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    Predefinito Trent'anni senza Spadolini

    di Riccardo Bruno

    Per certi versi Giovanni Spadolini, morendo il 4 agosto del 1994, meno di quattro mesi dopo esser decaduto dalla presidenza del Senato, si è risparmiato di vedere un’evoluzione politica della società italiana in cui si sarebbe trovato a disagio. Perché il governo Berlusconi aveva scelto di non confermare un uomo della sua statura alla guida di Palazzo Madama? Semplicemente, perché i tempi erano cambiati e pure burrascosamente. Spadolini a 69 anni comprendeva meglio di altri che tutta la sua versatilità ed il suo talento, non gli avrebbero consentito di risalire la china tanto rapidamente quanto sarebbe stato necessario. Senatore a vita, una carriera professionale e politica considerata compiuta, avrebbe dovuto ricominciare da capo, rigenerarsi e chissà che non ne sarebbe stato capace. Uomo delle istituzioni repubblicane quale era oramai diventato completamente, avrebbe fatto comunque una certa fatica a familiarizzare con il concetto del bipolarismo maggioritario dilagante, con i suoi amati giornali che scrivevano “o di qua, o di là”, e altre amenità per lui completamente prive di senso. Da un certo punto, di vista ammalarsi era quasi fisiologico per una natura tanto prorompente come quella da lui mostrata nell’epoca appena trascorsa.
    Spadolini aveva sin dal 1938 questa passione per Napoleone, lo si capisce dalle sue Pagine di letteratura e storia, tanto da continuare a raccogliere cimeli e stampe di ogni tipo con l’entusiasmo di un bimbo. La cosa che lo tormentava di Napoleone era il successo giovanile. “Ma ci pensate, gli sfuggì un giorno, quello è diventato imperatore a trent’anni ed io presidente del consiglio passati i cinquanta”. Scherzava? Sembrava più malinconico. Da segretario del partito repubblicano, a fine giornata si faceva portare le bozze della voce repubblicana nel suo studio di Piazza dei Caprettari e iniziava a correggerle dall’editoriale, agli articoli di sport, la voce era piuttosto voluminosa all’epoca. Non si andava in stampa prima che avesse concluso questo suo lavoro certosino che lasciava un po’ tutta la redazione a bocca aperta. Cosa glielo faceva fare? Un’indole perfezionistica, napoleonica, da ragazzo che vuol far vedere a tutti sempre e comunque quanto vale e che non è mai soddisfatto.
    Rispetto ad Ugo La Malfa, Spadolini non vedeva in Craxi un avversario politico. Il segretario socialista aveva rotto i ponti con il marxismo e questo era un merito ai suoi occhi dal momento che aveva contribuito ad installare gli euro missili, rinsaldando il fronte atlantico e il Psi sosteneva il dissenso in Unione sovietica. Craxi per Spadolini era una novità positiva, anche se entrava in competizione con l’area laica democratica. Le discrepanze erano limitate alle relazioni con il medio oriente, tanto da arrivare alla crisi di Sigonella che pure rientrò fin troppo rapidamente. Il Pri era solo in Italia nel suo sostegno ad Israele e probabilmente Spadolini temeva questo suo isolamento. L’idea di una battaglia politica dall’opposizione non gli sembrava praticabile, non era antropologicamente adatto per condurla. Il suo senso dell’equilibrio era eccezionale, tanto da risultare a volte pavido. Quando il partito repubblicano ruppe, tardi, con la democrazia cristiana, uscendo dal governo Andreotti, Spadolini ne comprese meglio di altri esponenti della Direzione nazionale le ragioni e non si oppose. Il suo ruolo istituzionale prevaleva rispetto alle decisioni del partito. In compenso, ad ogni occasione si preoccupava di far sapere che non bastava giurare mai più con la Dc. Bisognava indicare con cosa sostituire il regime democristiano che aveva retto il Paese dal 1948 senza grandi alternative. Aveva imparato fin troppo bene che non bastava la poltrona di palazzo Chigi per cambiare l’Italia. In sostanza, la questione politica per Spadolini era, vi capisco, siete stufi del sistema di potere democristiano, il Pri con amici come Battistuli, Ugolini, Giunta, voleva uscire dal governo sin dal 1987. Mi dovete spiegare come pensate di colmare il vuoto di potere creato.
    Ritrovarsi di fronte ad un Berlusconi, deve averlo messo in imbarazzo. Berlusconi era un imprenditore brillante, talentuoso e spregiudicato. Non riusciva nemmeno a immaginarselo Spadolini come statista, Berlusconi. Ed Occhetto, che aveva simpatizzato per il maoismo? Poteva prendere sul serio, Spadolini Occhetto, cioè uno a cui Gorbaciov ricordava che il suo era l’ultimo partito comunista in occidente quando non esisteva nemmeno più in Russia il partito comunista? Solo l’incredibile aplomb di Spadolini, quello che in fondo Forattini coglieva nelle sue vignette, gli impediva di manifestare i suoi sentimenti per un paese diviso incredibilmente fra Berlusconi ed Occhetto come avvenuto nel fatidico ’94. Troppo per una personalità di cultura napoleonica come la sua. La storia d’Italia gli doveva sembrare essersi capovolta, come quando la Francia nel 1815 si venne a trovare sotto schiaffo di un Fouché e di un Taillerand, che almeno avevano il pregio di cooperare fra loro. Berlusconi, nel ’96, era già in procura. E Occhetto fatto fuori dai suoi stessi compagni di partito, nel rigoroso stile cekista. Sepolto vivo Occhetto, mettiamo anche che il Cavaliere fosse in grado di migliorarsi, l’uomo era sveglio e disponeva di mezzi importanti. Davvero Spadolini avrebbe mai potuto pensare che Berlusconi fosse in grado di ricostruire un tessuto politico e sociale come quello democristiano con una roba chiamata “Forza Italia”? Berlusconi era troppo divisivo, improvvisato, self made man, non ci sarebbe riuscito mai. Spadolini sarebbe rimasto stupito che Berlusconi al dunque sia quasi durato, bene o male, vent’anni. Non che il vuoto di potere fosse invece ancora oggi da colmare. Qui ci aveva preso alla grande.
    Spadolini nel suo letto d’ospedale non doveva avere più una risposta su cosa fare. Il suo aspetto negli ultimi giorni era disarmante. Gli uomini della scorta in corridoio piangevano, lui torreggiava una voragine apertasi sull’ignoto tale da far provare a chiunque le vertigini. Tutta la sua impostazione politica era interamente costituzionale, legata al rapporto con la Dc, il Psi, il Pli, Già l’ex Pci gli sembrava troppo lontano. Il dubbio, è che non avesse poi nemmeno particolare interesse a indicare una qualche strada percorribile. Sarebbe servito lui stesso, trent’anni più giovane e nel pieno delle sue forze o altrimenti, essere stato eletto capo dello Stato. Dura da ingoiare anche vedersi al Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro.

    https://vocerepubblicana.it/trentanni-senza-spadolini/
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Trent'anni senza Spadolini

    di Eugenio Fusignani

    Trenta anni fa, il 4 agosto 1994, moriva Giovanni Spadolini, il grande laico, eppure così rispettoso e profondamente intriso di sentimento religioso: quella “religione del dubbio”, nella quale intravedeva l’essenza stessa della laicità, che non significa certo astenersi dalle scelte.
    La sua idea di laicità era dunque un’idea che esprime i limiti della condizione umana, ma anche la grandezza della sfida continua cui essa è chiamata. Per Spadolini quella via era trovare una strada per comporre le diversità, nella consapevolezza che il percorso è spesso stretto e difficile, ma che il confronto aperto, sereno ed equilibrato, resta sempre il modo più efficace per percorrerlo fino in fondo. Nella semplice scritta sula sua tomba – “un italiano” – si racchiude il significato di un’esistenza spesa con dedizione a servizio della collettività, che per Giovanni Spadolini era prima di tutto la comunità della nostra Italia.
    In fondo, è questo il senso di tutto il suo impegno politico e intellettuale: l’Italia come insieme di campanili che arricchiscono l’essere comunità nazionale e non come elementi di divisione; dunque come cemento identitario di quel tessuto unitario, tanto faticosamente e dolorosamente costruito col nostro Risorgimento, epoca della quale fu sempre profondo studioso e magistrale interprete in chiave di attualizzazione. Anche per questo occorre opporsi ai tentativi di disgregazione come la legge Calderoli sull’autonomia differenziata rappresenta e come il premierato suggellerebbe.
    Giovanni Spadolini, che si era caricato sulle spalle il PRI orfano di Ugo La Malfa, è stato protagonista della vita politica italiana in un momento particolarmente difficile e complesso della nostra storia del dopoguerra. Non a caso il Presidente Pertini, nel giugno del 1981, in uno dei momenti più difficili della nostra giovane Repubblica, dopo le inquietanti vicende di Gelli e la P2, lo incaricò di formare il governo e lui, con la grandezza intellettuale, la fermezza nei principi e l’integrità morale, riuscì nell’intento, diventando così il primo Presidente del Consiglio non democristiano della storia repubblicana e lasciando un segno indelebile nella storia dei governi del Paese.
    Un protagonista assoluto della sua epoca che attraversò con la sua grandezza intellettuale e culturale e con l’orgoglio di appartenere a quella illuminata Italia di minoranza, laica e civile, “l’Italia della ragione “in cui si erano sempre identificati tanti degli uomini che avevano contribuito a determinare il progresso politico, sociale, economico e culturale del nostro Paese.
    “Noi apparteniamo all’Italia dei vinti. Quella delle minoranze laiche e risorgimentali.” anche se in quel suo detto c’era la precisa consapevolezza che quella era l’Italia di chi non aveva mai perso perché era l’Italia erede, custode e continuatrice di quei valori che l’avevano costruita nel suo percorso unitario, democratico e repubblicano. Così come in lui era altrettanto chiara consapevolezza di appartenere al novero della sinistra iberaldemocratica europea:
    “È Repubblicano chi crede in un’idea alta e severa dell’Italia laica, l’Italia della ragione nella quale il senso del problemismo e del concretismo mai si separa dal senso del limite e della misura. È l’Italia moderna, capace di affermare la prevalenza del politico sul sociale sempre, contro ogni populismo e ogni fuga nel messianesimo e nell’utopia. E proprio perché espressioni come destra o sinistra sono soggette a variazioni, noi non abbiamo mai chiamato il PRI partito di sinistra tout court, ma sempre partito di sinistra democratica”.
    Il suo essere uomo della mediazione, sempre pronto a stemperare i contrasti in nome di un interesse superiore, non gli impedì mai di essere intransigente sui principi e di puntare i piedi quando si trattava di mettere a rischio quelli che definiva “gli interessi indisponibili del Paese”: l’Europeismo, l’Atlantismo e la difesa dello stato di Israele come baluardo dell’occidente.
    Anche per questo, con la sua ferma lucidità, mostrò di aver compreso molto meglio rispetto ad altri, e soprattutto con grande anticipo rispetto a tutti, quale minaccia fosse il terrorismo mediorientale. Il suo forte senso dello Stato e l’amore per le istituzioni repubblicane ne facevano uno dei più autorevoli difensori della Carta costituzionale, scudo laico a difesa di tutti e non privilegio di pochi. Il resto lo faceva la sua profonda consapevolezza, alimentata dagli studi storici, che la Libertà non può mai essere data per scontata e richiede una continua vigilanza fondata sull’etica e sulla responsabilità istituzionale che passa dal rispetto delle minoranze, del ruolo dei poteri costituzionali e, non da ultimo, del ruolo dell’informazione che in una repubblica non può essere mai asservita al potere.
    Una concezione che oggi pare lontanissima dai modi della politica attuale, ma che invece andrebbe recuperata prima che la degenerazione in atto raggiunga livelli irreversibili di barbarie politica, culturale e sociale. Per questo ricordarne la vita e l’opera non è solo un atto dovuto ma il modo migliore per indicare una via ai tanti problemi dell’Italia di oggi e dell’Europa di domani.

    https://vocerepubblicana.it/spadolini-trentanni-dopo/
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    Predefinito Re: Trent'anni senza Spadolini

    Navigare a vista nella nebbia

    di Riccardo Bruno

    In occasione della ricorrenza dei trent’anni della morte di Giovanni Spadolini si sono potuti leggere articoli tra i più vari, anche scritti da chi non lo amava. Tutti offrono un’occasione importante per rivisitare storiograficamente la politica repubblicana. Mai qualcuno pensasse che il Pri con la segreteria Spadolini, navigasse a vista nelle nebbie, come pure si è letto, potrebbe indurre a credere che il partito repubblicano fosse venuto meno nello svolgimento del suo ruolo, proprio al tempo del massimo successo elettorale. Giudizio che renderebbe insignificante l’azione politica esercitata. A questo occorre rispondere subito. Il governo Spadolini nacque sull’istanza di una questione morale che si chiamava P2, ovvero quella organizzazione che oggi è ancora ricordata come responsabile della strage di Bologna. Non che fosse chiarissima l’attività della loggia in quell’epoca, certa era invece la necessità di troncare ogni commistione dello Stato con quella organizzazione. Il governo Spadolini riuscì perfettamente nel compito assegnatosi, tanto da poter dire che nel momento di massino pericolo per le istituzioni repubblicane, occorresse appunto un governo guidato da un repubblicano. Spadolini non viene ricordato per avere contenuto l’inflazione. Spadolini viene ricordato per aver sgominato in meno di un anno la Loggia massonica deviata di Licio Gelli che aveva una presa inquietante sulla società italiana. Fatti, non chiacchiere
    Il partito repubblicano con Ugo La Malfa aveva aperto al partito comunista, una articolazione politica che con il reaganiano Spadolini non si vede proprio. Forse che Spadolini, candidato da Ugo La Malfa, in un collegio vincente del partito, non in uno da buttare, non fosse riconoscente al suo mentore o non fosse comunque all’altezza della sua visione strategica? Per la verità Ugo La Malfa aperse al Pci nel momento nel quale Berlinguer prese le distanze, o sembrava voler prendere le distanze dall’Unione sovietica, poi sappiamo dagli stessi annali della Fondazione La Malfa, che successivamente Ugo rimase via via deluso dalla condotta della segreteria comunista, tanto che quando il Pci chiese di voler entrare attivamente nel governo di solidarietà nazionale la Dc pose il veto ed il Pri di La Malfa si schierò con la Dc. Ugo La Malfa muore vice presidente del consiglio di un governo tripartito presieduto da Andreotti con i socialdemocratici.
    Spadolini riporta il Pri con i socialisti nell’esecutivo, secondo governo Cossiga. Perché Spadolini aveva un giudizio diverso su Craxi? Il solo fatto che Craxi fosse stato favorevole alla trattativa con le Brigate Rosse, rivelava un’idea dello Stato tale da rendere impossibile qualsiasi contatto politico, quando il Pri era schierato sul fronte della fermezza. Disgraziatamente Moro venne ucciso. La fermezza ha un senso se ottiene il suo obiettivo. Se lo Stato viene ridicolizzato da un pugno di terroristi, c’è qualcosa che non funziona nello Stato, incapace di essere fermo. Ci si rese conto dalla fuga di Kappler, prima che dal sequestro Moro, dell’impreparazione dello Stato. La Malfa aveva un’impostazione ideale, sacrosanta, che si scontrava con la miseria della realtà dello Stato italiano, incapace di salvare il suo più importante uomo politico nazionale sequestrato in un appartamento di Roma di proprietà della polizia e questo dopo aver fatto scappare un criminale nazista. Craxi privo di quasi qualunque visione ideale, interpretava meglio la disgraziata condizione dello Stato. Basta pensare che avevamo ministri democristiani con figli nei gruppi di fuoco di Prima Linea.
    Il caso Moro è la chiave di volta della politica italiana del ‘900 e dimostra tristemente come la purezza di Ugo La Malfa era troppo elevata per un paese inquinato e corrotto come l’Italia. La Malfa muore e Craxi ha la strada spianata. Spadolini fece di necessità virtù e se Craxi non è il fulgido cavaliere di cui vi sarebbe bisogno, è meno compromesso di quelli democristiani rimasti. In un paese in cui non è possibile l’alternanza di governo, il Pci restava nonostante le speranze legato ad un nemico dell’Occidente quale l’Urss, l’unica politica possibile era limitare il malgoverno democristiano. I socialisti erano quello che erano, ma con minori responsabilità della gestione dello Stato. In ogni caso non c’era alternativa nemmeno quando il Pci con Occhetto prese una via democratica, questo è il dramma.
    Come si fa a rimproverare a Spadolini di aver chiuso al Pci, a cui aveva di fatto chiuso lo stesso La Malfa, quando il Pri non avrebbe aperto nemmeno ad Occhetto dodici anni dopo? Ad Occhetto aperse Visentini, per l’appunto, che si candidò entusiasta nella “gioiosa macchina da guerra” del ’94 accompagnandola persino con slogan roboanti, “l’importante è vincere, come in Spagna”. E Visentini, candidato di Occhetto, era stato il miglior amico di Craxi rispetto a Spadolini, ancora un rivale di successo.
    Che un duro come Spadolini trovasse la situazione complessa tanto che il suo animo apparisse insondabile, non stupisce. Nessuno può escludere poi che Spadolini potesse sbagliare. Spadolini mostrò tutta la pasta di cui era fatto con la crisi di Sigonella. Non osiamo immaginare cosa sarebbe successo nel partito se avesse anche detto restiamo fuori dal governo. Si sarebbe trattato di rifare un nuovo PRI dal momento che il partito non era mai stato all’opposizione più di qualche mese.. Non si possono pretendere dagli uomini doti che non possiedono. Soprattutto in occasione di una ricorrenza tragica, la morte di Spadolini, fu una tragedia politica prima che umana per il Pri, bisogna apprezzare quelle che avevano.

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