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Discussione: Fede o scienza?

  1. #6481
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Quest'argomentazione è fuffa. Anche volendo considerare i concetti come "strumenti" attraverso i quali conosciamo la realtà, il punto è capire se questi strumenti sono efficaci o meno nel raggiungere lo scopo. Se ne ammetti l'efficacia, devi ammettere che ci consentono di avere delle certezze sulla realtà, cioè delle cognizioni universali, necessarie ed oggettive. Potrai considerarle non esaustive e parziali, a causa dei limiti stessi di questi strumenti umani, ma, nondimeno, vere. Se invece ritieni che questi strumenti non possano darci alcuna certezza, ne consegue che li ritieni inefficaci. L'alternativa ulteriore (anche se, in un certo senso, riconducibile a quest'ultima) è pensare che tali strumenti siano le nostre lenti aprioristiche che ci fanno leggere necessariamente la realtà in un certo modo, senza che questo implichi certezze oggettive di alcun tipo. In ogni caso, non puoi dire che non ritieni che la realtà sia inconoscibile e che non pensi che la ragioni ci inganni e poi, al tempo stesso, sostenere che le nozioni che, tramite il nostro intelletto, formuliamo a contatto con gli oggetti della nostra conoscenza potrebbero essere mere strutture della nostra mente, senza corrispondere alla realtà. Se ammetti quest'ipotesi, significa che pensi che la realtà possa essere inconoscibile e che la mente possa ingannarci a tal punto da non consentirci di avere alcuna conoscenza certa.
    Se ammetto questa ipotesi, significa che penso che chi fa di causa ed effetto strutture universali della realtà può essere in errore. Ma pensare la possibilità dell’errore non implica pensare che la conoscenza sia illusoria. In più, se causa ed effetto non sono strutture universali della realtà, questo compromette solo chi è convinto che lo siano. Ma né la filosofia, né la conoscenza in generale coincidono con la metafisica. Tu a quanto pare pensi che causa ed effetto debbano essere strutture universali della realtà perché diversamente le conclusioni della metafisica non potrebbero essere presentate come universali e necessarie.


    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Anche quest'argomentazione è fuffa: stai soltanto giocando nominalisticamente con le parole. Se, anziché parlare di "potenza" e di "atto", parlassi di "piripicchio" per indicare la capacità reale di un ente di mutare in qualcos'altro e di "piripacchio" per indicare la capacità realizzata, cosa cambierebbe in termini di contenuto? Direi che il mutamento è un passaggio da "piripicchio" a "piripacchio", ma l'informazione veicolata dall'una e dall'altra parola sarebbe esattamente la medesima veicolata in precedenza con "potenza" ed "atto". Se tu volessi fare un'obiezione a quanto ho scritto, dovresti contestare che effettivamente muti qualcosa (in un certo senso, è quello che facevano Parmenide e Severino) o che le cose, una volta mutate, avessero effettivamente la capacità di mutare.
    Ci tenevi a chiarire che non affermi l’universalità della causa efficiente solo constatando che noi osserviamo nella realtà dei nessi causa-effetto. Ti ho chiesto di esplicitare il ragionamento con cui arrivi a stabilire questa universalità. Da questo ragionamento emerge chiaramente che l’universalità della causa efficiente è solo asserita. Infatti l’idea che le cose debbano mutare per opera di altre cose è già inserita nella definizione da cui parti:

    Ci sono realtà che mutano, evinciamo che queste cose, per il fatto stesso che cambiano, ne hanno la capacità. La capacità di una determinata cosa di mutare per opera di un'altra (o di mutare se stessa in quanto altro da sé) viene da noi formalizzata con la nozione di "potenza". 

    Cioè noi stabiliamo (“viene da noi formalizzato”) che il mutamento consiste in un passaggio da una potenza a un atto (o da tizio a caio se preferisci) e che la potenza è la capacità di mutare per opera di qualcos’altro.

    È ovvio che a questo punto si tratta solo di dare un nome a questo qualcos’altro:

    Ciò che realizza la capacità di una cosa di mutare in un'altra viene detta causa efficiente.

    Quindi tu affermi l’universalità della causa efficiente sulla base delle definizioni che hai stabilito. Dunque non c’è alcuna traccia di necessità nel tuo discorso.


    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Queste tue considerazioni sono solo una ripetizione di ciò a cui ho già risposto: la metafisica aristotelico-tomista non identifica l'essere col nulla per la banalissima ragione che non interpreta il divenire come passaggio dall'essere al non essere che, invece, è il modo in cui, erroneamente, Severino interpreta il divenire come passaggio dalla potenza all'atto per mezzo di qualcosa che è già in atto. Se, secondo te, Severino ha ragione, esponi i tuoi argomenti in merito.
    Come sarebbe una ripetizione? Ho riportato un’affermazione di Aristotele e una valutazione di Severino. Perché non le commenti? È metafisica, e Bontadini non pensava che si potesse liquidare Severino in modo così sbrigativo. Te le faccio leggere in modo più esteso, così puoi spiegare in che senso l’essere è quando è, ma può anche non essere. Siamo perfettamente in tema, si tratta di vedere come si stabilisce che cos’è l’essere.



    Aristotele, Liber de Interpretatione (19a 23-27): «È necessario che l'essere sia, quando è, e che il non-essere non sia, quando non è; tuttavia non è necessario che tutto l'essere sia, né che tutto il non-essere non sia; non è infatti la stessa cosa che tutto ciò che è sia necessariamente, quando è, e l'essere senz'altro di necessità. La stessa cosa si dica del non essere».
    In questa chiara luce del tramonto, quelle parole di Parmenide non possono che apparire come esse stesse equivoche: l'essere è: sì, ma quando è; il non-essere non è: sì, ma quando non è; non facciamo confusione tra la necessità che l'essere sia, quando è, e la necessità simpliciter che l'essere sia, tra la necessità che il non essere non sia, quando non è, e la necessità simpliciter che il non essere (le cose che non sono) non sia! Parmenide non sapeva distinguere.
    Eppure in questo discorso il senso dell'essere si è già dileguato; la stessa chiarezza del discorso denuncia che la rottura è ormai irrimediabile. […]
    Guardiamolo infatti questo essere, che è quando è. È il nemico diurno del nulla: quando è si oppone al nulla, e questa opposizione viene detta da Aristotele βεβαιοτάτη ἀρχή: principium firmissimum, “principio di non contraddizione”, quel principio cioè che tutti, anche gli antimetafisici più ostinati, finiscono sempre, più o meno esplicitamente, con l'accettare. Ma poi vien notte: quando l'essere non è, allora non si oppone nemmeno più al nulla: perché esso stesso è diventato un nulla. Tuttavia resta sempre dominato dal principium firmissimum, perché, quando l'essere non è, non è. L'incontraddittorietà dell'essere sembra comunque salvaguardata: proprio nell’atto in cui la si sta negando nel modo più radicale e più insidioso.
    Perché questo essere notturno, questo essere che ha lasciato il campo, è l'essere che ha lasciato l'essere. E che cosa è mai allora? Che significato possiede la parola “essere” nell'espressione: «Quando l'essere non è»? Se sosteniamo che, quando l'essere non è, l'essere è divenuto nulla, perché continuiamo a dire: «Quando l'essere non è» e non diciamo piuttosto: «Quando il nulla non è»? Eppure tra un essere che non è e un nulla che non è non c'è alcuna differenza. Ciononostante, non si è disposti a consentire che l'espressione: «Quando l'essere non è» sia sostituita dall'espressione: «Quando il nulla non è». Non si è disposti a tanto, perché - nonostante il tradimento che si va perpetrando - si intende pur tuttavia continuare a tener fermo che l'essere non è il nulla, il positivo non è il negativo. Ma allora - e se c'è un momento in cui l'intorpidito senso dell'essere deve trasalire, il momento potrebbe essere occasionato da queste parole - «l'essere che non è» quando non è, non è altro che l'essere fatto identico al nulla, «l'essere che è nulla», il positivo che è negativo. «L'essere non è» significa precisamente che «l'essere è il nulla», che «il positivo è il negativo». Pensare «quando l'essere non è», pensare cioè il tempo del suo non essere significa pensare il tempo in cui l'essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturna dell'essere e del nulla. Ciò che l'opposizione dell'essere e del nulla rifiuta è appunto che ci sia un tempo in cui l'essere non sia, un tempo in cui il positivo sia il negativo. Il tramonto dell'essere avviene dunque così: nel non avvedersi che acconsentendo all'immagine di un tempo in cui l'essere non è, si acconsente all'idea che il positivo è il negativo.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  2. #6482
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Si può parlare di gradi, ma si deve essere consapevoli del fatto che la parola "grado" - di per sé - implica concettualmente un limite. Se Dio è la bontà stessa o la perfezione stessa (cioè: di per sé buono o di per sé perfetto), attribuirgli un grado di bontà o perfezione significa implicitamente sostenere che Dio è buono o perfetto entro un certo limite. Cioè: è buono (o perfetto) in virtù di qualcos'altro. Ma allora viene meno il senso di considerarlo di per sé buono o perfetto - cioè la bontà stessa o la perfezione stessa.
    Se dico che il gradi di perfezione di Dio è definito dalla sua essenza non sto dicendo che è limitato da un ente contingente. Quindi non capisco l'obiezione "è buono in virtù di qualcos'altro". Se è buono in un certo grado per essenza è buono in un certo grado solo in virtù di sé stesso!

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  3. #6483
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Come sarebbe una ripetizione? Ho riportato un’affermazione di Aristotele e una valutazione di Severino. Perché non le commenti? È metafisica, e Bontadini non pensava che si potesse liquidare Severino in modo così sbrigativo. Te le faccio leggere in modo più esteso, così puoi spiegare in che senso l’essere è quando è, ma può anche non essere. Siamo perfettamente in tema, si tratta di vedere come si stabilisce che cos’è l’essere.
    Eh, ma la replica è sempre la stessa: sia in Aristotele che in Tommaso non c'è mai un momento in cui l'essere parmenideo (cioè Dio) non è, quello che salta fuori dal nulla è l'essere contingente, che guarda un po' di riffa o di raffa salta fuori pure in Severino (nonostante gli sforzi lungo gli anni di rintuzzarlo al suo posto).

  4. #6484
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Chiamo in causa il verbo "essere" proprio per mostrarti che il significato metafisico dell'essere non è qualcosa di costruito razionalisticamente a priori, ma di formulato a partire dall'esperienza originaria ed immediata - e dal relativo linguaggio che l'esprime (il quale è poi affinato nell'opera di formalizzazione effettuata dalla filosofia e dalla metafisica in particolare).
    Quella che chiami "speculazione ulteriore" è frutto di un'astrazione che noi operiamo sulla realtà. Noi non conosciamo nella realtà la "cosa"-essere? Ma conosciamo cose che sono ed è da questo che ricaviamo la nozione di "essere". Questo è il punto di partenza della filosofia dell'essere. Non è così complicato!
    Se tu volessi usare il concetto di "presenza trascendentale" per spiegare la realtà, alla fine, saresti costretto a ridurlo contenutisticamente a ciò che corrisponde alla nozione di "essere": altrimenti, questo concetto non potrebbe dire alcunché che corrisponda alla realtà.
    A dire il vero, è stato proprio grazie a S. Tommaso d'Aquino e ai suoi successivi interpreti se si è andati oltre la mera nozione astratta di essere come esse o ens commune e si è invece giunti al concetto intensivo di "essere".
    Dalle cose che sono noi ricaviamo semmai la nozione di esistenza. Ma il significato metafisico dell’essere non è l’esistenza.
    Se essere = esistenza, allora l’essere è semplicemente la totalità delle cose che esistono e divengono, quindi niente impedisce di farne un "principio" immanente, o una semplice astrazione. E questo penso che tu lo sappia, quindi, per evitare altre ambiguità: visto che hai la nozione di ciò che si dice in molti modi, si può avere finalmente la definizione di ciò che si dice in molti modi?


    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Stai eludendo il punto. Una conoscenza può essere probabile o provvisoria ma, per stabilire se sia tale o meno, devi avere un parametro di riferimento. Senza questo parametro di riferimento in base al quale risulta possibile distinguere una conoscenza vera da una falsa, non sarai nemmeno in grado di capire se una cognizione è, perlomeno, probabile.
    I criteri di riferimento li abbiamo, quello che dovresti spiegare è in che modo possiamo verificare che questi criteri siano universali e necessari.
    Sembra che a renderli universali e necessari sia solo l’esigenza di avere una conoscenza universale e necessaria, cioè la volontà che la metafisica sia un sapere universale e necessario.
    Se invece non la pensi così ed esiste un procedimento di verifica, spiegalo pure.
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    Nietzsche, 1887

  5. #6485
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    Eh, ma la replica è sempre la stessa: sia in Aristotele che in Tommaso non c'è mai un momento in cui l'essere parmenideo (cioè Dio) non è, quello che salta fuori dal nulla è l'essere contingente, che guarda un po' di riffa o di raffa salta fuori pure in Severino (nonostante gli sforzi lungo gli anni di rintuzzarlo al suo posto).
    Quindi c'è un essere contingente, l'essere non è un principio trascendentale. È occasionalmente trascendentale.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  6. #6486
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Quindi c'è un essere contingente, l'essere non è un principio trascendentale. È occasionalmente trascendentale.
    Non a caso ogni tanto questo mio intervento ciccia fuori:

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    @emv
    @Giò

    L'altro giorno leggevo Distinctio realis di Giovanni Ventimiglia e la domanda mi è sorta spontanea: ma l'atto d'essere è lo stesso in tutte le sostanze che si differenziano solo in base all'essenza?

  7. #6487
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Penso che Leibniz risponderebbe di si, in fondo per lui le monadi sono tutte uguali, la monade divina si distingue solo per la maggiore (perfetta) chiarezza in cui vede in sé stessa.

    p.s. Naturalmente, pure le une dalle altre si distinguono per lo stesso motivo, cioè in base a ciò che riescono a distinguere in sé stesse.

  8. #6488
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Se dico che il gradi di perfezione di Dio è definito dalla sua essenza non sto dicendo che è limitato da un ente contingente. Quindi non capisco l'obiezione "è buono in virtù di qualcos'altro". Se è buono in un certo grado per essenza è buono in un certo grado solo in virtù di sé stesso!
    Ad ogni ente contingente corrisponde un grado di perfezione dell'essere conforme alla propria essenza. L'ente contingente esiste in virtù di una causa efficiente che s'identifica necessariamente con un ente o con un insieme di enti già in atto, che lo traggono dalla potenza all'atto. Quindi è corretto affermare che l'ente contingente esiste in virtù di qualcos'altro. Se considero l'ente sotto l'aspetto del bene (ricordo che il bene - o la bontà che dir si voglia - è una proprietà trascendentale dell'essere), vale esattamente lo stesso. Quindi, affermare che Dio è un certo grado di perfezione dell'essere (o un certo grado di bontà), significa mantenere nemmeno troppo implicitamente la dualità reale fra essenza ed ente e fra potenza (passiva) ed atto che, invece, caratterizza gli enti contingenti.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  9. #6489
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    Se Dio può pensare infiniti numeri allora è infinito, se invece può pensare solo N numeri è finito.
    Quindi anche la stampante è infinita visto che può stampare infinite etichette

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  10. #6490
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Quindi anche la stampante è infinita visto che può stampare infinite etichette
    La stampante per come la concepisce la fisica moderna non è infinita e la filosofia non si occupa di stampanti.

 

 
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