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Discussione: Il Dandy

  1. #1
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    Predefinito Il Dandy

    La figura del dandy è una delle più fraintese della storia del costume. La sua identità viene convenzionalmente individuata, dalla vulgata massmediale, nelle forme di un'indefinita eccentricità, di una vaga stravaganza. In tal senso, il libro di Giuseppe Scaraffia è primariamente utile a chi vuole mettere a fuoco le generalità di uno stile di vita e di un modello di comportamento ben definiti e quasi irrimediabilmente scomparsi. Il dandy ha vissuto il suo momento di massimo fulgore e oscurità nel Novecento. E' stata una delle "figure del Novecento". L'identificazione del dandy novecentesco, distinto dal languido e prezioso esteta dell'Ottocento, e la certificazione del suo declino, iniziato negli anni Quaranta con il crollo delle élite aristocratiche e completato dal pro***** di omologazione operato dai media, sono le fondamentali premesse di una divertita e rigorosa indagine sull'esistenza di un mito disperso.

    La squisita maschera del dandy viene svelata, con estro enciclopedico, attraverso la sapiente tessitura dei gusti, delle passioni, delle manie e delle inclinazioni di alcuni grandi protagonisti - perlopiù letterari, spesso francesi - del secolo scorso: Paul Morand, Drieu La Rochelle, Gabriele D'Annunzio, Jean Cocteau, Francis Scott Fitzgerald, Vladimir Majakovskij, Curzio Malaparte, Roger Nimier, Jacques Rigaut e molti altri. Perfezionista e solitario, assoluto individualista, asceta impeccabile e raffinato, il dandy persegue l'intento di "trasformare se stesso in opera d'arte" e "lo stile che si manifesta in ogni suo gesto è quello che resta della morale smarrita della modernità". La sua eleganza, austera e voluttuosa, "ricercata fino alla naturalezza, è l'insegna, continuamente rinnovata, di una maestà incognita, il vellutato memento di una grandezza segreta", e la sua immutabile disinvoltura è "il distillato di un disagio che nulla può mitigare".

    Refrattario alle seduzioni del potere, sempre in cerca di nemici, fatalmente attratto dalle cause perse, "il dandy cerca invano nel volto dei vinti un'eco delle virtù che ama: il distacco da ogni interesse, l'ebbrezza di essere in minoranza, il gusto dell'azzardo e del gioco sempre più stretto con la morte". Il suo luttuoso e spavaldo edonismo è l'espressione di "chi sa che le gioie della vita valgono quanto il suo estinguersi". Scaraffia ridona alla figura del dandy la sua nobiltà e la sua profondità, e stende allo stesso tempo, indirettamente, un manifesto contro la volgarità, alla ricerca della bellezza perduta. Rintraccia una maschera, magnificamente inattuale, scolpita in un tempo e in uno spazio impossibili, e la fa affacciare, opportunamente nascosta, sul palcoscenico invisibile del nostro presente: inelegante, chiassoso e omologato. Offre, implicitamente, un antidoto contro gli assalti dell'imperante trivialità. E lo fa con spirito ludico, assistito da un'ironia vigile; ben consapevole, come Pierre Drieu La Rochelle, che ogni ritirata dalla modernità si rivela inattuabile, benché audace e affascinante.


    E' importante marcare bene i confini che esistono tra lo snob e il dandy. Il primo è, come dice la parola, un falso aristocratico, un sine nobilitate (di cui la parola snob è l'accorciamento). Il termine entrò nel vocabolario comune all'inizio dell'Ottocento, in Inghilterra, volto a designare i giovani rampolli studenti delle famiglie borghesi benestanti.
    Lo snob è un opportunista privo di consapevolezza individuale, desideroso di ascendere la scala sociale spacciando ruolo, rango e competenze al di sopra delle proprie limitate prerogative. Lo snob è un arrampicatore sociale, che disprezza i suoi simili credendo così di elevarsi ad un rango superiore. Si fa scimmia dei potenti, confida nel progresso e nella politica, diventa, per autoingannarsi, manichino indossante abiti all'ultima moda; al contrario del dandy, lo snob veste ciò che è nuovo, sia brutto o no - dato che ha i gusti personali congelati dal trendy-, mentre il dandy preferisce conciliare la bellezza con la moda, creando quel giusto miscuglio di originalità e classico che ritiene necessario per non sforare nell'eccentricità o nello stupido trendy dello snob della domenica.
    Il dandy seduce e adora 'far piaceri'; lo snob 'non guarda in faccia nessuno'. Lo snob è cugino primo di quel borghese puritano contro cui Baudelaire e compagni si schieravano; oggi il borghese è in decadenza, o, a seconda dei punti di vista, si è evoluto nello snob, una sanguisuga che serve il potere e, appena ne ha l'occasione, maltratta i più deboli.
    E, quando lo ritiene necessario, tenta di imitare il dandy, ma inutilmente. Crede di assomigliargli ostentando freddezza e distanza, mostrandosi superiore come la donna-sfinge di Wilde: enigmatica ma assolutamente priva di segreti. Ma il dandy, nonostante tutti gli sforzi dello snob per somigliargli, è al di sopra di lui e al di sopra di quelli davanti ai quali lo snob si umilia sperando, un giorno, di sostituirli. Il dandy vive sempre nel passato e, a volte, nel futuro; lo snob si arrabatta nel presente.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Il Dandy

    Interessante la differenza antropologica tra l'arricchito,plebeo d'animo, e l'esteta puro,quello che sà riconoscere il bello e sà guardare bene,ovunque.

  3. #3
    Ritorno a Strapaese
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    Predefinito Riferimento: Il Dandy

    Citazione Originariamente Scritto da Arthur Machen Visualizza Messaggio
    Interessante la differenza antropologica tra l'arricchito,plebeo d'animo, e l'esteta puro,quello che sà riconoscere il bello e sà guardare bene,ovunque.
    Si si, infatti l'Eleganza( con la "E" maiuscola) è innanzitutto un requisito morale innato.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  4. #4
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    Predefinito Rif: Il Dandy

    I dandismo non è neppure, come sembrano credere molti sconsiderati, un gusto sfrenato del vestire e dell’eleganza materiale. Per il dandy perfetto tali cose sono unicamente un simbolo della superiorità aristocratica del suo spirito. Così, ai suoi occhi, avidi soprattutto di distinzione, la perfezione del vestire consiste nella semplicità assoluta, che è poi il modo migliore di distinguersi. Che cos’è allora questa passione che, fattasi dottrina, ha raccolto adepti dominatori, questa istituzione non scritta che ha formato una casta cosi altera? Essa è prima di tutto l’ardente bisogno di crearsi un’originalità, entro i limiti esteriori delle convenzioni sociali. È una specie di culto di sé, che può sopravvivere alla ricerca della felicità da trovare nell’altro, a esempio, nella donna; e che può sopravvivere persino a tutto ciò cui si dà il nome di illusioni. È il piacere di stupire e la soddisfazione orgogliosa di non essere mai stupiti. Un dandy può essere un uomo cinico, può essere un uomo che soffre, ma anche in questo caso, egli sa sorridere come lo Spartano addentato dalla volpe.
    Così, per certi aspetti, il dandismo confina con lo spiritualismo e con lo stoicismo. Ma un dandy non può essere mai un uomo volgare. Se commettesse un delitto non ne sarebbe degradato, forse; ma se il delitto avesse origine da una causa ignobile, il disonore sarebbe irreparabile. Il lettore non si scandalizzi dinanzi a questa gravità nella frivolezza e ricordi che vi è una grandezza in tutte le follie, una forza in tutti gli eccessi. Strano spiritualismo! Per coloro che ne sono a un tempo i sacerdoti e le vittime, tutte le complesse condizioni materiali alle quali si assoggettano, dall’abbigliamento impeccabile a ogni ora del giorno e della notte sino ai più spericolati virtuosismi sportivi, non sono che una ginnastica destinata a fortificare la volontà e disciplinare l’animo. Invero, non ero affatto in errore considerando il dandismo come una sorte di religione. La regola monastica più rigorosa, l’ordine irresistibile del Vecchio della Montagna, che imponeva il suicidio ai propri discepoli allucinati, non erano più dispotici né più ascoltati di questa dottrina dell’eleganza e dell’originalità, che impone, a sua volta, ai propri ambiziosi e umili seguaci, uomini spesso pieni di ardore, di passione, di coraggio, di energia contenuta, la terribile formula: Perinde ac cadaver!
    Questi uomini possono farsi chiamare raffinati, favolosi, magnifici, leoni o dandy, ma tutti vengono da una stessa origine; partecipano del medesimo carattere di opposizione e di rivolta; sono rappresentanti di ciò che vi è di migliore nell’orgoglio umano, del bisogno, troppo raro negli uomini di oggi, di combattere e distruggere la volgarità. Di qui deriva, nei dandy, quell’orgoglioso atteggiamento di casta e di sfida, anche nella sua freddezza. Il dandismo fa la sua comparsa specialmente nelle epoche di transizione in cui la democrazia non ha ancora tutto il potere, e l’aristocrazia è solo in parte vacillante e svilita. Nel disordine di tali epoche uomini declassati, disgustati, disoccupati, ma tutti ricchi di forza naturale, possono concepire il progetto di costruire una nuova specie di aristocrazia, tanto più difficile da distruggere in quanto fondata sulle facoltà più preziose, più indistruttibili, e sui doni celesti che ne il lavoro ne il danaro possono concedere. Il dandismo è l’ultimo bagliore di eroismo nei tempi della decadenza; e il tipo del dandy, incontrato dal viaggiatore dell’America del Nord, non intacca in alcun modo la nostra idea; perché niente impedisce di supporre che le tribù che noi chiamiamo selvagge, siano i resti di grandi civiltà scomparse. Il dandismo è un sole al tramonto; come l’astro che declina, è superbo, senza calore e pieno di malinconia. Ma ahimè! La marea montante della democrazia, che tutto invade e tutto eguaglia, annega giorno dopo giorno questi ultimi rappresentanti dell’orgoglio umano e versa flutti di oblio sulle tracce di questi prodigiosi mirmidoni. I dandy si fanno tra noi più e più rari, mentre presso i nostri vicini, in Inghilterra, lo stato sociale e la costituzione (vera costituzione, quella che si manifesta nei costumi) lasceranno a lungo ancora uno spazio agli eredi di Sheridan, di Brummel e di Byron, sempre tuttavia che se ne presenti qualcuno che ne sia degno.

 

 

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