Pedro Sánchez vince la prima edizione del FantaLeader di Termometro Politico
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Pedro Sánchez vince la prima edizione del FantaLeader di Termometro Politico
Cammino impeccabile per il premier spagnolo che vince anche la finale tutta socialista contro Luiz Lula Da Silva. Sin dalle prime battute, Pedro Sánchez ha mostrato di avere una marcia in più. È lui, il vincitore della 1a edizione del “FantaLeader – Un Leader per l’Italia”.
L’idea del FantaLeader
Il FantaLeader nasce come competizione semiseria. In un periodo di grande sfiducia non solo nelle istituzioni ma anche (se non soprattutto) nei partiti politici e nei rappresentanti italiani, ci siamo posti la domanda: chi, tra i principali leader europei e mondiali, potrebbe risollevare le sorti del nostro Paese? Ovviamente, abbiamo lasciato decidere ai nostri lettori.
Non si è trattato di un gioco con finalità demoscopiche. Semplicemente, un po’ di sana fantapolitica, quando la politica reale può lasciare sempre più perplessi.
FantaLeader, 1a edizione: una finale progressista nonostante i buoni risultati di Xi Jinping e Putin
Fin dagli ottavi, si sono visti scontri particolarmente interessanti. Da subito, l’uscita di Zelensky contro il dittatore coreano Kim Jong Un metteva in risalto l’imprevidibilità della competizione. Alcuni, però, hanno letteralmente spazzato via gli avversari. Putin contro Merz, Sánchez contro Erdogan, Xi Jinping contro Milei e Maduro contro Netanyahu: tutti risultati con divari molto ampi. L’eliminato eccellente del primo turno è stato mr. Donald J. Trump, caduto contro il presidente francese Emmanuel Macron. Interessante anche la sfida tra Orban e Von der Leyen, unica donna in gioco, con la vittoria del conservatore sulla presidente della Commissione UE.
Ai quarti di finale, i socialisti hanno dato un colpo sul tavolo grazie alle vittorie importanti di Sánchez su Xi Jinping (che ottiene comunque tanti voti) e di Lula sullo stesso Orban. Macron spazza via facilmente Maduro così come Putin vince ampiamente su Kim.
La “finale anticipata” sembrava essere proprio quella del lato sinistro del tabellone. Sánchez ha battuto Putin, mentre Lula, forse un po’ a sorpresa, vince sull’ultimo liberale in gara, Emmanuel Macron.
Si chiude così, con una finale tutta socialista, in cui Pedro Sánchez ottiene praticamente il doppio delle preferenze sullo sfidante.
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Scritto da: Alessandro Faggiano
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BTP Valore marzo 2026: tassi minimi ufficiali. Quanto rende il nuovo titolo
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Il MEF ha ufficializzato i dettagli della settima emissione del BTP Valore. Le sottoscrizioni del titolo di Stato dedicato esclusivamente ai piccoli risparmiatori partiranno lunedì 2 marzo 2026
L’emissione si concluderà venerdì 6 marzo alle ore 13:00 (salvo chiusura anticipata). Caratterizzato da una durata di 6 anni, il titolo prevede cedole trimestrali e una tassazione agevolata. I dettagli relativi all’investimento: tassi minimi garantiti, codice ISIN e le modalità di acquisto.
Tassi minimi garantiti e codice ISIN del BTP Valore
Il MEF ha comunicato i tassi minimi garantiti per questa settima edizione. I rendimenti seguiranno lo schema “step-up”. In pratica, aumentano ogni due anni (e vengono pagati con cedola trimestrale). 2,50% per i primi due anni, 2,80% per terzo e quarto anno, infine, 3,50% per quinto e sesto anno (2+2+2). Da ricordare che queste percentuali potrebbero anche essere riviste al rialzo al termine del collocamento.
https://www.termometropolitico.it/ne...2-1024x683.jpgSettima emissione del Btp valore: partono le sottoscrizioni – termometropoliticoPer identificare il titolo sui mercati durante la fase di sottoscrizione, è necessario utilizzare uno specifico codice ISIN IT0005696320. L’investimento minimo è fissato a 1.000 euro. Non sono previste commissioni bancarie per chi acquista durante i giorni di collocamento. La tassazione sulle cedole e sul premio finale resta al 12,5%. Ulteriore vantaggio fiscale l’esclusione dal calcolo ISEE fino a una soglia di 50.000 euro (valore complessivo dell’ investimento in titoli di Stato).
Premio fedeltà dello 0,8% e come sottoscrivere il titolo
Anche per questa emissione di Btp Valore è previsto il cosiddetto “premio fedeltà”. In pratica, un bonus pari allo 0,8% del capitale nominale investito che sarà corrisposto esclusivamente a chi acquista il titolo all’emissione e lo mantiene in portafoglio fino alla scadenza del 2032. Per sottoscrivere il titolo, i risparmiatori possono agire in autonomia tramite il proprio banking online se abilitato. Possono investire in BTP Valore anche coloro che possiedono un Libretto Postale, purché questo sia associato a un deposito titoli.
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Scritto da: Guglielmo Sano
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Rottamazione quinquies 2026: requisiti e scadenze. I vantaggi della definizione agevo
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Con la Legge di Bilancio 2026 via libera alla rottamazione quinquies. Chi può partecipare, quali sono le scadenze da rispettare e i vantaggi che si possono ottenere aderendo alla nuova regolarizzazione delle cartelle esattoriali.
La rottamazione quinquies permetterà di estinguere i debiti fiscali e contributivi affidati alla Riscossione tra il 2000 e il giugno 2023. La definizione agevolata permette di evitare l’applicazione di sanzioni e interessi di mora. Scadenza per le domande fissata a fine aprile 2026. L’Agenzia delle Entrate comunicherà l’esito della pratica entro giugno. Prima si aderisce e maggiore è la convenienza.
Rottamazione quinquies: requisiti e debiti inclusi
La nuova sanatoria fiscale riguarda un perimetro temporale molto vasto: copre i carichi trasmessi all’Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER) dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2023. I contribuenti possono abbattere drasticamente l’importo dovuto. In pratica, aderendo alla rottamazione si paga esclusivamente la quota capitale e le spese per le procedure esecutive o i diritti di notifica ma non le maggiorazioni accessorie (interessi, sanzioni, aggi).
https://www.termometropolitico.it/ne...o-1024x683.jpgCon l’adesione stop alle azioni esecutive, anche a quelle già in corso – termometropoliticoL’adesione, chiaramente, richiede un’esplicita manifestazione di volontà tramite gli appositi canali digitali dell’AdER. Una volta presentata la richiesta di rottamazione online, l’amministrazione finanziaria comunicherà l’esito entro il 30 giugno 2026. A quel punto si potrà visionare il prospetto delle somme dovute e si avranno a disposizione bollettini necessari per il pagamento.
I vantaggi immediati una volta presentata l’istanza
Il piano di rientro è estremamente flessibile, permettendo un versamento unico entro il 31 luglio 2026 o una rateizzazione fino a 54 rate bimestrali con interessi al 3% annuo. Il calendario prevede scadenze fisse nei mesi dispari (gennaio, marzo, maggio, luglio, settembre, novembre), partendo dal 31 luglio 2026 e protraendosi, per chi sceglie il massimo periodo di dilazione, fino a maggio 2035.
Inviare la domanda offre subito dei grossi benefici. In sostanza, l’Agenzia non può avviare nuove azioni cautelari o esecutive, come pignoramenti e fermi amministrativi, contro chi aderisce alla rottamazione quinquies. Inoltre, una volta aderito si sospendono quelle già in corso. Oltre alla sospensione di procedure esecutive, gli aderenti potranno ottenere il Rilascio della DURC, cioè il Documento Unico di Regolarità Contributiva, così come lo sblocco di rimborsi fiscali e pagamenti dalla PA.
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Scritto da: Guglielmo Sano
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Sentiment Analysis, plebiscito per Sánchez contro Trump: per l’86,5% dei lettori ha r
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Sentiment Analysis, plebiscito per Sánchez contro Trump: per l’86,5% dei lettori ha ragione il premier spagnolo
Disclaimer: La seguente analisi del sentiment non costituisce in alcun modo un sondaggio demoscopico, non è stata realizzata tramite campionamento statistico e non possiede pertanto valore di rappresentatività o rilevanza statistica.
Dopo la prima edizione del FantaLeader, torniamo con le nostre sentiment analysis. Ripartiamo proprio dallo scontro tra due dei sedici protagonisti del nostro torneo: il premier spagnolo Pedro Sánchez, vincitore del FantaLeader, ha detto “no” all’uso delle basi militari USA per attaccare l’Iran, scatenando la reazione di Trump che ha promesso ripercussioni commerciali. Uno scontro che ha animato il dibattito pubblico a livello internazionale. Abbiamo chiesto ai nostri lettori chi avesse ragione e perché.
Così come visto già in uno dei nostri ultimi sondaggi, una gran parte degli italiani sostiene la necessità di non lasciarsi coinvolgere minimamente nel conflitto in Medio Oriente. E nello scontro tra Sánchez e Trump, l’86,5% dei rispondenti sta dalla parte del premier spagnolo. In numeri assoluti, su un totale di 1.716 rispondenti, ben 1.485 sostengono la posizione di “no alla guerra” di Sánchez, contro i 231 che appoggiano le motivazioni di Donald Trump.
https://www.termometropolitico.it/ne...-1024x1024.jpgSentiment Analysis, plebiscito per Sánchez contro Trump: per l’86,5% dei lettori ha ragione il premier spagnolo Sentiment analysis TP: tra “uniche risposte possibili” e risposte populiste
Andando a prendere alcuni dei commenti più elaborati, si mettono in evidenza le principali ragioni di una parte e dell’altra. Per Marco, “Sanchez ha dato l’unica risposta possibile. Una risposta che dovrebbe dare qualsiasi cancelleria dell’Unione europea, la cui anima si basa sullo stato di diritto e sui rapporti internazionali basati anch’essi sul diritto”. Per Giovanni, invece, si tratta più di uno spot elettorale “perché nei fatti, a parte ottenere cuoricini e spolliciate sui social, Sanchez non ha fatto nulla se non dirottare 12 aerocisterne che hanno fatto rifornimento altrove. Più populista di Trump“. Infine c’è chi, come Armando, si astiene, con una critica ad entrambi: “Uno ha manie di grandezza, l’altro se non vuole rispettare i patti esca dalla NATO”.
Prima i nostri interessi, ma come?
Al netto delle argomentazioni, i numeri sono marcatamente a favore della scelta di Sánchez. Il coinvolgimento nella guerra contro l’Iran viene visto in maniera negativa da una gran parte della popolazione italiana e la posizione della Spagna sembra caldeggiata in modo trasversale.
Su cosa dovrebbe fare precisamente l’Italia in questo conflitto, ne parleremo nella nostra sentiment: intervento diretto, supporto indiretto (con invio di armi e concessione dell’uso delle basi) o nessun coinvolgimento?
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Sentiment Analysis TP, nella guerra in Iran (quasi) nessuno vuole intervenire
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Sentiment Analysis TP, nella guerra in Iran (quasi) nessuno vuole intervenire
Disclaimer: La seguente analisi del sentiment non costituisce in alcun modo un sondaggio demoscopico, non è stata realizzata tramite campionamento statistico e non possiede pertanto valore di rappresentatività o rilevanza statistica.
Bentornati a tutte e tutti con le nostre sentiment analysis. Dopo aver parlato dello scontro tra Pedro Sánchez e Donald Trump per l’uso delle basi militari USA in Spagna per attaccare l’Iran, chiediamo direttamente quale dovrebbe essere la posizione dell’Italia rispetto alla guerra in Medio Oriente. Questa Sentiment riflette perfettamente i risultati della precedente, in cui il premier spagnolo ha ricevuto il sostegno dell’86,5% dei rispondenti.
Gli italiani si confermano fermamente contrari al coinvolgimento nella guerra in Medio Oriente.
Sentiment analysis, guerra in Iran: 3 su 4 contrari a qualsiasi tipo di coinvolgimento nel conflitto
I numeri parlano chiaro. Per quanto, ribadiamo, non si tratti di un sondaggio vero e proprio, c’è comunque un gran numero di rispondenti (928 risposte). E 698 di questi sono contrari a qualsiasi coinvolgimento. Parliamo del 75,2%, quindi oltre 3 persone su 4. Il supporto indiretto (con invio di armi e permesso dell’uso di basi militari in territorio italiano) è scelto da 163 rispondenti, corrispondente al 17,6%.
Appena 67 persone (7,2%) sono a favore di un intervento diretto nel conflitto.
https://www.termometropolitico.it/ne...-1024x1024.jpgUna guerra che non vuole nessuno e il rispetto della Costituzione
Rispetto al conflitto in Ucraina, che ha visto sin dagli inizi un certo equilibrio tra coloro che optavano per un intervento (diretto o indiretto) e e coloro che preferivano una posizione di neutralità, nel caso della guerra in Iran sono davvero in pochi a ritenere giusto o necessario una azione militare in Medio Oriente.
Tra gli argomenti principali, c’è quello del rispetto della Costituzione. Pace (nomen omen) sostiene che “L’articolo 11 della nostra costituzione parla chiaro. Ripudiamo la guerra. NESSUN COINVOLGIMENTO. Questo governo senza spina dorsale deve smetterla di essere servo degli Stati Uniti”.
Sulla stessa linea Paolo, “Non concedere le basi a USA (come per Spagna) e approfittare per avviare processo di chiusura delle basi NATO in Italia”.
Marco è ancora più specifico. “Nessun coinvolgimento in questa follia firmata Nethanyahu e Trump. hanno i loro motivi per farlo, strettamente personali, del popolo iraniano non gliene può fregar di meno, non facciamoci coinvolgere. Purtroppo la nostra premier fa la gnorri e svicola sull’argomento”.
Chi sostiene la via di mezzo – supporto indiretto – è comunque cauto. Giulio, per esempio, afferma che “è difficile non essere coinvolti nelle vicende internazionali in questo momento soprattutto per un paese come l’Italia che è un po’ crocevia in tanti sensi. Importante è mantenere un profilo basso, di collaborazione passiva”.
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Scritto da: Alessandro Faggiano
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Sentiment Analysis TP, guerra in Medio Oriente: nessun vincitore, pagheranno solo i p
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Sentiment Analysis TP, guerra in Medio Oriente: nessun vincitore, pagheranno solo i popoli e… l’UE
Continuiamo con le nostre sentiment analysis. Dopo aver affrontato la querelle tra Sánchez e Trump per l’uso di basi militari USA in territorio spagnolo per attaccare l’Iran, abbiamo chiesto anche cosa dovrebbe fare l’Italia riguardo alla guerra in Medio Oriente. Le risposte sono state lineari, appoggiando nettamente la posizione del “no alla guerra” dichiarata dal premier spagnolo e ribadita, poi, nella domanda riguardante la posizione che dovrebbe assumere l’Italia.
Nell’ultima sentiment, abbiamo chiesto chi ne uscirà vincitore dal conflitto: se il fronte composto da Israele e USA, se il regime iraniano o se, invece, non ci sarà alcun vincitore.
Anche qui, sulle 850 risposte ottenute sui nostri canali e quelli di Election Day, si evince un dato molto chiaro: prevale una forte sfiducia e negatività. E più di una persona su due crede che, da questo conflitto, non uscirà alcun vero vincitore. Risponde così il 50,6% degli utenti (430 su 850). Poi, il 27,3% si decanta a favore di Israele e USA (232 su 850) e il 22,1% per l’Iran (188 su 850).
https://www.termometropolitico.it/ne...-1024x1024.pngSentiment Analysis TP, guerra in Medio Oriente: nessun vincitore, pagheranno solo i popoli e… l’UESentiment analysis TP, le voci dei lettori: dalla psicologia di Trump alla lezione del Vietnam
Una delle risposte più articolate e dense arriva da Angela, che offre una lettura geopolitica a tutto tondo: “È evidente che Trump è affetto da un serio disturbo psichiatrico, cosa che pone in serio pericolo i già difficili equilibri nel mondo. Chi non è pazzo invece è Netanyahu, ben determinato a proseguire nel progetto della Grande Israele, ad ogni costo. Ed è lui che tiene per le briglie Trump, forse addirittura lo ricatta per qualcosa legata agli Epstein Files. La guerra continuerà ancora per molto, l’Iran non si arrenderà mai. L’Europa sta mostrando qualche segnale di allentare l’alleanza con gli Usa. Nel frattempo Gaza e la Cisgiordania sono sempre sotto il tallone di Israele, che continua la pulizia etnica senza il minimo ostacolo: nessuno però ne parla più. Stiamo subendo pesantissime conseguenze per questa folle guerra, siamo già provati da quelle della guerra tra Russia e Ucraina. Non mi aspetto niente di buono.”
Il riferimento agli Epstein Files — già emerso in precedenti sentiment — conferma quanto questo tema continui ad aleggiare nell’immaginario collettivo come chiave di lettura dei rapporti di forza tra i leader occidentali. Al di là della fondatezza delle ipotesi, è un segnale di quanto profonda sia la sfiducia verso le élite politiche internazionali.
Antonino richiama invece la memoria storica degli interventi militari americani, da sempre controversi nel loro esito finale: “Gli USA a quanto pare non imparano mai le lezioni della storia: con qualche piccola eccezione contro paesi pressocché inesistenti, non sono riusciti mai a vincere le guerre, cambiando la situazione in loro favore, dopo decenni di distruzioni e lutti: Vietnam, Afghanistan, lo stesso Iraq. Dopo i primi momenti di euforia, dopo avere immaginato di essere riusciti a cambiare i regimi, alla fine sono stati costretti al ritiro con un pugno di mosche, o quasi.”
Sulla stessa lunghezza d’onda Lev, che spinge ancora più in là la metafora storica e capovolge la prospettiva sul presunto vincitore: “In una guerra non vince mai nessuno, ma qui è abbastanza chiaro che l’Iran rischia di essere il Vietnam o l’Afghanistan per gli USA e tendenzialmente l’Iran ne uscirà rafforzato, seppur dovrà pagare un grande prezzo di sangue a causa di questa folle aggressione che sta subendo da Sionisti e USA.”
A pagare saranno i popoli, secondo la maggioranza
Tra le risposte più equilibrate e strutturate spicca quella di Ronald, che sposta l’asse della domanda dalla vittoria militare alle sue conseguenze sistemiche. Per Ronald, “Nelle guerre moderne la domanda “chi vincerà?” spesso è la meno importante. Anche quando qualcuno prevale militarmente, il prezzo pagato in termini di instabilità, tensioni e conseguenze politiche può durare per decenni. Per questo più che una vera vittoria, è probabile che questo conflitto lasci in eredità un nuovo equilibrio regionale, fragile e pieno di incognite. E come spesso accade nella storia, a pagare il prezzo più alto saranno soprattutto le popolazioni e la stabilità internazionale.”
È una lettura che risuona con il dato aggregato: il 50,6% che risponde “nessun vincitore” non esprime cinismo, ma una consapevolezza maturata. Le guerre asimmetriche e i conflitti regionali con attori multipli raramente producono vincitori netti — producono macerie, rifugiati e nuovi equilibri instabili.
Renato aggiunge una nota di ironia amara, che dice molto sul rapporto degli italiani con la retorica della vittoria: “In una guerra senza capo né coda, nessuno potrà mai essere definito vincitore ma uno, sempre che ne abbia la possibilità materiale, proclamerà la sua vittoria: Don Trump.”
L’Europa vassalla e il gasolio a 2,5 euro: i costi della guerra vicina a casa
Un filo rosso attraversa molte delle risposte: la percezione che l’Europa — e quindi l’Italia — stia pagando il prezzo di una guerra in cui non ha avuto voce in capitolo. Valerio lo dice in modo diretto: “Non vincerà nessuno, perderà l’Europa vassalla degli USA.”
E Marco, con una sintesi lapidaria che traduce la geopolitica in linguaggio quotidiano: “Trump e Netanyahu, grazie per farci pagare il gasolio 2,5 euro al litro.”
È una risposta che vale più di molte analisi: quando la guerra entra nel portafoglio, l’opinione pubblica smette di ragionare in termini di alleanze e inizia a ragionare in termini di costi. Ed è esattamente questo scarto — tra la narrativa delle cancellerie e la realtà delle pompe di benzina — che alimenta il 44,7% di italiani che, nel nostro ultimo sondaggio pre-blackout, chiedeva di condannare l’attacco e negare l’uso delle basi.
La voce dissenziente: c’è anche chi vede una vittoria USA-Israele
Non mancano, però, letture più favorevoli all’intervento. Carlo offre un’analisi più fredda, basata sui dati militari disponibili: “I dati al momento a disposizione dicono abbastanza chiaramente come USA e Israele abbiano raso e stiano radendo al suolo moltissime infrastrutture strategiche iraniane. La morte della guida suprema Khamenei è poi un ulteriore fatto incontrovertibile. In ogni caso, Washington e Gerusalemme stanno vincendo, ma non certo stravincendo.”
È la posizione del 27,3% che, nella nostra rilevazione, considera Israele e USA come i probabili vincitori. Una minoranza significativa, che però si muove su un terreno fattuale: i danni inflitti alle infrastrutture iraniane sono reali, la morte di Khamenei è un evento di portata storica. La domanda — che Carlo stesso lascia aperta — è se una vittoria militare si trasformerà in stabilità politica. La storia recente offre poche rassicurazioni in tal senso.
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Sentiment Analysis TP referendum: Meloni deve dimettersi? Il risultato
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Sentiment Analysis TP referendum: Meloni deve dimettersi? Il risultato
Bentornati con le nostre sentiment analysis. Non potevamo che proseguire nel solco del referendum sulla riforma della Giustizia, in cui il “No” ha vinto con ampio margine sul fronte del “Sì”. Nonostante siano già caduti alcuni esponenti della maggioranza, il Governo promette di andare avanti fino alla fine della Legislatura. Subito dopo la vittoria del fronte del No, abbiamo chiesto se la premier Giorgia Meloni avrebbe dovuto dimettersi. Ecco cosa ne pensano gli italiani.
Disclaimer: La seguente analisi del sentiment non costituisce in alcun modo un sondaggio demoscopico, non è stata realizzata tramite campionamento statistico e non possiede pertanto valore di rappresentatività o rilevanza statistica.
Sentiment Analysis: Giorgia Meloni deve fare un passo indietro dopo la sconfitta al Referendum
Andando a sommare i voti tra i nostri canali social in cui è stata lanciata al sentiment, prevale il “Sì alle dimissioni”. Su 2.433 rispondenti totali, 1.415 chiedono le dimissioni di Meloni, mentre gli altri 1.018 affermano che dovrebbe andare avanti.
Nonostante, come affermato nel disclaimer, non si tratti di un vero e proprio sondaggio (in mancanza di un campione), il risultato finale riflette verosimilmente il sentire del Paese, con una maggioranza eterogenea che chiede le dimissioni (in questo caso, il 58%) e un altro, nutrito fronte che non le considera giuste o necessarie (42%).
https://www.termometropolitico.it/ne...-1024x1024.jpgSentiment Analysis TP referendum: Meloni dimissioni? Per maggioranza, sìLe argomentazioni fondamentali del sì e del no (alle dimissioni)
Passando alle argomentazioni vere e proprie, cominciamo da chi sostiene che sia corretto andare avanti con questa esperienza di Governo. Per Agostino, “La Meloni è stata corretta e ha ancora una ampia maggioranza parlamentare quindi non ha senso dimettersi come ha già detto più volte. Il referendum dimostra ancora una volta che di fronte ad un referendum (molto tecnico) gli italiano hanno votato a favore o contro il governo. Il 47% di Si conferma l’area politica dell’area di centro destra. Ora alla prossime politiche bisognerà vedere se il centro sinistra riuscirà a compattarsi (tutti contro meloni) col rischio che vincano e poi bisticcino tra loro (l’esperienza Prodi insegna)”.
Anche Matteo sostiene che “Gli elettori sono stati chiamati a decidere sull’assetto costituzionale, non sull’attuale maggioranza politica. La riforma, ammesso che sia stata compresa, non è stata gradita. Questo è il funzionamento della democrazia. Per andare al Governo occorre che ci sia un confronto su temi politici e che si voti per questo”.
Dalla parte di chi vorrebbe dimissioni della premier, spicca una argomentazione su tutte. Per Stefano, “Hanno presentato una riforma della Costituzione blindandola senza neanche un passaggio alle Camere, quindi lo hanno reso assolutamente politico loro. Quindi sì, dovrebbe dimettersi”.
Per Silvio, la questione è ancora più ampia: “In 4 anni non ha portato a casa nemmeno una delle sue bandiere. Il premierato è bloccato, l’autonomia delle regioni non si sa dove sia, le accise doveva toglierle tutte e invece ha tolto qualche spiccio (per 20gg, poi tornano eh). Questo referendum era l’ultima occasione che aveva per poter dire di aver fatto qualcosa in 4 anni da premier: ha fallito pure qui. Si dimetta e vada a casa, non sarà troppo dispiaciuta di starsene a riposo qualche settimana nel suo villone con piscina sulle colline romane”.
I casi particolari
Tra i commenti più peculiari troviamo quello di Stefano che afferma che “sì, deve dimettersi per tutte le palle che ha raccontato e io sono uno che ha votato sì non ideologicamente come il 90% dei votanti. La Meloni deve andare a casa: decreto flussi, totale insicurezza nelle città, la gente ha paura di uscire e questo governo pensa al referendum? A casa! Ci vuole una destra vera, non questa accozzaglia di democristiani”.
Sentiment Analysis, referendum e dimissioni Meloni: un fronte omogeneo contro uno fortemente eterogeneo
Il dato finale racconta dunque una polarizzazione netta, ma non nettissima: 58% contro 42% è un margine significativo ma non un plebiscito. In un Paese abituato a trasformare ogni consultazione in un test di fiducia sul governo, la domanda sulle dimissioni di Meloni non fa eccezione. Quel che emerge dalla sentiment, però, è che le motivazioni del “sì alle dimissioni” sono frammentate e talvolta contraddittorie tra loro, mentre il fronte del “no alle dimissioni” appare più compatto attorno a un argomento solo: non era un voto politico. Sarà la coesione di quell’argomento, più che i numeri di oggi, a determinare la tenuta del governo nei mesi che verranno.
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