Attualità di Evola
Agli inizi del secondo dopoguerra, un autore tedesco, Wolfgang Borchert, scrive: «Noi siamo la generazione senza legami e senza profondità. La nostra profondità è l'abisso. Noi siamo la generazione senza felicità, senza casa e senza commiato... Così siamo la generazione senza Dio, poiché noi siamo la generazione senza legami, senza passato, senza riconoscimento» (1). A questa generazione senza speranza, e a quelle che si sono susseguite, Evola - il «cattivo maestro» per eccellenza, almeno secondo molta sbrigativa e superficiale saggistica (2) -ha voluto e saputo parlare. Malgrado il linciaggio morale cui è stato sottoposto (3), ha voluto e saputo rivolgersi a tutti coloro che hanno vissuto - personalmente e coralmente - l'esperienza de\\'Untergang des Abendlandes, cercando di opporre al nulla, al vuoto e alla disperazione (che è il triste correlato della decadenza), un significato, un'anima e una pienezza.
A fronte di una società sempre più secolarizzata e consumista - che prolunga nell'oggi quel senso di svuotamento che già a far tempo dai primi anni del Novecento ha colpito gli uomini e gli intellettuali più acuti (4) - Evola offre soltanto una diagnosi fredda, acuta, penetrante e pertinente. Offre pure una terapia non meno acuta e penetrante: del tutto simile a quel richiamo titanico e a quello sguardo stereoscopico cui Ernst Junger affida la costruzione di una nuova ontologia: di un nuovo modello di uomo (5). Evola nella sua azione - ad un tempo euristica, ermeneutica e propositiva- intende superare l'astrattezza intellettualistica e la visione scientifico-assiomatica cui imputa buona parte delle cause della decadenza che caratterizza la modernità. La risposta alla decadenza che è - parafrasando il titolo di un suo celebre saggio - una «rivolta contro il mondo moderno» (6), sta tutta nell'uomo e nella possibilità, in suo possesso, di scoprire quella dimensione divina - il farsi dèi, a cui sovente fa riferimento Evola (7) - che coincide con una sorta di gnostica scintilla interiore (8). Grazie ad essa e all'adesione alla dottrina tradizionale, l'uomo può riscoprire quel senso di armonia e di cosmica simpatia che lo costituisce come totale: che riunisce in lui Vhabitus del guerriero e del sacerdote. Habitus che lo fa simile a quel «Re del Mondo» o Cakravartin - uomo compiuto, totale e realizzato - di cui scrive Rene Guénon (9). Il rifiuto evoliano di una storia di povertà e di decadenza coincide, insomma, con la ribellione dell'uomo e con la sua re-intregrazione in ciò che, da sempre, egli deve essere, secondo l'antico dettame delfico di «diventare ciò che si è». In tale direzione, quella di Evola è una sfida in nome di tutto ciò che viene occultato, dimenticato e rimosso: in questo senso il suo pensiero è drammaticamente attuale, almeno per coloro che intendono sottrarsi alla pavida e rinunciataria acccttazione della realtà così come si presenta.
L'Impero e la globalizzazione
La realtà attuale - la realtà in cui, non da oggi, viviamo - è una realtà sempre più «globalizzata», per utilizzare questa oramai abusata ed imprecisa espressione semantica. È una realtà, cioè, dove progressivamente si vanno azzerando tutte le differenti specificità culturali, etniche, religiose, architettoniche, linguistiche, musicali, paesaggistiche, gastronomiche, costumali: in una parola, umane. È una realtà che, a grandi passi, sta procedendo ad una sempre maggior standardizzazione rispetto a quanto, in passato, era il carattere precipuo e distintivo di un popolo, di una cultura, di un paese, di un etnos. Il che potrebbe, forse, mostrare dei lati positivi, se siffatto processo globalizzante non venisse agito - dietro le mentite spoglie di un superamento della limitatezza particolaristica - a tutto vantaggio della tecnologia, del consumismo e dell'economia. Fattori questi che - ben lungi dall'essere i motori di una universale crescita umana, intellettuale e morale - agiscono come gli elementi di un nuovo ed oscuro dominio. Un dominio mimetico e multiforme che impone le sue leggi, costruisce i suoi apparati di potere, alleva i suoi gruppi dirigenti che diventano, in seguito, quelli dell'intera società. Qualificandosi come agenti principali del progresso e della democrazia, scienziati, politici, banchieri, intellettuali ed imprenditori tendono a costruire (senza essere sempre coscienti di quel che fanno) una realtà allucinata ed allucinante, in cui gli uomini e i popoli non valgono per ciò che sono, ma per ciò che consumano e consumano per illudersi di essere ciò che non sono. È - come la definisce Evola - «la perversione più completa di ogni ordine razionale delle cose» (10).
In un delirio, più volte denunciato dai film e dalla letteratura (11), gli schiavi inconsapevoli della globalizzazione - ossia l'umanità - producono e consumano in una spirale senza sosta: una spirale in cui viene negato tutto quanto si sottrae a questo appiattente destino. È il «Regno della materia, dell'oro, delle macchine, del numero, in essa non vi è più respiro, né libertà, né luce» (12). Parimenti il sapere scientifico - la «cupa religione» del tecnicismo, come lo definisce, acutamente e profeticamente, Cari Schmitt (13) - da semplice strumento si è mutato in fondamento ideologico: in una pseudo-metafisica, sotto la cui tutela si deve collocare ogni sapere e ogni comportamento, senza possibilità di scampo. Chi tenta una qualsivoglia opposizione, o indaga su una qualsivoglia via di fuga, viene immediatamente escluso dallo stuolo dei coribanti del progresso e della ragione ed inscritto in quello - considerato pericolosamente regressivo - dei conservatori, bollati come nemici dell'umanità, della cultura e, di conseguenza, della democrazia. A questa sedicente religione fllosofica della scienza, fa da «basso continuo» l'economia che estende il suo potere straordinario su tutto il pianeta, asservendo alla logica del numero, del mercato e del denaro - mimetizzati in mille varianti -ogni risorsa umana: vuoi materiale vuoi spirituale. È una signoria spietata che -protetta dall'anonimato informatico-finanziario - non si perita di sradicare culture, convinzioni, tradizioni, competenze e specificità, in nome e per conto di un profitto, tanto onnipresente quanto invisibile. Ma, soprattutto, sradica l'uomo dal suo habitat che è la natura vivente - quella che lo rende in piena sintonia con il cosmo, cioè partecipe di un mondo che è il suo mondo - gettandolo nel gorgo superficiale del «si dice» (il man sagt heideggeriano) (14), dove ogni cosa è pianificata e matematicizzata. L'uomo - scrive Evola, sul finire degli anni Venti con acuta e critica sensibilità sociale (15), in Imperialismo pagano - «non conosce più la natura. Questa non è più, per l'Occidentale, un corpo vivente fatto di simboli, di Dèi e di gesti rituali - una armonia, un cosmos in cui l'uomo si muove libero come "un regno in un regno": essa è invece decaduta in una esteriorità opaca e fatale, di cui le scienze profane cercano di ignorare il mistero con piccole leggi e piccole ipotesi» (16).
Tutto ciò ha accreditato e accredita la convinzione che la modernità abbia lentamente preparato ed instaurato un vero e proprio «ordine» globale (17) che -con i più differenti strumenti coercitivi e persuasivi (dal linguaggio, all'istruzione, alle leggi, alla propaganda, all'esercizio della violenza) e con appropriate strutture gerarchiche - si impone all'intero pianeta. Tale ordine - in maniera riduttiva e ideologica - è stato considerato come una riedizione modernizzata dell'antica visione imperiale: è stato sbrigativamente giudicato, stravolgendone completamente il significato semantico, come un «Impero» (18).
L'Imperialità
Le parole «Impero», «Imperialità» e derivati vengono, oggi, pronunciate o scritte in una accezione indubbiamente negativa. Evocano, per i molti, un dejà vu linguisticamente erudito o antiquario, a meno di non servirsene per connotare - sempre negativamente -1'espressione politica di una potenza demoniaca o malvagia. Una potenza che propugna l'arbitrio e la crudeltà più efferata. Film come la saga di Guerre Stellari o Dune sono chiarificatori in proposito, come lo è la saggistica, concordi nell'associare ai termini Impero, Imperialità e Imperatore ogni possibile effetto nefasto e diffamatorio. L'Impero è sempre un «Impero del male». La verità è ben diversa come molti rilevano (19) e come - in tempi non sospetti - Evola ha, positivamente, evidenziato (20), sottolineando come l'Imperialità (l'idea imperiale) rappresenti, ad un tempo, il centro e il compimento del cammino umano. In tale idea, egli vede l'affermazione di un uomo superiore (non già di un superuomo) in cui centrali e trascendenti sono i valori spirituali, sia religiosi che civili. Sono valori tutti improntati ad una icona di totalità in cui -secondo l'insegnamento tradizionale (21) - l'uomo ed il cosmo sono stretti in un legame di reciproca «simpatia», nel nome dell'unità primordiale: quel fuoco incon-suntile di cui una divina scintilla brilla nell'animo dell'uomo degno di questo nome. Come scrive Evola: «La forza della Tradizione passa dal visibile all'invisibile, diventa un'eredità che si tramanda in una segreta catena da pochi a pochi» (22).
Ne consegue - e questo è un punto centrale della concezione evoliana del-Vlmperium - la sacralità stessa del principio gerarchico, il cui perno è la figura simbolica e tradizionale dell'Imperatore, il cui compito fondamentale - sull'esempio dell'«agire-senza-agire» (23) del Wang (l'imperatore cinese), del Cakra-vartin indiano o del Sacro Romano Imperatore, solo per citarne alcuni - non coincide con un dominio personale attuato con la violenza, la sopraffazione o la tirannia, ma è la personificazione dell'equilibrio del mondo e dell'uomo in esso. È evidente che l'idea evoliana di Impero si pone in netta controtendenza con la visione appiattente ed erronea dell'egualitarismo, nemico di ogni gerarchla e, perciò, di ogni senso di responsabilità così come di ogni libertà. «Ripetiamolo di nuovo» - sono parole di Evola - «libertà vera vi è solamente nella gerarchla, nella differenza, nella irriducibilità delle qualità individuali; vi è soltanto là dove il problema sociale è risolto in modo da favorire in un piccolo gruppo il più completo sviluppo delle possibilità umane, sia pure a prezzo della più grande ineguaglianza fra gli altri» (24). L'Imperialità e l'Imperatore - il vertice assoluto di una assoluta gerarchia suprapartes - affermano, garantiscono e perseguono, proprio nello sviluppo delle sue possibilità, la centralità dell'uomo, risvegliando in lui l'idea primordiale formatrice e vittoriosa sul caos e sull'animalità (25).
Tale centralità, essenzialmente trascendente, è ciò che fa della politica imperiale una «Sacra Pedagogia» a fronte dell'agire politico della moderna statualità liberal-democratica, che non è che il brutale e violento «prendere partito» in difesa di un gruppo di pressione per scopi eminentemente pragmatici. Scopi che sono sempre - anche se artatamente presentati come universali e necessari - d'interesse e di potere. Il compito dell'Impero e dell'Imperatore è perciò quello di preparare e reggere individui che devono diventare Re di se stessi. «Un vero Re non desidera mai dei fantocci e degli automi per suoi sudditi, ma invece degli individui, dei guerrieri, degli esseri viventi e possenti; ed anzi suo orgoglio sarebbe di sentirsi Re di re» (26). In questa direzione Evola è perfettamente coerente - sul piano della riflessione teorica - con quanto propugnano, nell'ambito politico-costituzionale, i critici della democrazia rappresentativa liberal-borghese (27). Non soltanto, ma rilancia coraggiosamente, con la concezione imperiale, l'idea di un regime politico che si ponga - sempre a differenza del modello democratico-parlamentare, astratto e burocratico - come organico, sostanziale, decisionale (in senso schmittiano) e non formale: un regime, insomma, che sia legittimamente e non solo legalmente fondato (28). Ciò si staglia con palese evidenza quando rileva come nel capo (e tanto più nell'Imperatore) si deve riunificare - in perfetta sintonia con l'idea stesso dell'Impero - la figura del sovrano e del sacerdote, che del mondo originario sono il sigillo e la cui divisione è coincisa - per Evola come per Guénon - con l'inizio della decadenza (29). Il ritorno alla Tradizione è, dunque, tutt'uno con il ritorno alla legittimità, in quanto - ed Evola coglie nel segno - la legittimità è esclusivamente tradizionale ed entrambe hanno come scopo la reintegrazione dell'uomo come totalità (l'Individuo assoluto). Tale reintegrazione non può, infatti, prescindere da questa riunificazione del pensiero come spiritualità con la vita attiva. Riunificazione che deve essere possente, cesarea, solare ed elementare (30). In tale quadro - in cui la riflessione evoliana sembra assumere accenti schmittiani e viceversa (31) - la Weltanschauung imperiale (32), come si pone al di sopra e al di là di ogni gruppo, partito, ideologia e convinzione, si pone anche al di sopra e al di là della ristretta visione che associa il potere allo Stato nazionale. L'Impero, per Evola, è ben più di uno Stato, così come l'Imperatore è ben più di un sovrano (33).
Il sogno imperiale e il pensiero della Destra
Evola non dubita minimamente che l'Impero non sia della shakespeariana «consistenza del sogno», ma una reale possibilità. Anzi, ritiene che si configuri come un'alternativa forte ad una decadenza ritenuta inarrestabile per l'Occidente e per l'Europa: è la decadenza di una civiltà, profeticamente indicata ns\\'Untergang des Abendlandes di Spengler (34). Questo suo convincimento è non soltanto degli anni - dal 1928 al 1933 (35) - in cui pubblica, nelle due versioni, Imperialismo pagano (36), ma anche in seguito. L'Impero, infatti, è il coagulo di un pensiero tradizionale che ha come prospettiva non il contingente, ma il continuum temporale. Per questo, egli vi si sofferma di sovente, anche se non sempre in forma esplicita. È ciò che avviene, ad esempio, in Cavalcare la tigre, dove l'assenza del «vero Stato, lo Stato gerarchico e organico» apre alla possibilità di un ritorno di «schieramenti transnazionali quali li conobbero diversi cicli imperiali» (37), oppure è la sostanziale speranza - espressa nell'edizione riveduta e completata de // mistero del Graal — che VImperator redivivus faccia rifiorire «l'albero secco» dell'Imperiai ita (38), e su questo registro si potrebbe continuare a lungo. Curiosamente però, il progetto evoliano trova un ostacolo in una mentalità che più che conser-vatrice si può definire reazionaria. È quella che - specifica di posizioni liberal-nazionaliste - condanna l'Impero proprio in quanto istituzione politico-sacrale-universale e suprapartes. Ora, l'Impero così come di per sé non rifiuta alcuna specifica forma di governo - l'Imperatore regna ma non governa - non rifiuta neppure lo Stato nazionale, transeunte creatura del pensiero borghese. Lo considera, semmai, come una dimensione parziale che, naturalmente, non può che confluire in una più vasta totalità: allo stesso modo in cui un fiume confluisce nel mare.
Certo, lo Stato nazionale - voluto nella sua forma moderna, a far tempo dall'Ottocento da banchieri ed imprenditori in nome di interessi industrial-finan-ziari - ben poco ha a che vedere con la concezione imperiale. La sua limitatezza geografica, l'angusta e «plebea» (39) visione economicista, l'ansia di una omogeneizzazione politica a tutti i costi (il Risorgimento italiano ne è una prova) ne fa la naturale antitesi dell'Imperialità, il cui scopo non è glorificare una parte (lo Stato) spacciandolo per il tutto, quanto piuttosto integrare ogni parte in un unico, grande ed armonico organismo.
È questo il motivo che rende Evola severo critico di ogni nazionalismo in quanto vi vede, in controluce, il rischio quasi scontato di essere catturati dall'ideologia antigerarchica e liberal-democratica e dai suoi metaforici assiomi: «sosteniamo che la "nazione", il "popolo", Inumanità" anziché esseri reali sono semplici metafore» (40). Sono assiomi che privilegiano il singolo, il gruppo e il formale a scapito della totalità dell'organico e del sostanziale. In nome della totalità, dell'organico e del sostanziale - che esprimono, in forma politica, l'essenza della dottrina tradizionale - Evola non esita a criticare duramente lo stesso fascismo e coloro (seppur indirettamente) che in esso vedevano, con spirito piccolo-borghese, il compimento del cammino risorgimentale (41). «Dichiariamo», scrive, «che nazionalismo ed imperialismo sono due cose assai distinte, se non anche con-traddittorie, fra loro. E in nome di una intransigenza fascista ci opponiamo aspramente a tutti coloro che colla scusa della "tradizione" e dello "storicismo" tendono oggi ad imborghesire e "normalizzare" il fascismo, a farlo servire ai loro scopi, a ridurlo ad una cosa piccola e paesana oltre che obbediente alla legge generale della attuale decadenza politica» (42). Il duro ed impietoso giudizio di Evola- che mette in antitesi un fascismo d'elite (43) ad un fascismo «stra-paesano» debitore del «gesuitismo mazziniano» (come lo definisce) della religione di popolo - vuole disancorare il pensiero della Tradizione dalla deriva popu-listico-democratico-scientista di cui si è imbevuto il Risorgimento ed il suo prolungamento cultural-politico novecentesco. E da cui non è stato e non è immune il pensiero della Destra (44).
Questo atteggiamento di Evola - per altro di estrema modernità - si è scontrato (comprensibilmente) con la retorica provincialistica del fascismo, ma anche in seguito con quella della Destra post-fascista (oltre che liberale e monarchica) che ha sempre fatto dello Stato nazionale la sua bandiera: una bandiera di retroguardia e sostanzialmente estranea alla Tradizione, cui - troppo spesso e superficialmente - la Destra millanta di richiamarsi (45). Timorosa di confondersi -soprattutto dopo la seconda guerra mondiale - con il globalismo ideologico della Sinistra (l'internazionalismo comunista), la Destra, in tutte le sue variegate manifestazioni, ha cercato, confusamente, di difendere un insieme di valori (veri o presunti) cementandoli con i residui mal digeriti di un Tradizionalismo troppo elitario per essere accettato da una società di massa, di cui non sa (e non vuole) prendere le distanze (46). La qual cosa ha fatto sì che, con estrema superficialità, facesse proprio - di fatto e acriticamente - un liberalismo di fondo, aprendo così la strada ad un sostanziale filoamericanismo e ad un progressivo globalismo economico e tecnologico: ossia alla caricatura deteriore del l'Imperialita (47).
Di questo rischio, Evola è perfettamente conscio quando mette in guardia contro il pericolo della creazione di uno Stato assoluto o «Superstato», in cui la matrice hegeliana plasmata nella forma gentiliana dello Stato (o nelle sue più moderne rivisitazioni) tende a dar luogo e voce ad un nazionalismo in cui l'Individuo (nel senso più nobile ed alto del termine) si riduce a massa di manovra di una statalismo paternalistico, tanto formale quanto divorante. Uno statalismo che essendo privo del centro - ossia del vero Sovrano - può essere occupato da qual-siasi cosa, ma non certamente dalla trascendenza o dalla totalità. Come scrive Levalois (ed Evola concorderebbe loto corde): «La statolatria, idolatria del potere profano, procede di pari passo col rifiuto della trascendenza e di ogni organizzazione della società a partire da principi superiori: così affermare che il Saggio "deve amare lo Stato" è un non-senso» (48).




Rispondi Citando
smo ed altri «orrori» compreso il ghibellinismo, in L'Italiano, n. 5-6, giugno-luglio, p. 70) Evola prende le distanze da Imperialismo pagano. Una analoga e ancora più esplicita presa di posizione è del 1964 quando dichiara: «Io mi guarderei bene dal rimandare, oggi, a quanto scrissi nel libro giovanile Imperialismo pagano, in una congiuntura tutta particolare» (Le interviste a Julius Evola 1964-1972, in J. Evola, Cavalcare la tigre, cit, p. 209). In opposizione alla presa di distanza dello stesso Evola, troviamo Di Vona che giudica, invece, Imperialismo pagano uno scritto di particolare rilievo (cfr. Metafisica e politica in Julius Evola, cit., p. 141, e Evola, Guénon, De Giorgio, cit., cap. VI).