Tratto dalla Rivista di Thule Italia gen-feb 2010 ad opera della Professoressa Barbara Spadini.
“Chi ha paura del lupo non entri nel bosco”
“Festr mun slitna, en freki rinna” (Voluspa’, XLIV)
“Vindold, vargold”(Voluspa’, XLV)
Quando ho potuto ammirare un lupo dal vivo, per la prima volta, ho provato un’emozione unica, quella di essere sotto l’esame attento di un paio d’occhi gialli pieni di fierezza e di tormentata inquietudine.
“Lui” scendeva di corsa da una collinetta boschiva, coperta di cespugli fitti, e si è arrestato così, davanti a me… trattenevo perfino il respiro, vista la non banalità dell’incontro. Solitario, guardingo e sospettoso aveva proprio cercato i miei occhi, in un tentativo telepatico di catturare la mia natura, ne sono certa. In effetti la “bestia” in quell’attimo ero io, non “lui”… e nell’attimo del “nostro” sguardo si è consumata la storia millenaria che lega l’uomo a questo animale tenebroso, imprevedibile, distante e libero come pochi. Se ne è andato così, da dove era venuto, sparito, inghiottito dall’ombra e senza voltarsi: rivederlo sarà impossibile come dimenticarlo. Forse per questo lo ricordo così bene… o forse perché nel lupo vive parte della spiritualità dei grandi popoli a cui sono legata.
Così, seguendone l’orma, vorrei entrare nel tempo a ritroso e arrivare nel tempo che sarà, attraverso miti, favole e avvenimenti leggendari che portano sempre verso radure mitiche, o in boschi immaginati, oppure sulla cima di colline erbose da cui si domina la luna… ed entro la scia dell’eco del suo ululare, verso rumori di battaglia, scricchiolii di tagliole che si chiudono, tuoni di fucili inutilmente pronti ad abbatterlo e richiami ancestrali irresistibili.
Tanto può il simbolo del lupo: malvagità e paura unite a conoscenza, aperte all’escaton, al buio e all’inferno. E di mito in mito, il profilo del lupo che strappa le catene è sempre lì, controluce alla luna… mentre l’astro ne staglia l’ombra cupa verso il cielo e lascia il suo ululio disperdersi nella tenebra.
Il lupo continua ad essere associato a malvagità, crudeltà e ferocia, rappresentando il timore dei viandanti e dei pastori: oggi è invece un animale che si è adattato a vivere in spazi irrimediabilmente angusti, nei parchi o nelle riserve.
Ben diverso, di contro, il suo mito, radicato profondamente nella spiritualità di molte genti “barbare” che ne facevano un uso identificativo. Gengis Khan, ad esempio, era considerato diretto discendente del Grande Lupo Azzurro, mitico antenato dei Mongoli.
Anche i Daci ritenevano di discendere da un mitico lupo (daos = lupo).
Nella zona del mar Caspio viveva la popolazione degli Ircani, terribili e temuti in guerra, il cui nome trova la propria radice iranica in vehrka, il lupo.
Gli Eschimesi e i Lapponi, invece, da sempre lo venerano come divinità a cui è legata la vita e la morte, la luce e la tenebra.
Il lupo ha sempre avuto un ruolo ambivalente nei miti cosmogonici o nelle leggende di altre civiltà, divenendo totem benigno o maligno, archetipo del bene e del male: questo, credo, per il fatto che sia tipica del lupo la capacità di disorientare chi lo teme. Il lupo, infatti, è predatore selvatico, abitante di boschi e foreste, ma compie incursioni e scorribande nei pascoli coltivati dall’uomo. Il lupo è selvaggio e solitario, ma lo si può trovare – arruffato e affamato, pur mai umiliato – in un giorno di nevosa bufera, fuori dal proprio uscio di casa, intento a rovistare fra i rifiuti domestici. Insomma la sua adattabile fierezza compromette la precisa definizione degli spazi assegnati dalla natura o dall’uomo, manda in crisi la gerarchia del comando nel regno animale (nel quale è compreso l’homo sapiens sapiens), induce a crederlo come incarnazione di uno spirito libero, che – pur tollerando la delimitazione spaziale impostagli – la fa comunque propria, mostrando a tutti che la libertà è prima di tutto genetica qualità interiore.
Feroce e crudele, ma certo amorevole curatore di prole e fedele alla propria compagna scelta per la vita: anche in questo il lupo insegna a tutti i “sapiens sapiens” la naturale importanza delle cose che contano; anche in questo, un segno di selvatica libertà, quella di saper “con-dividere” senza per questo venir mai meno alla propria forte indole di solitario: innata, selvaggia, misteriosa.
Mircea Eliade, nell’analisi di questo mito, distingue tre diversi modi in cui la sacralità e la tradizione di un popolo possano affondare le proprie radici nell’orma del lupo:
- nel caso di un popolo conquistatore, che combatteva per il possesso e il mantenimento di nuove terre (lupi guerrieri): popolazioni barbare, ma anche italiche, come gli Irpini, i Sabini o i Sanniti;
- nel caso di gruppi di fuorilegge o esiliati (lupi fuggiaschi): il riferimento potrebbe essere anche a Romolo e Remo, esiliati in quanto possibili usurpatori di potere;
- in presenza di popoli che utilizzavano riti a iniziazione della propria gioventù, per prepararli a un futuro di guerrieri, come a Sparta o tra i Germani, ma anche fra i nativi americani (lupi giovani iniziati).
In questo terzo caso, gli adolescenti che dovevano essere preparati a un ruolo guerriero venivano allontanati dalla comunità e dovevano sopravvivere in condizioni di estremo rigore e disagio nelle selve, vivere “da lupi”.
Molti lupi corrono nella mitologia norrena, nel segno dell’ambivalenza: lupi comparati a giganti, lupi giustizieri di Dei, ma anche lupi trafitti dalle spade degli Dei. Ancora, lupi docili ai piedi di Odino – Geri e Freki – o come Fenrisùlfr (Fenrir), alfa e omega escatologico, a compimento delle profezie del Ragnarok. Altri lupi, Hati, Managarmr, Skoll.
All’inizio dei tempi, il dio Loki, dall’unione con Angrboda la gigantessa, generò Hel, Midgardsormr e Fenrir che vissero nella Jotunheimr (la terra dei giganti). Fenrir, il lupo della brughiera o forse della palude, fu generato nella Jarnvidr, la foresta di ferro. Mentre Hel divenne regina degli inferi e Midgardsormr fu inabissato nell’oceano, il lupo Fenrir fu trattenuto da Odino presso gli dei. Fenrir diventava sempre più grande, sia in dimensioni che in ferocia, e solo il dio Tyr poteva avvicinarlo per nutrirlo. Constatatane la pericolosità e l’astuzia, gli dei tentarono di farlo cadere in trappola proponendogli di legarsi alla catena Loedingr (“che con astuzia lega”) per misurare la propria forza; Fenrir la spezzò come spezzò Dromi (“che frena”), la seconda catena. Fu così che gli dei commissionarono la costruzione di una catena magica ai nani di Svartalfaheimr (terra degli elfi scuri) denominata Gleipnir (“che deride”): al tatto sembrava un sottile filo di seta. Gli dei chiesero a Fenrir di recarsi sul lago Amsvartnir sull’isola di Lyngvi e di lasciarsi legare con Gleipnir, dando in garanzia la mano del dio Tyr, infilata nelle fauci di Fenrir. Essa venne mozzata dal lupo appena resosi conto dell’inganno. La catena fu fissata ad un palo (gelgia) e fissata al suolo con due grandi pietre, gjoll (tagliente) e pviti (fissante). Nell’essere sottoposto a ciò, Fenrir si dibatteva e cercava di azzannare gli dei, per questo gli fu infilata tra le mascelle una spada che da allora gli impedì di chiudere la bocca: la bava copiosa che da allora gli uscì dalla bocca andò a formare e alimentare il fiume Van (“attesa”).
Nell’era del dominio delle potenze, o crepuscolo degli dei – come si voglia interpretare la parola norrena Ragnarok e il suo oscuro significato sapienziale, comunque apocalittico e rigenerativo – Odino verrà ucciso dalla sua nemesi Fenrir liberatosi dalla catena, le cui fauci spalancate toccheranno l’una il cielo e l’altra il suolo. Tutti gli ordini verranno sovvertiti, gli dei attaccati dalle forze dell’oscuro fino al compimento della vendetta di Vidarr, figlio di Odino, che con il piede e la mano bloccherà le fauci di Fenrir spezzandole, uccidendolo con un colpo di spada nel cuore.
Alla fine dei tempi, in attesa della rigenerazione del tempo stesso, Managarmr il più forte fra i lupi divorerà la luna e si ciberà di tutti gli uomini destinati alla morte (“Fylliz fiorvi /feigra manna”).
Odino ha sempre ai suoi piedi Gera ok Freka, Geri e Freki, l’affamato e il divoratore. Odino Wotan (“il sovrumano”) è sempre accompagnato da quattro animali, due corvi, Huggin e Munnin, pensiero e memoria, occhi discreti sul mondo, rivelatori e messaggeri del dio. Geri e Freki invece simboleggiano la forza e la potenza, rivelatrici del divino e del sovrumano.
Molto suggestiva, nella mitologia norrena, la spiegazione dell’alternarsi del giorno e della notte, un’immagine affidata alla corsa del lupo Hati (“odio”) che inseguiva Mani (“la luna”) cercando di divorarla ogni notte, mentre il lupo Skoll (probabilmente: “inganno”) inseguiva Sòl (“il sole”). Così le eclissi di sole e di luna si compivano nel momento del massimo avvicinarsi delle fauci dei lupi ai due globi. Sarà nel Ragnarok che il cielo e la terra verranno oscurati, perché Hati e Skoll riusciranno nel loro intento.
Per cercare di spiegare il significato del lupo e della sua presenza in questi e molti altri miti di differenti civiltà indoeuropee e non, è necessario ricordare che il lupo ha sempre a che fare con la forza e la battaglia, con il guerriero e le proprie doti di fierezza, coraggio, fedeltà, sopportazione.
È da ricordare che l’immagine del lupo compariva come emblema delle legioni romane e dei Daci ed era raffigurato negli stendardi che precedevano gli eserciti turchi e persiani. Nel mondo scandinavo e germanico erano mitizzate caste di guerrieri temutissimi e invincibili, come i berserkir e gli ulfhednar, guerrieri dalla pelle d’orso i primi e dalla pelle di lupo i secondi. Indossare una pelle di orso o di lupo significava travasare nel proprio sé umano l’essenzialità dell’animale, acquisendone le qualità peculiari e sacrali. Questo significava anche raggiungere uno stato superumano all’interno di un rito iniziatico per arrivare a inserirsi a pieno titolo nel mannerbund (“società di uomini”). I soldati così entravano a far parte di una communitas i cui membri si chiamavano fra loro “lupo”. Essere ulfhednar significava non solo esprimere forza, irresistibilità, invincibilità e attitudine guerriera, ma soprattutto essere uomo e combattente equilibrato e puro, per poter far vivere contemporaneamente in se stessi sia l’indole feroce dell’animale sia la sua natura divina: per arrivare a ciò spesso il soldato usava bevande inebrianti, tramite fra umano e superumano, come ad esempio il vino.
(continua)
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