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Discussione: Nell'orma del lupo

  1. #1
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Nell'orma del lupo









    Tratto dalla Rivista di Thule Italia gen-feb 2010 ad opera della Professoressa Barbara Spadini.



    “Chi ha paura del lupo non entri nel bosco”


    “Festr mun slitna, en freki rinna” (Voluspa’, XLIV)


    “Vindold, vargold”(Voluspa’, XLV)



    Quando ho potuto ammirare un lupo dal vivo, per la prima volta, ho provato un’emozione unica, quella di essere sotto l’esame attento di un paio d’occhi gialli pieni di fierezza e di tormentata inquietudine.

    “Lui” scendeva di corsa da una collinetta boschiva, coperta di cespugli fitti, e si è arrestato così, davanti a me… trattenevo perfino il respiro, vista la non banalità dell’incontro. Solitario, guardingo e sospettoso aveva proprio cercato i miei occhi, in un tentativo telepatico di catturare la mia natura, ne sono certa. In effetti la “bestia” in quell’attimo ero io, non “lui”… e nell’attimo del “nostro” sguardo si è consumata la storia millenaria che lega l’uomo a questo animale tenebroso, imprevedibile, distante e libero come pochi. Se ne è andato così, da dove era venuto, sparito, inghiottito dall’ombra e senza voltarsi: rivederlo sarà impossibile come dimenticarlo. Forse per questo lo ricordo così bene… o forse perché nel lupo vive parte della spiritualità dei grandi popoli a cui sono legata.

    Così, seguendone l’orma, vorrei entrare nel tempo a ritroso e arrivare nel tempo che sarà, attraverso miti, favole e avvenimenti leggendari che portano sempre verso radure mitiche, o in boschi immaginati, oppure sulla cima di colline erbose da cui si domina la luna… ed entro la scia dell’eco del suo ululare, verso rumori di battaglia, scricchiolii di tagliole che si chiudono, tuoni di fucili inutilmente pronti ad abbatterlo e richiami ancestrali irresistibili.

    Tanto può il simbolo del lupo: malvagità e paura unite a conoscenza, aperte all’escaton, al buio e all’inferno. E di mito in mito, il profilo del lupo che strappa le catene è sempre lì, controluce alla luna… mentre l’astro ne staglia l’ombra cupa verso il cielo e lascia il suo ululio disperdersi nella tenebra.

    Il lupo continua ad essere associato a malvagità, crudeltà e ferocia, rappresentando il timore dei viandanti e dei pastori: oggi è invece un animale che si è adattato a vivere in spazi irrimediabilmente angusti, nei parchi o nelle riserve.

    Ben diverso, di contro, il suo mito, radicato profondamente nella spiritualità di molte genti “barbare” che ne facevano un uso identificativo. Gengis Khan, ad esempio, era considerato diretto discendente del Grande Lupo Azzurro, mitico antenato dei Mongoli.

    Anche i Daci ritenevano di discendere da un mitico lupo (daos = lupo).

    Nella zona del mar Caspio viveva la popolazione degli Ircani, terribili e temuti in guerra, il cui nome trova la propria radice iranica in vehrka, il lupo.

    Gli Eschimesi e i Lapponi, invece, da sempre lo venerano come divinità a cui è legata la vita e la morte, la luce e la tenebra.

    Il lupo ha sempre avuto un ruolo ambivalente nei miti cosmogonici o nelle leggende di altre civiltà, divenendo totem benigno o maligno, archetipo del bene e del male: questo, credo, per il fatto che sia tipica del lupo la capacità di disorientare chi lo teme. Il lupo, infatti, è predatore selvatico, abitante di boschi e foreste, ma compie incursioni e scorribande nei pascoli coltivati dall’uomo. Il lupo è selvaggio e solitario, ma lo si può trovare – arruffato e affamato, pur mai umiliato – in un giorno di nevosa bufera, fuori dal proprio uscio di casa, intento a rovistare fra i rifiuti domestici. Insomma la sua adattabile fierezza compromette la precisa definizione degli spazi assegnati dalla natura o dall’uomo, manda in crisi la gerarchia del comando nel regno animale (nel quale è compreso l’homo sapiens sapiens), induce a crederlo come incarnazione di uno spirito libero, che – pur tollerando la delimitazione spaziale impostagli – la fa comunque propria, mostrando a tutti che la libertà è prima di tutto genetica qualità interiore.

    Feroce e crudele, ma certo amorevole curatore di prole e fedele alla propria compagna scelta per la vita: anche in questo il lupo insegna a tutti i “sapiens sapiens” la naturale importanza delle cose che contano; anche in questo, un segno di selvatica libertà, quella di saper “con-dividere” senza per questo venir mai meno alla propria forte indole di solitario: innata, selvaggia, misteriosa.


    Mircea Eliade, nell’analisi di questo mito, distingue tre diversi modi in cui la sacralità e la tradizione di un popolo possano affondare le proprie radici nell’orma del lupo:

    - nel caso di un popolo conquistatore, che combatteva per il possesso e il mantenimento di nuove terre (lupi guerrieri): popolazioni barbare, ma anche italiche, come gli Irpini, i Sabini o i Sanniti;

    - nel caso di gruppi di fuorilegge o esiliati (lupi fuggiaschi): il riferimento potrebbe essere anche a Romolo e Remo, esiliati in quanto possibili usurpatori di potere;

    - in presenza di popoli che utilizzavano riti a iniziazione della propria gioventù, per prepararli a un futuro di guerrieri, come a Sparta o tra i Germani, ma anche fra i nativi americani (lupi giovani iniziati).

    In questo terzo caso, gli adolescenti che dovevano essere preparati a un ruolo guerriero venivano allontanati dalla comunità e dovevano sopravvivere in condizioni di estremo rigore e disagio nelle selve, vivere “da lupi”.

    Molti lupi corrono nella mitologia norrena, nel segno dell’ambivalenza: lupi comparati a giganti, lupi giustizieri di Dei, ma anche lupi trafitti dalle spade degli Dei. Ancora, lupi docili ai piedi di Odino – Geri e Freki – o come Fenrisùlfr (Fenrir), alfa e omega escatologico, a compimento delle profezie del Ragnarok. Altri lupi, Hati, Managarmr, Skoll.

    All’inizio dei tempi, il dio Loki, dall’unione con Angrboda la gigantessa, generò Hel, Midgardsormr e Fenrir che vissero nella Jotunheimr (la terra dei giganti). Fenrir, il lupo della brughiera o forse della palude, fu generato nella Jarnvidr, la foresta di ferro. Mentre Hel divenne regina degli inferi e Midgardsormr fu inabissato nell’oceano, il lupo Fenrir fu trattenuto da Odino presso gli dei. Fenrir diventava sempre più grande, sia in dimensioni che in ferocia, e solo il dio Tyr poteva avvicinarlo per nutrirlo. Constatatane la pericolosità e l’astuzia, gli dei tentarono di farlo cadere in trappola proponendogli di legarsi alla catena Loedingr (“che con astuzia lega”) per misurare la propria forza; Fenrir la spezzò come spezzò Dromi (“che frena”), la seconda catena. Fu così che gli dei commissionarono la costruzione di una catena magica ai nani di Svartalfaheimr (terra degli elfi scuri) denominata Gleipnir (“che deride”): al tatto sembrava un sottile filo di seta. Gli dei chiesero a Fenrir di recarsi sul lago Amsvartnir sull’isola di Lyngvi e di lasciarsi legare con Gleipnir, dando in garanzia la mano del dio Tyr, infilata nelle fauci di Fenrir. Essa venne mozzata dal lupo appena resosi conto dell’inganno. La catena fu fissata ad un palo (gelgia) e fissata al suolo con due grandi pietre, gjoll (tagliente) e pviti (fissante). Nell’essere sottoposto a ciò, Fenrir si dibatteva e cercava di azzannare gli dei, per questo gli fu infilata tra le mascelle una spada che da allora gli impedì di chiudere la bocca: la bava copiosa che da allora gli uscì dalla bocca andò a formare e alimentare il fiume Van (“attesa”).

    Nell’era del dominio delle potenze, o crepuscolo degli dei – come si voglia interpretare la parola norrena Ragnarok e il suo oscuro significato sapienziale, comunque apocalittico e rigenerativo – Odino verrà ucciso dalla sua nemesi Fenrir liberatosi dalla catena, le cui fauci spalancate toccheranno l’una il cielo e l’altra il suolo. Tutti gli ordini verranno sovvertiti, gli dei attaccati dalle forze dell’oscuro fino al compimento della vendetta di Vidarr, figlio di Odino, che con il piede e la mano bloccherà le fauci di Fenrir spezzandole, uccidendolo con un colpo di spada nel cuore.

    Alla fine dei tempi, in attesa della rigenerazione del tempo stesso, Managarmr il più forte fra i lupi divorerà la luna e si ciberà di tutti gli uomini destinati alla morte (“Fylliz fiorvi /feigra manna”).

    Odino ha sempre ai suoi piedi Gera ok Freka, Geri e Freki, l’affamato e il divoratore. Odino Wotan (“il sovrumano”) è sempre accompagnato da quattro animali, due corvi, Huggin e Munnin, pensiero e memoria, occhi discreti sul mondo, rivelatori e messaggeri del dio. Geri e Freki invece simboleggiano la forza e la potenza, rivelatrici del divino e del sovrumano.

    Molto suggestiva, nella mitologia norrena, la spiegazione dell’alternarsi del giorno e della notte, un’immagine affidata alla corsa del lupo Hati (“odio”) che inseguiva Mani (“la luna”) cercando di divorarla ogni notte, mentre il lupo Skoll (probabilmente: “inganno”) inseguiva Sòl (“il sole”). Così le eclissi di sole e di luna si compivano nel momento del massimo avvicinarsi delle fauci dei lupi ai due globi. Sarà nel Ragnarok che il cielo e la terra verranno oscurati, perché Hati e Skoll riusciranno nel loro intento.

    Per cercare di spiegare il significato del lupo e della sua presenza in questi e molti altri miti di differenti civiltà indoeuropee e non, è necessario ricordare che il lupo ha sempre a che fare con la forza e la battaglia, con il guerriero e le proprie doti di fierezza, coraggio, fedeltà, sopportazione.

    È da ricordare che l’immagine del lupo compariva come emblema delle legioni romane e dei Daci ed era raffigurato negli stendardi che precedevano gli eserciti turchi e persiani. Nel mondo scandinavo e germanico erano mitizzate caste di guerrieri temutissimi e invincibili, come i berserkir e gli ulfhednar, guerrieri dalla pelle d’orso i primi e dalla pelle di lupo i secondi. Indossare una pelle di orso o di lupo significava travasare nel proprio sé umano l’essenzialità dell’animale, acquisendone le qualità peculiari e sacrali. Questo significava anche raggiungere uno stato superumano all’interno di un rito iniziatico per arrivare a inserirsi a pieno titolo nel mannerbund (“società di uomini”). I soldati così entravano a far parte di una communitas i cui membri si chiamavano fra loro “lupo”. Essere ulfhednar significava non solo esprimere forza, irresistibilità, invincibilità e attitudine guerriera, ma soprattutto essere uomo e combattente equilibrato e puro, per poter far vivere contemporaneamente in se stessi sia l’indole feroce dell’animale sia la sua natura divina: per arrivare a ciò spesso il soldato usava bevande inebrianti, tramite fra umano e superumano, come ad esempio il vino.




    (continua)



    Nell

  2. #2
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Nell'orma del lupo

    Seconda parte dell’articolo della Professoressa Barbara Spadini.

    Nei miti degli dei norreni la presenza del lupo è fondante, poiché crea il paradosso e la chiave che ne rivela il reale significato. Odino regna anche come signore dei lupi, ma nel giorno dell’ultimo scontro tra le tenebre e la luce, il Ragnarok, egli viene fagocitato da Fenrir, il gigantesco lupo infernale, che divora la materia e il mondo ma – essendo anch’esso composto di materia – si autofagocita, annientandosi. Lo spirito regna sulla materia, la modella e organizza, proprio come Geri e Freki (materia) sono sottomessi al volere di Wotan (lo spirito sovrumano), ma quando i legami dell’universo vengono spezzati e le sue leggi rovesciate, le forze del caos prendono il sopravvento e nello scontro finale luce e tenebre si annichiliscono, annientandosi fra loro e dunque purificandosi all’estremo, in uno scontro di forze opposte ed eguali: questo è l’omega del mondo.
    Avverrà quindi un ritorno all’alfa nel quale restano solo i germi puri della vita. Questo punto è ritualizzato nelle feste sacre ai Germani nell’inverno, il periodo in cui il mondo si rinnova e che ha il suo culmine il 21 Dicembre, giorno del solstizio, in cui la notte è la più lunga dell’anno: le tenebre del 21 Dicembre sono le più durature, minacciose e insidiose, ma segnano il ritorno della luce, il punto in cui il giorno riprende a crescere e dominare sulla notte: in Germania l’antico nome del mese di Dicembre era wolfsmond, ovvero “mese del lupo”.

    Nell’antica Grecia, il lupo veniva associato al segno del Capricorno che domina il primo terzo dell’inverno e nella Tradizione occidentale, come anche in quella orientale cinese, tale stagione è legata al Nord e alla morte iniziatica.
    Nel mondo arcaico e pastorale greco, circondato da monti e selve, il lupo era un animale ben noto, divenendo un simbolo sacrale. Da un lato era associato ad Ares, in una connotazione distruttiva e guerriera, dall’altro ad Apollo, dio solare portatore di luce, che era venerato anche con il nome di Likaios o Liceo, “uccisore di lupi”, quasi a denotare la distanza fra la tenebra, rappresentata dal lupo, e la luminosità del dio. Il bosco sacro che circondava il tempio di Apollo era denominato lukaion o regno del lupo e anche Aristotele vi teneva le sue lezioni, da cui l’origine della parola “liceo”. Va ricordato che, secondo le tradizioni, gli dei gemelli Apollo (detto anche lukogenes o lukios, nato da lupo o a forma di lupo) e Artemide furono partoriti dalla dea Latona, trasformatasi in una lupa, Leto: da qui l’origine dei miti legati alla maternità della lupa come atto di fondazione di una città. I miti della fondazione di Micene e di Tebe raccontano, infatti, di una coppia di gemelli legati alla figura di un lupo. Probabilmente, in una fase originaria della civiltà greca, una divinità totemica in forma di lupo era alla base della religione, da cui dipenderebbe anche il culto a Zeus Liceo nella regione della Grecia denominata Arcadia. Questo culto, legato ai campi e atto a scongiurare la siccità, consisteva in riti complessi che culminavano in un sacrificio umano, mitizzando quanto descritto da Ovidio nelle Metamorfosi riguardo al re arcadico Licaone (altra parola derivata da Lykos, lupo). Ovidio narra che Licaone ebbe a un banchetto quale ospite Zeus. Per metterne alla prova la suprema onniscienza, gli fece servire le carni di un prigioniero. Il dio, per punire la superbia e la temerarietà del re che aveva osato sfidarlo, trasformò Licaone in un lupo. Questo evento mitico è senza dubbio alla base delle leggende riguardanti il lupo mannaro o licantropo, che dal mondo classico sono arrivate fino a noi, passando anche attraverso suggestivi racconti come “Mal di luna” di Luigi Pirandello: alcuni uomini toccati dal divino nelle notti di luna piena si trasformavano in lupo, un destino, questo, creduto anticamente ineluttabile, riservato a chi nel corso dei riti a Zeus Liceo si nutriva delle viscere della vittima sacrificata. Questa suggestiva figura, che aveva mantenuto per tutta l’antichità venerabili connotazioni sovrumane e fortemente spirituali, viene trasformata invece nel corso del Medioevo cristiano in incarnazione demoniaca legata alla luna e dunque alla stregoneria, a seguito anche della diffusione dei Bestiari, in cui teologia, scienze naturali e folklore erano fusi per dare una visione allegorica e misticheggiante alle Sacre Scritture. Dante stesso nella Commedia associava il lupo all’avidità e alla frode, tanto da confinare ladri e impostori nell’ottavo girone infernale, a purgare eternamente i “peccati del lupo”.

    Accanto al licantropo, nel mondo greco vi era anche una figura di lupa che incuteva timore riverenziale ed era utilizzata come spauracchio per i bambini – come tramandato da Aristofane –, quella di Marmolyke, nutrice dell’Acheronte, divinità infernale.
    Il lupo è dunque anche tenebra, avendo le stesse caratteristiche soprannaturali attribuite al giaguaro nei culti del Sud America: le sue fauci evocano il buio, la caverna profonda, il viaggio senza ritorno, tutte caratteristiche tipiche degli inferi. Nel viaggio infernale il lupo è psicopompo, accompagna cioè le anime dei defunti all’ultima meta. Il dio degli inferi Ade è ricoperto da una pelle di lupo; il dio della morte etrusco ha le orecchie di lupo. In Egitto, Osiride venne ucciso dal fratello Set che lo squartò gettandone i brandelli nel Nilo, ma Osiride ritornò in vita sotto forma di lupo. La divinità con la testa di lupo egizia, Up-ouaout, era il traghettatore della barca che conduceva i defunti al regno dei morti e che concedeva alle anime buone una vita nuova. Lo stesso dio Anubi, altra divinità infernale egizia, ha col lupo una certa affinità, essendo raffigurato in guisa di cane selvatico.
    Oltre a essere animale oscuro, la figura del lupo entra anche nella tradizione favolistica greca: Esopo lo tratteggia spesso come antagonista di agnelli, cavalli, leoni e soprattutto cani e pastori (custodi delle greggi): sempre famelico, spesso non fortunato, incarna sempre nella morale finale il ruolo del malvagio, rappresentando la cattiveria e la doppiezza.
    Ben diverso, pur ambivalente, il ruolo del lupo nel mondo romano e, più in generale, italico: la leggenda di Romolo e Remo, abbandonati e allattati dalla lupa, è un esempio di mito fondante. La parola lupa, allora, assume un ben più alto significato in questo contesto, tenendo presente che lupa in latino significa meretrice, da cui il “lupanare” indicava il postribolo.
    Il mito racconta come i gemelli nacquero dalla relazione fra Marte e Rea Silvia, vergine vestale di Alba Longa, della famiglia dei Silvii (dal lat. silva, bosco). Le antiche origini romane erano agresti e pastorali: certamente vedere un lupo era evento del tutto naturale, non per nulla è tramandato il proverbio “lupus in fabula”, a indicare quando una persona irrompe sulla scena mentre si stava proprio parlandone.
    In tutta l’Italia antica probabilmente il lupo era frequentemente avvistato, tanto che una regione italiana, la Basilicata, antica dimora dei Sanniti, è anche detta – toponimo ben più antico – “Lucania”, “terra di lupi”. Anche un’altra popolazione italica, quella degli Irpini, deve il proprio nome alla parola sabina hirpus, lupo: va ricordato, a tal proposito, il gruppo degli Irpi Sorani, i cui riti si svolgevano sul monte Soratte, a nord di Roma.
    Come detto prima, il lupo era sacro al dio Marte, venerato tra le popolazioni italiche non solo come dio della guerra ma principalmente come dio dell’agricoltura e dell’allevamento con l’appellativo di silvanus. Era inoltre il padre di Romolo e Remo, collegato a una figura mitica di divinità italica, Lupercus, protettore delle greggi. Luperca invece era un altro nome della dea Acca Larenzia, moglie del pastore Faustulus, che allevò Romolo e Remo o – per altre fonti – il nome stesso della lupa che li allattò.
    Nella fase più arcaica della religione romana a metà febbraio venivano festeggiati i Lupercalia, le feste in onore del dio Faunus, signore delle selve e dei boschi. Molto complessi, i Lupercali erano riti di chiusura dell’anno romano, che alle idi (il giorno 15 del mese) ricordavano la fondazione della città da parte di Romolo e Remo in quanto figli della Lupa. Significativo il fatto che il mese di febbraio consacrato a Iunis Fei Purificata fosse il mese del trapasso tra inverno e primavera, fra buio e luce, fra morte e vita, in una sorta di rigenerazione della natura e di legame colla fecondità. Riti ambivalenti erano presieduti dai Luperci, sacerdoti che iniziavano ai culti di Lupus e Hircus (lupo e capro), animali legati il primo a Marte e a Romolo, il secondo a Fauno e a Remo. Erano legati ai lupi, tenebrosi e luminosi: in questo senso animali iniziatici. Seguire un lupo nel suo percorso significa trovare la via d’uscita dalla selva, passando da buio a luce.
    Alla lunga, tali ambivalenze richiamano al simbolo della pax romana, sintetizzata dalla lupa che ricongiunge correnti diverse, così come riunisce i “due gemelli”, Sabini e Romani.
    Vorrei citare – all’interno delle tradizioni italiche – anche una leggenda popolare abruzzese, terra nella quale il mito del lupo ha mantenuto radici profonde, conosciuta come “il lupo di Pretoro”: molti secoli fa una famiglia di boscaioli fu aggredita da un lupo che rapì il loro bambino. Il padre, assente durante l’aggressione e il rapimento, disperato, rimproverò violentemente la moglie per non aver saputo impedire il tragico evento. Proprio allora apparve San Domenico, che ammansì il lupo e ricondusse sano e salvo a casa il bambino. Questa leggenda viene ricordata e festeggiata la prima domenica di maggio, festa di San Domenico. A tal proposito – un’ipotesi suggestiva pur al limite della forzatura – la parola domenicano potrebbe ricondurre al latino domini canis, “cane di dio”, in omaggio alla fedeltà dell’Ordine alla dottrina cattolica e in richiamo all’opposizione fra il lupo, canide selvatico e tenebroso, e il cane domestico, custode di greggi e, in questo caso, dell’ortodossia della fede.

    “Io sono il lupo solitario, mi aggiro in paesi diversi”: così è tramandato un antico canto di guerra dei nativi americani.
    Fierezza, ardore in combattimento, forza e audacia fanno del lupo – nella mentalità indiana – l’incarnazione allegorica del guerriero. Posto in relazione al suo ululare alla luna, i nativi ritenevano che il lupo ne assorbisse la luminosità e la forza, l’energia spirituale e le doti magiche. Visto come animale libero, era tuttavia ammirato da Shoshoni, Sioux, Cheyenne e Pueblo, principalmente perché condivideva con queste tribù comportamenti, stili di vita e tecniche di caccia. Era rispettato per la capacità di procurare cibo non solo a se stesso, ma a tutto il branco, in una visione di sostentamento comunitario tipica dei nativi.
    Tra le tribù delle Grandi Pianure il lupo era importante anche come modello per la vita religiosa, animale totem attraverso cui ottenere i poteri e le protezioni necessarie ai guerrieri e ai cacciatori. Sognare un lupo o averne una visione significava acquisire il potere di avvicinare una mandria di bisonti o un nemico con la stessa silenziosità, agilità e destrezza.

    “Tempo dal lupi”, “fame da lupi”, “in bocca al lupo”, “il lupo perde il pelo, non il vizio”: detti che sottolineano invariabilmente le doti negative di un animale brutalmente perseguitato, la cui fama è entrata nell’immaginario collettivo – anche infantile – come incubo, divoratore, nemico.

    Così la piccola Cappuccetto Rosso, simbolo della dolcezza e dell’ingenuità infantile, è seguita, ingannata, divorata da un lupo cattivo. Ancora una volta, senza voler forzare la favola, è possibile – a mio parere – vederne nei risvolti narrativi il percorso iniziatico, del tutto simile a quello intrapreso dai giovani adolescenti spartani che vivevano “da lupi” nella selva per diventare veri guerrieri e, infine, uomini e soldati: la conoscenza e la crescita del sé personale entrano ed escono dalle fauci oscure, dalla tenebrosa caverna dell’esperienza, rendendo più forte la propria individualità – che si fa adulta dopo aver conosciuto e trattenuto quanto di sacro, sovrumano e divino c’è nella tenebra – necessario e ostacolante passaggio per giungere alla visione chiara, alla vera conoscenza.
    La persecuzione e lo sterminio perpetrato ai danni del lupo hanno origini medioevali, causate dal non saper più discernere con chiarezza l’antico e mitizzante significato di questo animale nel linguaggio arcaico. Il prevalere del terrore e dell’aspetto negativo nell’immaginario popolare portò l’Europa del Medioevo a inventare le più crudeli strategie di caccia per sterminarlo. Unica eccezione leggendaria quella del lupo di Gubbio, ammansito da Francesco d’Assisi, santo che ricordava sapienzialmente come dialogare con tutti: il lupo visse tranquillo e non più temuto, ma anzi nutrito e accudito da un’intera comunità.
    In ogni villaggio spagnolo attorno al 1100, invece, il sabato si organizzava obbligatoriamente una battuta di caccia al lupo; a Vicenza nel 1300 vennero erette mura di cinta come barriere per i lupi; in molti paesi europei il lupo veniva catturato, processato e impiccato come i ladri; nel 1308 Filippo il Bello istituì un corpo speciale di cacciatori preposti al lupo denominato Louveterie; in Inghilterra, il pregiudicato che avesse voluto riscattare i propri reati era tenuto a consegnare alla corte cento teste di lupo; in Russia la caccia al lupo divenne prerogativa nobiliare e aristocratica, resa più divertente dal legare dietro una slitta in corsa la carcassa sanguinante di un animale domestico, lasciare che un branco di lupi entrasse in quella scia e sparare sul gruppo a più non posso; nel 1560 i Savoia diedero il permesso di cacciare senza restrizione i lupi in Piemonte; fino ai primi decenni del Novecento era comune in Italia la figura del “lupanaro”, uccisore di lupi di professione, armato di tagliole, uncini, scure e corde che aspettava il passaggio dei lupi nei boschi, nascosto sugli alberi. Tanto ha potuto la natura umana, generalmente vittima della propria tendenza egemonica, apportatrice, nel corso di errori accumulati nei secoli, di danni anche ecologici e ambientali.
    Così nel 1500 veniva abbattuto in Inghilterra l’ultimo lupo; nel 1800 in Francia non ne rimaneva nemmeno la traccia; in Scozia e in Irlanda gli ultimi lupi furono intravisti fra il 1700 e il 1770; in Italia fu eliminato dalle Alpi nel 1927, dal Cuneese nel 1921, dalla Pianura Padana nel 1830.
    Credo che l’attuale revisione della fama del lupo e il suo reinserimento, almeno nei parchi naturalistici di tutto il mondo, siano una piccola speranza accesa, una fiaccola tenue che serve comunque a dare risalto ai bagliori di splendida libertà che si possono ammirare nei suoi occhi, così come credo profondamente che nell’omega del mondo – e all’interno di ogni tipo di fede – tornerà il tempo in cui lupi e agnelli condivideranno senza prevaricazioni gli stessi spazi, infiniti, liberi ed eterni.

    Barbara Spadini

    Bibliografia

    voci Fenrir, Geri, Freki, Hati, Skoll, Managarmr in Wikipedia
    Il mal di luna, la festa dei lupi, in Kuthuma di Erks
    L. Ottonello, Miti e leggende: il lupo, Associazione Gea, Genova
    N. Travaglini, L’ombra del lupo, in Auditorium - Tesi e ricerche di arte , archeologia e storia
    M. Eliade, Iniziazione, riti, società segrete, Parigi 1959
    M. Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni, 1999
    G. Ortalli, Realtà e immagine del lupo nel Medioevo: la nascita di un mito, 1972
    F. Nosenzo Spagnolo, Il lupo, in Astercenter di Fernanda Nosenzo Spagnolo
    Il lupo nella simbologia in Letteratura1
    Mitologia norrena in BIFRÖST - Viaggio nel Paese dei Miti e delle Leggende

    (FINE)





    Nell

  3. #3
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Nell'orma del lupo

    Ultima modifica di Avamposto; 10-11-10 alle 12:09

 

 

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