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    Marco Ramperti. Una penna rossa per il fascio




    Romano Guatta Caldini



    "A tutti quelli che ora in un astro vedevano e adoravano un volto, ora in un volto, una stella"

    ( Marco Ramperti )






    Il 13 ottobre 1919, l’Avanti! apriva con il titolo “Riunione della Direzione del Partito ad Imola. Nicola Bombacci segretario del Partito”. Si comunicava che la Direzione aveva deliberato di adottare come simbolo “lo stemma della Repubblica dei Soviet: un martello incrociato da una falce e circondato da due spighe di grano”. Cinque giorni dopo, sempre l’Avanti! pubblicò un fondo di Marco Ramperti intitolato “Falce e martello”. Nell’articolo si spiegava l’origine del simbolo e il perché fosse stato mutuato dai comitati proletari sovietici.

    Ma chi è Marco Ramperti? Quando un intervistatore gli chiese di presentarsi Ramperti dichiarò: «sono nato quindici anni dopo Churchill e quindici prima di Wanda Osiris. Fate voi il conto! Dove? Dove non ha importanza. Foscolo è nato a Zante, Chénier a Costantinopoli. Non per questo uno è greco l’altro è turco. Un altro emerito personaggio, questo accadeva circa venti secoli fa – ebbe a nascere in una stalla, senza per ciò essere un vitello. Di me posso far sapere, a chi interessa, d’essere milanese da cinque generazioni e che l’arcibisnonno veniva dalla Savoia».

    Giornalista, critico teatrale e più tardi anche romanziere, muove i primi passi nel partito socialista, per poi aderire entusiasta al fascismo. Fra gli estimatori di questo stravagante giornalista troviamo Gabriele D’annunzio, Papini, Martier ed Ezra Pound. L’autore dei Canti festeggerà il suo 80 compleanno proprio in casa di Ramperti. Ugo Ojetti diceva: «Se Ramperti volesse, sarebbe il più forte giornalista d’Italia e forse d’Europa, le sue possibilità sono semplicemente sbalorditive».

    Affascinato dal futurismo, Ramperti fu tra i primi a scoprire l’astro nascente Aroldo Bonzagni, pittore futurista falcidiato giovanissimo dalla spagnola: «Pure fra i compagni di Brera il ferrarese godeva l’affetto generale; fatto insolito nelle Accademie di Belle Arti, dove le rivalità, palesate o sottintese, cominciano col primo disegno e la prima pipa. Rivedo Aroldo nel cortile del palazzo gesuitico, dove attorno all’abbellito Napoleone del Canova tra l’uno e l’altro anno scolastico s’aggruppavano gli allievi – Frisia, Biazzi, Carrà, Comboni, Romani, Zambelletti e tra essi é Aroldo, con quel suo limpido sorriso ch’era creduto, ma a torto, canzonatore, in giornaliero battibecco con Paneroni, il randagio bergamasco che negava la rotondità della terra e frequentava Brera per dare della bestia ad alta voce e con ricalcate scritte sui muri, agli astronomi della Specola. Bonzagni era il grande amico di tutti gli esseri sbagliati».

    Dopo la caduta del governo Mussolini il romanziere aderisce alla Repubblica Sociale Italiana. Alla fine del conflitto viene rinchiuso per 15 mesi nel campo di prigionia di Coltano. Dall’esperienza nascerà il libro autobiografico: Quindici mesi al fresco, Mariano Dal Dosso gli chiederà di scrivere la prefazione al suo libro: Quelli di Coltano.

    «Caro Dal Dosso, il suo libro è la vibrazione della sincerità, il calore della passione, lo spicco dell’ardimento. (…) La “letteratura” non interessa più, dove vive il combattimento. Ora lei è un combattente, e lo sono stato, seguito ad esserlo anch’io: unico merito della mia esistenza, in questo paese e in questo tempo che hanno permesso l’orrore senza nome, il massacro, il carcere, l’inquirimento, l’esilio, la mortificazione, la dannazione dei combattenti. (…) Sul campo di battaglia, dove Cambronne è resa immortale persino una parola immonda, possono innalzarsi alla grandezza, illuminate dalla prodezza, alimentate dalla fede, santificate dal sacrificio, anche delle parole semplicissime. (…) Non uscirono dunque “cantando” dal Campo dl Concentramento di Coltano quei soldatini purissimi e fierissimi che vi avevano vergognosamente rinchiusi? Ed erano ancora giorni difficili; giorni in cui i mitra dei liberatori stavano pur sempre puntati alle nostre nuche dagli aguzzini della Patria! Ma voi, giovani di Coltano, usciste della reclusione intonando un canto. E gridaste quelle strofe, con tutta la forza del vostri petti smagriti dai digiuni, sul viso esterefatto del boia! E l’Italia si commosse. E il livido Parri allibì. Ricordo, quel giorno, d’aver esultato come l’eco di una festa: un’eco che mi giungeva attraverso le sbarre di una prigione, dove tuttora i liberatori mi trattenevano, colpevole di aver difesa la liberta di credere nell’Italia e nell’onore d’Italia. Ora lei, caro del Dosso, è intrapreso appunto la narrazione di quella penitenza, conclusasi In quell’apoteosi. E le dico bravo. E salito con lei i ragazzi di Coltano, tutti con forza, stringendoli al mio cuore, come i pochi ma indomiti superstiti di una strage che, dal tempi del martirio cristiano, mai l’umanità aveva vista più frenetica, più codarda, più feroce. Voglia dirlo, a quei giovani, per mezzo del suo libro. C’e chi testimonia e sempre testimonierà sino all’ultimo giorno di sua vita, la loro gloriosa epopea, scritta con tante lacrime e tanto sangue che nessuno riuscirà più a cancellarla, per quanto abbia a durare, rischiarata da Dio, la memoria degli uomini.»

    Sullo stesso tema e con la stessa potenza lirica è la prefazione, sempre a firma di Ramperti, di Fascist’s Criminal Camp dell’amico Roberto Mieville:

    «Sono i combattenti i soli superstiti al merito, e quindi alla ragion d’essere della Nazione. Son essi i soli che degnamente, lecitamente la rappresentano. Son essi che un giorno la comanderanno: e la comanderanno in persona, mentre già la governano nello spirito. (…) Quindi è così; i combattenti possono aspettare. Ma non aspettare nel senso ignobile in cui l’intendono gli attendisti – i peggiori di tutti! I rifugiati nei consorzi detti “apolitici” O nei giornali detti “indipendenti” a spiare, dal finestrino cautamente socchiuso, come si mettano le cose, per buttarsi col più forte non appena sia patente che il più debole abbi soccombere. (…) Allora riusciranno al sole della Patria i combattenti, oggi ancora ma per poco – obbligati a mortificarsi e macerarsi nell’ombra, a ciò costretti dalle congiure innumerevoli degli aggiotatori, dei traditori, degli assassini confessi, dei pugnalatori nascosti, dei reprobi, dei vigliacchi, degli “indipendenti”, degli “sciuscià”. Riusciranno con le loro divise strappate, con le loro bandiere tradite, con í volti piagati dalla guerra, disfatti dalla prigionia, percossi dalla “liberazione”, e dall’”epurazione”; e si vedrà, tutti vedranno che sono essi, nella Patria, i soli che abbiano diritto a rappresentarla innanzi ai vivi ed ai morti. (…) Ecco che intanto, già qualcuno di questi combattenti scrive le sue Memorie, fedeli, obiettive. Precise: come può scriverle un militare. E indiscutibili, inesorabili, definitive: poiché scritte con le lagrime e col sangue. Pei nuovi tribunali che si preparano; per la grande giustizia che dovrà rivedere, cancellare gli immondi verdetti di una giustizia, orrendamente pigmea, che sì chiamò per due anni straordinaria; pel trionfo della verità e la salvezza del Paese che concluderanno, dovranno concludersi le ultime Assise della Storia; che vedranno gli epurati in gloria e gli epuratori al bando, quelle Memorie di trincea e di assalto, di campo di concentramento alleato e di carcere italiano, costituiranno l’atto d’accusa, Terribile, ripeto, ed incontestabile. Chi avrà combattuto sarà di fronte a chi avrà tradito: e avrà quel documento accanto a sé. (…) Ora debbo dirvi, mio caro Roberto Mieville. che fra i documenti inoppugnabili veri ” Actes des apostes” del Tribunale di domani, il vostro ” Fascists’ criminal camp” Figurerà così potentemente, come certo voi stesso, incominciando a scriverlo nei penosi ozi della prigionia, non potevate immaginare L’umiltà del racconto la sua forza. Poiché si sente, si capisce come questo “calvario dei prigionieri italiani dall’Africa Francese al Texas ” sia stato iniziato come semplice diario: pura e tapina consolazione d’un corpo macero e di un’anima sfinita. Ecco però che le pagine, a poco a poco, s’illuminano e s’infiammano. La visione dell’Italia lontana, la reazione del giovine sangue ai digiuni e alle battiture, destano nel diarista quell’” indignatio ” che basta a fare, oraziamente, d’ogni scrittore un poeta. (…) Ora può darsi che Enrico Falqui, l’ex direttore di Bibliografia Fascista, e gli altri critici dall’acefala stampa attuale per cui la Patria è soltanto un’espressione geografica e l’arte soltanto un’espressione calligrafica, “Fascists’ criminal camp” non sia meritevole di essere citato in una crestomazia. Ma a noi basta possa domani, attestato di verità e coraggio, di sentimento e dì fede, fra gli atti del processo che dovrà, condannando i traditori, ricostruire l’Italia.»

    Negli anni successivi al ‘45, la sua penna verrà volutamente censurata. Il crimine? Aver detto a suo tempo: «Più che dalla stella gialla gli ebrei si riconoscono dalla ferocia dello sguardo». Nello stesso periodo Giorgio Bocca, definiva i “Protocolli dei Savi anziani di Sion”: «documento dell’ odio giudaico». Metteva in guardia da «quelle forme di governo liberali e democratiche in cui gli ebrei, padroni dell’ oro, divengono i dominatori»; avvertiva che, «se cervelli ebraici dirigono la rivoluzione bolscevica, banchieri ebraici la finanziano»; prevedeva che «quando non esisteranno più nerbi di forza che si possano opporre, allora, con la forza della loro unione e del denaro, gli ebrei imporranno la loro autocrazia, solida, forte e decisa»; e infine chiosava: «Sara’ chiara a tutti la necessita’ ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’ Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù». Nonostante il suo passato antisemita, nessuno pensò mai di metterlo a tacere. Però Bocca si era convertito alla chiesa comunista e Ramperti no.

    Tra i capolavori rampertiani sono da riportare: Ombre dal passato prossimo, Storie strane e terribili e Il giardino segreto e altre immagini. La sinistra italiana, dopo aver fatto sbollire i furori epurativi, si ricordò di quel suo figlio eretico, tanto che nel 1981, Leonardo Sciascia firmò la prefazione al capolavoro di Ramperti : L’alfabeto delle stelle, pubblicato dalla casa editrice palermitana Sellerio. Ma per salvarlo dalla miseria e soprattutto da se stesso era ormai troppo tardi. Ci provò anche Angelo Rizzoli senior che gli diede un assegno in bianco dicendogli: scriva lei la cifra. Però, accettare di firmare un contratto con Rizzoli significava, per uno come Ramperti, vendere la propria dignità. Quindi stracciò il biglietto che gli avrebbe garantito un futuro economico senza problemi e rispose: «Non posso scrivere per chi ha cambiato casacca!».

    La sua feroce coerenza lo condannerà a finire i suoi giorni alla stazione Termini. A vendere sigarette di contrabbando, a passeggeri di treni, che non erano più in orario.








    Fondo Magazine|Marco Ramperti. Una penna rossa per il fascio
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

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    Marco Ramperti. Se Mussolini avesse vinto




    Romano Guatta Caldini


    "Mamma, mamma, questo è il mio destino
    stare sopra il tetto a sonà il violino,
    dillo a babbo, dillo alle sorelle
    sòno per me solo, sòno per le stelle"

    ( Roberto Vecchioni- Il Violinista Sul Tetto )








    Cosa sarebbe accaduto se l’Italia avesse vinto la guerra? E che sorte avrebbero avuto gli oppositori interni al fascismo? Certo, con i se e con i ma non si fa politica, tutt’al più fanta-politica. E quella di Marco Ramperti, con il suo Benito I Imperatore, edito da Scirè nel ’50, era proprio fanta-politica, la storia romanzata in chiave ironica, di come sarebbe potuta essere l’Italia se Mussolini avesse vinto la guerra.

    Militante nella Repubblica Sociale Italiana e poi internato, come Pound, nei campi per i non-cooperatori, Marco Ramperti è stato una delle penne più brillanti del ventennio. Critico oppositore nei confronti dei mussoliniani panciafichisti, nel dopoguerra si rifiutò di accettare i diktat democratici e per questo fece la fame. Nonostante ciò, la sua verve sarcastica non smise mai di farsi sentire, ricordando ai badogliani, di dentro e di fuori, per dirla alla Berto Ricci, quella che sarebbe stata la loro sorte se Mussolini fosse stato meno magnanimo e più intransigente.

    Questo, grossomodo, è il panorama che avremmo visto; Innanzitutto la guerra è vinta e Mussolini, trionfante, marcia per le sacre vie dell’Urbe, dove durante l’occupazione angloamericana, qualche sprovveduto si era azzardato a intonare canzoni come Bianco-fiore, La guardia a Lenin e L’inno marocchino. Essendo sempre e comunque di buon cuore, nonostante le ripetute pugnalate alle spalle, al suo ritorno, Mussolini decide di graziare tutti gli oppositori. In qualche modo, però, qualcuno dovrà pur pagare il tradimento, così il Duce e Imperatore redige una lista di punizioni da infliggersi ai rei di tradimento. Primo fra tutti l’ex sovrano, che viene esiliato e mandato ad amministrare quella provincia triste e decaduta che è la Savoia, mentre quell’effeminato di suo figlio Umberto è confinato ad Hollywood, a dirigere un istituto di bellezza. E Badoglio? “Che ne faccio di quel traditore?” – si chiede Mussolini. Bene, Badoglio sarà condannato a vivere, sì, a vivere all’ombra di stesso e all’onta del tradimento. Sarà esiliato nella villa regalatagli dal Duce, con i titoli nobiliari ricevuti grazie alle imprese belliche di Mussolini e con tutti i privilegi concessigli dal regime. Non resistendo alla vergogna, Badoglio tenterà il suicidio ma non troverà che pistole scariche. Ora che Badoglio e monarchia erano stati sistemati, restavano da mettere a posto le chiappe bianche del Papa. A quest’ultimo verrà concesso di autoconfinarsi a Castelgandolfo. In segno di protesta il Papa si darà all’aviazione, avendo perduto il controllo e i privilegi terreni. “Che conquisti il cielo se ne è capace!” – dice un Mussolini divertito.

    Messe a posto le cariche istituzionali, Ramperti si dedica con particolare perfidia agli intellettuali, razza dannata senza Pentecoste, quelli che a suo a avviso; “o mentirono prima, o tradirono poi!” Il primo della lista è Bottai, che dovrà restare nella Legione Straniera con impiego permanente di netta cessi. E quel poetuncolo di Ungaretti, quello che scriveva a Mussolini di voler morire per il suo Duce, salvo poi insultarlo alla prima avvisaglia di disgrazia? Ungaretti è condannato a scrivere i suoi poemetti solo ed esclusivamente sulla carta igienica; “almeno serviranno a qualcosa!”. Dopo gli intellettuali è la volta degli antifascisti di professione. Pertini e Parri, ad esempio, sono costretti ad accompagnare, a vita, il povero cieco Carlo Borsani alle sedute del Gran Consiglio. E Walter Audisio? Il partigiano finirà con il ringraziare Mussolini “per avergli insegnato la strada”.

    In tutto questo, però, nonostante la vittoria e dopo essersi preso le sue giuste ri-vincite, Mussolini non è felice. C’è qualcosa che lo opprime, un senso d’impotenza lo pervade. Nella sua mente s’insidia l’idea che, nonostante la vittoria e le mirabili opere del regime, il suo nome sarà comunque destinato a essere dimenticato o peggio, la sua idea snaturata nel corso del tempo. Già, perché non è con la vittoria che si diviene immortali, o almeno, non è questo il ricordo che vuole lasciare di sé. Mussolini capisce che solo attraverso la sconfitta e il martirio si raggiunge l’apice della vera gloria, come fu per Cristo, solo il sacrificio pone il suo sigillo d’eternità a quella che fu «la più originale, la più mediterranea ed europea delle idee». Solo così, nel tempo, la storia gli darà ragione.

    In seguito a questi dissidi interiori, Mussolini decide di non presentarsi all’incoronazione per la carica d’Imperatore: «Il Duce – scrive Ramperti – decise di scomparire nella notte, per ritornare a suonare il violino come a vent’anni e di confondersi, anonimo, con dei poveri musicanti. Mussolini va incontro a degli emigranti, venuti dalla lontana America sino a Roma per acclamare l’Imperatore. Non udranno, però, la voce dell’Imperatore, udranno solo uno sconosciuto evocare sul violino, le canzoni d’Italia. Non vedranno più il volto del Duce ma finalmente, quello della Patria». (1)

    _________________________________



    Liberamente tratto da una recensione al libro di Marco Ramperti – Benito Imperatore, apparsa sull’Asso di Bastoni del 25 febbraio 1950


    (1) Marco Ramperti – Benito Imperatore ed. Scirè, 1950 pag. 226-227








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