni lo chiamarono Aetas ovidiana – non apprezzava le novitates, tanto più in un ambito come quello delineato dall’opera di Chrétien, dove si proponeva la vicenda d’una sorta d’iniziazione religioso-cavalleresca incentrata sul mistero del Graal. Ma il termine Graal, che per noi è ormai un nome proprio, ai tempi di Chrétien non lo era affatto; né lo era nei suoi versi, dove si propone non già la storia del Graal quanto piuttosto quella di un graal, sia pur particolare. La parola graaus è attestata in lingua d'oil almeno a partire della seconda metà del XII secolo: ma conosciamo la forma latina corrispondente, gradalis, almeno a partire da un testo documentario catalano del 1010. La variante provenzale grazal o grasal s'incontra a sua volta perso la metà di questo secolo e sopravvive in varie forme nei dialetti neolatini odierni: si pensi al savoiardo "grolla".

Ora Chrétien descrive sommariamente il suo graal come un piatto largo e abbastanza capiente da contenere un grosso pesce, mentre un testo primoduecentesco ne tratta come di un recipiente tanto grande e profondo da contenere una testa di cinghiale. Dal canto suo Elinando di Montfroid, nella sua cronaca in latino del primo quarto del Duecento, descrive il Graal come una scutella lata et aliuantulum profunda. Insomma, qualcosa come un grande vassoio o un bacile. Si è in altri termini dinanzi a un oggetto di origine d'uso corrente, magari umile e quotidiano. Qualcuno ha voluto avvicinarlo alle parole gradale o graduale, termini derivati da gradus e designanti la lettura liturgica che nella messa precede il Vangelo e, in senso più ampio, il libro che raccoglie i canti liturgici: un'ipotesi che appare forzata. A loro volta alcuni testi del ciclo graalico, del primo Duecento, seguendo il sistema etimologico caro a Isidoro di Siviglia consistente nello spiegare i termini ricorrendo a parole affini, spiegavano il Graal come gré, agréer: qualcosa che piace, che giova.

Tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo si andò formando, in Francia e in Europa, un corpus di testi letterari che ampliarono il racconto del Graal, dando luogo a varianti e narrazioni alternative o secondarie. Ci si interrogò su come sarebbe potuto finire il romanzo di Chrétien, ma si volle fornire completezza al "mistero" del Graal e per questo se ne narrarono antefatti e vicende più o meno come si era fatto per la più gloriosa reliquia della Cristianità, la Santa Croce.

I temi fiabeschi no sono mai frutto di pura fantasia. Al contrario, dipendono rigorosamente da una tematica archetipica e corrispondono a mitemi tramandati. Il Graal rientra tipologicamente nella grande serie degli oggetti magici dell'"Altro Mondo" che producono inesauribili ricchezze.

Poiché Chrétien l'aveva lasciato incompiuto, tra il 1200 e il 1230 se ne ebbero quattro "Continuazioni", tutte anonime e incerte. Entro la metà del Duecento, quindi, la ricerca del Graal era un tema letterario ormai noto e ricco di varianti: la ricerca del misterioso e prodigioso vaso da parte dei cavalieri della Tavola Rotonda. Ormai il Graal sarebbe rimasto definitivamente il calice usato da Gesù nell'Ultima Cena per fondare il rito dell'eucarestia, poi utilizzato dagli angeli per raccogliere il sangue sparso dal Signore durante il Suo martirio.

Intanto acquistava fama crescente nella Cristianità, come ad esempio dopo la conquista castigliana di Valencia del 1238. Secondo la tradizione il Santo Calice che Pietro aveva portato dalla Giudea a Roma, fu poi portato da San Lorenzo a Huesca durante le persecuzioni dell'imperatore Valeriano. Nel 713 d.C. il calice sarebbe passato al monastero di San Juan de la Peña, per essere traslato dai re d'Aragona nel 1399 a Saragozza e poi a Valencia nel 1437. La cultura cristiana quindi sembrò del tutto disposta ad accogliere il Graal come simbolo e come reliquia.

Nel 1485 lo stampatore inglese William Caxton pubblicò un romanzo di un cavaliere e avventuriero inglese del tempo della guerra delle Due Rose: la Morte Darthur di Thomas Malory, nella quale ancora una volta si riassumeva e si elaborava l'ormai quasi trisecolare materia arturiano-graalica. Fu questo il canto del cigno dell'ispirazione connessa al Santo Graal: in un certo senso, fino a Wagner non sarebbe più stato fonte di poesia. Tra il Cinque e il Seicento non si registrò più una rimeditazione del "mito" e la letteratura cavalleresca seguì un percorso differente.

Con la fine del XVIII secolo, tuttavia, il Medioevo e le "età oscure" furono fatte oggetto di rinnovata attenzione, mentre si andavano riscoprendo e in parte reinventando le fonti celtiche e germaniche. Già nel 1777 Christof Martin Wieland aveva fornito una rinnovata versione della storia del mago Merlino; e un quarto di secolo dopo, nella Parigi napoleonica, Friedrich Schlegel tenne un ciclo di lezioni dedicate all'antica letteratura francese. Nella prima metà dell'Ottocento, molte furono in Gran Bretagna le riedizioni o riduzioni dei poemi arturiani. La cultura romantica britannica, in particolare la produzione preraffaelita, si configurò come profondamente segnata dai sogni cavallereschi, nei quali il Graal assunse una connotazione etico-misterica.

Franco Cardini, Il Santo Graal, Giunti, Firenze, 1997