Mentre il conflitto in Ucraina prosegue, nel Caucaso, storica zona d’influenza russa, è in corso un considerevole riassetto dell’ordine geopolitico, che avrà ripercussioni anche sul Medio Oriente. Come dimostrato durante la fiera militare Idef-2025, la cooperazione militare tra Turchia e Azerbaijan è sempre più forte. In tale ambito si inserisce il progetto di realizzare una base militare per l’Aeronautica turca nel distretto di Khachmaz, in Azerbaijan, a 30 km da Derbent, seconda città principale del Daghestan.
Essendo la Turchia un membro della Nato e vantando l’esercito più numeroso dell’Alleanza dopo gli Usa, la costruzione di tale infrastruttura costituirebbe una svolta significativa per la geopolitica caucasica, che permetterebbe un ampliamento dell’influenza occidentale e una contestuale riduzione di quella di Mosca, che si ritroverebbe nella stessa situazione dell’Ucraina ma sul fronte meridionale.
Il conflitto del Nagorno-Karabakh è alla base dell’animosità tra Russia e Azerbaijan.
Mosca non ha mai riconosciuto la sovranità di Baku su tale territorio e ha preferito mantenere una posizione neutrale per non alienarsi l’Armenia, altra sua storica alleata. Ciò ha causato le ire azere e favorito l’ulteriore avvicinamento alla Turchia, con cui c’è una fortissima comunanza culturale, tanto da valere nelle relazioni reciproche il principio “Una Nazione, Due Stati”., e che al contrario ha sempre supportato diplomaticamente Baku. A complicare ulteriormente le cose per la Russia sono le recenti tensioni scoppiate con l’Azerbaijan che, a parere di Mosca, intende danneggiare deliberatamente le loro relazioni bilaterali.
Il primo evento significativo è rappresentato dallo schianto di un aereo di Azerbaijan Airlines durante un atterraggio a Grozny, probabilmente colpito da sistemi di difesa aerea russi, lo scorso dicembre. Nonostante le scuse di Putin, la mancata assunzione di responsabilità da parte dei russi ha spinto il presidente azero Aliyev a disertare le celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca, oltre che a vietare l’ingresso ai funzionari russi e chiudere centri culturali e media pro-Cremlino. La crisi si è aggravata dopo la morte in custodia di due cittadini azeri arrestati a Ekaterinburg lo scorso giugno: le autopsie hanno rivelato segni di tortura, portando l’Azerbaijan a scatenare un’ondata mediatica ostile e a incoraggiare manifestazioni di dissenso contro il Cremlino.
Addizionalmente Baku ha arrestato numerosi russi sul suo territorio, tra cui alcuni giornalisti di Sputnik Azerbaijan con l’accusa di essere delle spie del FSB, e ha iniziato a sostenere l’Ucraina, impegnandosi a fornire gas a costi agevolati attraverso la pipeline “Orlovka”, che è stata recentemente colpita dai bombardamenti di Mosca. In ultimo ha contestato alla Russia l’uso di toponimi legati al Nagorno-Karabakh, come “Stepanakert”, considerati riferimenti al precedente regime separatista, minacciando di rispondere chiamando alcune città russe con i loro nomi storici a meno di rettifiche da parte della TASS.
La progressiva erosione dell’influenza russa nel Caucaso ha consentito ad Ankara di avanzare nel perseguimento del “Big Turan”, un progetto finalizzato all’unificazione culturale, politica e religiosa dei popoli turcofoni. Questo disegno geopolitico include non solo la Turchia e l’Azerbaijan, ma anche regioni attualmente appartenenti alla Federazione Russa, come l’Altaj, la Bashkiria, il Tatarstan e il Caucaso settentrionale, oltre a porzioni di Siria, Libia, Iraq settentrionale e Iran. Il progetto turco potrebbe trovare sostegno tra le minoranze musulmane, azere e curde all’interno di Russia e Iran, alimentando disordini che rischiano di sfociare in rivendicazioni di indipendenza, atti di violenza, e, in alcuni casi, terrorismo.
Parallelamente a questo progetto si colloca quello più ampio anglo-americano, volto ad ampliare la presenza della NATO in Eurasia e ad indebolire Russia e Iran, sfruttando proprio l’espansione di Ankara. Il successo del grande piano occidentale dipende dalla realizzazione del “Corridoio di Zangezur”, un sistema di infrastrutture ferroviarie e stradali che attraverserebbe una fascia di circa 42 km nel territorio meridionale dell’Armenia.
Quest’area è altamente strategica perché permette di collegare direttamente l’Azerbaijan alla sua enclave di Nakhichevan e alla Turchia. Il corridoio consentirebbe di marginalizzare la Russia dai traffici commerciali della regione, potendo le risorse energetiche del Mar Caspio e dei paesi dell’Asia centrale, come l’Uzbekistan e il Turkmenistan, arrivare direttamente in Turchia e da lì in Europa. Allo stesso tempo taglierebbe la continuità territoriale tra Iran e Armenia, privando Teheran di uno sbocco all’Europa alternativo alla Turchia e all’Azerbaijan. L’Iran sarebbe posto in una posizione di dipendenza poiché obbligato a transitare proprio per i due stati che intendono ridimensionarne l’influenza e dominare la regione. Creerebbe anche una nuova rotta tra la Cina e l’Europa in ottica BRI. Infine, è un asset per la logistica militare, offrendo la possibilità di muovere truppe e armi.
Gli Stati Uniti hanno siglato una Dichiarazione Congiunta con Armenia e Azerbaijan per la realizzazione di un corridoio ferroviario, ribattezzato “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP)”, attraverso la regione armena del Syunik. Il progetto potrebbe generare ricavi annui fino a 100 miliardi di dollari entro il 2027, resterebbe formalmente sotto la sovranità di Yerevan, ma il controllo operativo verrebbe affidato a Washington per un periodo minimo di 99 anni., prorogabile di ulteriori 99. A garantire la sicurezza dell’infrastruttura sarebbe un contingente di circa 1.000 operatori appartenenti a una compagnia militare privata statunitense (PMC), autorizzati all’uso della forza per tutelarne l’integrità. I ricavi saranno per la maggior parte destinati agli Stati Uniti, spettando all’Armenia solo il 30% del totale.
Controllando Zangezur, Washington riuscirebbe a impartire una sconfitta strategica a Mosca, imponendosi come l’attore da cui dipende il principale flusso energetico tra Caucaso ed Europa. Inoltre, ciò getta le basi per una riappacificazione definitiva tra Baku e Yerevan che potrebbe culminare nel ritorno del Nagorno-Karabakh all’Armenia in cambio della cessione di Meghri all’Azerbaijan.
L’attuale strategia americana trova il suo fondamento nel libro “The Grand Chessboard”.
di Zbigniew Brzezinski. Per evitare la rinascita dell’impero russo e ridimensionare il ricatto energetico di Mosca è fondamentale, da un lato mantenere l’Ucraina indipendente, dall’altro garantire attraverso l’Azerbaijan una via energetica alternativa, consentendo ai paesi eurasiatici di accedere ai mercati europei aggirando la Russia. La guerra del Nagorno-Karabakh e poi quella in Ucraina hanno minato il peso geopolitico di Mosca nel Caucaso, favorendo l’ascesa occidentale, oltre che di alcuni attori locali.
La Russia si ritrova più debole e sola. I rapporti con Baku e Yerevan si sono raffreddati e anche i paesi dell’Asia centrale, come il Kazakistan, stanno cercando alternative. Particolarmente il Caucaso va ad aggiungersi all’Europaorientale, ai Balcani e al Medio Oriente come zone dove Mosca ha subito una riduzione della sua storica capacità di proiezione, contribuendo al compimento della strategia occidentale.
In una visione d’insieme la Russia potrebbe subire ulteriori sanzioni economiche dagli Usa al fine di colpirne la maggiore fonte di reddito, cioè petrolio e gas, oltre che possibili azioni di sabotaggio dirette verso le proprie petroliere. Ulteriori sanzioni sono destinate a Cina e India, accusate di essere le principali acquirenti e di conseguenza finanziatrici della guerra in Ucraina. In realtà, però, i principali acquirenti delle risorse russe sono proprio gli occidentali, rivelandosi queste sanzioni una mera scusa per costringere Pechino e Nuova Dehli a ridurre l’acquisto di energia russa e rendere Mosca economicamente dipendente dall’Occidente.
Lo scopo della strategia è quello di logorare la Russia diplomaticamente, economicamente, e militarmente. Una base NATO in Azerbaijan al confine con il Daghestan rafforzerebbe il contenimento ai confini del territorio russo che, partendo dalla Finlandia, arriverebbe ora ad estendersi fino all’Asia. Sebbene la realizzazione del progetto sia stata smentita, è possibile che nel prossimo futuro Baku e Ankara decidano di concretizzarlo, sfruttando anche il fatto che la Russia, complice la guerra in Ucraina, molto probabilmente non avrebbe le risorse per impegnarsi militarmente su un secondo fronte.
Indipendentemente dalla base di Khachmaz, la Russia proverà a contenere l’asse turco-azero, come già dimostrato con l’attacco-avvertimento alla pipeline Orlovka e il bombardamento del deposito di petrolio della società azera SOCAR,usando l’Armenia come avamposto per difendere la sua influenza regionale e prevenire ulteriori minacce alla sua sicurezza nazionale. A tal proposito Mosca sta intensificando le attività militari nella base di Gyumri. Proprio in Armenia, lo scorso giugno, è stato sventato un tentativo di colpo di stato orchestrato dall’opposizione e dal clero, con il supporto di un oligarca collegato al Cremlino.
A seguito della Dichiarazione Congiunta firmata a Washington, un ulteriore tentativo di golpe è assai improbabile, poiché pregiudicherebbe direttamente gli interessi americani nella regione. Piuttosto, in previsione delle elezioni di giugno 2026, è attendibile un’ampia attività di disinformazione e guerra psicologica per condizionare la campagna elettorale e favorire l’ascesa di candidati filo-russi al governo di Yerevan.
Le dinamiche attuali verosimilmente faranno nascere un nuovo ordine geopolitico nel Caucaso a guida occidentale e con una netta predominanza culturale e religiosa islamica.
Il summit Trump-Putin potrebbe essere stato utile, in questo senso, per fissare delle linee rosse e assicurare la stabilità del nuovo ordine eurasiatico. Presumibilmente Mosca continuerà a giocare un ruolo nell’area per via dei legami politici, militari ed economici che tuttora sussistono ma la sua influenza sarà considerevolmente minore rispetto al passato.
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