



Non c'è uomo così virtuoso che, se dovesse sottoporre tutti i suoi pensieri e tutte le sue azioni al giudizio della legge, non meriterebbe di essere impiccato dieci volte nella vita.
Michel de Montaigne




Non c'è uomo così virtuoso che, se dovesse sottoporre tutti i suoi pensieri e tutte le sue azioni al giudizio della legge, non meriterebbe di essere impiccato dieci volte nella vita.
Michel de Montaigne






«Sarà l’anno delle riforme», aveva detto Giorgia Meloni quando il 2024 stava per finire. Il 2025 è appena arrivato e nel governo già si avverte un certo scetticismo sul destino del premierato. Le ragioni sono politiche anche se vengono celate dietro problemi di calendario.
Giugno è considerato il mese decisivo, una sorta di dead line oltre la quale verrebbe compromesso l’iter della riforma costituzionale, che nello stesso centrodestra è ironicamente definita «quasi presidenzialista».
Sia chiaro, anche a giugno ci sarebbero i tempi tecnici per andare avanti. Il fatto è che il Premierato, dopo il primo passaggio al Senato, è fermo da mesi alla Camera per volontà del governo. E servirebbe una decisione del governo per toglierlo dal binario morto, adottando le correzioni ritenute «necessarie» a farlo ripartire. Sulla carta, se il testo modificato da Montecitorio non venisse cambiato, basterebbero dai quattro ai sei mesi per completare le «letture» previste per una legge di rango costituzionale.
In questo modo il Premierato verrebbe approvato nella primavera del 2026, in tempo per essere affidato al giudizio popolare con il referendum. Ma un ritmo così sostenuto sarebbe possibile solo in presenza di un patto di ferro nella maggioranza. E nel centrodestra al momento non c’è accordo sulla legge elettorale che deve accompagnare la riforma, a partire dal «premio» da assegnare alla coalizione vincente. Non è semplice sciogliere il nodo che sta indirettamente strangolando il Premierato. Anche perché sull’entità del «premio» incombono i paletti posti in passato dalla Consulta.
Insomma, più che una riforma sembra una gimkana. E nel governo c’è chi ritiene che il tempo sia finito: «A questo punto della legislatura — sospira un autorevole ministro — avremmo già dovuto completare la prima lettura». Ma il problema non è legato al tempo. Ci sono altri fattori con cui fare i conti. Un intoppo lo ha prodotto la decisione della Corte Costituzionale sull’Autonomia differenziata: sta nel passaggio in cui la Consulta sottolinea che la riforma voluta dalla Lega «non è una legge necessaria», ovvero che in sua assenza non si produce un vuoto legislativo. Questo dettaglio all’apparenza insignificante apre in realtà la strada ai referendum su cui è atteso entro febbraio il giudizio della Corte. E se si andasse alla consultazione popolare sull’Autonomia, verrebbe posto un macigno sul sentiero già stretto del Premierato.
In un anno referendario, infatti, non sarebbe politicamente sostenibile per il governo reggere questo doppio fronte. Con cinque test regionali in agenda. Con i partiti della maggioranza che sull’Autonomia sono divisi. Con le forze di opposizione a cui verrebbero offerti l’arma elettorale e il pretesto per unirsi. Non a caso appena la Lega ha iniziato a chiedere ai cittadini di sabotare il quorum per i futuri referendum, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto «io andrò a votare». È stato un modo per depotenziare l’appuntamento e derubricarlo a evento secondario, così da proteggere la premier e non esporla ai suoi avversari.
Se invece la campagna referendaria si svolgesse in contemporanea con la ripresa dell’esame in Parlamento del Premierato, sarebbe complicato per palazzo Chigi gestire la miscela esplosiva. Ecco perché giugno è considerata nel governo la dead line per la riforma. Certo Meloni avrebbe ancora del tempo per far approvare il Premierato sul finire della legislatura, nella primavera del 2027: così il referendum si terrebbe dopo le elezioni politiche e la premier potrebbe tentare di sganciare il proprio destino personale dal progetto di revisione costituzionale. Sarebbe però un’operazione assai rischiosa e tra i fedelissimi sono molti a dubitare di questa soluzione: meglio sarebbe puntare su un altro testo.
E ancor meglio sarebbe concentrarsi sulla separazione delle carriere dei magistrati, e festeggiare così il 2025 come «l’anno delle riforma» sulla giustizia. «A patto che il Guardasigilli aiuti Giorgia e acceleri», sussurra un ministro amico della premier.
https://roma.corriere.it/notizie/pol...2fbecxlk.shtml