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    Povertà, guerra, socializzazione

    Documenti, Storia


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    Abbiamo passato allo scanner questo articolo tratto da “La Riscossa”, 28 settembre 1944, per la tematica che affronta ma soprattutto per come l’affronta.






    Povertà, guerra, socializzazione

    Se è vero che le guerre sono promosse, fomentate, « coltivate » dai capitalisti per ingordigia di supremazia commerciale e di arricchimento, è anche vero che certe guerre sono nate dalla povertà.

    Mi diceva un missionario d’Africa che il popolo Ghecoio, povero, prolifico, dedito all’agricoltura patriarcale primitiva, alieno da guerre, si espande nel centro dell’Africa come una macchia d’olio. Sarebbe questo il migliore sistema di espansione applicabile per tutti i popoli se non che l’Europa, satura di abitanti, non permette l’espansione pacifica come è possibile in Africa, continente semispopolato, vergine di passioni di arricchimento, dove è considerata ricchezza il possesso di un «tucul», di un gregge, di un Campicello di dura o di banane.

    In Europa il popolo povero ha pochissime vie da scegliere: o seguire le correnti migratorie verso Paesi più vasti e più ricchi, o rassegnarsi alla miseria, o imbarcarsi in una guerra di espansione.

    L’emigrazione è stata la piaga dolorante e il calvario del popolo italiano dall’unità nazionale fino all’epoca mussoliniana. Gli Italiani, lavoratori, intelligenti, parsimoniosi, furono tollerati come buoni animali da lavoro in diversi Stati d’America, che dopo decenni di assorbimento ne tentarono la nazionalizzazione.

    Una parte (piccola parte) di italiani, attratti dall’impensato benessere acquistato dopo tremende prove, per tema di perdere il sudato posto, accettò la snazionalizzazione.

    Questi «arrivati» sarebbero riusciti anche in patria a crearsi il loro posto perchè furono i migliori: comunque, rappresentano una ricchezza umana perduta per la Patria.

    Il fenomeno della disoccupazione interna in quelle zone dove era diretta la nostra emigrazione, fermò di colpo questo sfogo demografico.

    L’Italia avrebbe dovuto rassegnarsi alla miseria o conquistarsi un posto al sole attraverso i sacrifici di una guerra.

    Il Duce, pura espressione della stirpe romana imperiale, in un’Italia che da millenni detta e profonde civiltà in tutto il mondo, con un popolo dotato di grandi virtù, non poteva guidarla verso il regresso e l’inedia e perciò additò la via dell’espansione: guerra dell’Impero.

    La nostra guerra di espansione fu indispensabile per alleviare la miseria, fu sentita dal popolo e fatta da volontari. Non fu il capitalismo a promuovere questa guerra, ma la necessità di vivere di tutto un popolo, che, povero, in spazio ristretto, compresso nella sua espansione demografica, avrebbe dovuto soccombere.

    La nostra guerra di espansione coloniale è stato il tipico esempio di una guerra mossa dalla miseria per poter vivere e lavorare, non fu una guerra di conquista con fine di sfruttare il popolo assoggettato, ma creazione di uno spazio ove il nostro lavoratore, tutelato dallo Stato, potesse vivere lavorando.

    Questa guerra fatta al fine di dar vita a un popolo non avrebbe dovuto essere motivo di sfruttamento da parte del capitalisti proprietari di imprese e industrie. Le industrie avrebbero dovuto lavorare senza utili di modo che il popolo (che fa e paga le guerre) non ne sentisse troppo il peso finanziario. Invece società di trasporti marittimi e terrestri, industrie di tutti i generi, dalla pesante alla voluttuaria, imprese di ogni tipo: stradali, idrauliche ecc. ecc., ricavarono dalla guerra etiopica utili enormi, sproporzionati al lavoro e al rischio.

    In pochi anni impresari modesti ritornarono ricchi come nababbi per aver fatto un pezzo di strada o un acquedotto e spifferarono al pubblico il sistema di corruzione in atto nella colonia. Industrie grandi e modeste moltiplicarono il loro capitale diverse volte e anche in questo campo cominciò la corruzione che fu poi « sistema » funesto nella guerra attuale.

    Ora se continuiamo noi lavoratori a parlare dì dividere gli utili con le imprese, ci rendiamo complici di questo misfatto, diventiamo anche noi eroditori del pubblico erario se le imprese lavorano per lo Stato e delle pubbliche tasche se lavorano per i civili perpetuando quello stato di malessere che ha contribuito a demoralizzare il soldato e il popolo lavoratore.

    La socializzazione, pur seguendo le iniziative del Governo in ogni campo, sia in tempo di pace che in tempo di guerra, deve avere come precipuo scopo il ribasso di tutti prezzi di vendita abolendo gli utili industriali. Non è morale che la Nazione sacrifichi in guerra i suoi figli migliori per la vita e il benessere di tutti e che proprio noi lavoratori dobbiamo trarre un beneficio da questo sacrificio incassando utili industriali, No, utili per nessuno! Né per il capitalista né per noi. Per noi il benessere deve venire dalla sicurezza del nostro equo stipendio e dai prezzi bassi di acquisto. Nessun arricchito di guerra (troppo lungamente tollerati) nessun pescecane dell’industria o del lavoro.

    Se il popolo ha come panorama: da una parte il sacrificio dei suoi figli nelle lontane terre dove difende o conquista la grandezza d’Italia, e dall’altra il sistematico vergognoso arricchimento dei produttori, mentre la vita rincara giornalmente e nessuno stipendio riesce a «quadrare» con il bilancio domestico, non può avere il morale elevato e osannare!

    I sacrifici devono essere di tutti i cittadini, di tutte le classi sociali.

    Ho voluto citare il fatto delle guerre mosse dalla povertà di un popolo per necessità di vita, per confermare sempre più la teoria che nessuno deve arricchirsi con l’industria e specialmente con l’industria di guerra. Solo la socializzazione può portare a questo risultato, quando i lavoratori, facenti parte del Consiglio di Amministrazione, controlleranno i costi e i prezzi e non permetteranno utili industriali. Purtroppo si continua a parlare di utili e di partecipazione da parte dei lavoratori agli utili aziendali, purtroppo il Capitalismo è ancora riuscito, mediante la propaganda giornalistica e verbale a indurre i lavoratori in tentazione ed a strozzare la rivoluzione nella culla, ma il procedimento è sbagliato e lo vedremo con prossimi articoli nei quali citeremo casi specifici. In questo caso la Socializzazione ha tutto da fare e se non si è riusciti a moralizzare la situazione è perché i lavoratori finora traditi e sfruttati sono rimasti estranei all’applicazione della legge, mentre con fiducia e intelligenza debbono assorbirla e applicarla. L’assenteismo dei lavoratori in questo caso è colpevole di un danno alla collettività e può pregiudicare irrimediabilmente il benessere generale.

    Quando il popolo italiano avrà la persuasione di lavorare per il benessere collettivo, quando avrà la persuasione di non essere tradito dall’oro, quando noi stessi controlleremo, diciamolo pure chiaramente, nelle casse dei capitalisti e vedremo alla fine dell’esercizio di bilancio «quadrare» senza utili, ma constateremo che i prodotti saranno diminuiti di costo tanto da creare un vero benessere, sarò facile per qualunque Governo il guidarci alle imprese più grandi e l’avvenire ci assegnerà un posto di privilegio e di benessere.


    Povertà, guerra, socializzazione

  2. #2
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    Predefinito Rif: Povertà, guerra, socializzazione

    scritto in tempo di guerra.
    un po' troppo "estremizzante" se si vuole applicare certe regole ad oggi.
    se si socializza non si può dire a un operaio che diventa proprietario dei mezzi di produzione...investi i tuoi soldi senza utili per il bene della collettività.

    però interessante.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Povertà, guerra, socializzazione

    Citazione Originariamente Scritto da msdfli Visualizza Messaggio
    scritto in tempo di guerra.
    un po' troppo "estremizzante" se si vuole applicare certe regole ad oggi.
    se si socializza non si può dire a un operaio che diventa proprietario dei mezzi di produzione...investi i tuoi soldi senza utili per il bene della collettività.

    però interessante.
    Giusto, non si può scadere da un estremo all'altro, sennò diventa l'anticamera del comunismo.
    "Il copione teatrale dell’anti-italiano consiste nell’attribuire all’intera collettività nazionale i difetti specifici ed irripetibili della propria canagliesca personalità individuale, con in più l’ipocrisia del tirarsene fuori" (Costanzo Preve)

  4. #4
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    Predefinito Rif: Povertà, guerra, socializzazione

    Citazione Originariamente Scritto da Astolfo Visualizza Messaggio
    Giusto, non si può scadere da un estremo all'altro, sennò diventa l'anticamera del comunismo.
    Il modello "VolskWagen" può , a tuo avviso, entrare nel modello della "socializzazione" ?

 

 

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