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  1. #11
    Usque ad finem
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    Predefinito Re: Cosa diavolo sta succedendo?

    Da un altro sito:
    La richiesta di consegnare 400 milioni di once di argento non è stata soddisfatta a causa di una carenza di disponibilità fisica di questo metallo prezioso. Il mercato dell'argento, in particolare, ha mostrato segni di tensione, con il prestito di argento fisico tra operatori che ha raggiunto un costo dell'11% annuo, indicativo di una forte domanda e di una scarsa liquidità.
    Questa situazione emergenziale suggerisce che il mercato non dispone di quantità sufficienti di argento fisico per soddisfare richieste di grandi dimensioni, come quella di 400 milioni di once, rendendo impossibile la consegna.
    se così fosse, immagino che lunedì ne vedremo delle belle
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  2. #12
    Usque ad finem
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  3. #13
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    Predefinito Re: Cosa diavolo sta succedendo?

    Interessante...

    India Unleashes Silver as Banking Collateral—Declares Silver as Global Monetary Metal.
    Se fosse vero (ovvero che non serve più convertire l'argento perchè venga utilizzato come garanzia), l'argento dovrebbe decollare...
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  4. #14
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    Predefinito Re: Cosa diavolo sta succedendo?

    Intanto stiamo sfiorando i 60€ all'oncia
    lo so, l'argento viene misurato in dollari, ma sono euro (pochi) quelli che stanno ballando nelle mie tasche
    pecunia regina mundi
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  5. #15
    Klassenkampf ist alles!
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    Predefinito Re: Cosa diavolo sta succedendo?

    Citazione Originariamente Scritto da OleumRicini Visualizza Messaggio
    Qualcuno ha idea di che diavbolo sta succedendo all'argento?
    in buona sostanza, che all'economia fatta di bolle speculative e derivati su cui si fonda la "ricchezza" di cartapesta yankee si sta sostituendo un economia, a guida cinese, dove sul mercato si va per comprare e vendere merci reali, e non derivati per fare pura speculazione. L'economia reale contro i parassiti delle banche e della finanza. Ecco perchè la cricca dei pedofili che ha portato al potere Trump vuole fare guerra al mondo intero. E adesso che c'è chi vuole argento concreto, si "scopre" che non c'è, perchè finora si andava avanti solo a pura speculazione e quindi nessuno ritirava mai argento fisico, ma lo shortava (o andava long) a seconda di dove pensava di guadagnarci di più.

    IL GIORNO IN CUI L’ARGENTO HA ROTTO IL SISTEMA




    MERCATI TAROCCATI FINANZIARI
    Dec 26, 2025






    Quello che fino a poche settimane fa veniva liquidato come “rumore da social”, teoria complottista o semplice wishful thinking degli irriducibili del metallo fisico, oggi assume la forma di un evento sistemico che non può più essere ignorato. Il messaggio che circola — “LBMA is breaking” — non è una metafora suggestiva, ma la sintesi brutale di una tensione accumulata per anni all’interno del cuore stesso del sistema di price discovery dei metalli preziosi. La notizia secondo cui ogni richiesta di estensione dei contratti di leasing sull’argento in scadenza nelle prossime due settimane sarebbe stata rifiutata, indipendentemente dal tasso offerto, rappresenta un punto di rottura che va ben oltre il singolo mercato. È il segnale che il meccanismo di intermediazione tra carta e metallo fisico, tra promessa e consegna, tra derivato e sottostante, sta raggiungendo il suo limite strutturale. Quando il leasing si blocca, non è perché il prezzo non è conveniente, ma perché il bene sottostante non è più disponibile senza mettere a rischio l’intero sistema. In altre parole, non è una questione di prezzo, ma di quantità. E quando la quantità diventa il vincolo dominante, il prezzo smette di essere un numero amministrato e torna a essere un’informazione di mercato, spesso violenta, discontinua, traumatica. Il fatto che questo avvenga sull’argento, il metallo storicamente più manipolato, più shortato e più sottovalutato del complesso dei preziosi, non è un caso ma una conseguenza logica di decenni di compressione artificiale.
    L’architettura su cui si regge il mercato dell’argento occidentale è fragile per design. La funzione di riferimento globale del prezzo è stata affidata a entità come la London Bullion Market Association e il COMEX, mercati dove il volume di contratti cartacei supera di decine, se non centinaia di volte, la quantità di metallo fisico realmente disponibile per la consegna. Questo squilibrio non è un segreto, ma è stato normalizzato attraverso l’idea che la quasi totalità degli operatori non abbia mai intenzione di ritirare il metallo, limitandosi a rollare posizioni, compensare differenze e chiudere in contanti. Il sistema funziona finché questa assunzione resta valida. Ma quando una porzione significativa del mercato inizia a chiedere il sottostante, o quando nuove aree del mondo iniziano a prezzare il metallo sulla base della scarsità fisica anziché della liquidità derivativa, la finzione contabile si incrina. L’esplosione del prezzo dell’argento a Shanghai oltre gli 80 dollari l’oncia, accompagnata da un premio persistente superiore ai 7 dollari rispetto ai prezzi occidentali, è il sintomo più evidente di questa frattura. Non si tratta di arbitraggio temporaneo o inefficienza passeggera, ma di due regimi di prezzo che riflettono due realtà diverse: da un lato un prezzo amministrato per difendere bilanci e posizioni short; dall’altro un prezzo di mercato che incorpora la scarsità fisica e la domanda industriale reale.
    Il tentativo di “gestire” la transizione consentendo solo un parziale aggiustamento — il famoso gap di 3 dollari invece dei 10 necessari per riallineare il mercato — rivela la disperazione di chi si trova intrappolato in una posizione sistemicamente perdente. Consentire una scoperta del prezzo completa e immediata significherebbe innescare una reazione a catena nei derivati, mettendo sotto pressione le bullion banks che da anni mantengono posizioni corte gigantesche sull’argento, spesso senza una copertura fisica adeguata. Ma continuare a reprimere il prezzo significa perdere credibilità come meccanismo di riferimento globale e accelerare una corsa ai magazzini che nessuna riserva frazionaria può sostenere. È un classico dilemma da crisi finanziaria: scegliere tra un aggiustamento violento ma risolutivo o una lenta agonia fatta di default selettivi, sospensioni, cambiamenti unilaterali delle regole e, alla fine, perdita di fiducia irreversibile. Il fatto che le richieste di estensione dei lease vengano rifiutate “no matter the rate offered” indica che il problema non è il costo del capitale, ma il rischio di non poter onorare la restituzione del metallo. In termini semplici: meglio rinunciare a un rendimento elevato che promettere un bene che non si è certi di poter consegnare.








    La dimensione geopolitica di questa crisi è altrettanto centrale. Per anni, il baricentro del prezzo dei metalli preziosi è stato saldamente nelle mani dei mercati occidentali, con Londra e New York a dettare il benchmark globale. Oggi, invece, l’Asia — e in particolare la Cina — non solo assorbe una quota crescente della produzione fisica, ma inizia a imporre un proprio prezzo basato sulla domanda reale. Il premio di Shanghai non è un’anomalia, ma una dichiarazione implicita di sovranità sul prezzo del metallo. Quando il prezzo asiatico diverge in modo persistente da quello occidentale, il messaggio è chiaro: il mercato fisico non riconosce più l’autorità del prezzo cartaceo. In questo contesto, l’eventualità che la LBMA sia costretta a “riprezzare” l’argento per allinearlo al prezzo fisico non sarebbe un atto di generosità verso il mercato, ma una misura di emergenza per evitare un default sistemico. Tuttavia, un simile riprezzamento equivarrebbe a un’ammissione formale che il vecchio modello di price discovery è fallito. Sarebbe la fine dell’illusione che il prezzo possa essere controllato indefinitamente attraverso la leva dei derivati.
    Le conseguenze di un simile evento si estenderebbero ben oltre il mercato dell’argento. L’argento è un metallo monetario e industriale al tempo stesso, fondamentale per settori strategici come l’elettronica, il fotovoltaico, la difesa e le tecnologie avanzate. Un suo riprezzamento violento avrebbe effetti a cascata sulle catene di approvvigionamento, sui margini industriali e, soprattutto, sulla percezione del rischio nei mercati dei derivati. Se un metallo relativamente “piccolo” come l’argento può mettere in ginocchio il sistema, cosa accadrebbe se dinamiche simili emergessero sull’oro, sul rame o su altre commodity critiche? Il punto centrale non è il livello assoluto del prezzo, ma la perdita di fiducia nella capacità delle istituzioni di garantire la convertibilità tra carta e realtà fisica. Una volta che questa fiducia viene meno, il mercato non chiede riforme graduali: chiede consegna, trasparenza, e un premio per il rischio che nessun modello di pricing costruito su basi fragili può ignorare.
    Alla fine, ciò che sta emergendo non è solo una crisi dell’argento, ma una crisi del paradigma finanziario che ha dominato gli ultimi decenni. Un paradigma basato sull’idea che tutto possa essere finanziarizzato, frazionato, moltiplicato attraverso la leva e gestito con la liquidità. L’argento, con la sua natura fisica, ingombrante e insostituibile in molti processi produttivi, rappresenta l’antitesi di questa visione. Non può essere stampato, non può essere creato dal nulla, e non risponde ai desideri di chi ne amministra il prezzo sulla carta. Se davvero siamo all’inizio di una corsa ai magazzini della LBMA, allora non stiamo assistendo a un episodio isolato, ma all’inizio di una fase in cui la realtà fisica tornerà a imporre i suoi limiti alla finanza. E quando questo accade, il prezzo non si aggiusta in modo lineare o gentile: salta, gap, rompe. Non per punire qualcuno, ma per ristabilire un equilibrio che era stato negato troppo a lungo.


    Una Cina, una Yugoslavia, una Russia, una Corea, una Palestina, un'Irlanda. E zero USA

 

 
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