Giuliano Nakaura, di p. Marcello Montanari

La straordinaria visita in Europa dei primi giapponesi

Grande risonanza ebbe in Italia e in Europa la visita di alcuni principi giapponesi a Roma, a Loreto e in altre città, avvenuta nel 1585. Erano i primi giapponesi a visitare il nostro continente. Grande era l’attesa e la curiosità. In quell’epoca si trattava di un evento eccezionale: del Giappone si conosceva ancora pochissimo (era stato scoperto da appena 40 anni!) e la visita di alcuni suoi rappresentanti era come l’incontro con degli extraterrestri. Nel luglio 1579 era giunto in Giappone il gesuita padre Alessandro Valignani, di Chieti, quale visitatore delle Missioni cattoliche orientali. Vi trovò centocinquantamila cristiani, serviti però da soli 59 missionari, dei quali 23 sacerdoti. Il padre Valignani, che era riuscito a convertire al cristianesimo diversi membri della nobiltà e delle case regnanti, promosse l’invio di un’ambasciata di principi cristiani giapponesi a Roma per un atto di ossequio al Papa e per far conoscere la cultura europea e la Chiesa cattolica.
I sovrani cristiani di Bungo, Arima e Omura accettarono la proposta del Valignani. Come inviati scelsero parenti stretti e figli dell’alta aristocrazia, tutti battezzati e giovanissimi per essere capaci di sopportare i disagi e le incertezze del lunghissimo viaggio (impiegarono tre anni per raggiungere Roma e altri cinque anni per far ritorno a Nagasaki). Furono designati Mantio Ito, Michele Chijwa, Martino Hara e Giuliano Nakaura. Giuliano, che era il più anziano della delegazione, aveva solo 15 anni, e gli altri ne avevano 13.

Gli inviati giapponesi, accompagnati da alcuni Gesuiti, si imbarcarono da Nagasaki su una nave portoghese il 20 febbraio 1582. Durante il lungo viaggio, durato più di due anni, approfittarono per imparare la lingua latina e la scrittura dell’Occidente europeo. Solo il 10 agosto 1584 raggiunsero il porto di Lisbona. Dopo una sosta a Madrid si imbarcarono alla volta di Genova e di Livorno, e giunsero a Roma il 22 marzo 1585, accolti con grandi onori prima da Gregorio XIII e poi, alla sua morte, da Sisto V. A Ponte S. Angelo le artiglierie del Castello iniziarono a tuonare in segno di saluto mentre le campane di San Pietro e di tutte le altre chiese suonavano a distesa. Sulla Piazza di San Pietro l’intera popolazione di Roma era presente e tributò incredibili manifestazioni di affetto agli ospiti stranieri.

La visita alla Santa Casa di Loreto

Dopo la sosta romana i principi visitarono varie città italiane. Nell’elenco figurava in primo piano il santuario di Loreto, dove tra l’altro Gesuiti prestavano il servizio religioso. Vi giunsero con il seguito di circa venti persone l’11 giugno 1585, percorrendo la Via Lauretana, dopo aver toccato Tolentino, Macerata e Recanati. Per la loro visita a Loreto ci si può avvalere della relazione data alle stampe da Guido Gualtieri nel 1586, l’anno successivo alla visita. Gli illustri ospiti furono accolti a un miglio da Loreto dallo stesso governatore del santuario, che a quel tempo era mons. Vitale Leonori di Bologna (1583-1587), il quale era accompagnato dai notabili della città mariana. Poco dopo erano ad attenderli duecento archibugieri e, vicino a Porta Romana, il resto della popolazione.

Ricevuti con «trombe e tamburini e molte bombarde», entrarono nella basilica, attesi da tutti i canonici e da tutto il clero. Fu subito intonato il Te Deum con una «soavissima musica». I principi, accompagnati da quel nobile canto, andarono alla cappella del Santissimo Sacramento, che a quel tempo si trovava nell’attuale cappella polacca, e di lì si portarono nella Santa Casa. Dopo la preghiera, elevata con singolare devozione, salirono all’appartamento riservato per il loro alloggio, «ricchissimamente preparato nel palazzo del governatore», cioè nel braccio ovest del Palazzo Apostolico. La mattina fu cantata la messa solenne, durante la quale i principi giapponesi furono fatti accomodare «sotto un baldacchino regio», nel coro, che a quel tempo corrispondeva alla attuale cappella spagnola, abbellita allora dalle splendide tele di Lorenzo Lotto. Il governatore offrì agli ospiti il pranzo «con grande splendore». Il giorno seguente ricevettero l’eucaristia in Santa Casa e salutarono la Madonna. Quindi, «ripieni tutti di consolazione per la vista di sì sacro e santo luogo, si partirono per Ancona».

Il ritorno in Giappone e il martirio

I principi giapponesi lasciarono ricchi doni al santuario, tra cui un prezioso leggio di arte tipica giapponese che si conserva nell’Archivio Storico della Santa Casa. Proseguirono il viaggio per Ferrara, Milano, Venezia, sempre accolti con grandi onori e molta curiosità. Infine si imbarcarono il 9 agosto 1585 a Genova per far ritorno in patria. Giunsero a Nagasaki solo cinque anni dopo, il 21 luglio 1590. Purtroppo durante la loro assenza l’atteggiamento delle autorità giapponesi verso la religione cristiana era molto cambiato, fino all’ostilità e alla persecuzione. Fu in questo clima che il beato Giuliano maturò la sua vocazione religiosa e sacerdotale, tanto che entrò a far parte dell’ordine dei Gesuiti e fu ordinato sacerdote. La situazione persecutoria verso il cristianesimo peggiorò negli anni seguenti, al punto che nel 1633 Giuliano Nakaura fu condannato a morte e giustiziato il 13 ottobre di quell’anno, insieme a molti altri cristiani.

Fonte: Santuario della Santa Casa di Loreto

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fonte: Centro Studi Giuseppe Federici