"Eleonora Duse intorno al mondo" in mostra al Vittoriano
Due sezioni: una dedicata alla biografia dell’attrice e l’altra alla carriera e alle opere
di Daniele Lembo


Ci sono personaggi della storia del teatro e della cinematografia che si sono imposti nell’immaginario collettivo, tanto da divenire essi stessi un momento della nostra storia nazionale. Una di queste č certamente Eleonora Duse
Ed č alla Duse che verrŕ dedicata una mostra, curata da Maurizio Scaparro, Maria Ida Biggi e Alessandro Nicosia č organizzata da Comunicare Organizzando, dal titolo “Il viaggio di Eleonora Duse intorno al mondo” e che si terrŕ 3 dicembre 2010 al 23 gennaio 2011. L’evento, destinato a illustrare uno dei miti che hanno caratterizzato, in Italia, l’affannosa ricerca di una identitŕ nazionale, si inquadra nel vasto programma delle Celebrazioni destinate al 150° Anniversario dell’Unitŕ d’Italia. A sottolineare l’importanza dell’attrice e del suo ruolo per la nostra Nazione, la rassegna si terrŕ a Roma presso il Salone Centrale del Vittoriano (Via San Pietro in Carcere) dal 3 dicembre 2010 al 23 gennaio 2011.
In sostanza, gli organizzatori de “Il Viaggio di Eleonora Duse intorno al Mondo” hanno inteso proporre la complessa immagine della personalitŕ della “Divina” Eleonora nel panorama della cultura italiana e internazionale di fine Ottocento e inizi Novecento, sottolineando l’importanza che la sua presenza ha avuto non soltanto nella vita teatrale, ma piů in generale, nella storia sociale e civile del nostro Paese dopo l’unificazione.
Si articolerŕ in due sezioni principali, la prima delle quali destinata alla biografia dell’attrice e che intende far conoscere il personaggio della Duse come donna. La seconda sezione della mostra č destinata ad illustrare le tournče fatte dall’attrice dal 1885 al 1924, contribuendo a far conoscere il teatro italiano nel mondo.
Al visitatore, attraverso dipinti, bozzetti scenografici, costumi e abiti, fotografie d’epoca, locandine e manifesti, programmi di sala, lettere e telegrammi, oggetti e memorabilia, sarŕ offerto non solo un quadro della donna e dell’attrice ma un pezzo stesso della nostra storia patria. La Duse diviene cosě uno tasselli al femminile che hanno contribuito a creare l’enorme mosaico dell’Italia. Tra l’altro, viene presentata una donna moderna, dotata, oltre che di qualitŕ artistiche, anche di indubbie capacitŕ imprenditoriali e doti organizzative, caratteristiche che ne fanno una delle pioniere di quello che č al giorno d’oggi il ruolo della donna nella nostra societŕ.
Il viaggio di Eleonora Duse intorno al mondo č un evento da non perdere – l’ingresso č gratuito - e si avvale di documenti originali provenienti dall’Archivio Duse della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, dal Museo Teatrale del Burcardo in Roma, dal Museo Civico di Asolo e da altre collezioni pubbliche e private. Nell’ambito della mostra, infine, ci sarŕ un angolo dedicato al rapporto di Eleonora Duse con il Cinema e, nell’ambito del quale, č prevista la proiezione del film Cenere. Dopo Roma, la mostra sarŕ poi riallestita nel salone delle feste del Teatro della Pergola di Firenze, dal 4 marzo al 25 aprile 2011.

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Eleonora Duse (Vigevano, 1858 - Pittsburgh, 1924)



Anton Cecov scrive di lei, dopo averla vista a Pietroburgo “Ho aspettato, per il primo e secondo atto, di vederla finalmente recitare. Mi sono reso conto, quando stava per finire lo spettacolo, che lei non avrebbe recitato mai. Lei era sé stessa sulla scena. Oppure, lei e il personaggio erano la stessa cosa. Con quella sua voce senza toni alti, con quelle sue braccia magnifiche che muoveva cosě stupendamente, che vivevano con lei”. L’attrice che ha incantato Cecov č Eleonora Duse, che a Pietroburgo recita con il proprio inconfondibile stile uno dei suoi cavalli di battaglia, Antonio e Cleopatra di William Shakespear. Uno stile, quello di Eleonora, che la connota fin da subito: essenziale, talvolta nevrotico, comunque modernissimo. Agli inizi del Novecento la Duse recita senza aggrapparsi alle tende, senza gesti plateali, senza alcuna ridondanza. Piuttosto – e per l’epoca č una novitŕ assoluta, mai vista prima – si rattrappisce dentro una poltrona, parlando con la testa rivolta verso il basso. Oppure, in una scena di grande tensione, riga uno stipo con una chiave, con fare ossessivo. O, ancora, si ferma immobile, gli occhi fissi nel vuoto, l’aria impaziente, addirittura annoiata. Nel 1897, la grande attrice Adelaida Ristori scrive una lettera in cui presenta Eleonora Duse al pubblico parigino, soffermandosi sulla modernitŕ del suo fare teatro, soprattutto rispetto alla tradizione ottocentesca di cui la stessa Ristori era una delle esponenti piů note e conosciute. “Colla sua voce sottile, talvolta leggermente stridente, ha saputo formarsi una recitazione sua propria, ora rapidissima, ora pianissima, che non consente nessuno scoppio di voce e dissimula la concitazione dell’animo. É magra, e piuttosto una “fause magre“ come si dice in Francia, ma ciň le consente nelle scene d’amore di seduzione, un abbandono della persona… un languore delle membra… uno smarrimento dei sensi…”. Forse il medesimo nevrotico abbandono che Eleonora Duse prova nella sua vita di donna. Una vita travagliata, sofferta. E – per l’epoca – assolutamente scandalosa. Eleonora č attrice, č donna, č sola nonostante i suoi molti amori, le molte relazioni. La prima esperienza sentimentale č delle piů sfortunate: mentre č a Napoli, dove l’ha portata la sua prima scrittura importante al Teatro Fiorentini, conosce e ama il giornalista napoletano Martino Cafiero, direttore del “Corriere del Mattino” e ne resta incinta. Lui rifiuta di sposarla anzi la lascia, mettendole in mano i soldi per pagare l’ospedale. Il bambino nasce a Marina di Pisa e muore dopo pochi giorni. A Matilde Serao che diventerŕ sua grande amica e che le č vicina, Eleonora scrive: “A quell’etŕ non si ama tanto un uomo. Forse si ama soltanto l’amore. Se io mi volgo che rimane di lui? Nulla. Della mia esperienza? Tutto”. Eleonora non lo sa, ma il suo personaggio di donna, sola, inquieta, mal amata nonostante le sue qualitŕ, si č giŕ precisato. E pensare che ha appena vent’anni. Quando, ormai anziana, si volta indietro ammette: “Io fui, e sono, sola ad essermi amica o nemica. Il resto č leggenda”. Eleonora Duse č figlia d’arte. Suo nonno Luigi ha fatto una modesta carriera recitando il repertorio goldoniano. Suo padre Alessandro č primattore e impresario di una piccola compagnia di teatro. Sua madre Angelica č entrata in arte per seguire il marito. Eleonora nasce in un albergo di Vigevano, il Cannon d’Oro. E’ il 3 ottobre del 1858. Debutta a cinque anni nei Miserabili in cui č la piccola Cosetta, e una leggenda teatrale racconta che, per farla piangere, le pizzicassero di nascosto i polpacci. A dodici anni sostituisce la madre malata vestendo i soi panni nella Francesca da Rimini di Silvio Pellico. A quindici, all’Arena di Verona, č gia una memorabile Giulietta. A ventidue č prima attrice della compagnia e regista dei lavori che sceglie e interpreta. Ha un fisico smunto, ma un carattere di ferro. Ha una feroce passione per il lavoro, e assieme una gran voglia di vivere. Dopo il doloroso epilogo della sua storia d’amore con Cafiero, Eleonora si sposa con l’attore Teobaldo Checchi, il classico marito della prima attrice, gentile attento alla carriera della consorte,molto accorto a gestire i rapporti con il pubblico e con i giornalisti. Eleonora, che č una donna di grande intelligenza, comprende in fretta, e in anticipo sui suoi tempi, che il teatro non č soltanto istinto, ma cultura, preparazione. Per tuta la vita si circonderŕ di intellettuali, di scrittori, poeti, musicisti, autori teatrali. E coltiverŕ con grande attenzione i rapporti con la stampa. L’unione con Checchi, da cui nasce una bambina, Enrichetta, ha vita breve, durante una tournče in Sud America, Eleonora – forse per consolarsi dell’improvvisa scomparsa del suo amante Arturo Diotti –inizia una relazione con il conprimario Flavio Andň. Suo marito Teobaldo tenta di consolarsi con la giovanissima Irma Grammatica, ed Eleonora – che in scena non fa mai nulla per caso – una sera, mentre recita La principessa di Bagdad di Alessandro Dumas figlio, si slaccia il busto e mostra il seno nudo. Il suo č un gesto di spregio. E’ una dichiarazione di guerra. Sgomento e pettegolezzi si sprecano, la giovane Grammatica tenta una maldestro suicidio ingozzandosi di frutta e due giorni dopo il matrimonio di Eleonora si chiude. Checchi resterŕ in Sud America e la figlia Enrichetta viene destinata a un costosissimo collegio inglese. E’ il 1885 ed Eleonora ha ventisette anni. Giŕ molto famosa, la Duse si prepara a diventare “il grande bandito della scena”, come la definiscono i suoi biografi piů moderni, la cui tesi č “non si č piů attori perché si ama il teatro. Si č attori, grandi attori, perché lo si odia. Come l’hanno odiato Carmelo Bene, e persino Laurence Oliver. Come l’ha odiato la Duse”. Scrive Mirella Scino in un libro intitolato Il teatro di Eleonora Duse: “liquidato il marito il capocomico, la Duse diventa lei stessa la piů grande capocomico italiano, “il nume Duse”, “la principessa invisibile”, di cui nessuno conosce in anticipo le decisioni e che č sempre pronta a dettare nuove leggi”.

Benché nella vita abbia l’abitudine di vestirsi molto dimessamente, con gonne e bluse grigie, benché si copre le spalle con degli insignificanti scialletti, dopo aver visto Sara Bernhardt, Eleonora decide di farsi fare dei vestiti da Fortuny e da Worth. Il legame con Andň – lei lo definisce “un bell’uomo ma un perfetto cretino” – č ormai finito, ed Eleonora ha voglia d’altro. Di un interlocutore che sappia stimolare il suo intelletto, che sappia tenerle testa. E’ in questo stato d’animo che, nel 1887, incontra un uomo schivo solitario, ma particolarmente passionale, un borghese legato a un’amante che non lascerŕ mai, restio ad allontanarsi dal suo studio al centro di Milano. Un uomo che lei vorrŕ per se e che si chiama Arrigo Boito. A unire la Duse – lui fisso a Milano, lei raminga con la compagnia – concorrono un migliaio di lettere che sigillano ognuno ddei loro gesti. Ad Arrigo Eleonora scrive, rievocando il loro primo palpito: “Vi ricordate delle prime sere? Verdi era in palco con voi. Veniste da me nell’intervallo. Ci sorridevamo, niente di piů. Avevate dei fiori all’occhiello e nell’andarvene le dieci dita si sono intarsiate l’una con l’altra”. Quando comincia la sua relazione con la Duse, Boito ha quarantacinque anni e ha da poco firmato il libretto dell’Otello. Eleonora ne ha ventinove. La loro storia termina una decina d’anni dopo: i due – con caratteri, scelte di vita, abitudini inconciliabili – si lasciano con dolore, inviandosi biglietti che oggi farebbero sorridere. Alludendo alla rottura Eleonora scrive: “E’ come la morte – tale e quale”. E Boito risponde: “ E’ piů che la morte perché era piů che la vita!”. Eppure continuano a stimarsi a volersi bene. E, ogni tanto, a scriversi: Eleonora gli scriverŕ anche nel giugno del 1918, pochi mesi prima che lui manchi. Conclusa la vicenda con Boito, l’attrice si sente sentimentalmente finita. Ama il suo lavoro – ha la mistica del lavoro – ma nello stesso tempo lo odia. Del suo impegno teatrale scrive: “Bisogna recitare per giorni e per mesi parti odiose per ottenere alla fine il sacro premio di qualche attimo di respiro in una parte sentita e amata, e poi ricadere di nuovo nella dura necessitŕ”.E’ in questa condizione di spirito che Eleonora incontra Gabriele D’Annunzio: L’attrice applaudita in tutto il mondo, in Italia considerata “Divina”, ha trentasei anni. D’Annunzio ne ha trentuno, una moglie, tre figli, un’amante ufficiale, un’altra figlia, e una fama – meritatissima –di implacabile seduttore. In un’Italia in cui le donne che lavorano vengono pagate un terzo degli uomini e addette a incombenze massacranti e servili, Eleonora č una donna ricca e indipendente che ha la forza di essere se stessa. Non č bella ma rifiuta ogni artificio, E’ irrequieta e non accetta consigli. Non č esibizionista, sembra fragile ma al dunque č fortissima. Peccato che a distruggerle i nervi arrivi lui, il Vate. Due foto documentano l’erosione prodotta su di lei dal futuro eroe di Fiume: a scattarle č un amico fedele di Eleonora, il conte Giuseppe Primoli, appassionato di fotografia che, nel corso della loro lunghissima amicizia, le punta addosso l’obiettivo migliaia di volte. Nella prima foto Eleonora, pur innamorata non si č ancora perduta nel suo masochismo. Siede su una poltrona di vimini leggendo con aria serena. Quando la storia con D’Annunzio č ormai allo stremo, e il sommo poeta sbuffa solo al vederla. Primoli fotografa la Duse in piedi su una gondola, avvolta in uno scialle come una povera reietta. In Quegli anni D’Annunzio compone per lei. In cerca di “un teatro d’arte e di parola” Eleonora lo spinge a scrivere “La cittŕ morta”, ma mentre lei č in America ad accantonare i fondi necessari per l’allestimento, lui affida la pičce a Sarah Bernhardt, che ritiene piů celebre č piů adatta alle sue ambizioni. Durante i lunghi anni del loro tormentato rapporto lei continua a recitare e a indebitarsi, e lui a scrivere, a spendere i suoi soldi e a insidiare ogni donna che gli capita a tiro, compresa una giovane che Eleonora proteggeva, Giulietta Gordigiani. Eppure Eleonora sopporta. Spenta, ingrigita, segnata, la Duse non sa rinunciare al “suo poeta”. Anche negli anni piů sereni del loro amore la Duse e D’Annunzio non vivono insieme, ma scelgono due case vicine, in Toscana: per lui la famosa “Capponcina”, una sontuosa dimora che era stata della famiglia Capponi, dove Gabriele conduce una vita da dandy fra cavalli e levrieri. Per lei una casa piů modesta, dal nome francescano “La Porziuncola”.

Il successo teatrale, che i due hanno sognato insieme, non sempre li accompagna: la Francesca da Rimini č accolta assai bene, ma quando Eleonora presenta a Parigi “Sogno di un mattino di primavera”, la critica stronca l’opera come noiosa e infantile. D’Annunzio se la prende con lei, sostenendo che se a interpretarla fosse stata la grande Sarah, il successo sarebbe giunto di certo. Nel 1903, quando la Duse rientra da una tournče negli Stati Uniti, Gabriele č ormai apertamente innamorato d’una nobildonna romana, giovane e vedova, Alessandra di Rudině. E’ uno dei molti rospi che la Duse č costretta a ingoiare: tre anni prima il sommo poeta ha dato alle stampe un romanzo, intitolato “Il fuoco”, esplicitamente ispirato al suo rapporto con l’attrice, un racconto ricco di particolari piccanti la cui protagonista, Foscarina, deve cedere il passo alla piů giovane rivale. D’Annunzio viene accusato da molti di slealtŕ,ma questo non lo tocca. Eleonora, che č donna, paga un prezzo piů alto, poiché la sua reputazione va in frantumi. Travolta dallo scandalo raggiunge a Berlino la figlia Enrichetta, e per giustificarsi le dice “Ho due braccia: uno si chiama Enrichetta; l’altro Gabriele. Non posso tagliarne uno senza morire. Segnata da un amore ormai distruttivo, Eleonora continua testardamente a recitare i testi del “suo” Gabriele, rischiando di affossare la propria carriera: l’instancabile attrice, celebre per l’intuito con cui sceglie il proprio repertorio, infila un fiasco dietro l’altro: La Gioconda, La Gloria, sono tutti “veleno al botteghino”. Ma quando Gabriele scrive “La figlia di Iorio”, Eleonora si convince di avere finalmente per le mani il testo tanto atteso. Mentre si sta allestendo lo spettacolo si ammala, e D’Annunzio non ci pensa due volte ad affidare la parte della protagonista alla piů giovane Irma Grammatica. E’ una decisione che sigilla la fine della loro storia. Una vicenda da cui Eleonora esce a pezzi. Eppure č sbagliato immaginare la Duse totalmente sottomessa a D’Annunzio: tra le quinte Eleonora č stata la maestra e Gabriele l’allievo, un allievo traditore ma sempre soggiogato dall’acume, dalla modernitŕ, dalla luciditŕ con cui la Duse faceva teatro. Dopo la rottura riaffronta “Gli spettri” di Ibsen che aveva recitato nel ’91, giovanissima. E’ la sua grande rivincita, č di nuovo il successo. Ma la sua tempra – fragile da sempre – č segnata: nel 1909, a cinquantun anni, la Duse si ritira dalle scene. Ha voglia di riposo, eppure non sa stare ferma: durante la guerra si occupa dei feriti al fronte, fonda degli ostelli per le attrici, ragiona – da intellettuale quale č – sul cinema. E interpreta, nel 1916, l’unico film della sua carriera, “Cenere”, tratto dall’omonimo romanzo della Deledda, male accolto dal pubblico, abituato allo stile magniloquente degli attori del muto. Pure, quando muore nel 1924, durante una tournče americana, affrontata per rimpinguare le sue magre finanze corrose dall’infrazione, il mondo intero si ferma: la Duse non c’č piů. Non c’č piů l’attrice che, con la sua modernitŕ, ha ridisegnato lo stile dell’interpretazione teatrale di qua e di lŕ dall’oceano. Non c’č piů la donna che ha scelto – sono parole sue – di “vivere sola, in randagia libertŕ”.

Patrizia Carrano – Le Scandalose RIZZOLI 2004

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