C’è una zavorra che appesantisce la candidatura di Kamala e le ha
impedito di decollare negli indici di popolarità. È IL PESO DELLA
POLITICA «IDENTITARIA», la decadenza della democrazia americana che
soprattutto a sinistra si è trasformata in un mosaico tribale, fatto
di gruppi etnici e altre minoranze, tutti gonfi di risentimenti e
recriminazioni, in costante richiesta di risarcimenti e corsie
preferenziali.
È l’equivoco tremendo all’origine della sua cooptazione come
vice nel ticket del 2020. La Harris è stata innalzata al secondo
posto dell’esecutivo in quanto donna di colore, proprio in omaggio
alla politica «identitaria», per consacrare il fatto che IL PARTITO
DEMOCRATICO SI CONSIDERA IL DIFENSORE DI TUTTE LE MINORANZE OPPRESE,
oltre che delle donne (queste sono una maggioranza, però non ancora
del tutto alla pari con gli uomini). Le lobby identitarie, quelle che
hanno fatto del partito democratico un «arcobaleno» dove le loro
cause sono sacre, hanno visto in Kamala un simbolo della loro egemonia
sulla sinistra.
Lei si è prestata al gioco. HA RECITATO LA PARTE DI UNA ESPONENTE DI
QUELLE MINORANZE VITTIME DEL RAZZISMO. Lo ha fatto con veemenza e
perfino aggressività. A partire da quel celebre dibattito televisivo
del 2020, durante le primarie, in cui lei era ancora tra i candidati
alla nomination in gara contro Biden. La Harris aveva attaccato Biden
proprio sulla questione razziale. Gli aveva rinfacciato una vecchia
presa di posizione ostile alla politica del «busing».
Spiegazione.
Negli anni Settanta, dopo le conquiste sui diritti civili, rimaneva un
divario di apprendimento tra figli dei bianchi e dei neri. Fu
escogitato il massiccio esperimento di mescolanza dall’infanzia.
Poiché bianchi e black non abitavano negli stessi quartieri e quindi
non frequentavano le stesse scuole, vennero organizzati autobus
scolastici che portavano gli alunni afroamericani in quartieri bianchi
o viceversa. Ma l’esperimento toccò solo alcune fasce della
popolazione. I bianchi dei ceti medioalti misero i figli in scuole
private che non partecipavano. La mescolanza colpì i genitori della
classe operaia bianca che videro il livello scolastico scendere. Se
criticavano il «busing», come a suo tempo aveva fatto Biden,
venivano tacciati di razzismo.
Rilanciare quell’accusa contro Biden molti decenni dopo era un
ATTACCO CINICO E SLEALE. Così la Harris volle fare dimenticare la
propria carriera politica che l’aveva collocata nel centro
moderato-conservatore del suo partito. Quattro anni fa l’ala
sinistra del partito era forte; due suoi candidati, Bernie Sanders ed
Elizabeth Warren, all’inizio avevano fatto meglio di Biden. Il vento
soffiava da quella parte, era «l’estate di Black Lives Matter»,
segnata dalle grandi proteste (spesso degenerate nella violenza) dopo
l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un
poliziotto bianco. La Harris si era accodata all’atmosfera di quella
stagione, per opportunismo, pur venendo da un passato tutt’altro che
radicale: quando era ministra della Giustizia in California la Harris
aveva inflitto pene severe ai criminali, in contrasto con la filosofia
delle procure progressiste. Biden nel 2020 voleva coprirsi il fianco
a sinistra. Donna, di colore, figlia d’immigrati, lei ERA IL PREZZO
DA PAGARE PER PLACARE I RADICALI E SEDURRE I MEDIA. La sua nomina fu
celebrata con fuochi d’artificio: storica, rivoluzionaria.
In realtà la sua biografia si prestava a tutt’altra narrazione. La
storia dei genitori (una ricercatrice universitaria indiana
discendente dalla casta privilegiata dei bramini; un celebre
economista afro-giamaicano) è l’APOTEOSI DI UN AMERICAN DREAM
COSTRUITO DA ÉLITE DI IMMIGRATI QUALIFICATI CHE DIVENTANO CLASSE
DIRIGENTE; il contrario dell’attuale ideologia politically correct.
Kamala ha recitato la parte presentandosi come un’esponente di
minoranze emarginate, discriminate e oppresse. Una delle accuse che le
rivolgono spesso i repubblicani è questa: la Harris non parla in modo
positivo dell’America, È PIÙ ATTENTA A DEMONIZZARE IL PROPRIO
PAESE CHE NON A ESALTARLO COME UNA TERRA DI OPPORTUNITÀ. Ma la storia
dei suoi genitori, e quindi la sua, è segnata proprio dai benefici
della meritocrazia, non dai danni del razzismo. Diventando lei stessa
un’icona della politica tribale e identitaria, ha falsificato quella
storia familiare che condensa il lato positivo dell’America.
Ieri a dare il proprio _endorsement_ alla Harris, dopo quello di
Biden, si sono precipitati i Clinton. È comprensibile: una vittoria
di Kamala sarebbe in un certo senso la rivincita di Hillary e del suo
sogno di infrangere il cosiddetto «soffitto di vetro», la barriera
invisibile che impedisce a tante donne di accedere ai vertici. Dopo i
Clinton si sono aggiunti gli endorsement dell’ala più radicale e di
alcuni gruppi di parlamentari di colore. È un appoggio importante ma
può rovesciarsi nel suo contrario, un abbraccio soffocante, se passa
l’idea che lei è finita in quella posizione solo per la sua origine
etnica.
È un rischio che Barack Obama aveva evitato con cura. Non a caso
Obama era stato l’ultimo presidente a parlare dell’America come di
una terra di opportunità: un’espressione messa al bando dalla
sinistra radicale, perché contraddice la narrazione sul «razzismo
sistemico» scolpito nelle istituzioni, il riferimento ossessivo allo
schiavismo imposto dalla dottrina della Critical Race Theory insegnata
nelle scuole.
https://www.corriere.it/oriente-occi...1aa5axlk.shtml
![Termometro Politico - Forum [FOCUS] Kamala Harris](images/styles/CreativeCreature/style/footerLogo.png)



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