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Discussione: Dossier "PDS-DS-PD"

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    Predefinito Dossier "PDS-DS-PD"

    PD, 'D' come Democratico o 'D' come De Benedetti?


    La grande finanza dietro alle inchieste che stanno colpendo la frangia costituzionalista del PD

    In prospettiva del passaggio della presidenza G8 all'Italia, è fondamentale che il dialogo tra maggioranza ed opposizione non sia lacerato e giunga invece a riconoscere la imprescindibilità della riorganizzazione fallimentare sistemica come primo passo per giungere ad una autentica Nuova Bretton Woods, di modo da impedire che la crisi finanziaria si propaghi ancor più all'economia reale. Ciò rappresenterà il fondamento di un nuovo sistema finanziario ed economico figlio della tradizione di Franklin Delano Roosevelt, oggi rappresentata in modo esemplare da Lyndon LaRouche. L'entità della bolla speculativa rispetto alla produzione reale globale, come spiegato a Parigi l'8 ed il 9 gennaio scorso dal ministro dell'economia italiano Giulio Tremonti, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dall'ex primo ministro francese, il socialista Michel Rocard, non consente altrimenti. I tre, a differenza di Trichet, di Blair e della Merkel comprendono sempre più a fondo il disegno che LaRouche propone oramai dal '94 per far ripartire l'economia reale globale e che avrebbe evitato l'attuale situazione finanziaria e di scontri geo-politici. Affinché l'Italia possa svolgere un ruolo centrale in questa crisi, è necessario che anche il Partito Democratico italiano si esponga in modo non equivoco intorno a questo punto e prenda le distanze dalle soluzioni filo-oligarchiche tipo quelle esternate recentemente dall'ex premier italiano Prodi. Questo dialogo è tuttavia minato già sul nascere. Infatti il PD si trova al centro di un tentativo di evitare proprio questo processo, e quanto sta verificandosi con lo scoppio a ripetizione di inchieste della Magistratura intorno ai suoi esponenti, non deve essere confuso per un attacco contro il PD.
    Ad essere oggetto di queste inchieste non sono genericamente gli esponenti del PD, quanto piuttosto gli esponenti della superstite ala costituzionalista ed antifascista, quella che ha deciso di non piegarsi ai voleri del suo principale sponsor finanziario. Se queste inchieste indeboliscono il PD inteso come organizzazione politica fatta di elettori e rappresentanti eletti, ognuno con un proprio grado di rappresentatività, allo stesso tempo queste inchieste lo rafforzano se lo intendiamo come una espressione centralizzata delle volontà del suo deus ex machina, l'ing. Carlo De Benedetti.
    Il Partito Democratico, infatti, lungi dall'essere un partito a partecipazione popolare – dove appunto la voce indipendente della sua base conti realmente qualcosa – è stato creato, cooptando ed emarginando l'autentica ala democratica, per raggiungere i fini che la sua proprietà ha deciso, e dove i dirigenti di turno sono equiparabili a dei promotori di interessi finanziari. Si tratta di quegli stessi interessi facenti capo alle più importanti famiglie bancarie del mondo (i Morgan, i Rothschild, ed altre) che con lo scoppio della crisi finanziaria, rischiano oggi come negli anni '30, di ritrovarsi tra i piedi un Franklin Roosevelt che tenga dritta la rotta della nave verso l'idea del Bene Comune, e che denunci il grande bluff che negli ultimi quarant'anni ha disastrato l'intero pianeta.


    Fin dal processo costituente, il PD mostrò la sua vera natura

    Nella primavera del 2007 il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà distribuì durante i congressi dei DS a Firenze e della Margherita a Roma, un documento in cui si puntava ad offrire una via d'uscita autenticamente repubblicana e democratica, all'allora nascente Partito Democratico italiano. In quel documento si ammoniva dall'intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, come era nel disegno di De Benedetti. Il documento si intitolava Per un Partito Democratico antioligarchico, nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira. Lo slogan, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetico, in quanto esso fu: "Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'".
    Invece la strada intrapresa dal PD è stata quella voluta da De Benedetti, ossia quella di un partito dalla marcata connotazione liberista, funzionale a quel silenzioso attentato alla Costituzione che progressivamente, nel corso dell'ultimo quarantennio, ha portato a fuoriuscire completamente dai suoi principi ispiratori: dalla centralità dell'azione di governo in economia, ad un'economia rimessa alla sola legge di mercato; dalla centralità del lavoratore e della produzione alla centralità del consumatore e del consumo. In breve, i pilastri fondanti di questo PD, di questo Partito De Benedetti, sono gli stessi che sono all'origine della crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo.
    Così, quanto sta verificandosi in Italia da un paio di mesi a questa parte, con lo stillicidio di inchieste della magistratura, va visto come un frammento di un film con una trama ben più complessa, rispetto al singolo spezzone.
    La regia del tutto, parte dalla City di Londra, da quell'oligarchia finanziaria che riesce a far apparire dal nulla circa 2.000 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario, ma non riesce a trovare 50 miliardi di dollari per i progetti di sviluppo nel Terzo Mondo[1]. Essa, con particolare riferimento al legame che lega la casata bancaria dei Rothschild allo speculatore George Soros, si muove in Italia con il proprio primario rappresentante, l'ing. Carlo De Benedetti, per completare quel disegno di finanziarizzazione dell'intera economia italiana avviato in Italia nel 1992. Funzionale a ciò è l'ideologia liberista, che viene fatta avanzare con la barzelletta delle liberalizzazioni, come democratica panacea ai mali d'Italia, le quali garantirebbero concorrenza, bassi prezzi e qualità.
    L'oligarchia finanziaria ha un grosso problema: la bolla finanziaria è scoppiata e sta progressivamente entrando nella sua fase terminale; essa non accetta che questa deflagri, e si trova davanti uno scenario per sé stessa pericoloso: la rievocazione delle politiche del dirigismo rooseveltiano che passano per il suo massimo sostenitore ed esperto oggi vivente, Lyndon LaRouche[2] . Molti governi cominciano a dare ascolto a LaRouche – fermo oppositore da circa quarant'anni dei disegni dell'oligarchia finanziaria – e questo, per l'oligarchia finanziaria, vorrebbe dire perdere la posizione di vero governo mondiale che dal '71 ha riacquistato.
    Invece, l'oligarchia finanziaria punta a salvare la bolla dei derivati e per farlo ha necessità di finanziarizzare ancor più l'economia mondiale. Così, essa punta a liberalizzare per privatizzare; a privatizzare per finanziarizzare.
    Il problema di fondo è sostanziale e non nominale. Quali sono le idee a cui questa oligarchia si rifà? Finanziarizzazione, privatizzazione, liberalizzazione. Queste sono le idee che devono essere combattute, riscoprendo invece la più alta concezione dell'organizzazione politica ed economica che la nostra Costituzione ci offre. Gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 41, 42, 47, ci dicono molto e sono palesemente violati.

    Il Partito Democratico deve respingere l'influenza di Soros e De Benedetti
    Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare l'anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l'Italia quell'anno: gli omicidi di Falcone e Borsellino, lo scoppio del caso "Mani pulite" (che stravolse l'assetto politico italiano), l'attacco speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia, si svolgeva una riunione semi-cospirativa[3] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni.
    Queste ultime, lungi dall'essere uno strumento di "moderna" democrazia volto a rendere più efficiente l'economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall'oligarchia finanziaria per trasferire immense fette dell'impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell'economia partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a finanziarizzare quanto più possibile l'economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla speculativa che dal 1971, con l'abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in modo esponenziale, parassitando l'economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo processo di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l'impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli italiani, trasferendoli durante gli anni '90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello sanitario.
    Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del "più impresa meno Stato", il termine "privatizzazioni" fu sostituito con il termine "liberalizzazioni"; più concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani dell'oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale[4] fatta di menzogne ripetute all'infinito dai media, e più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all'idea per cui le liberalizzazioni siano un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.
    Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.
    Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il Corriere della Sera[5] già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E' da questo stretto legame che si può evincere l'attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito democratico italiano. Chi è uscito dall'incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza.
    George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all'origine di varie spedizioni speculative (per esempio quella in Europa nel '92 e quella nel Sud-est asiatico nel '97-'98), ma anche famoso per avere finanziato le rivoluzioni "democratiche" a giro per il mondo, dall'Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e Bielorussia), all'Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello mondiale.
    Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa dal documento Lo sviluppo moderno dell'attività finanziaria alla luce dell'etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:
    ‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l'ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l'Inghilterra, né l'ho fatto per danneggiarla. L'ho fatto semplicemente per far soldi››.
    Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che consente di qualificare una persona come "filantropo". Dice Verderami sul Corriere:
    «Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l'Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell'ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano". I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell'incontro, se è vero che l'idea risale a due settimane fa, e che l'approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l'agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, "ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza". è una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, "nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere": "La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall'altro capo del telefono o del computer, c' è sempre qualcuno pronto a darti attenzione".»
    Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.
    E' doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell'ammirazione del salotto di De Benedetti, per il cinismo delle soluzioni politiche "innovative" adottate, e che presto si dimostreranno disastrose (si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l'utility di Roma attiva nell'acqua e nell'energia). Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell'economia reale, nonché la partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l'oligarchia finanziaria non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati (principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla speculativa globale.
    Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel 2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall'establishment un vero e proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di "terapia shock" come metodo per l'attuazione dell'agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell'appuntamento con Soros, come di un fatto accidentale, come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica, sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche buon samaritano.
    Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest'ultimo racconta di aver collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell'Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell'Università di Bologna, e presentando l'edizione italiana del suo libro autobiografico).
    Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi sul fronte dei media (Repubblica, L'Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).
    Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da un'intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera[6] , se ne rileva un quadro piuttosto chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra – "amministratore straordinario" profetizzò – (probabilmente non l'ha imposto, ma grazie ai media ed ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in termini propriamente democratici la candidatura di quest'ultimo a sindaco di Roma, quando con il progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie di passaggi in quell'intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua creatura politica.
    De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli ultimi anni. Così, individuando anche le reali responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul mercato del lavoro c'è un'elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico, egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente del Partito democratico deve essere il consumatore».
    Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da Renato Soru, avrebbe individuato in quest'ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di un'ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell'ex patron Tiscali.


    La Magistratura: contro il PD o contro una parte del PD? Cui prodest
    Dall'intervista rilasciata al Corriere si evince facilmente che a De Benedetti i dirigenti ex DS, non piacciono proprio. Afferma infatti: «Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori», e poi rincara la dose dicendo: «Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette, cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la deregulation nel commercio e nell'elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».
    Ma a non piacergli sono pure gli ex democristiani della corrente morotea. Si ricordi infatti che quando il Partito Popolare italiano fu fuso con le altre esperienze centriste per creare la Margherita, politici come Giovanni Bianchi (ultimo vero presidente del Ppi) e Gerardo Bianco (ultimo vero segretario del Ppi) furono emarginati per essere sostituiti da nuovi rampolli, tipo Francesco Rutelli. Se si considera questo elemento, risulta essere fallace la lettura che alcuni politici come Graziano Cioni a Firenze, o alcuni noti osservatori come Giulietto Chiesa, stanno facendo parlando dell'attuale guerra intestina al PD come di una guerra tra ex democristiani ed ex comunisti. Se si vogliono individuare due correnti, invece, la corretta lettura è quella per cui da una parte vi sarebbero gli ex morotei ed i dalemiani (diciamo gli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale) che concepiscono la politica come un qualcosa di radicato nel territorio e si identificano fortemente nell'art. 3, 2° comma della Costituzione della Repubblica, dall'altra parte invece vi sarebbero coloro che si sono supinamente asserviti ai diktat provenienti dal complesso finanziario e mediatico di matrice liberista e finanziarista.
    A proposito di liberalizzazioni, non è un caso che proprio queste abbiano rappresentato l'elemento catalizzatore di battaglie ideologiche – si pensi a quella di Veltroni a Roma con i taxi – e di alleanze politiche. In merito a queste ultime, infatti, l'unico elemento di comunanza che il PD ha con i Radicali (anch'essi finanziati da Soros) e l'Italia dei Valori, è sul fronte delle liberalizzazioni. Allo stesso modo, è proprio questo il motivo per cui non si è giunti ad un'alleanza con la sinistra c.d. radicale.
    Massimo D'Alema comprende da anni quale sia lo scenario politico che si celava prima dietro l'Ulivo e poi dietro l'Unione per arrivare infine al PD. Nel 1999, quando era ancora Presidente del Consiglio, D'Alema affermava:
    « … ci mettiamo un po' di ambientalismo, perché va di moda, poi siamo un po' di sinistra, ma come Blair perché è sufficientemente lontano [dalla tradizione comunista], poi siamo anche un po' eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po' di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché "Verdi" è duro, "Sinistra" suona male, "Democratici" siamo tutti ed è fatta! E chi può essere contro, diciamo, un prodotto così straordinariamente perfetto … c'è tutto dentro! Auguri, però io non ci credo!»[7]
    Negli ultimi mesi, si andava delineando, soprattutto con colloqui al nord, l'ipotesi di creare delle federazioni macro-regionali del PD, di modo da dotarsi di una certa autonomia rispetto a Roma e radicarsi maggiormente sul territorio. A questo, con lo stesso intento, si aggiungeva la creazione di vari eventi come il movimento politico Red. In molti dirigenti locali del partito vi era e vi è il malcontento per una gestione troppo centralizzata nella figura del segretario Veltroni delle dinamiche interne (il caso Firenze, con l'intervento di "commissario straordinario" di Vannino Chiti, mandato da Roma, ribadisce ciò), nonché per gli abusi contro lo statuto e per la sostanziale inoperosità dell'Assemblea costituente del PD. Se tutto ciò poteva portare al trionfo elettorale, si era disposti ad accettarlo, ma ora che è evidente il fallimento di questa strada, i dirigenti vogliono tornare a poter dire la loro.
    In sostanza i dirigenti storici stavano disallineandosi dai diktat provenienti da Roma. E tutto ciò ai "capi d'azienda" non piace proprio. Se i leader della Prima Repubblica furono fatti fuori perché si potesse procedere allo smantellamento dell'industria nazionale, quelli di oggi vengono fatti saltare perché non sono abbastanza ubbidienti ed efficaci in merito all'attuazione della "fase 2" dell'Operazione Britannia: quella relativa alle ultime liberalizzazioni mancanti. I politici che danno prova d'indipendenza politica ed intellettuale, non sono funzionali a questo disegno.
    Se andiamo ad osservare chi è stato oggetto degli attacchi della Magistratura, verifichiamo che le inchieste hanno riguardato i dirigenti locali, i dirigenti pre-PD, gente che si era guadagnata il consenso popolare da sé, gente che in effetti aveva la facoltà di poter dire di no ad un diktat proveniente da Roma (dalemiani ed ex morotei). Le inchieste, infatti, più che toccare il PD, toccano una sua corrente. Queste inchieste, di fatto, hanno colpito chi era oggetto della critica di De Benedetti. Ed infatti D'Alema, che ha ben capito il gioco, ha voluto precisare che il problema non sta tanto sul fatto di essere vecchi o nuovi dirigenti, quanto nell'essere onesti o disonesti.

    Il caso fiorentino e Licio Gelli
    A Firenze, gli osservatori più attenti, quando seppero della discesa in campo per le primarie del PD per la corsa a sindaco di Lapo Pistelli, deputato alla Camera e responsabile relazioni internazionali del partito, compresero subito che la candidatura di Graziano Cioni sarebbe saltata attraverso metodi anomali.
    Il ragionamento che quegl'osservatori facevano era il seguente: Pistelli sicuramente conosce il forte svantaggio che gli danno i sondaggi rispetto a Cioni; se ha deciso di partecipare alle primarie del suo partito, avrà sicuramente ricevuto garanzie circa l'esito delle stesse; ci saremmo altrimenti trovati di fronte ad un insolito caso di suicidio politico che chi vive di sola politica non può permettersi di correre. Di fatto, gli eventi hanno preso un corso tale da suffragare in pieno quella che ai conformisti appariva una lettura dietrologica. Ma se si analizzano i capi di accusa piombati sulla testa di Graziano Cioni a pochi mesi dalle primarie fiorentine, ci si convince ancor più che l'inchiesta contro di lui sia stata una bomba ad orologeria scoppiata in seguito alla mancata ricezione da parte dello stesso Cioni del messaggio che in più modi gli veniva fatto arrivare: a queste primarie non s'ha da partecipar!
    Il sondaggio Ipsos del luglio scorso ordinava in questo modo i consensi all'interno dei candidati PD a sindaco (a quel tempo ipotetici): 1) Graziano Cioni (32%), 2) Matteo Renzi (25% e coinvolto immotivatamente dai media di De Benedetti nell'inchiesta scoppiata a Firenze), 3) Lapo Pistelli (23%), 4) Daniela Lastri (21%). Dopo l'inchiesta della Magistratura per il caso Castello/Fondiaria-Sai, e gli echi offerti dai media alla faccenda, l'ordine del sondaggi è completamente mutato: 1) Lapo Pistelli (12,2%), 2) Daniela Lastri (11,6%) [8], 3) Matteo Renzi (9,9%) [9]. Graziano Cioni è invece stato costretto a ritirarsi dalla corsa.
    Che si voglia riconoscere o meno allo scoppio dell'inchiesta un premeditato intento politico, il fatto resta che essa, per il timing avuto e per le notizie fuoriuscite sui media, ha avuto degli indubbi risvolti politico-elettorali.
    Gli ultimi sviluppi del caso Firenze, vanno sempre nella medesima direzione. A fronte di un PD locale che delibera per delle primarie di partito senza ballottaggio (opzione con cui Cioni sarebbe rientrato in gara), una fantomatica "interpretazione autentica" proveniente da Roma – a cui il PD fiorentino si era opposto fino all'arrivo del "commissario straordinario", Vannino Chiti – determina invece che le primarie debbano essere di coalizione e con ballottaggio. Con questa ipotesi, il candidato sicuramente perdente nell'altra ipotesi, Lapo Pistelli, diventa invece blindato, poiché anche in caso di secondo posto ottenuto al primo turno, rientra in corsa per la vittoria finale grazie al ballottaggio.
    Ma c'è anche un'altra tessera che si aggiunge a questo mosaico, e che è stata sottolineata dallo stesso Cioni. Si tratta di un'intervista rilasciata da Licio Gelli a La Stampa il 15 dicembre, in cui l'ex venerabile afferma che dietro le inchieste contro i dirigenti locali del PD vi sarebbe la massoneria fiorentina, a causa della guerra fatta dallo stesso Cioni contro le associazioni segrete.
    Questa intervista, rischia di essere fuorviante se non si intende la massoneria a cui fa riferimento Gelli, più propriamente come oligarchia finanziaria. Questa oligarchia, è da ripetere, ha in scopo un preciso progetto liberista per finanziarizzare ancor più l'economia reale, a fronte di una bolla speculativa globale che necessita che ogni "illuminato locale" faccia la sua parte, perché la bolla è scoppiata e rischia di perdere quell'elemento "fiducia" da parte della comunità mondiale, di cui necessita per sopravvivere. Se invece si va ad intendere la massoneria di cui parla Gelli, come composta da semplici potenti ben organizzati, si identifica solo l'ombra del nemico, ma non la sua sostanziale figura ed il fine dei suoi colpi; detto in altri termini, non si identificano le contro azioni che devono essere intraprese affinché il suo disegno non si adempia.
    Al disegno di questa oligarchia, rischierebbe di piegarsi pure il centro-destra laddove procedesse verso quella liberalizzazione delle utilities spacciata come benefica.

    Perché sia ripresa la strada tracciata dalla nostra Costituzione
    Massimo D'Alema ha dimostrato di avere molte delle qualità necessarie per essere un leader. In particolare, si è sempre caratterizzato tra i colleghi politici per una non frequente indipendenza intellettuale, libero dalle mode del momento. Proprio per questo, sotto l'influenza di De Benedetti, non può essere un dirigente del PD. Tuttavia, D'Alema ha mancato in questi anni del coraggio di immettersi sulla sempre proficua strada della verità e di lottare per essa. Un esempio su tutti: D'Alema[10], nonostante segua e conosca il ruolo di LaRouche, esita però ad appoggiarne pubblicamente l'azione e le idee, come invece ha fatto Giulio Tremonti. Poi, pur comprendendo il fenomeno ed i retroscena di "Mani pulite", non ha mai avuto il coraggio di denunciare la strategia del Britannia a cui quella sommossa giudiziaria era funzionale.
    Purtroppo D'Alema è ancora adesso vittima di quell'esistenzialismo che ha caratterizzato la politica dell'ultimo quarantennio, e che impedisce di avere visione strategica, prevedere gli scenari futuri e cercare di assecondarli se positivi, di deviarli se negativi. Così egli ha preferito seguire i processi controrivoluzionari, illudendosi di poterli cavalcare sempre da vincente. Questa è la trappola più frequente in cui cadono molti politici di oggi.
    Tuttavia l'attuale situazione, in cui molti potenziali leader del centro-sinistra rischiano di essere sostanzialmente messi all'angolo della politica italiana, può rappresentare per la loro stessa dignità di uomini, la forza contingente che può "costringerli" a tirare fuori quel coraggio necessario per passare dall'esistenzialismo alle idee, dalla statistica alla scienza, dal comodo al vero.
    Affinché si giunga alla esistenziale riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, secondo le concezioni rooseveltian-larouchiane, bisogna che i leader del PD italiano escano dalla cappa di asservimento morale e culturale a cui vengono obbligati dallo sponsor finanziario, e piuttosto decidano di alzarsi e camminare nella direzione della verità delle cose.
    C'è bisogno di quel coraggio che per esempio D'Alema riesce talvolta a tirar fuori, come nel caso israeliano-palestinese, dove la tenaglia della gabbia culturale è sempre pronta a scattare accusando di antisemitismo tutti quelli che si provano a criticare l'operato delle dirigenze israeliane.
    Non possono esservi timori in merito ad eventuali contraddizioni rispetto a ciò che in passato si è sostenuto e ciò che adesso bisogna sostenere. Alla gente non fa specie chi cambia opinione se il nuovo proposito è migliore del vecchio; non è vero il contrario invece. Dice Machiavelli ricordando Cicerone: «E li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.»
    Finchè Giulio Tremonti mantiene un ruolo di primo piano nell'attuale Governo, la corrente costituzionalista, antiliberista ed antifascista del centro-sinistra, può tornare ad essere decisiva nella politica italiana e mondiale. Se Tremonti attaccando banchieri e petrolieri, ha deciso di dare un taglio forte alla tradizione oligarchica che il PD stava incarnando sia con i vaneggiamenti di Giavazzi ed Alesina, sia con la politica demagogica di Bersani imperniata a bastonare i piccoli imprenditori, la corrente autenticamente democratica del PD può fare la stessa cosa rifacendosi alla tradizione di Franklin Roosevelt e pigiando forte sulla necessità di una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale che rimetta nella sovranità politica il controllo della situazione, invece che lasciarlo nelle mani di chi può essere inteso solo come player (banche e comunità finanziaria). Il Paese necessita di dotarsi della indipendenza energetica che Mattei comprese essere necessaria perché l'Italia potesse contare qualcosa sulla scena politica mondiale, e per farlo è imprescindibile il passaggio al nucleare. Parlare di fonti a basso flusso di densità energetica, vuol dire di fatto mantenere l'Italia su un livello di sovranità condizionata. E' ovvio che per fare tutto ciò deve essere messa all'indice l'ideologia liberista. Se il PD finora è stato un bluff, funzionale soltanto a spostare verso istanze reazionarie, contro il lavoratore e dunque contro l'impalcatura costituzionale, la nave della politica italiana, si possono ringraziare anche ideologi come Giavazzi ed Alesina. Il PD necessita di ridarsi una visione politico-economica che abbia a che fare con la scienza dell'economia e con gli economisti; il liberismo, Giavazzi ed Alesina si occupano di altro, non è chiaro di cosa, ma si occupano di altro.


    Claudio Giudici
    Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà


    Note:
    [1] - Come denunciato anche dal Cardinale Renato Raffaele Martino.
    [2] - L'8-9 gennaio la Presidenza francese ha organizzato un seminario a Parigi ("Nuovo Mondo, Nuovo Capitalismo") in cui si sono meglio chiarite le posizioni dei governi europei su come affrontare la più grave crisi da collasso dei tempi moderni. Si sono fronteggiate due fazioni: da una parte coloro che riconoscono che l'attuale sistema finanziario, basato sui derivati, è irrimediabilmente in bancarotta e va sostituito; dall'altra, coloro che insistono istericamente che la bolla dei derivati va salvata a tutti i costi... pagati naturalmente dalla popolazione. A favore della prima soluzione sono intervenuti il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, l'ex Primo ministro francese Michel Rocard e in larga misura lo stesso Nicolas Sarkozy. Sia Tremonti che Rocard hanno proposto una soluzione larouchiana: congelare la bolla dei derivati e sottoporre il sistema a riorganizzazione fallimentare. A favore del salvataggio del sistema a tutti i costi sono intervenuti il capo della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, Tony Blair e anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel. Tremonti ha esordito con la sua nota descrizione della crisi come un "videogame", con un mostro più grande dell'altro che spunta dopo averne eliminato il precedente. "Finora ho contato sette mostri", ha detto Tremonti, aggiungendo che il più grande, quello che deve ancora arrivare, è il mostro dei derivati. "I derivati ammontano a 12,5 volte il Pil del mondo - ha spiegato - sono prodotti di cui si conosce l'ammontare ma non l'impatto concreto. Salvare tutto è una missione divina, salvare il salvabile è una missione umana. è una tecnica biblica, separare il sabbatico, mettere le posizioni che non fanno parte dell'economia reale ma hanno un impatto forte, su veicoli che durano magari 50 anni, moratorie lunghe". Il motivo di fondo, ha aggiunto il ministro, è che "se carichi tutto il debito privato marcio sul debito pubblico potresti non farcela". Tremonti ha annunciato che l'Italia intende discutere questa proposta "nell'ambito dei lavori di riforma del mercato finanziario globale come presidente del G8". L'intervento dovrebbe basarsi "sulla separazione tra attività sane e titoli tossici". Bisogna "difendere la parte operativa delle banche".
    Il giorno seguente Tremonti è tornato sul tema in un intervento a Roccaraso. Se il piano di Obama fallisse, ha detto Tremonti, "tutti noi governanti abbiamo il dovere di pensare a un piano alternativo. Dovremo scegliere: salvare le famiglie o i banchieri? Gli speculatori o le imprese? Io non ho dubbi su chi salvare: le famiglie, le imprese e le banche che le finanziano. Tentare di salvare tutto rischia di far perdere tutto, perché c'è un punto oltre il quale neanche i governi possono andare". Ricordando che gli USA hanno tentato di tutto nel corso del 2008, senza riuscire a frenare la crisi, Tremonti ha reiterato che va congelata la bolla dei derivati. Michel Rocard ha ricordato che tra il 1945 e il 1971 l'Europa ha sperimentato una forma di capitalismo molto diversa dall'attuale, che garantiva una crescita regolare media del 5% annuo, nell'assenza totale di crisi finanziarie e con la piena occupazione. Da allora, la crescita si è dimezzata, le crisi si susseguono ogni 4-5 anni, la precarietà del lavoro e la disoccupazione aumentano e i lavoratori impoveriti vengono esclusi dal mercato del lavoro. Al termine del suo intervento, Rocard ha posto la questione scottante: chi pagherà il collasso finanziario? Dall'inizio dell'esistenza dell'uomo, saldare i debiti è sacrosanto. Ma cosa si riesce a fare quando il debito speculativo mondiale supera il PIL aggregato di cinque o sei volte? Non sarebbe il caso di porre il problema di programmare e organizzare una bancarotta controllata? Il Presidente Sarkozy ha ripetuto il suo appello per un nuovo sistema finanziario, non più basato sul "breve termine, sul reddito privato non guadagnato e sulla speculazione". Si è quindi rivolto "ai nostri amici americani", affermando che al prossimo vertice del G20 non accetterà lo status quo. Dall'altra parte, il capo della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha sostenuto che il sistema va salvato con qualche "correzione", ed ha persino parlato di un "nuovo paradigma" come specchietto per le allodole. In realtà, con un cambio dell'olio e del filtro la macchina riparte, ha detto Trichet. "Naturalmente non dovremo gettare il bambino con l'acqua sporca, abbandonando l'assetto dell'economia di mercato che sta alla base del sistema", ha detto il capo della BCE. Lungi dal chiedere il congelamento dei titoli tossici, Trichet ha proposto una "clearing house" mondiale per poter mantenere la bolla dei derivati. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che attualmente "non ci sono altre possibilità di combattere la crisi, tranne che con le montagne di debito che stiamo accumulando".
    [3] - Questa è la definizione datagli dal Presidente Francesco Cossiga (Vedi l'articolo su adusbef.it).
    [4] - "Governi e istituzioni neoliberisti sono sostenuti da un esercito di ideologi. Alcuni sono eminenti studiosi che dovrebbero conoscere i limiti dell'economia del libero mercato, ma che tendono a ignorarli quando si ritrovano a dare consigli di politica economica (come è avvenuto soprattutto negli anni Novanta con le economie ex comuniste). Insieme, organizzazioni e individui influenti formano una potente macchina propagandistica, un meccanismo finanziario-intellettuale sostenuto da denaro e potere", Ha-Joon Chang, Cattivi samaritani, il mito del libero mercato e l'economia mondiale, Università Bocconi Editore, Milano, 2008, pag. 13.
    [5] - Vedi il Corriere della Sera, 1 luglio 2005.
    [6] - Vedi il Corriere della Sera, 2 dicembre 2005.
    [7] - Vedi registrazione del 13 marzo 1999 riportata il 27 dicembre 2008 su youtube.com.
    [8] - Dati ottenibili rielaborando la quinta tabella di questa pagina di sondaggipoliticoelettorali.it.
    [9] - Altra pagina di sondaggipoliticoelettorali.it.
    [10] - D'Alema è comunque tra i firmatari della famosa lettera del maggio scorso inviata a Josè Manuel Barroso, in cui molti leader del socialismo europeo invocano una conferenza per la riforma del sistema finanziario internazionale.

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    Mr. Prodi e i soldi della Goldman-Sachs

    Un articolo duro, quello di Ambros Evans-Pritchard sul quotidiano “Daily Telegraph”. Un affondo al premier Romano Prodi, balzato alle cronache britanniche in seguito alla sua “collaborazione” con una delle più importanti banche d'affari del mondo: la Goldman Sachs. Nonostante la consueta attenzione che la stampa italiana riserva alle notizie sul nostro paese provenienti dai giornali anglofoni, non ci sembra che l'articolo Ambros Evans-Prichard riguardo al modo in cui Romano prodi sarebbe legato agli ambienti della Goldman Sachs abbia avuto lo spazio che merita nei mezzi d'informazione italiani. Anzi, anche a cercare bene, non si riesce a scovare nulla che parli delle relazioni pericolose (pagamenti in nero) del nostro attuale Premier se non qualche commento da parte dei soliti attenti bloggers, basato su ciò che la stampa estera ha scritto in merito.

    La Goldman Sachs, con sede nella “Downtown” di New York, è una delle più importanti banche d'investimento del mondo e possiede sedi nelle maggiori piazze d'affari, tra cui Milano. Negli uffici della città lombarda devono conoscere bene Romano Prodi che ha fornito in passato delle consulenze in materia economica proprio alla G&S. Secondo Ambrose Evans-Pritchard, autore di un articolo pubblicato sul “Daily Telegraph”, ci sarebbero degli indizi di un probabile coinvolgimento dello stesso Prodi negli utili della banca d'affari statunitense. Ma andiamo con ordine. Evans-Pritchard scrive che nel corso dell'ultimo mese, la gloriosa società d'investimento newyorkese - nata nel 1869 - “è stata risucchiata in una indagine sulla corruzione di vasta scala riguardo la fusione Siemens-Italtel”. Stiamo parlando degli anni '90. Ma che c'entra con quella fusione Romano Prodi? C'entra perché , secondo lo stesso Evans-Pritchard, l'inchiesta (definita imbarazzante) ha riguardato da vicino proprio il signor Romano Prodi “che era sul libro paga della Goldman Sachs dal 1990 al 1993 e ancora nel 1997, dopo la sua prima volta come Presidente del Consiglio.”

    Lo scandalo riguarderebbe una cifra pari a 400 milioni di euro, che sarebbe stata usata dalla Siemens per “oliare gli ingranaggi giusti”. Cifra che però comprenderebbe un giro d'affari europeo e non solo nostrano. Sul fronte italiano invece i magistrati di Bolzano hanno dichiarato di avere scoperto un pagamento di circa 3,2 miliardi di lire in un conto intestato alla Goldman Sachs a Francoforte nel Luglio del 1997. Questi soldi, come ha riportato qualche mese fa anche “Il Sole 24 Ore” avrebbero poi fatto un po' il giro del mondo per finire di nuovo in terra tedesca sotto forma di Yen giapponesi. Prodi, quindi, nella questione c'entrerebbe eccome, con tutta la bicicletta e le piadine romagnole in tasca. Visto che un impiegato della G&S, rispondendo ai magistrati durante un interrogatorio lo scorso mese, avrebbe riferito che quei soldi erano serviti per pagare una società terza.

    In relazione all'affaire-G&S, ci sono insomma dei dettagli scottanti. La Guardia di Finanza ha recentemente (febbraio scorso) condotto un blitz negli uffici milanesi della Goldman Sachs, venendo in possesso, tra le altre cose, di un file nominato “Mtononi/memo-Prodi 02.doc” (quel “MTononi” potrebbe stare per Massimo Tononi, ex-manager di G&S ed ora sottosegretario all'Economia?, si sono chiesti in molti). Ci sarebbe poi una lettera - risalente al 1993 - destinata alla Siemens e proveniente dagli uffici milanesi della G&S in cui si parla dell'affare Italtel, società che allora era in corso di privatizzazione da parte dell'IRI (di cui Prodi è stato presidente dal 1982 fino al '89). La lettera in questione dice che la “conoscenza da parte della Goldman Sachs degli ambienti dell'IRI e del suo management avrebbe potuto essere estremamente importante in una negoziazione. Dal 1990 il nostro principale consulente in Italia è stato il Professor Romano Prodi.”

    Mentre da parte sua la Goldman Sachs risponde di non aver mai agito senza rispettare le regole - “rifiutiamo ogni affermazione secondo cui le nostre azioni sarebbero illegali e stiamo pienamente cooperando con le autorità coinvolte nell'investigazione”, lo staff del Premier, come si legge in un articolo de Il Giornale avrebbe fatto sapere quanto segue: “la valutazione e la decisione in merito (alla vendita della Italtel) rientravano nella esclusiva sfera di competenza della società interessata (Italtel Spa) e della controllante (Stet Spa), in considerazione anche della struttura organizzativa e del sistema dei rapporti esistenti nell’ambito del gruppo IRI”.

    In ogni caso, dalle indagini risultata che Romano Prodi avrebbe ricevuto 1,4 miliardi di lire tra il 1990 e il 1993 per mezzo di quella famigerata società terza che si è poi rivelata essere la “Analisi e Studi Economici” di proprietà del Signore e la Signora Prodi. Questi soldi, (o almeno larga parte di tale somma) secondo la segretaria della suddetta società, provenivano in effetti dalla Goldman Sachs. Sempre secondo l'inchiesta di Pritchard, lo stesso Premier sarebbe stato raggiunto da accuse secondo le quali avrebbe usufruito della sua posizione per vendere sottoprezzo proprietà dello Stato Italiano ad amici e alleati politici: il gruppo “Cirio-Bertolli-Rica”, ad esempio, venduto prima alla Fi.Svi, sarebbe stato poi ceduto alla Unilever (Prodi era stato un consulente di questa ditta fino a qualche settimana prima della vendita) per la somma di 310 miliardi di lire. Peccato che il Credito Italiano avesse valutato lo stesso pacchetto azionario dai 600 ai 900 miliardi di lire.

    C'è poi la vicenda di Giuseppa Geremia, giudice romano che aveva deciso di avere prove sufficienti a condannare Prodi (all'epoca Presidente del Consiglio) per conflitto d'interessi. L'ufficio della Geremia venne messo sottosopra dai “soliti ignoti” (secondo quanto riferito dalla stessa Geremia al Daily Telegraph) e, nel giro di pochi giorni, il magistrato in questione venne “mandato in vacanza” (confinato) in Sardegna. Quando si dice “Chi ha orecchie per intendere...”


    Andrea Holzer

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    LA VISITA NEGLI USA
    Rutelli vede Soros, De Benedetti fa da sponsor
    Il leader della Margherita e il finanziere americano: « Ci incontreremo di nuovo per discutere di programmi concreti ». DINI: Il magnate interessato a un convegno a Venezia. RUTELLI: I Democratici ci hanno riservato una grande accoglienza


    DAL NOSTRO INVIATO NEW YORK - Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l' Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell' ex sindaco di Roma, definito « un giovane brillante politico italiano » . I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell' incontro, se è vero che l' idea risale a due settimane fa, e che l' approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l' agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, « ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza » . È una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, « nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere » : « La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall' altro capo del telefono o del computer, c' è sempre qualcuno pronto a darti attenzione » . Appena il pranzo con il più importante sponsor delle campagne elettorali dei Democratici statunitensi si è concretizzato, De Benedetti ha voluto contribuire alla piena riuscita della visita con la sua lettera. Un gesto importante, un segno di come le relazioni di Rutelli in Italia si siano radicate. Un gesto non isolato, visto che all' « endorsement » per la riuscita dei colloqui americani ha contribuito anche l' ex ambasciatore degliUsa in Italia, Reginald Bartholomew. Il viaggio Oltreoceano di Rutelli serviva a porre le basi dei rapporti internazionali, « in vista della vittoria dell' Unione nel Duemilasei » , come sostiene il leader della Margherita. E non c' è dubbio che l' incontro a Washington con l' assistente di Condoleezza Rice agliAffari europei, Dan Fried, sia stato politicamente il più significativo. Nessun rappresentante dell' opposizione italiana era stato ricevuto finora a Foggy Bottom dopo la sconfitta di quattro anni fa, e con la visita al Dipartimento di Stato Rutelli ha simbolicamente spezzato l' isolamento con l' amministrazione americana, compiendo il primo passo e bruciando sul tempo gli alleati di coalizione. « Voi sapete della nostra contrarietà alla guerra in Iraq » , ha esordito il leader dei Dl: « Ma se lei dovesse convincermi a sostenere il progetto in corso, quali argomenti proporrebbe? » . Fried gli ha risposto così: « C' è un governo democratico oggi a Bagdad, c' è la copertura delle Nazioni Unite, e va evitato lo spargimento del terrorismo nel mondo » . Tuttavia il vero problemanei prossimi anni non sarà l' Iraq, bensì l' Iran. Meno complicati sono stati i colloqui di Rutelli con i Democratici, « che ci hanno riservato una grande accoglienza » . Martedì, dopo l' incontro con Madeleine Albright, al ricevimento offerto dalla « clintoniana » Ellen Tauscher, è comparsa Nancy Pelosi, capo dell' opposizione alla Camera dei deputati, esponente dell' area liberal del partito. E insieme a lei c' era Joe Biden, senatore molto apprezzato da Piero Fassino, che lo aveva pronosticato segretario di Stato se John Kerry avesse vinto le elezioni. L' esponente democratico si è trattenuto a lungo, parlando anche lui del rischio di una « esportazione terroristica dai campi di addestramento in Iraq all' Europa » . E l' Iraq - secondo la delegazione dielle - è stato il refrain di tutti gli incontri. A partire da quello con la Albright, ex segretario di Stato, « mia grande amica » sorride Lamberto Dini: « Facciamo parte di un club che annovera tutti ex ministri degli Esteri. Tutti tranne uno, il tedesco Joschka Fischer. Ma con le elezioni in Germania, a settembre, anche lui cambierà status » . La Albright durante l' incontro non ha fatto che ripetere « Iraq, it' s a mess » , « l' Iraq è un casino » . John Hamre, presidente del Centro studi strategici internazionali, ritiene che la situazione sia tale da prefigurare addirittura una « divisione del Paese » . E' una opinione qualificata la sua, visto che sarebbe diventato il direttore della Cia se i Democratici avessero battuto Bush. Nonostante gli appuntamenti e i temi affrontati, il leader della Margherita ha avuto momenti distensivi, durante i quali si è lasciato andare: certe risate, certe movenze, certi « thank you verymuch » fortemente accentati... Era un romano in America quello che nelle prime ore newyorkesi stava sempre con il naso all' insù ad ammirare i picchi dei grattacieli, e che sotto un autentico nubifragio raccontava al telefono con l' Italia: « Questo è l' unico posto al mondo dove vedi cadere la pioggia da 150 metri » . EraRutelli che in preda alle vertigini politiche irrompeva nello scontro internazionale sulla riforma dell' Onu: « Lamberto, con il tuo permesso direi qualcosina sui tedeschi che puntano a un seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ecco, li vorrei manna' a... » . Al pari di molti colleghi italiani, per un giorno anche lui è stato un politico italiano all' estero, anche lui è rimasto infatti impigliato nelle sue parole, con alcuni riferimenti alle vicende domestiche che affioravano dal ragionamento sulle condizioni dei Democratici americani. Poi, preoccupato che in Italia si innescasse una polemica, come un tipico politico italiano all' estero ha convocato una conferenza stampa per prendersela con la stampa, lasciando stupiti i cronisti che lavorano negli Stati Uniti. E' vero che al viaggio Rutelli ci teneva. Durante il primo colloquio, quello con Henry Kissinger aNew York, si era appassionato ad ascoltare le tesi dell' ex segretario di Stato, che sull' Iraq si diceva « pessimista » , e sull' Iran usava una domanda per esprimere i propri dubbi: « Quando diremo che i negoziati sul nucleare sono falliti? » . Eppoi il tema della Cina, su cui Kissinger predica il negoziato: « Sarà la prossima potenza mondiale. Qualcuno pensa di poter fermare la storia? » . Se avesse avuto più tempo, il capo dei Dl avrebbe approfondito la questione del Medio Oriente, l' ottimismo del suo ospite. E avrebbe voluto capire meglio quella battuta sui destini di Gerusalemme: « Va divisa. E' necessario, va divisa » . Era a Washington però che Rutelli si giocava la partita, e c' era ansia alla vigilia degli appuntamenti. All' aeroporto della capitale americana, in attesa dei bagagli, aveva fatto intuire che la « scommessa » di una Alleanza internazionale dei democratici è ancora aperta. « Non abbiamo nemmeno un simbolo almomento » , rideva quasi a esorcizzare i problemi: « Magari potremmo adottare quello. Quello lì sul muro... Lo vedete quel bel punto interrogativo? » . Ma un passo avanti c' è stato in questi giorni, dato che Margherita e « New Democrats » hanno costruito un piccolo ponte: un segretariato permanente. « Con l' Alleanza dei democratici europei e americani - spiega Gianni Vernetti - è stato mosso il primo passo verso la nascita di un più ampio network internazionale » . In autunno a Roma si terrà un incontro con una decina di partiti democratici asiatici. Ieri, a pranzo per due ore con Soros, Rutelli ha gettato le basi per un rapporto duraturo con la Open society, la più famosa delle fondazioni create dal finanziere. A tavola c' era anche il presidente della struttura, Aryeh Neier, « ed è certo che ci rivedremo per discutere di programmi concreti » , ha detto il leader dei Dl. In realtà qualcosa di « concreto » c' è già. A Venezia il Partito democratico europeo organizzerà in settembre una convention su « Democrazia e Islam » , tema a cui Soros è interessato, « perché - come ha rivelato Dini - lui punta a creare nuove leadership nelle società islamiche » . Non è stato un incontro improduttivo quello di Rutelli: Soros potrebbe rivelarsi alleato prezioso contro Silvio Berlusconi. Perché il centro sinistra non avrebbe imezzi per contrastare finanziariamente il Cavaliere in campagna elettorale. Ma se il « mecenate della politica » intervenisse, sarebbe un' altra cosa. « Speriamo accada » , incrociava le dita un autorevole esponente dei Dl prima che Rutelli partisse per gli Stati Uniti: « Soros ci dia una mano. A battere il Polo ci penseremo noi » .


    Verderami Francesco
    Pagina 8
    (1 luglio 2005) - Corriere della Sera

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    Predefinito Rif: Dossier "PDS-DS-PD"

    PD, CENTROSINISTRA E MASSONERIA

    NICOTRA (FdS) : “SQUARCIAMO IL VELO ANCHE AD AREZZO. QUANTI MASSONI SIEDONO NELLA GIUNTA PROVINCIALE E IN QUELLA COMUNALE?”

    Il vivace dibattito che si è aperto nel Pd dalla scoperta che due suoi assessori – al comune di Ancona e di Scarlino (gr)- sono aderenti alla massoneria, squarcia il velo su una realtà che sicuramente non è limitata a questi due comuni. E’ un dibattito che interessa tantissimo anche la nostra città e provincia, non fosse altro perché Arezzo è per antonomasia terra di logge massoniche.

    "O si è massoni o si è democratici – scrive in una nota Gianluca Benamati, deputato Pd e componente la direzione nazionale del partito- Al di là della incompatibilità formale chiaramente stabilita dal codice etico fra l'iscrizione al Pd e l'adesione ad associazioni con vincolo di segretezza, vi è una incompatibilità sostanziale fra i valori di pluralismo, apertura, trasparenza e libertà di partecipazione che sono i tratti caratteristici e fondanti del Pd ed i principi e le modalità operative della massoneria. E' necessario riaffermare con forza, per il presente e per il futuro, che l'appartenenza al Pd non è mescolabile con la partecipazione a qualsivoglia associazione di qualunque natura e orientamento che possegga caratteristiche di riservatezza, segretezza e vincoli comportamentali".

    Condivido il punto di vista di Benamati – per inciso nello statuto del Prc il divieto d’iscrizione alla massoneria è totale – e ritengo che esso debba essere esteso a tutte forze di centrosinistra mentre è necessario ripristinare l’ obbligo di dichiarare l’appartenenza alla massoneria se si è pubblici amministratori.

    Nel 1999 , dopo la vittoria del centrodestra al Comune di Arezzo, su proposta del presidente del consiglio comunale Maurizio Bianconi , il consiglio soppresse questo obbligo di dichiarare l’appartenenza o meno alla massoneria dall’apposita dichiarazione sullo “stato associativo” che tutti i consiglieri, sindaco, assessori e nominati devono presentare all’inizio del mandato.

    Ricordo che il centrosinistra si oppose con l’eccezione dell’allora capogruppo dello SDI che addusse motivazioni libertarie. Dopo gli anni dello scandalo P2 in cui le pubbliche amministrazioni provarono a porre argine all’invadenza di consorterie di affari e poteri, il tema della presenza dei massoni in ruoli chiave della vita pubblica è andato via via scemando.

    E’ in particolare l’impossibilità di sapere a quali poteri ed interessi risponde l’eletto a muovere perplessità e preoccupazione per questo “calo di tensione”. Per non parlare dell’impossibilità di poter comprendere se vi sono effettivi conflitti d’interessi e vanificando, per questa via, anche la possibilità del consigliere comunale e provinciale di esercitare il mandato e la sua funzione di controllo.

    Questa situazione porta a reputare normale che il capogruppo di una formazione transfuga del centrodestra al Comune di Arezzo , iscritto alla P2 e avvocato di Licio Gelli, possa condizionare con il voto del proprio gruppo le scelte in politica urbanistica dell’amministrazione Fanfani. Non ci è inoltre dato di sapere quali e quanti massoni siedono per esempio nella giunte provinciale e in

    quella della città capoluogo. Perché ritengo che l’incompatibilità stabilite dagli statuti del Pd e del Prc debbano essere assunte nel codice etico di tutte le formazioni del centrosinistra? Per due motivi. Il primo è che la formazione di liste civiche nello schieramento di centrosinistra può essere un modo per aggirare e sottrarsi all’obbligo di dichiarare la propria appartenenza massonica. Il secondo è perché il palazzo, comunale e provinciale poco importa, deve essere una casa di vetro, senza segreti e misteri. Per questo la dichiarazione associativa e quella dei redditi di tutti gli eletti dovrebbe essere accessibile on line da parte di tutti i cittadini che hanno diritto di sapere cosa fanno e di cosa vivono i loro rappresentanti.


    Alfio Nicotra

  5. #5
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    L'Unità boicotta Russia e Libia

    Prima gli affari suoi: vedrà Gheddafi e Putin
    di Ninni Andriolo

    Prima Gheddafi, poi Medvedev e Putin. L’agenda settembrina di Berlusconi alterna i tempi della verifica agli incontri con i soliti «amici». E visto che i finiani hanno messo sul piatto le relazioni internazionali a senso unico del premier italiano – ponendo interrogativi sibillini - l’incontro romano con il leader libico e quello successivo con i russi acuiscono il contenzioso nella dilaniata maggioranza centrodestrina. L’appuntamento di fine agosto con Gheddafi, per festeggiare la sua rivoluzione, è un classico berlusconiano. Un po’ come l’andare in montagna dopo un’accaldata estate al mare.

    E poco importa se il deserto libico dove il dittatore ama attendarsi si sposi poco con l’idea della villeggiatura. Anche quest’anno il Cavaliere aveva programmato il solito viaggetto a Tripoli per il 30 di questo mese - l’ultima capatina risale al 12 giugno scorso (non proprio la preistoria) - ma l’appuntamento ha cambiato continente all’improvviso. A meno di colpi di scena, sarà Gheddafi ad attendarsi a Roma. Occasione provvidenziale per smorzare le polemiche che accompagnano le soventi rimpatriate tra i due leader? Un convegno economico promosso dall’ambasciata libica in Italia.

    Dubitiamo, però, che dare al vertice la parvenza di un incontro quasi casuale possa servire a diradare gli interrogativi della stampa internazionale che almanacca su affari e incroci societari. O ad alleviare i mal di pancia crescenti del governo americano che, d’altra parte, non sembra entusiasta dell’altra amicizia, molto particolare, che lega Silvio al russo Vladimir. I due si sono ritrovati svariate volte negli ultimi mesi. Memorabile l’appuntamento segretissimo dell’ottobre 2009, tra Mosca e San Pietroburgo. Che, una volta svelato dalla stampa – protetto e coperto dal potente apparato di sicurezza putiniano - si trasformò in un battibaleno da “privatissima” festa per il compleanno di Putin in pubblicizzatissima sfacchinata tra leader impegnati a farsi carico dei destini del Pianeta. Altro che sospetti su belle donne e lauti affari in dacia! Il 9 settembre il Cav. volerà a Mosca. Un altro convegno, spiegano. Vedrà sicuramente Medvedev (che in fatto di incontri con il nostro sta eguagliando il record di Putin). Ma volete che si lasci scappare l’occasione di una rimpatriata con Vladimir? Che avranno da dirsi così frequentemente questi amiconi, poi! Se non si vuole dar retta alla storia del Cavaliere mediatore tra Est e Ovest, Sud e Nord del mondo, c’è tanto da curiosare. Come fanno intendere i finiani.

    Nella guerra Pdl degli avvertimenti incrociati i seguaci del Presidente della Camera hanno contrapposto ai dossier di Feltri la minaccia di rivelazioni bomba sui rapporti di Berlusconi con Putin e Gheddafi. Chiaro, quindi. che si deve chiedere anche a loro del nuovo tour del premier. Vogliono attendere “gli eventi”, però, prima di fare esplodere rivelazioni al vetriolo. Domani il Cavaliere definirà con i suoi, a Palazzo Grazioli, la strategia della verifica. Per saltare l’ostacolo dei finiani vorrebbe “rilanciare in grande stile”, proponendo all’Italia un programma utile – eventualmente - anche a scopi elettorali. Cosa c’entrano Putin e Gheddafi?

    Per il finiano Briguglio non si possono dimenticare i temi internazionali. Bene fisco, federalismo, Mezzogiorno, giustizia (se non diventa – con il processo breve – la solita occasione per riforme ad personam), ma la politica estera del Paese? L’asse con Putin e con Gheddafi inserisce «delle anormalità» nelle «tradizionali alleanze con Usa e Nato», spiega il finiano. È «come se Tripoli fosse diventata una capitale occidentale». Rilievi che il Pd ha avanzato più volte. Casini stesso ha posto il tema dei diritti civili calpestati dall’amico libico del Cavaliere. Il leader Udc, tuttavia – a sentire la campana di Arcore - non si mostrerebbe sordo ai corteggiamenti Pdl in funzione anti-Fini. «C’è un rapporto strettissimo tra Casini e Gianfranco - taglia corto Briguglio – Ma quando noi ci astenemmo con l’Udc su Caliendo si gridò al tradimento. Ora che il Pdl suona la sirena a Casini va tutto bene?».

    Non c’è verso, parli di politica internazionale e l’asino casca sulla domestica querelle di una maggioranza che si dilania. Ieri, tanto per capire l’aria che tira, una trentina di seguaci del Presidente della Camera si sono riuniti nella casa siciliana del vice ministro Urso. E lì, da Acicatena, splendida vista sull’Etna, hanno arato il terreno isolano in vista della semina del nuovo partito di Fini. «In provincia di Palermo abbiamo già costituito 50 circoli – spiega il finiano Lo Presti – Se sarà necessario accelerare per reagire alle campagne denigratorie contro di noi e il Presidente della Camera siamo pronti». La strada da percorrere? «L’unica è quella di una federazione tra noi e il Pdl per essere primi tra pari». Fini riparte dalla Sicilia. Gheddafi, l’amico del Cavaliere, è attendato sulla sponda opposta del Mediterraneo.
    19 agosto 2010
    Ultima modifica di Stalinator; 20-11-10 alle 22:52

  6. #6
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    Esiste la Lobby sionista?

    Solo pochi anni fa, chi osava porre questa domanda veniva subito tacciato di «antisemitismo». E non solo da sionisti o ebrei, ma soprattutto da personaggi di "sinistra". Dopo la guerra contro l’Iraq, che Israele è riuscita a far fare per procura agli Usa, ciò non è più possibile. Due rispettabili studiosi americani, Mearsheimer e Walt, con dovizia di particolari, hanno provato che Israele, attraverso la sua lobby in America, ha il potere di determinare la politica estera USA a suo vantaggio.

    Fa meraviglia che oggi la cosiddetta sedicente "sinistra", e non solo quella non-alternativa, sia scivolata nel pantano ripugnante dei sostenitori del sionismo, delle colonie, di Israele, e dei suoi innumerevoli e sempre nuovi crimini? No nessuna meraviglia. É la logica conseguenza di scelte sciagurate di tanti anni fa. Quando si definisce il sionismo "lotta di liberazione degli ebrei", di tutti gli ebrei, anche dei non-sionisti o dei non israeliani, allora è logico dire che chi si oppone a Israele, cioè al frutto della "lotta di liberazione", è solo un «antisemita», non vuole che gli ebrei siano liberati, li vuole semplicemente sopprimere. Ma se il sionismo è la "lotta di liberazione degli ebrei", perché tanti ebrei, comunisti, socialisti o semplicemente democratici, si sono opposti al sionismo? erano contro la loro liberazione? Perché oggi questo genere di persone continua ad esistere nella comunità ebraica mondiale?

    Una lotta di liberazione è tale perché libera un territorio da una potenza coloniale, non dai suoi autoctoni. Il sionismo invece ha patteggiato con l’impero britannico il possesso della Palestina e infine l’ha "liberata" dei suoi abitanti palestinesi, per costruire uno Stato che oggi costituisce la punta di diamante dell’imperialismo occidentale, quello americano in testa.

    Prima ancora che lo dicessero i sionisti o Israele, la "sinistra" italiana, confondendo sionismo e ebraismo, lanciava a destra e a manca facili accuse di «antisemitismo». Oggi che la destra storica è filo-israeliana perché è filo-imperialista e filo-americana, la "sinistra" si trova spiazzata. Gli antisemiti storici sono diventati filo-semiti, Fini e la stessa Mussolini sono buoni amici di Israele, anzi accusano la "sinistra" di tradire Israele e di essere inconsapevolmente a fianco dei "terroristi". Gli unici «antisemiti» oggi sono gli anti-imperialisti, gli «anti-americani», coloro che combattono il sionismo e Israele.

    Fassino si dichiara apertamente e senza vergogna sionista, Bertinotti sostiene che “è difficile criticare Israele”, la maggior parte dei sostenitori di Israele però preferisce tacere, il che, davanti ai crimini di guerra e quelli contro l’umanità che Israele commette tutti i giorni (oggi a Gaza e in Libano), equivale a un chiaro sostegno. Chi tace acconsente. I più "coraggiosi" si spingono tanto in avanti da sussurrare a labbra strette che le risposte di Israele “sono sproporzionate”. Sproporzionate? Distruggere un paese, uccidere centinaia di civili, creare un disastro umanitario dislocando 1 000 000 persone per ottenere il rilascio di due soldati rapiti è solo una risposta "sproporzionata"?

    Si dice poi che quella di Israele è "una risposta" al rapimento dei soldati e quindi in qualche modo la si giustifica. Una risposta? Chi ha cominciato a rapire militanti palestinesi, o a ucciderli, in retate e assalti ai territori palestinesi. Sono circa 8 000 i palestinesi rapiti, in carcere senza processo e accuse, come a Guantànamo, ci sono anche donne e ragazzi. Ci sono ancora resistenti libanesi nelle prigioni israeliane, rapiti in tempi di pace, anche se la resistenza all’occupazione del Libano meridionale ha cacciato gli Israeliani nel 2000. Di questi i nostri politici "sinistri" o "sionistri" non dicono niente?

    Ma «Israele ha il diritto di difendersi» dice Bush su suggerimento di Olmert. «Israele ha il diritto di difendersi» grida la sionistra in coro, compreso Bertinotti. Certo è naturale, chi è attaccato ha diritto di difendersi. Non lo si può certo negare. Ma le cose non stanno così. Gli attaccati, dal 1948, sono i palestinesi, l’intero mondo arabo. Si toglie loro la Palestina, la si dà ai sionisti, si impedisce la nascita di uno Stato palestinese, si conquistano e non si rendono territori arabi, si sommergono i paesi vicini di profughi palestinesi, si invadono e si distruggono con mille pretesti i paesi vicini, e tutto questo non è attaccare? Per chi accetta l’esistenza dello Stato sionista, nato da un sopruso imperialista e non da una ‘lotta di liberazione’, è logico dire che esso è attaccato, soprattutto perché è alleato dell’Occidente. E poi è uno Stato «democratico» e chi lo attacca è «terrorista». Per chi non accetta lo Stato sionista, proprio perché è nato da un sopruso imperialista (anche se camuffato con il travestimento della "Legalità Internazionale"), è logico schierarsi con gli oppressi, con i palestinesi, con i senza Stato, i profughi, i «terroristi». Noi proponiamo che in Palestina si giunga al più presto alla costituzione di un solo Stato Democratico per palestinesi ed ebrei (un uomo, un voto). Come è successo in Sud Africa. Ma questo comporta lo scioglimento dello Stato sionista per soli ebrei, uno Stato di apartheid. Come era il Sud Africa prima della liberazione.

    Perché questa posizione ragionevole e democratica, che permetterebbe, tra l’altro, agli ebrei di liberarsi veramente della loro mentalità da ghetto (Israele è uno Stato-Ghetto per soli ebrei), non si afferma nel mondo tra i democratici, nella sinistra, anche se essa si richiama a valori umanitari, di uguaglianza, di tolleranza, ai princìpi di democrazia e di libertà? Qualcuno dirà: perché la sinistra ha tradito i suoi stessi principi e valori fondanti. Certo. Ma questa risposta non ci soddisfa.

    Torniamo alla domanda iniziale: Esiste la lobby sionista?

    Per Jeff Blankfort, un ebreo anti-sionista coerente e coraggioso,la risposta è SI ! Dal suo scritto possiamo capire come gli Stati Uniti d’America, avendo venduto le loro istituzioni parlamentari alla lobby ebraica, si presentino in Medio Oriente operando contro quei principi di libertà e uguaglianza che tanto spesso proclamano essere i valori fondanti della loro democrazia. Certo gli Stati Uniti sono imperialisti, ma cosa ci guadagnano dall’essere complici e responsabili della mancata nascita di uno Stato palestinese, seppur piccolo e striminzito? Cosa perdono invece, con la loro incondizionata politica pro-israeliana, in termini di influenza presso i paesi arabi? Non sono poi Israele e la lobby ebraica che spingono gli Stati Uniti contro i popoli arabi? Cosa ci guadagnano oggi gli Stati Uniti acconsentendo alla distruzione del Libano? La lezione dell’11 settembre non sono stati capaci di capirla bene. Forse perché la lobby ebraica americana ha impedito che si sviluppasse un dibattito serio sui frutti di una politica estera totalmente pro-israeliana. L’imperialismo americano, pur restando imperialista, avrebbe tutto da guadagnare da un atteggiamento più equidistante. Anzi riuscirebbe forse a perseguire meglio i suoi obiettivi almeno in relazione ai regimi arabi filo-occidentali che hanno sempre più difficoltà a gestire le masse arabe solidali con i palestinesi e fortemente anti-israeliane e sempre più anche anti-occidentali.

    In Italia, esiste questa lobby? Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denunciano la pericolosità. Il partito Radicale di Pannella-Bonino-Capezzone prende soldi e ordini da Tel Aviv. Il governo (con le nostre tasse) gli paga, stupidamente, la gestione faziosa e sionista di Radio Radicale. Perché sono tanto interessati a piazzare loro accoliti in ministeri come gli Esteri, la Difesa, le Relazioni col Parlamento europeo? Perché non la Sanità, la Pubblica Istruzione, per esempio? A parte le considerazioni sulla loro forza elettorale, è chiaro che a loro interessano quei ministeri che hanno a che fare con gli Stati Uniti e Israele. Perché si muovono da destra a sinistra a seconda delle possibilità di vittoria dell’uno o l’altro polo? Per entrare comunque al governo, qualsiasi esso sia, per fare gli interessi d’Israele.

    E veniamo al Giornale-Partito-Sionista-Italiano "La Repubblica" dell’ebreo sionista De Benedetti. Schierato con la sionistra esercita una grande influenza sul gruppo dirigente DS e in mille modi ne condiziona la politica e la cultura. É riuscito a sostituire "L’Unità" come giornale del partito di maggior peso nell’Unione, con la sua "Repubblica". Esercita anche una nefasta influenza culturale nella società. I DS, non più un partito di militanti ma un movimento elettorale e d’opinione, non erano più in grado di mantenere in vita, con le sottoscrizioni e i festival, il giornale del partito, per cui hanno accettato l’offerta di sionizzarsi con De Benedetti. Il glorioso ‘L’Unità’ di un tempo è stato dato in gestione ad un altro ebreo sionista, Furio Colombo, ex-uomo Fiat e amico di Kissinger, che lo mantiene in vita con i denari (ancora) di De Benedetti. La lobby ebraica italiana, come il Partito Radicale, lavora a destra e a sinistra, sui due tavoli del potere. Così è riuscita a piazzare Feltri al giornale ‘Libero’ di Berlusconi, e in più vari suoi uomini in altri giornali e alla televisione. Mieli alla direzione del ‘Corriere’, l’esagitata Fiamma Nierenstein alla ‘Stampa’, Clemente Mimoun, al TG1, il suo amico Enrico Mentana a Canale 5, Gad Lerner alla 7. Ci limitiamo ai posti dirigenti, non accenniamo nemmeno ai semplici giornalisti. La comunità ebraica italiana conta circa 40 000 membri. C’è una città italiana con una popolazione di queste dimensioni da cui provengono tanti direttori di giornali e telegiornali così importanti? Immaginate tanti direttori di giornali r TV provenienti da Merano (Meran) e tutti osannanti alla politica austriaca o tedesca. C’è evidentemente una strategia di attenzione ai Media italiani da parte della lobby ebraica italiana (e internazionale). La stessa strategia risultata vincente in America. Oggi poi dobbiamo aggiungere Sky (in America: Fox) del famigerato Rupert Murdoch, australiano di nascita, ma da madre ebrea e quindi vero ebreo. Questo amico di Sharon ha avuto un ruolo mondiale importante nell’orientare l’opinione pubblica a favore della guerra in Iraq e a favore di Israele. É uno strumento importante nella cosiddetta «guerra al terrore» di USA e Israele, o meglio di USrael. Tutti se la prendono con gli sciocchi vanitosi sionisti di bandiera Ferrara e Fede, nessuno nota le vere forze vive del sionismo in Italia.

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    Predefinito Rif: Dossier "PDS-DS-PD"

    Approvato il pacchetto Treu
    Legalizzato il lavoro in affitto


    Dopo 5 mesi di discussioni in Parlamento è passato definitivamente il Pacchetto Treu. Esso è la diretta conseguenza del "patto per il lavoro" siglato a settembre da governo e sindacati e dell’accordo sindacale del luglio ‘93 che prevedeva l’introduzione in Italia del lavoro interinale.

    Proprio il lavoro in affitto, infatti, che occupa quasi la metà del provvedimento, è stato finora il punto centrale della strategia del governo sull’occupazione, dando in pratica ragione a Confindustria e Banca d’Italia che sostengono che il mercato del lavoro è troppo rigido e va flessibilizzato. Il disegno di legge dà la possibilità a società di capitali o cooperative di costituirsi in "imprese fornitrici di prestatori di lavoro temporaneo per il soddisfacimento delle esigenze di imprese utilizzatrici". È la fine definitiva quindi dell’ufficio di collocamento pubblico, che già aveva perso molto del suo ruolo da quando non vi era più l’obbligo per le aziende della chiamata numerica.

    Nell’ipotesi prevista dal pacchetto, inoltre, le imprese fornitrici possono "assumere" l’aspirante lavoratore anche a tempo indeterminato, in tal caso "il lavoratore rimane a disposizione dell’impresa fornitrice per i periodi in cui non svolge la prestazione lavorativa presso un’impresa utilizzatrice".

    Questa è flessibilità per le aziende, ma sempre meno per i lavoratori di decidere quando, come e dove lavorare!!

    Uno degli obiettivi del padronato è quello di ridurre la forza dei lavoratori e delle loro organizzazioni nei luoghi di lavoro, ed aver mano libera per licenziare e colpire salari e condizioni di lavoro. Non sono un caso le frequenti dichiarazioni contro il primo (quello nazionale) e soprattutto il secondo livello di contrattazione (quello aziendale) nell’ultimo periodo. Ma anche il lavoro interinale, e la flessibilità in generale, vanno verso questa direzione.

    Il lavoratore precario è in una condizione di massima ricattabilità: non appena alza la testa, per rivendicare i suoi diritti, aumentano la possibilità ci sono che l’azienda presso cui lavora gli rinnovi il contratto. Con l’introduzione delle agenzie private per il lavoro interinale non solo il sindacalista riconosciuto, ma anche il lavoratore comune che ricorrerà individualmente al sindacato per tutelare i propri diritti, sarà sempre più boicottato. L’aumento della precarizzazione del lavoro quindi colpirà in maniera notevole anche i lavoratori a tempo indeterminato, poiché i giovani precari saranno più difficilmente disposti a lottare per la difesa delle condizioni di lavoro e del salario, e lo faranno solo se vedranno chiaramente la possibilità di ottenere dei risultati. Il fatto che sul testo di legge ci sia scritto che "l’impresa utilizzatrice è tenuta all’osservanza di tutte le norme di legge e di contratto collettivo" è solo un modo per nascondere la cruda realtà. Per chi avesse illusioni che in tal modo ci sarebbe la possibilità di estendere alle piccole aziende lo statuto dei lavoratori, che le aziende con più di 15 dipendenti sono tenute a rispettare, nell’art. 6 del pacchetto sul lavoro si chiarisce che "il prestatore di lavoro temporaneo non è computato nell’organico dell’impresa utilizzatrice ai fini dell’applicazione di norme di legge o di contratto collettivo".

    C’è da rimanere ancora più perplessi quando, sfogliando questo documento, si constata che non vi è chiarezza su chi finanzierà queste agenzie per il lavoro.

    Nell’art. 10 si legge che la richiesta di compensi al lavoratore per l’iscrizione nella banca dati è illegale. Sarà allora lo Stato o qualsiasi ente pubblico a finanziare queste agenzie private a scopo di lucro? Ancora una volta i soldi dei lavoratori contribuenti verrebbero utilizzati per accrescere il malloppo di speculatori e affaristi!!! O forse le imprese utilizzatrici cederanno una fetta dei loro profitti a queste agenzie come già avviene negli altri paesi europei? In tal caso saremmo di fronte ad un’ennesima contraddizione di questo sistema economico, lo spreco di risorse che potrebbero invece essere utilizzate per finanziare un aumento dei salari, la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, o comunque la creazione di nuovi posti di lavoro stabili.

    Nella seconda parte del pacchetto, ci sono diverse disposizioni evidentemente importanti visto che secondo Liberazione (quotidiano del Prc) dell’8/5/97 sarebbero i "Primi passi per l’occupazione". Si prevede l’estensione dei contratti di formazione anche agli enti pubblici di ricerca; l’età massima per l’apprendistato è innalzata dai 20 attuali ai 24, e addirittura ai 26 anni nelle regioni meridionali. Gli oneri previsti per l’attuazione di quest’ultima disposizione nel triennio ’97/’99 sono di 1105 miliardi; 26 sono i miliardi che il governo stanzierà per la prosecuzione dei "lavori socialmente utili" e altri 100 ne sono invece previsti in agevolazioni e incentivi per le imprese che regolarizzeranno le posizioni di lavoratori in nero. C’é infine la garanzia che verrà attuato un piano di "lavori di pubblica utilità" e di "borse di lavoro" per 100mila giovani del sud in cerca di primo impiego iscritti da più di 30 mesi nelle liste di collocamento. Costo di quest’ultima operazione: 1000 miliardi in 2 anni, più l’assicurazione sugli infortuni coperta dall’INPS.

    I parlamentari di Rifondazione, pur criticandolo, hanno fatto passare il lavoro in affitto sostenendo che vi erano dei paletti che lo ridimensionavano, usando il fatto che la destra votava contro. Ma chi ci garantisce che nei prossimi anni non riusciranno ad introdurre qualche modifica legislativa? Già se ne parla in questi giorni, e comunque dovremmo sapere che la borghesia è abituata a prendersi prima il dito, poi la mano e tutto il resto. Il governo dell’Ulivo ha fatto passare il principio che è possibile affittare il lavoratore come qualsiasi altra merce!! La realtà sui nuovi posti di lavoro è del tutto diversa da come è stata descritta.

    Alcune aziende usufruiranno gratis di manodopera pagata dallo Stato che naturalmente sarà sottopagata e a termine e avranno la possibilità di pagare meno contributi grazie a queste nuove forme contrattuali.
    Il sindacato e Rifondazione devono cambiare strategia sull’occupazione.Il mercato del lavoro è già flessibile (nel ‘96 in Emilia Romagna gli avviamenti al lavoro a termine costituiscono il 68,1% del totale) e i risvolti sull’occupazione non si vedono. Anche da questa semplice considerazione emerge la necessità di rivendicare con forza un salario minimo garantito uguale all’80% dei minimi salariali in modo che i giovani non siano costretti dalla disperazione ad accettare condizioni di lavoro da terzo mondo.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Dossier "PDS-DS-PD"

    La solita fuffa complottista secondo cui se i politici delinquono quando vengono scoperti è per un complotto della magistratura e delle oligarchie anglosassoni o ebraiche che li volevano far fuori (ricorda Cuffaro e la famosa "migliore classe dirigente della Sicilia"), secondo cui il Partito Democratico seguirebbe una sorta di non meglio specificato liberismo (ovvero, contro l'intervento dello Stato in economia? Ma quando il PD ha alzato la voce contro l'intervento positivo dello Stato nell'economia?).
    Tenetevi Tremonti, che invece ha capito le illuminanti idee di LaRouche...
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Monsieur Visualizza Messaggio
    La solita fuffa complottista secondo cui se i politici delinquono quando vengono scoperti è per un complotto della magistratura e delle oligarchie anglosassoni o ebraiche che li volevano far fuori (ricorda Cuffaro e la famosa "migliore classe dirigente della Sicilia"), secondo cui il Partito Democratico seguirebbe una sorta di non meglio specificato liberismo (ovvero, contro l'intervento dello Stato in economia? Ma quando il PD ha alzato la voce contro l'intervento positivo dello Stato nell'economia?).
    Tenetevi Tremonti, che invece ha capito le illuminanti idee di LaRouche...
    Queste sono notizie e articoli presi da quotidiani nazionali noti o da siti che rientrano nella galassia del socialismo. Non dal sito di LaRouche. I rapporti tra centro-sinistra italiano e Stati Uniti sono ben noti e non frutto di fantasiose trame da film d'azione.
    Il tuo ramoscello d'ulivo è un prodotto d'oltre Oceano e lo sai bene.
    Far passare per complotto paranoico tutto ciò che non ci va di ammettere è abbastanza comico, esattamente come i complottismi paranoici, giustamente da deridere.
    Ultima modifica di Stalinator; 22-11-10 alle 14:58

  10. #10
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    I COLORI DELL’IMPERIALISMO
    di Andrea Fais



    Secondo alcune indiscrezioni, pubblicate da SiciliaOggi nel luglio dell’anno scorso, il finanziere George Soros sarebbe andato su tutte le furie dinnanzi all’attivismo in politica estera di Silvio Berlusconi, annunciando una discesa in campo per contrastare questo governo “anti-democratico”[1]. La forte amicizia tra Silvio Berlusconi e l’attuale Primo Ministro Russo Vladimir Putin, ribadita nel corso di quei mesi anche al G8 de L’Aquila, è un nodo che sta sostanzialmente contrassegnando buona parte dell’attuale scontro in atto all’interno delle stanze della politica. Dalle indiscrezioni, più o meno attendibili, di Wikileaks, ai recenti attacchi di Futuro e Libertà per l’Italia, contro la politica estera di questo governo, indicata dai finiani come uno dei maggiori pomi della discordia e una delle principali ragioni del loro strappo interno alla maggioranza, tutto lascia supporre che lo spazio di relativa autonomia ritagliato dal premier negli ultimi due anni stia seriamente creando alcuni dissesti all’interno di equilibri nell’Europa meridionale e nell’Arco del Mediterraneo, per troppo tempo dati per scontati o per assunti.

    Da ben più di un anno e mezzo, lo scontro politico è proseguito intensificandosi sempre di più, seguendo dei copioni assolutamente pittoreschi, fatti di escort, scandali a luci rosse, accuse, spesso retroattive, come nel caso di Scajola e Bertolaso, le cui personali vicende giudiziarie sono improvvisamente scoppiate in riferimento a presunte ipotesi di reato presumibilmente materializzatesi addirittura mesi e mesi prima, senza che fino a quel momento fossero mai uscite sui giornali. Fino ad allora il Ministro dimissionario alle attività produttive e il capo (dimissionario) della Protezione Civile, si erano messi in luce in ambito internazionale, per due eventi principali: per quanto riguarda il primo, gli accordi di Villa Gernetto, del 26 aprile 2010, che avevano ratificato un nuovo protocollo di intesa tra Italia e Russia nel settore energetico, avviando la cooperazione nel settore nucleare tra l’Enel dell’Amministratore Delegato Fulvio Conti (tra i più decisi sostenitori, in Italia, di un saggio ritorno al nucleare sicuro e pulito), e la Inter Rao Ues, rappresentata da Boris Kovalchuk; il secondo invece, dopo aver guidato la prima ricostruzione de L’Aquila, aveva criticato la gestione americana dell’emergenza nell’immediato post-sisma di Haiti.

    Lo scontro politico ha poi visto accendersi i riflettori su nuove escort salite alla ribalta, fino a giungere alla visita estiva del Colonnello Gheddafi in Italia, che ha acceso un mare di polemiche trasversali, capaci di allineare compattamente e unanimemente ambienti islamofobi e ambienti dell’opposizione parlamentare. Alcune ragazze studiose di religione islamica, invitate ad un seminario in cui ha presenziato per l’occasione il Presidente della Libia, sono state fatte oggetto di oltraggio e scherno da parte della stampa, oscurando, così, l’importanza degli accordi conclusi tra Italia e Libia in materia di cooperazione energetica ed infrastrutturale, oltre che l’importante supporto di Tripoli nel contributo al salvataggio del credito italiano.

    La palla è poi passata allo polemica mediatica nei confronti del Direttore del TG1, Augusto Minzolini, che ha naturalmente rinviato all’annoso scontro relativo al monopolio mediatico e televisivo di Berlusconi. “Sono appena tornata dall’Italia, il mio Paese natale. Ho mangiato molto bene […]. In ogni caso, lo stato della libertà di informazione in Italia (cosparso di corruzione e di indifferenza) è duro da digerire. […] L’Italia è l’unico Paese occidentale in cui il Governo sta provando ad estendere questo controllo nel mondo reale (off line) anche al mondo virtuale (on line) attraverso la schedatura dei siti web come della stampa e della televisione”[2]. A scrivere queste parole non è una qualunque eroina della sinistra radical-chic dei giorni nostri come Sabina Guzzanti o Serena Dandini, e nemmeno qualche attempata “vampe” del giornalismo italiano “riformista” come la De Gregorio, ma la semisconosciuta direttrice dell’Open Information Policy, sottosezione del Programma di Informazione dell’Open Society Institute di George Soros, Vera Franz. La Franz è da diversi anni un’attivista della libertà d’informazione e della comunicazione multimediale: dopo studi in Canada, Austria, Italia e Inghilterra, ha conseguito un master in media e comunicazione presso la prestigiosa e immancabile London School of Economics, vero e proprio trampolino di lancio per giovani e intraprendenti occidentali (tra cui lo stesso Soros in passato), tanto che la ritroviamo anche come collaboratrice del Dipartimento per la ricerca e lo sviluppo dell’informazione della Commissione Europea, oltre che nelle strutture politiche di alcune organizzazioni per i diritti e per la legalità in Croazia e in Bosnia-Erzegovina[3].

    La Franz, che nell’Open Society ricopre un ruolo non certo residuale, va avanti e scrive, “Il 3 Ottobre dell’anno scorso (2009, ndt), l’Associazione Nazionale della Stampa ha organizzato una delle più grandi manifestazioni in sostegno della libertà di informazione e dell’apertura della rete”[4] aggiungendo che una grande forma di “resistenza contro le diverse politiche del Governo è anche stata organizzata da Il Popolo Viola, una creatura della rete che si sta avviando grazie a facebook”[5], senza tralasciare che “diverse personalità critiche e schiette, come ad esempio Guido Scorza, stanno facendo la loro parte”[6]. Guido Scorza, per dovere di cronaca, è un avvocato e giornalista molto impegnato nel dibattito sull’informazione e sul diritto d’autore, attualmente in forza alla redazione de Il Fatto Quotidiano, dove collabora assieme ai ben più noti Marco Travaglio, Peter Gomez, Massimo Fini e Luca Telese.

    Come tutti sanno, o dovrebbero sapere, l’Open Society Institute, presso cui lavora Vera Franz, è la famosa fondazione non-governativa creata proprio da George Soros nel 1993 dalle vecchie strutture dell’Open Society Fund, direttamente autofinanziatosi grazie alla pluridecennale attività di speculazione che lo stesso magnate e sedicente filantropo ha messo in piedi in passato con il suo Quantum Fund. Artefice delle più clamorose speculazioni finanziarie su vasta scala mai viste negli ultimi decenni, e passato alla storia per aver “distrutto” la Sterlina, la Lira e per aver dissestato diversi altri sistemi finanziari di alcuni Paesi asiatici ed europei, George Soros è attivissimo nell’ambito del confronto geopolitico, proprio perché quasi unanimemente considerato la mente attiva delle cosiddette rivoluzioni “non-violente”, che da almeno trentacinque anni destabilizzano e condizionano la vita politica dei Paesi dell’Est Europa e dell’Asia. Se un tempo c’erano Radio Free Europe, Charta77 in Cecoslovacchia o Solidarnosc in Polonia, pronte a riversare tonnellate di propaganda atlantica sui sistemi politici e sociali dei Paesi del Patto di Varsavia, oggi i movimenti “democratici e per i diritti” danno luogo al fenomeno che per tutti gli anni Duemila ha catalizzato l’attenzione internazionale, soprattutto nel continente post-sovietico, nel Medio oriente e in parte dell’Asia meridionale: le cosiddette “rivoluzioni colorate”.

    Con la manifestazione anti-Milosevic del 5 ottobre del 2000, nella Serbia martoriata dal bombardamento della Nato, si è dato il via ad un giro di walzer impressionante, che in appena soli cinque anni è stato in grado di espandersi in Georgia (2003, rivoluzione delle rose), in Ucraina (2004, rivoluzione arancione), in Kirghizistan (2005, rivoluzione dei tulipani), alla cui ondata “emotiva” si affiancarono altri tentativi golpisti, quasi subito rientrati e falliti, in Bielorussia (2006, rivoluzione dei jeans), in Azerbaigian (2005, rivoluzione arancione-verde), in Mongolia (2005, rivoluzione delle sciarpe gialle), in Libano (2005, rivoluzione dei cedri), in Myanmar (2007, rivoluzione zafferano), e in Iran (2009, rivoluzione verde). Ognuno di questi movimenti apparentemente spontanei ha il preciso scopo di imporre un cambio di governo e, in caso di sconfitta alle urne, di trasformarsi in un braccio violento e armato, auto-legittimatosi in base ad una fantomatica ancorché indimostrata irregolarità o truffa elettorale ai propri danni, con buona pace della democrazia e della non-violenza. Così è accaduto a Tehran appena un anno fa, dove bande di criminali, delinquenti, debosciati, nullafacenti e teppisti, presi a cottimo per l’occasione, hanno inscenato uno dei più terribili tentativi di distruzione dell’intera città, coinvolgendo abitazioni comuni, edifici di grande prestigio politico e religioso o semplici esercizi di tipo commerciale.

    In generale le rivoluzioni colorate mostrano quattro caratteristiche che ne accomunano i vari tentativi più o meno riusciti:

    1) avvengono sempre all’interno di nazioni guidate da governi strategicamente partner (momentaneamente o tradizionalmente) di Russia e/o Cina

    2) non avvengono mai all’interno dei Paesi del patto Nato

    3) utilizzano metodi di proselitismo quasi interamente basati sulle moderne tecnologie (telefonia mobile e/o rete informatica) e su precise impostazioni comunicazionali (scelta di un colore o di un oggetto emblematico, immaginario d’impatto, selezione di slogan e di “beniamini” costruiti al momento, che focalizzino e catturino l’emotività del pubblico)

    4) presentano sempre il tentativo di imposizione di un programma politico di apertura economica, commerciale e strategica all’Occidente

    Servendosi di una retorica liberale, ispirata alle teorie filosofiche del suo idolo e vate, Karl Popper, George Soros è tutt’oggi considerato il principale finanziatore di queste organizzazioni, che spesso risultano essere una vera e propria amalgama di personaggi politici locali di opposizione, studenti particolarmente attivi di tendenze liberali, attivisti di pre-esistenti associazioni per i diritti (omosessuali, pacifisti, ambientalisti ecc..), tutti quanti ricompresi all’interno di nuove e ben più solide reti, dove il ruolo essenziale di supporto e formazione dell’Open Society Institute praticamente risulta decisivo. Come annotato nei punti 1) e 2), il cambiamento radicale della politica estera fin lì adottata è uno dei principali fattori riscontrati in tutti i tentativi di rivoluzione colorata inscenati.

    In Georgia (Mikhail Saakashvili), in Ucraina (Viktor Yushenko) e in Kirghizistan (quanto meno nei primi due anni del Governo del neo-eletto Kurmanbek Bakiyev), i cambi al governo hanno letteralmente sconvolto i tradizionali e secolari rapporti con la Russia, costituendo tre autentici avamposti ostili a Mosca proprio nelle tre zone di confine principali dell’enorme ex territorio sovietico: l’Europa Orientale, il Caucaso e l’Asia Centrale.

    Quando il 5 dicembre 2009, va in scena a Roma il primo cosiddetto No-B day, organizzato nei mesi precedenti in maniera apparentemente spontanea, attraverso facebook e la rete in genere, qualcosa sembra cominciare a muoversi. La sconvolgente uniformità nei metodi e la serrata organizzazione alla base dell’evento lasciano sicuramente sorpresi. Una massa di migliaia di persone, contraddistinte dal solo scopo di contrastare in ogni modo il premier Silvio Berlusconi, e accomunate da un colore, il viola, che darà nome e logo al movimento: il Popolo Viola è qualcosa che lascia tutt’oggi esterrefatti. Improvvisamente, nel giro di pochi mesi, semplici elettori, giovani appartenenti a diversi partiti politici di opposizione (spesso anche in forte contrasto), professionisti e cittadini in genere, si ritrovano insieme per cercare illusoriamente di incidere nello scenario politico italiano, senza un programma, senza una proposta, senza una piattaforma politica autonoma, senza una guida e senza alcun organigramma interno ufficiale. Non ci sono nomi, non ci sono leader, non ci sono capi-fila, non ci sono rappresentanze. Le due domande che sorgono immediatamente spontanee a questo punto, sono due. Qual è la ragione politica del Popolo Viola e a chi fa riferimento questo movimento apparentemente spontaneo?

    Ancora oggi non è mai stata trovata una risposa esauriente, malgrado blog, siti, spazi internet, più o meno ufficiali, riconducibili a questo movimento pseudo-politico proseguano nella loro attività tanto da continuare a diffondersi come funghi un po’ ovunque. I motori di ricerca più noti della rete impazziscono allorquando si tenti di ricercare qualche notizia in proposito e lo stesso Google fornisce ben 840.000 risultati di ricerca della voce “popolo viola”. Per ora, esiste un solo portavoce riconosciuto. Gianfranco Mascia, quarantanovenne ex attivista nel sindacalismo cattolico delle ACLI, del movimentismo non-violento e ambientalista, si è messo in testa sin dal 1993 di contrastare a qualunque costo e in ogni settore Silvio Berlusconi. Fu lui il fondatore della famosa associazione Bo.Bi., tale “Boicotta il Biscione”, resasi famosa per le sue azioni di boicottaggio contro qualunque attività legata al Presidente del Consiglio, dall’editoria alla politica, organizzando comitati in tutta Italia negli ultimi quindici anni.

    Le accuse principali riguardano il monopolio dell’informazione di cui il Cavaliere si sarebbe avvantaggiato durante tutto questo lasso di tempo. Eppure Gianfranco Mascia non è il solo a mettere sul piatto della bilancia il problema del conflitto di interessi di Berlusconi: il movimentista pugliese potrebbe trovare conforto d’opinione anche all’interno dell’Open Society Institute, dove non mancano iniziative forti a questo proposito. Primo fra tutti è James Goldston, direttore esecutivo dell’Inziativa per la Giustizia dell’Istituto di George Soros. Attivista per i diritti umani in Africa, America, Asia ed Europa, Goldston è uno degli uomini di punta dell’Open Society, e si è occupato in prima persona del conflitto di interessi di Berlusconi, presentando documentazioni e inchieste, sostenendo che “la situazione italiana è inaccettabile per la democrazia”[7]. Goldston non ha perso tempo durante il 2010, ribadendo in un comunicato: “ci stiamo rivolgendo alla Corte Europea per affermare i principi del pluralismo televisivo”[8].

    Proprio sul tema dell’informazione nell’Italia del governo di Berlusconi, lo scorso 5 maggio di quest’anno, se la sono spassata con grasse risate anche alcuni ragazzi, all’incontro di un fantomatico quanto inutile Popolo Viola London (a che serve una branca del movimento all’estero?), accorsi per l’irrinunciabile occasione di gustarsi un’ennesima e divertentissima conferenza contrassegnata dalle velenose invettive “anti-B” di Marco Travaglio e di Antonio Padellaro, duo di punta del neo-nato quotidiano “Il Fatto”. Scenario dell’imperdibile manifestazione di godimento collettivo demo-progressista? L’immancabile London School of Economics, un tempio ultra-liberista dove si susseguono, uno dopo l’altro, praticamente tutti i personaggi di questa strana vicenda. L’“anomalia” italiana costituisce una situazione che, per dirla con le parole di Travaglio, “soltanto osservatori stranieri come quelli di Freedom House possono cogliere”. Freedom House, organizzazione di spicco dell’osservatorio a stelle e strisce sul mondo, principale istituto promotore del rispetto delle libertà individuali, si batte da anni per l’indipendenza del Tibet, per la scarcerazione di Liu Xiaobo, per il supporto ai paladini della “democrazia made in Usa” sparsi nel mondo, per il sostegno a quei diritti umani “a senso unico” tanto in voga nella nazione di noti “filantropi” come Buffalo Bill, Eisenhower, Truman, Nixon, Carter, Negroponte, Kissinger o Luttwak.

    In ogni caso, stando alle dichiarazioni rilasciate dai tanti personaggi fin qui citati, per la rete dell’imperialismo “demo-capitalista” a carattere umanitaristico-libertario (Freedom House, Open Society Institute, Human Rights Watch e compagnia al seguito) il problema principale in Italia e in Europa è Silvio Berlusconi. Anche Darian Pavli, albanese d’origine e collaboratore di Goldston presso l’Iniziativa per la Giustizia dell’Open Society, già impegnato come ricercatore per Human Rights Watch nei Balcani meridionali, ricorda come “negli ultimi trent’anni, la famiglia del Primo Ministro Silvio Berlusconi, ha mantenuto il controllo dei primi tre canali televisivi, meglio noti come ‘Impero Mediaset’”[9], tralasciando evidentemente che Italia Uno e Rete Quattro nacquero diversi anni dopo Canale5, e che per tutti gli Anni Ottanta e buona parte degli Anni Novanta, le reti Fininvest, poi Mediaset, non furono certo le prime tre reti nazionali italiane. Ma tant’è. Nell’Open Society, come nelle parole di Travaglio, si accalcano gli strali contro la presunta “anomalia italiana” rappresentata da Silvio Berlusconi. Stupisce come in tutto l’archivio della Fondazione del magnate ungherese Soros non si rintracci alcun rapporto su Rupert Murdoch, magnate e monopolista televisivo ed editoriale nel mondo, come del resto non si faccia alcun cenno alla sua ben più estesa “anomalia mondiale”. Murdoch certamente non è mai entrato in politica, ma questo non gli impedisce di condizionarne gli scenari, soprattutto negli Stati Uniti d’America, con la costante presenza di canali faziosamente e chiaramente politicizzati come Fox News, dove la propaganda maccartista vecchio stampo, si somma ad un neo-conservatorismo “integralista” privo del minimo pudore, senza contare lo strapotere pressoché incontrastato di Sky che, con i suoi canali, è in grado di produrre i più svariati approfondimenti (politica, scienza, geografia, storia, arte …) concentrando nelle proprie mani una potenzialità di condizionamento che coinvolge tutti i settori dell’inchiesta.

    Non se ne fa il minimo accenno. Alla pari di tanti altri uomini (chi ha detto Brzezinski?) e di tante altre istituzioni (chi ha detto Trilateral Commission?), per l’Open Society Institute, Rupert Murdoch è come se non esistesse. Questa è la faccia pulita e invisibile del capitalismo internazionale, della finanza mondiale, che può permettersi il lusso di paventare il pericolo della “dittatura”, proprio nella misura in cui la sta instaurando, giorno dopo giorno, davanti a quei cittadini convinti di difendere la libertà, inebriati dalla retorica e dal mito globale di una democrazia apparente.






    [1] I. PANZANICA, Berlusconi fa infuriare George Soros “Adesso basta, In Italia scendo in campo io”, SiciliaOggi, 8 luglio 2009


    [2]V. FRANZ, Italy’s alarming new proposed internet laws, Open Society Foundations, 26 marzo 2010


    [3]OPEN SOCIETY FOUNDATIONS, Information Program, Vera Franz, Senior Program Manager


    [4]V. FRANZ, Italy’s alarming new proposed internet laws, Open Society Foundations, 26 marzo 2010


    [5]ibidem


    [6]ibidem


    [7]OPEN SOCIETY FOUNDATIONS, Legality of Berlusconi’s Television Monopoly Challenged, Open Society Justice Initiative, 11 marzo 2010


    [8]ibidem


    [9]D. PAVLI, Berlusconi’s Chilling Effect on Italian Media, Open Society Foundations, 23 marzo 2010


    fonte: CONFLITTI E STRATEGIE
    I COLORI DELL
    Ultima modifica di Stalinator; 07-02-11 alle 17:50

 

 
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