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    Predefinito La morte di Monicelli e il diritto all’eutanasia

    La morte di Monicelli e il diritto all’eutanasia


    di Cinzia Sciuto

    «Il corpo di Monicelli è stato trovato dagli addetti sanitari a terra, disteso nei viali vicino alle aiuole, a pochi metri dal pronto soccorso. Il cadavere è sotto la pioggia coperto da una lunga busta bianca».
    Le scarne parole dell’Ansa fanno rabbrividire. La scena sembra quella di un crimine, e invece è quella di un gesto di autonomia e libertà. A 95 anni, da uno come Monicelli, non poteva che essere questo. Ora, quella «lunga busta bianca» sotto la pioggia non può che invitare tutti a un’operazione verità, a squarciare il velo di ipocrisia e a dire chiaro e tondo che è necessaria una legge sull’eutanasia.

    Eutanasia. Bisogna che la si pronunci, questa parola. Una morte «buona», una morte dignitosa, una morte decorosa. Magari una morte circondata dalle persone care. Una morte al caldo. Una morte senza dolore. Una morte non violenta. Senza balconi, senza vialetti, senza pioggia battente su un corpo. Come si fa a non capire che l’esistenza di una via legale, serena e non violenta per mettere fine alle proprie sofferenze infonderebbe il coraggio di andare avanti in molte persone che si ritrovano invece senza via d’uscita?

    Qualche anno fa MicroMega ha raccolto molte testimonianze di persone gravemente malate che avrebbero voluto ricorrere all’eutanasia o al suicidio assistito. Una di loro, Anne Turner, un medico inglese che soffriva di paralisi sopranucleare progressiva, una malattia neurologica degenerativa incurabile, a un certo punto decise di rivolgersi alla clinica svizzera Dignitas, l’unica che pratica il suicidio assistito. Prima di partire per la Svizzera, Anne Turner scrisse: «Per assicurarmi che io sia ancora capace di inghiottire i farmaci che mi uccideranno, devo andare in Svizzera prima di essere completamente incapace di deglutire e di viaggiare. Se sapessi di avere la possibilità di ricorrere al suicidio assistito in Gran Bretagna quando le mie condizioni peggioreranno, non sarei costretta ad andare in Svizzera e morire prima di essere completamente pronta».

    È mostruoso che una donna debba decidere di anticipare la propria morte solo perché sa che deve essere nelle condizioni fisiche per poter andare in Svizzera, sennò la condanna è quella della tortura a vita. Per la stessa ragione Piergiorgio Welby aveva chiesto alla moglie Mina di non chiamare l’ambulanza se avesse avuto una crisi respiratoria. Non voleva finire intubato, attaccato ad una macchina, in una condizione da cui non poteva più uscire. Non è mostruoso essere costretti a fare una simile richiesta alla donna che ami? E infatti Mina non ce l’ha fatta, ha fatto quello che avremmo fatto tutti, ha chiamato l’ambulanza e Piero ha subito la tracheotomia.

    Dopo il divorzio, dopo l’aborto, l’eutanasia è la nuova frontiera della battaglia per la libertà e l’autonomia. La libertà di scegliere quando e come morire. Libertà garantita a tutti, anche a chi non può neanche aprire una finestra.

    (1 dicembre 2010)

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    Predefinito Rif: La morte di Monicelli e il diritto all’eutanasia

    L’ultima guerra di Mario Monicelli



    di Andrea Scanzi, da lastampa.it, 30 novembre 2010

    E' appena finito un giorno terribile. Una delle ultime coscienze critiche di questo paese se n'è andata. Per sua stessa mano.
    Mario Monicelli si è ucciso. Diranno che non doveva. Si chiederanno come possa uccidersi un uomo di 95 anni. Scriveranno che il suicidio è peccato. Come se uno, anche da morto, debba beccarsi gli strali del bigottismo più palloso. Quello che ha sbertucciato per una vita intera. Diranno anche che un uomo di 95 anni non si piange. Che la morte fa parte della vita (sempre originali, i coccodrilli). E invece no. Questa è una morte che fa più male di quella di un bambino. Perché Monicelli era un bambino. E non era un bambino come gli altri.
    E' vero, non faceva più grandi film. Poteva permetterselo: uno che gira La grande guerra, da sola, può anche smettere di pensare. E lui non aveva mai smesso. Non solo nei Soliti Ignoti.
    Non so se l'avrebbe preso come complimento - non credo -, ma le sue cose migliori ultimamente erano le interviste. Neanche sei mesi fa, aveva raccontato in due minuti lo schifo dell'Italia contemporanea. Uno dei momenti più alti mai visti nel piccolo schermo. A Raiperunanotte, mentre in studio c'era un quasi cantante che si metteva i baffi finti e col suo inutile narcisismo faceva capire - per contrasto - quanta differenza passi tra gli Artisti di ieri e i Furbastri di oggi (sì, parlo di Morgan).
    Riguardatevi quei due, tre minuti. Quelli in cui Monicelli parla di noi, degli italiani: è il nostro autoritratto. Quello che non ci piace guardare, perché siamo brutti e stupidi. Ignoranti e pavidi. E lui ce lo ricordava. Nei film, nelle interviste. In ogni cosa che diceva e pensava.
    Era vivo, Monicelli. Anche troppo. Andava in tivù e amava dire che faceva ancora sesso. Che la morte non gli aveva mai fatto paura. Che Dio non l'aveva mai visto, quindi non c'era motivo di temerlo.
    Era così vivo che ha deciso di scegliersela, la morte. Non meno di suo padre. Dall'alto, come Primo Levi. In controtempo, come Cesare Pavese. Uno schiaffo alla stasi italica, come Luigi Tenco.
    Un'ultima inquadratura geniale, irriverente. Quasi come una commedia. Un lancio nel vuoto ad anticipare una trama scontata. A sporcare la retorica che non avrebbe sopportato. A dare inchiostro ai soliti bacchettoni. A riderne, chissà dove. Se esiste un Dove.
    E' un anno implodente. Se ne vanno tutti. Quasi che il pensiero fosse da noi un bagaglio fuori luogo. Quasi che l'Italia non se li meritasse.
    Mario Monicelli ha vissuto come ha voluto e così è morto. Senza rimpianti. Con la certezza che non c'era più niente da perdersi.
    Senza lui farà ancora più freddo. Freddo dentro. Circondati da politicanti schifosi, italiani medi ampiamente al di sotto della deficienza. Tutti amici miei senza supercazzola. Tutte comparse immeritevoli di un Regista troppo arguto per scendere a patti con la banalità di un pensiero scomparso.
    Ciao, Maestro. E grazie.
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