Democrazia imperfetta: gli aspetti negativi delle consultazioni elettorali
di Giovanni Marizza - 29 Agosto 2009
Diceva Churchill che la democrazia è la peggiore forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre. L’arguto statista intendeva dire in realtà che la democrazia è il non plus ultra, ma i suoi difetti sono molteplici. E le elezioni, che della democrazia sono la più alta espressione, non sfuggono certo a questa regola.
Nella loro storia le consultazioni elettorali hanno infatti mostrato numerosi difetti. Spesso, ad esempio, i risultati vengono disattesi. Nel 1947 in Ungheria il partito comunista ottenne solo il 17% dei voti. Ma l’Unione Sovietica, potenza occupante, dichiarò vincitore il partito comunista, e tutti gli altri partiti vennero sciolti. Scene simili si verificarono in tutti i Paesi dell’Europa centrale e orientale occupati da Mosca. E tutte quelle repubbliche vennero denominate “democratiche”.
E poi le elezioni vengono manipolate. Si potrebbe fare l’esempio dei plebisciti-farsa con cui venne legittimata l’annessione al Regno d’Italia degli Stati preunitari, con due urne sorvegliate dai soldati e collocate nelle piazze dei villaggi, una per il “sì” e una per il “no”, e chi si avvicinava a quella del “no” se gli andava bene veniva bastonato. Oppure il referendum istituzionale del 1946, quello per cui i monarchici gridano ai brogli ancora oggi, quello della famosa frase di Romita (soprannominato “padre della repubblica”) sussurrata a un funereo De Gasperi: “Non preoccuparti, ho un milione di voti nel cassetto”. E che dire del voto degli italiani all’estero nel 2006, che conobbe le peggiori turpitudini?
In certe occasioni, poi, le elezioni legittimano gli estremisti. Negli anni Venti il listone fascista vinse le elezioni e ne seguirono vent’anni di regime. Negli anni Trenta il partito nazionalsocialista tedesco vinse le elezioni e stravinse vari referendum; il risultato fu una dozzina di anni di dittatura e una guerra mondiale. In tempi più vicini a noi, dalla metà degli anni ’90 in poi, in tutte le elezioni in Bosnia-Erzegovina l’elettorato si è suddiviso per linee etniche premiando sempre i falchi, mai le colombe. All’inizio di questo millennio Hezbollah si è imposto con regolari elezioni nel sud del Libano e Hamas ha vinto le elezioni a Gaza. Risultati: altre due guerre con Israele, una nell’estate 2006 e una all’inizio del 2009.
Le elezioni sono nate e cresciute in Europa, ma un altro loro limite è proprio quello di rallentare l’integrazione europea. Basti ricordare i due referendum con cui la gente in Norvegia ha rifiutato la membership europea (nel settembre 1972 e nel novembre 1994) dopo che il governo di Oslo aveva già firmato i trattati di adesione. Altri esempi: i due referendum della primavera 2005 con cui Francia e Olanda hanno bocciato la carta costituzionale europea, proprio come hanno poi fatto gli Irlandesi nel giugno 2008. E non sappiamo ancora come andrà a finire in Irlanda nella ripetizione della consultazione nel prossimo ottobre.
Per strano che possa sembrare, talvolta le elezioni vengono influenzate dalle calamità naturali. Nell’agosto 2002 il cancelliere tedesco uscente Schroeder era dato per spacciato nelle imminenti elezioni. Gli venne in aiuto una disastrosa alluvione. Prodi, allora presidente della commissione europea, gli corse in soccorso e la foto dei due compagni, in stivaloni nel fango, spostò una fetta di elettorato. La coalizione rosso-verde, benché in netto calo, riuscì a mantenere una maggioranza risicatissima.
Non basta, le elezioni vengono anche influenzate dagli atti terroristici. In Israele nel 1996 il laburista Shimon Peres, premio Nobel, venne sconfitto da Netanyahu a causa degli attentati terroristici palestinesi che spostarono l’elettorato verso destra. Sempre in Israele nel 2001 il laburista Ehud Barak venne sconfitto dal conservatore Ariel Sharon per lo stesso motivo. In Spagna, poi, poco prima dell’attentato alla stazione di Atocha dell’11 marzo 2004 Aznar era favorito ma gestì male le conseguenze del disastro, attribuendone la paternità all’ETA, che una volta tanto non c’entrava. Un limitato segmento di elettori, nelle elezioni politiche tenutesi il 14 marzo, tre giorni dopo l’attentato, lo punì e bastò questo per far vincere Zapatero.
Come se non bastasse, le elezioni in certi casi falsano il quadro geostrategico. Infatti le sconfitte di Peres e Barak in Israele non hanno permesso alla “filosofia Sharon” (combattere il terrorismo come se il negoziato non ci fosse e negoziare come se il terrorismo non ci fosse) di emergere. La conseguenza fu la radicalizzazione dello scontro con i Palestinesi e l’allontanamento di una soluzione pacifica. Le vittorie casuali di Schroeder in Germania e di Zapatero in Spagna hanno determinato due fratture, una all’interno dell’Occidente fra Europa e America e una fra “nuova e vecchia Europa” (la definizione è di Rumsfeld) su come affrontare la crisi irakena.
Spesso, inoltre, sono un fattore frenante delle decisioni importanti. Negli anni elettorali si smette di decidere. Gli esempi possono essere infiniti, basti quello del 2007 quando è iniziato il dibattito sul nuovo concetto strategico della NATO da approvare possibilmente nel 2008. Ma nel 2008 si votava negli USA, quindi tutto è stato rinviato al 2009 per dare tempo al nuovo inquilino della Casa Bianca di ambientarsi. E siccome si sta ancora ambientando, se ne riparlerà nel 2010.
Inoltre, falsano il reale quadro politico, perché il sistema proporzionale è rappresentativo ma può risultare fonte di ingovernabilità. E allora si ricorre al sistema maggioritario, che rappresentativo non è perché i premi di maggioranza falsano la volontà dell’elettorato. E se poi c’è una soglia di sbarramento, la rappresentatività cala ancor più.
Per ironia della sorte, le elezioni in certi casi riescono a distorcere i principi base della democrazia. La democrazia è il governo della maggioranza, ma talvolta si fa come vuole la minoranza. Esempio: il quorum del 50% +1 nei referendum. Se il quorum viene superato di pochissimo, significa che chiunque vinca col doppio dei voti di chi perde, rappresenta in realtà poco più del 30% dell’elettorato.
Peggio ancora quando i quorum non ci sono affatto, e la consultazione è valida anche se vota soltanto il 10% degli aventi diritto, come avviene nei molteplici referendum svizzeri. E se l’affluenza è bassa significa che le elezioni allontanano i cittadini dalla politica. Anche perché certe dichiarazioni gli elettori se le ricordano bene. Chi dimenticherà mai la dichiarazione di Fassino il giorno della vittoria del PdL alle elezioni europee? Dichiarò “Berlusconi ha perso perché ha avuto meno voti di quanti ne avrebbe voluti”. O quelle di Franceschini che dopo avere perso decine di amministrazioni provinciali e comunali senza guadagnarne una, disse “E’ cominciato il declino della destra”. Ecco dunque un ennesimo difetto delle elezioni: si prestano alle interpretazioni più bizzarre.
Infine, le recenti elezioni in Afghanistan. Tutti ci hanno raccontato che tutto è andato benone. “Ragazzi, qualsiasi cosa accada in Afghanistan il 20 agosto, il giorno dopo dobbiamo spargere la voce che le elezioni sono state una meraviglia!”. Questo sembra essere stato l’ordine di scuderia della comunità internazionale in occasione delle consultazioni presidenziali afgane. E infatti il 21 agosto non c’è stato un solo capo di Stato (a cominciare da Obama, che ha parlato di “grande successo”) o un capo di governo o un solo ministro degli esteri che non abbia esternato la sua sconfinata ammirazione per quelle elezioni. E non c’è stato un solo giornale stampato o in video, in Italia o all’estero, che non si sia unito al coro.
Ma “grande successo” in base a che cosa, se i risultati si sapranno solo a settembre? Non si conosce nemmeno il dato relativo all’affluenza al voto, si sa solo che non raggiunge il 50% e che la percentuale è diminuita alquanto rispetto al 2004. Gli unici dati certi parlano di 26 morti nella giornata del voto a causa di 73 attentati in 15 province e di 225 denunce di brogli pervenute alla commissione elettorale nelle prime 48 ore. Ma nessuno saprà mai il numero delle dita, orecchi e nasi mozzati dai talebani a chi si è permesso di andare a votare. La storia del dito infilato nell’inchiostro è più tragica che comica. L’inchiostro in alcuni casi era indelebile e in altri no. Se è indelebile, chi va in giro col dito macchiato se lo vedrà tagliare dai talebani, se invece l’inchiostro “indelebile” sparisce lavandosi le mani, allora l’elettore può votare in più seggi. Il secondo caso - realmente verificatosi - ha fatto gridare ad un candidato: “Fermate queste elezioni, sono una farsa!”.
Per il momento due candidati (Karzai e Abdullah, che non conoscono i risultati) cantano entrambi vittoria, contribuendo a destabilizzare ancor più il Paese che vorrebbero guidare. Se queste elezioni, dunque, abbiano incarnato l’esportazione della democrazia in quel martoriato Paese ovvero abbiano assunto la forma di una tragica buffonata, lo sapremo solo fra qualche settimana. Ma una cosa appare certa: le elezioni, così come la democrazia, non sono esportabili.
In conclusione dobbiamo ammettere che sì, le elezioni vengono disattese, vengono manipolate, legittimano gli estremisti, rallentano l’integrazione europea, vengono influenzate dalle calamità naturali, vengono influenzate dagli atti terroristici, falsano il quadro geostrategico, sono un fattore frenante delle decisioni importanti, falsano il reale quadro politico, distorcono i principi base della democrazia, allontanano i cittadini dalla politica, si prestano alle interpretazioni più spudorate, non sono esportabili…ma per tutto il resto funzionano benissimo.
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