Che ne pensate di Umberto Galimberti, filosofo di Monza?
Tra le sue opere ho letto il Tramonto dell'Occidente, Psiche e Techne e un altro libello introduttivo al pensiero di Heidegger; sinceramente non mi ha mai preso un granchè.
Qui un breve sunto del suo pensiero, in particolare sulla tecnica.
Nel suo pessimismo di fondo, Galimberti presenta un excursus storico che partendo dalla Grecia antica si snoda fino a Nietzsche ed Heidegger con un'ampia serie di interessanti citazioni.
Secondo il Professore, l'uomo dispone di un pensiero ancora troppo umanista, che non si accorge del suo progressivo disumanizzarsi e ridursi a mera ragione strumentale e calcolante. Galimberti liquida duramente l'umanismo, inteso come possibilità dell'uomo di governare la terra.
Nelle età pretecnologiche la tecnica è sempre stata pensata come un mezzo e gli scopi li assegnavano gli uomini, ma: "l'età della tecnica ha abolito questo scenario umanistico e le domande di senso restano inevase"; in altre parole, il problema più grosso è che: "la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona".
Il progresso cumulativo tecnico-scientifico provoca l'irreversibile decadenza dell'umanisimo. Ciò vorrebbe dire che il pensiero umano viene sottomesso alla pre-potenza della tecnica; essendo diventata questa la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo, la tecnica diventa il primo scopo cui tutti gli altri tendono. Solo che quando si realizza il capovolgimento del mezzo in fine, si rivela anche un mezzo senza scopi: "se la leva non è più un mezzo ma diventa lo scopo, allora resta la struttura del mezzo che è quella di potenziarsi sempre di più senza alcuna finalità".
Quindi la cosa si fa ancora più drammatica, poiché la tecnica tende esclusivamente al proprio potenziamento. Ed è proprio questo fatto che conduce alla fine di ogni illusione antropocentrica.
Galimberti privilegia un'ottica metafisica e procede con l'esplorazione del nichilismo che caratterizza la storia del pensiero dell'Occidente. La tesi fondamentale, mi pare sia quella heideggeriana secondo la quale agli albori della filosofia l'essere era concepito nel modo esatto, e progressivamente c'è stato un oscuramento dovuto al fatto che l'essere ha cominciato a essere trattato come un ente/Dio. E' solo dove non si danno più leggi morali, nè imperativi categorici che la tecnica può prescrivere di "fare tutto ciò che si può fare" e poi, osserva Galimberti, di conseguenza, "si deve impiegare tutto ciò di cui si dispone": "non più le esigenze dell'uomo, i suoi bisogni, la sua espressione, ma la disponibilità degli strumenti, le loro possibilità, le loro potenzialità".
Oggi l'uomo si troverebbe in uno scenario senza orizzonti di senso e non può certo aspettarseli dalla tecnica, dal momento che questa non costituisce una forma di valutazione del mondo, ma solamente un insieme di asserti puramente descrittivi da cui non si possono in alcun modo inferire giudizi di valore.
La tecnica non è più un mezzo per raggiungere gli scopi dell'uomo, bensì è diventata lo scopo di ogni iniziativa umana, un'esasperazione del rimedio all'incertezza dell'accadimento che l'uomo non accetta perchè sotteso a quella volontà di vivere che lo spinge a costruire un mondo dove abitare, perchè il mondo che gli è dato è per lui invivibile. Difatti l'uomo, rispetto all'animale, non è stabilizzato ed è carente istintualmente; ma proprio in questa carenza e nella possibilità di inibire le pulsioni o di soddisfarle si anniderebbe secondo l'Autore di Psiche e Techne la sua libertà.




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