i bambini chesoffrono per altre guerra non cancellano i crimini di guerra di isrsele, tra cui l'arma della fame
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l 31 luglio 2025, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per la Protezione del Diritto alla Libertà di Espressione, Irene Khan, ha condannato le ripetute minacce e campagne diffamatorie dell'esercito israeliano contro Al-Sharif, definendole pericolosi tentativi di mettere a tacere i suoi reportage sulla guerra a Gaza. Ha sottolineato come Al-Sharif, descritto come "l'ultimo giornalista di Al Jazeera sopravvissuto nel nord di Gaza", sia stato accusato senza prove di essere un "terrorista di Hamas", mettendo la sua vita in grave pericolo. Khan ha sottolineato che, mentre Israele vieta ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, allo stesso tempo prende di mira e indebolisce i giornalisti locali, che sono gli "occhi" del mondo sulle atrocità
https://es.wikipedia.org/wiki/Anas_al-Sharif
Dopo l’uccisione del giornalista di Al Jazeera, Anas al-Sharif, alcuni utenti su social media hanno condiviso una foto in cui appare insieme a Yahya Sinwar, leader di Hamas assassinato nel 2024. Il post, rilanciato anche dal giornalista Rai Giovan Battista Brunori, è stato accusato di essere un fotomontaggio e non è stato verificato da fonti indipendenti. L’Idf ha usato queste immagini per sostenere la sua tesi: secondo l’esercito, al-Sharif era legato a una cellula terroristica, mascherato da giornalista. Al Jazeera ha respinto queste affermazioni, dichiarando che si tratta di una diffamazione, con prove presumibilmente costruite per giustificare l’attacco. Al momento, nessuna verifica indipendente conferma l’autenticità delle immagini.
https://www.professionereporter.eu/2...spondente-rai/https://www.professionereporter.eu/2...spondente-rai/
https://www.ilpost.it/2025/08/11/gio...ty-al-jazeera/
Al Jazeera ha definito l’attacco contro al Sharif e i suoi altri 4 giornalisti «un tentativo disperato di silenziare le voci di Gaza prima della sua occupazione». Secondo l’emittente, le prove presentate dall’esercito israeliano per sostenere che al Sharif e altri facessero parte di Hamas – tra cui una serie di documenti che l’esercito sostiene appartenessero al gruppo radicale palestinese, e in cui compare il suo nome – sarebbero state fabbricate.
fanpage.it
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L'uomo che vedete in foto è Anas Al-Sharif, un giornalista di Al Jazeera, conosciuto in tutto il mondo per il suo impegno nel documentare il massacro quotidiano che il popolo palestinese subisce da oltre un anno e mezzo. Il messaggio risale al 6 aprile scorso, ma è stato pubblicato solo dopo la sua morte.
Amas Al-Sharif, a soli 28 anni, è stato ucciso nell’ultimo raid israeliano insieme ad altri 4 suoi colleghi: Mohammed Qreiqeh e i cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufalne Moamen Aliwa. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ammesso di aver compiuto il raid che ha ucciso il reporter. Su Telegram, i militari israeliani hanno affermato che al-Sharif, che era stato precedentemente minacciato da Israele, "era a capo di una cellula terroristica di Hamas ed era responsabile della preparazione di attacchi con razzi contro civili israeliani e truppe" israeliane.
I difensori dei diritti umani sostengono che il giornalista era stato preso di mira per il suo lavoro di reporter in prima linea sulla guerra di Gaza e che le accuse di Israele non trovano riscontri.
Definendo Al-Sharif "uno dei giornalisti più coraggiosi di Gaza", Al Jazeera afferma che l'attacco ha rappresentato "un disperato tentativo di mettere a tacere le voci in previsione dell'occupazione di gazahttps://www.instagram.com/p/DNN3y9hoCbe/
https://www.instagram.com/reel/DNNDRT6Itja/
Anas, seguito nel mondo da milioni di persone sui social, era amatissimo per il coraggio con cui raccontava il massacro quotidiano del suo popolo, per l’empatia che lo portava talvolta a commuoversi durante i collegamenti, per l’amore per i suoi due figli Salah e la piccola Sham.
Sapeva di essere un morto che camminava, era apertamente accusato da Israele di essere una cellula di Hamas senza alcuna prova e anche oggi i giornali e i tg danno timidamente notizia della sua morte riferendo la versione del suo spietato assassino.
Nei giorni scorsi avevamo assistito al vergognoso tentativo di Bild di delegittimare i giornalisti palestinesi accusandoli di creare dei “set” su ordine di Hamas in cui i gazawi, sventolando scodelle vuote, si fingerebbero disperati e affamati. Ovviamente era una delle tante manipolazioni della realtà per preparare il terreno alla loro definitiva eliminazione da parte dell’esercito israeliano
L'uccisione mirata di un corrispondente di Al Jazeera a Gaza, da parte di Israele nel fine settimana, è stata degna di nota persino per un conflitto notevolmente intriso di sangue per i giornalisti, tanto che alcuni esperti si sono meravigliati che dal territorio emergano notizie di qualsiasi tipo.
Un dirigente di Al Jazeera ha dichiarato lunedì che non si tirerà indietro dal coprire ciò che sta accadendo lì e ha invitato le organizzazioni giornalistiche a farsi avanti e reclutare più giornalisti. Un totale di 184 giornalisti e operatori dei media palestinesi sono stati uccisi da Israele nella guerra di Gaza dall'inizio del conflitto nell'ottobre 2023, secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti. Questo dato si confronta con i 18 giornalisti e operatori dei media uccisi finora nella guerra tra Russia e Ucraina, ha affermato il CPJ.https://apnews.com/article/jazeera-g...2b8167d976ae03https://www.giuliocavalli.net/la-mac...i-giornalisti/
La macchina del fango che prepara la tomba dei giornalisti
di Giulio Cavalli11 Agosto 2025
La notte dell’11 agosto, nella tendopoli stampa accanto all’ospedale Al-Shifa, un missile israeliano ha ucciso sei professionisti di Al Jazeera: Anas al-Sharif, Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Moamen Aliwa, Mohammed Noufal e Mohamed al-Khalidi. Erano tra le poche voci rimaste a raccontare Gaza, affamati, stremati, sotto minaccia costante. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, li ricorda come «voci ormai quasi afone e occhi stanchi» che, nonostante sofferenza personale e collettiva, hanno continuato a testimoniare il genocidio israeliano. «I loro omicidi intenzionali costituiscono un crimine di guerra».
Il copione è sempre lo stesso: prima la campagna di delegittimazione, poi l’eliminazione. Mesi prima, l’IDF aveva accusato al-Sharif di essere “a capo di una cellula di Hamas” senza prove, come già accaduto con Hamza al-Dahdouh e Ismail al-Ghoul. Secondo Noury, il quotidiano Repubblica ha trasmesso in diretta la definizione «giornalista-terrorista» senza virgolette né attribuzione, aprendo la strada a una conclusione implicita: che i sei fossero un bersaglio legittimo.
In Italia, emblematico un post del giornalista del servizio pubblico Giambattista Brunori: «Anas Al Sharif, corrispondente di Al Jazeera ucciso in un attacco mirato israeliano a Gaza City. Qui un selfie con l’ormai defunto capo di Hamas Yaya Sinwar». Una foto senza contesto o comunque priva di prova di attualità. Potrebbe risalire a anni fa, ma il dettaglio non ha impedito che finisse per rafforzare la narrazione di chi giustifica l’assassinio di un cronista.
I numeri raccontano l’eccezionalità del massacro: oltre 230 giornalisti palestinesi uccisi in meno di due anni, uno ogni tre giorni, molti con giubbotti “PRESS”. Gaza è il conflitto più letale per la stampa nella storia moderna: un tasso di uccisioni dieci volte superiore a quello dell’Iraq post-2003. Più di Vietnam, Iraq e Siria messi insieme se si guarda alla densità temporale. Ma la reazione occidentale è tiepida: dove per l’Ucraina si sono visti mandati di cattura e sanzioni, qui si collezionano “profonde preoccupazioni” e richiami al “diritto di Israele a difendersi”, evitando di nominare l’aggressore nei titoli.
Il diritto internazionale umanitario è inequivocabile: l’articolo 79 del Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra riconosce i giornalisti come civili protetti. Colpirli deliberatamente è un crimine di guerra. Eppure, quaranta di quelli uccisi portavano addosso l’identificazione. La protezione non vale quando il bersaglio viene trasformato in “terrorista” da una didascalia o un post, cancellandone la legittimità professionale prima della vita stessa.
L’Ordine nazionale dei Giornalisti, in una nota diffusa l’11 agosto, ha definito «atto vile e spietato» l’ennesima uccisione deliberata di reporter a Gaza, denunciando l’uso della fame come arma di guerra, gli sfollamenti forzati e la distruzione delle infrastrutture civili e sanitarie. «Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni europee un intervento deciso in difesa della libertà di informazione e del diritto internazionale e umanitario. 250 reporter assassinati non sono sufficienti?». Una domanda che non ha ancora ricevuto risposta.
C’è un tempo in cui il giornalismo deve scegliere se restare mestiere o diventare complicità. A Gaza, i cronisti locali scelgono ogni giorno la prima via, pagandola con la vita. Qui, troppi scelgono la seconda, travestendo da informazione la riproduzione di veline e insinuazioni. Delegittimare i colleghi uccisi significa dare una mano a chi li ha voluti morti. Non è più cronaca: è collaborazionismo.
ualche giorno fa, il nostro direttore @fulvio_scaglione aveva registrato un video che iniziava proprio con queste parole: il nome di Anas al-Sharif, noto reporter palestinese di Gaza che lavorava per Al Jazeera e che era stato messo nella lista nera dell’esercito di Israele.
Guarda caso, poche ore fa Anas al-Sharif è stato ucciso, insieme ad altri quattro colleghi di Al Jazeera, in un bombardamento mirato delle forze armate di Israele.
Ora ci aspettiamo naturalmente un fiume di interventi di colleghi come Polito, Cerasa, Mentana, Ferrara, che sicuramente non saranno insensibili al fatto che l’esercito di Israele dal 7 ottobre 2023 abbia finora ammazzato 300 giornalisti, nell’evidente intento di cancellare qualunque forma di testimonianza di quello che sta facendo, soprattutto a Gaza, dove è stato ucciso il 90% di questi giornalisti (un numero decisamente inferiore dei 300 giornalisti è stato ucciso in Libano, Siria, Cisgiordania occupata)
Intanto, la stampa si accontenta di ripetere a macchinetta le veline delle forze armate di Israele, dicendo che Anas al-Sharif era un terrorista di Hamas, nella prosecuzione di questo terribile (e oramai decisamente ridicolo) mantra per cui tutti quelli che l’esercito di Israele ammazza sono terroristi di Hamas.
Con la conseguenza netta che centinaia di migliaia di palestinesi sono stati uccisi, e continuano a essere uccisi, in una politica di decimazione che ormai non ha più confini.
#gazagenocide #journalistsarenotargets
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https://www.instagram.com/reel/DNOOPHfuzXB/
Non capisco quale sia il punto di aver usato quella parola... Anche una certa tizia di sinistra che difendeva e osannava sempre certi tizi ad un certo punto all'ennesimo "evento" li ha etichettati in base alla loro religione.