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    Predefinito Modigliani gettò le teste nei Fossi

    il professore di storia dell'arte Franco Sumberaz riapre il caso
    «Modigliani gettò le teste nei Fossi »

    «L’episodio ebbe per testimoni i pittori Mario Natali, Gino Romiti, Corrado Michelozzi e il fotografo Bruno Miniati»
    I falsi Moddigliani al centro del caso del 1984


    LIVORNO - Dopo la beffa delle teste, http://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Froglia quella storia magica su Modì era stata cancellata per sempre dall’immaginario di Livorno. «Solo una leggenda», si disse in città e oltretutto delle peggiori. Perché quelle teste false erano costate la testa (vera stavolta) ad amministratori e illustri critici d’arte che avevano attribuito al genio di Modì pietre «scolpite» con un trapano elettrico da studenti universitari burloni e ripescate nei Fossi Medicei dove si raccontava fossero state gettate da Modigliani. Adesso, a distanza di un secolo da quell’oscuro episodio e a sedici dalla burla, la testimonianza di Franco Sumberaz, professore di storia dell’Arte e artista di fama internazionale, riapre il caso.






    LA STORIA
    - Dimostrando che non fu leggenda, la storia delle teste,e che Amedeo Modigliani, disperato e in un impeto di rabbia, le gettò realmente nei Fossi Reali. Quell’episodio ebbe testimoni eccellenti: i pittori Mario Natali, Gino Romiti, Corrado Michelozzi e il grande fotografo Bruno Miniati. Le sculture, però, non furono gettate nel punto dove si cercarono e furono trovare le false pietre nel 1984, bensì qualche centinaio di metri più avanti, verso la Piazza Cavour e la sede dall’allora Caffè Bardi ritrovo storico degli artisti livornesi e toscani, Modì compreso. Siamo nella metà degli anni Cinquanta. «Avevo 16 anni e frequentavo l’Istituto d’arte», racconta Sumberaz. «La scuola era da poco finita per le vacanze estive al tramonto andavo spesso in una bottega d’arte frequentata da grandi pittori per mostrare i miei disegni. Quel giorno ero in compagnia dell'amico Giovanno Cabras, che sarebbe diventato il grande restauratore di Palazzo Pitti a Firenze, e insieme ci avvicinammo alla spalletta lungo i Fossi. Sul muricciolo appoggiati c'erano appunto Natali, Miniati, Romiti e Michelozzi. Stavano discutendo animatamente di un episodio».

    L'EPISODIO - Quale? Quello, che presumibilmente nel 1909, aveva visto protagonista «Dedo», Amedeo Modigliani. I pittori discutevano animatamente di quella storia della quale erano stati protagonisti. «Vi ricordate? Dedo gettò le teste giù in questo punto», diceva Natali agli altri. E loro: «No qui, un po’ più in là, verso la piazza». Tutti discutevano animatamente, con nostalgia e forse con anche con qualche senso di colpa. «Erano stati loro», dice Sumberaz, «a canzonare il grande Modì appena tornato da Parigi. Lui, che frequentava spesso il Caffè Bardi, era arrivato nella piazza con un sacco con le sue teste. Loro gli avevano chiesto quali grandi opere d’arte avesse lì dentro. «Facci vedere cos’hai in quel fagotto». Lui gliele aveva mostrate. Per ricevere in cambio solo derisione. «"Che troiai sono, è questa l’arte di Parigi?". Modigliani si era infuriato e le aveva scaraventate nei Fossi».

    IL TESORO NASCOSTO - Dunque leggenda vera e sculture che potrebbero essere ancora là tra la melma. Un tesoro dimenticato che, se autentico, potrebbe valere una fortuna considerate le quotazioni da favola di Modì. Sempre che le «pietre dello scandalo» siamo sempre lì. «Negli anni passati i Fossi Medicei venivano puliti con draghe attrezzate con grandi cucchiaioni», continua il professore, «che raccoglievano dal fondo detriti di ogni genere. I detriti venivano poi caricati sui “bracozzi”, grandi barconi neri, e scaricati in mare». Franco Sumberaz guarda verso il porto e sorride: «Forse le teste adesso sono nel fondo del mare, in quel museo abitato da granchi, murene, arselle, triglie, sogliole. Oppure sono sempre qui nei Fossi, nascoste dalla melma e dal tempo, pronte ad essere ripescate. Chi può dirlo?». La leggenda delle teste continua e forse continuerà per sempre.

    Marco Gasperetti
    06 dicembre 2010
    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    «Modigliani gettò le teste nei Fossi » - Corriere della Sera

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    Predefinito Rif: Modigliani gettò le teste nei Fossi

    Modigliani scultore al Mart di Rovereto






    Selezionate dopo un lungo lavoro di ricerca scientifica durato sei anni, un nucleo di eccezionali sculture dell’artista toscano Amedeo Modigliani, sarà al centro di una mostra irripetibile al Miart di Rovereto (Trento), allestita nell’edificio espositivo creato dall’architetto Mario Botta. Uno spazio sterminato dove è presente in contemporanea anche una mostra dello stesso Botta. Le opere di Modigliani sono state oggetto di studio e di approfondimento per gli specialisti e saranno per il grande pubblico un’occasione u nica per conoscere un capitolo ancora poco indicato della vita artistica del grande Modigliani. Si tratta di venticinque sculture identificate ad Ceroni e solo 15 oggi, appartengono a collezioni pubbliche, mentre le restanti sono disperse o conservate presso inaccessibili collezioni private. Con questa mostra il Miart intende offrire un nuovo contributo a un aspetto centrale della vicenda artistica di Modigliani, un artista che amava definirsi più , nonstante le sue tele siano di straordinaria bellezza e originalità. Amedeo Modigliani, infatti, tra il 1911 e il 1913, abbandona la pittura e si dedica alla scultura. L’artista livornese in queglia anni mette a punto una sintesi inedita fra originali accenti figurativi ed elementi della tradizione. E’ per questo che il progetto espositivo si concentra su l corpus delle sculture del genio di Modigliani che dall’Italia andò a Parigi a conoscere quale scompigli nel mondo dell’arte stava avvenendo in quegli anni. Purtroppo le opere di Modigliani, fu più apprezzate da morto che da vivo, ma la sua fama raggiunse poi livelli che nulla avevano da invidiare ad altri grandi artisti che cambiarono la scena del Novecento. Sono stati pochi i protagonisti delle avanguardie artistiche del Novecento che hanno saputo cogliere le suggestioni della storia con la capacità di intrecciarle con un linguaggio personale. Modigliani è tra questi in quanto ha saputo cogliere la lezione della scultura arcaica , medioevale e rinascimentale.

    Va tenuto conto senza dubbio anche la scoperta dell’arte orientale e tribale attraverso le ricerche di Brancusi e Picasso che, sono state per Modigliani un importante campo di riferimenti per l’inizio di un rivoluzionario percorso creativo. Ancora oggi le sue sculture hanno forme enigmatiche una purezza sconvolgente, una verginità tutta particolare, come ha dimostrato Ambrogio Ceroni che per la prima volta nel 1965, ha catalogato l’intera opera di Modigliani scultore. Questi capolavori alcuni poco conosciuti, sono avvolti da un alone di mistero , ma non c’è dubbio che le sue sculture e disegni siano state considerate funzionali alla sua ricerca pittorica. A colmare questa lacuna storica ci ha pensato il Miart con l’obbiettivo di ridefinire un aspetto centrale della vicenda di Modigliani. Uno studio pioneristico, ancora oggi imprescindibile per la conoscenza delle sue opere; in questa mostra vengono chiarite questioni ancora irrisolte, come la sequenza temporale delle sculture e del rapporto esistente tra queste ultime e i disegni preparatori ancora esistenti, tutti presenti in mostra con un ‘accurata selezione per meglio cogliere il rapporto tra progetto e realizzazione. Splidida del 1911 e dello stesso anno. Ma così pure del 1910-1911. La rassegna curata da Gabriella Belli supportata da un comitato scientifico di cui fanno parte Flavio Fergonzi, Alessandro Del Puppo, Brigiyye Lèal, Elke Schmit e Kenneth Wayne (sponsor UniCredit, Casa del Vino della Vallagrina), che aprirà i battenti il 18 di questo mese chiuderà il 27 marzo, sarà accompagnata da filmati, laboratori dibattiti e incontri con docenti di storia dell’arte. La mostra è accompagnata da un approfondito catalogo con i contributi dei curatori stessi della rassegna. Il catalogo è edito dalla Silvana editoriale. Il museo è aperto tutti i giorni.

    Modigliani scultore al Mart di Rovereto - Cultura - ilGiornale.it del 10-12-2010

    Le vere pietre di Modì
    in mostra al Mart
    MOSTRA.
    Al Mart una ricognizione nel settore meno noto della sua arte
    17/12/2010


    Al Mart di Rovereto, da domani al 27 marzo, sarà possibile riprendere la riflessione e la visione di uno dei grandi artisti del XX secolo nella mostra «Modigliani scultore» ideata e curata da Gabriella Belli, Flavio Fergonzi, Alessandro Del Puppo, che si sono avvalsi di un comitato scientifico composto da Anna Ceroni, Eike Schmidt, Kenneth Wayne. Importante il catalogo (per saggi e immagini) Silvana Editoriale.
    Si dice «riprendere» perché, da quando nel 1984 dei burloni gettarono in Arno quelle teste intagliate con il Black&Decker (ma la questione non è proprio del tutto conclusa) si devono ricordare almeno quattro importanti mostre sul caso Modigliani: «Modigliani - dipinti e disegni - Incontri italiani 1900-1920» (novembre 1984 - gennaio 1985, Galleria dello Scudo di Verona, catalogo Mazzotta), «Modigliani - dalla collezione del dottor Paul Alexandre (settembre 1993 - gennaio 1994, Palazzo Grassi in Venezia, catalogo Allemandi), «Amedeo Modigliani - L'angelo dal volto severo» (marzo - luglio 2003, Palazzo Reale in Milano, catalogo Skira); «Modigliani» (febbraio - giugno 2006, Complesso del Vittoriano, Roma, catalogo Skira).
    E ora al Mart, sulla scorta e sulla ripresa del lavoro di Ambrogio Ceroni (Amedeo Modigliani. Disegni e sculture, con il seguito del catalogo illustrato delle pitture, edizioni del Milione, 1965: l'autore aveva identificato 25 sculture, di cui oggi soltanto 15 sono in collezioni pubbliche, mentre le altre dieci risultano praticamente inaccessibili) si riapre l'indagine su quei due anni tra il 1911 e il 1913 nel quali Modigliani lascia la pittura — non il disegno — per dedicarsi alla scultura.
    MODIGLIANI era fortemente suggestionato dalle sculture che oggi si possono vedere al Musée du Louvre, Pavillon Session; dall'arte classica italiana, visitata, forse senza grande metodo, nei viaggi compiuti diciassettenne convalescente accompagnato dalla madre Eugenie Garsin, di Marsiglia: Donatello, in primis, ed è soprattutto Laurana che lo impressiona; e dagli amici come Brancusi e Picasso: spinto in questa ricerca da quella che Modigliani chiama l'istintività della razza: «Ce que je cerche ce n'est pas le réel, pas l'irréel non plus, mais l'incoscient, le mystère de l'Istinctivit‚ de la Race».
    Un istintivo, però, che lo porta a rivedere il segno dell'esistente in una linea sempre elegante, signorile, se così si può scrivere, che non dimentica il gesto più antico dello scolpire per taglio e scarto e lo riscopre, meglio che in altri, in quella primitività che è purezza di forme, che sicuramente ammirava in teste come Masque du ngil, della collezione André Level (1863 - 1946), per citarne una delle centinaia che oggi si possono vedere. Una scoperta, a lungo maturata dal XVIII al XIX secolo, che Picasso aveva inaugurato nel 1907 — data non casuale, vista la contemporaneità con la prima Retrospettiva dedicata a Cézanne, appena scomparso — con Les Dèmoiselles d'Avignon.
    Giorgio de Chirico, un altro amico di Modigliani, così annotava nel 1915: «Il n'y a pas en Italie de mouvementes d'art moderne. Ni marchands, ni galerie. La peinture moderne n'evxiste pas. Il y a Modigliani et moi: mai nous sommes presque français. De Chirico così scriveva per significare un comune cammino che lo accomunava con Modigliani, e lo imparentava strettamente con i giovani europei che a Parigi, come quei due italiani, avevano trovato in quegli anni del primo Novecento una nuova patria.
    Le sezioni della mostra roveretana sono centrate sui confronti fra le otto sculture di Modigliani e i contrappassi, come il busto Battista Sforza di Laurana, o le consonanze con Brancusi, presente con una delle prime versioni de Il Bacio e Adamo ed Eva o Busto di donna di Picasso, e accompagnate da una ricca serie di disegni nelle due ultime sezioni con le Cariatidi, tema del volto femminile e teste ritratte dipinte che testimoniano una espressa continuità fra quel biennio scultoreo e i precedenti e seguenti anni pittorici. Infatti se c'è una caratteristica sempre palese ed evidente nell'arte di Modigliani e che nei disegni e nelle sculture diviene quasi il sigillo che lo distingue da tutti, è un taglio aristocratico che non si perde mai. Quella linea limpida del profilo, del segno chiaro sulla materia, segno deciso ma non forte o rozzo (come a volte può sembrare la linea del cloisonnisme degli amici di Pont-Aven) contorna e individua forme che hanno superato sia l'elemento della caratterizzazione astratta della realtà, che la fissazione tipica e contingente del modello.
    Nascono teste di una suprema eleganza, fuori del tempo, che pure sembrano avere radice, se pur vaga, se pure lontana, con la linea fidiaca o con quella botticelliana o con la delicatezza esangue e pur vivissima dei profili di Pisanello. Si avverte in queste otto teste l'inquietudine misteriosa di una Gorgone etrusca, la suprema distinzione di un'immagine che ha superato tutte le definizioni e si identifica unicamente compiutamente in se stessa: nuova e ineluttabile realtà.
    PER QUESTO Amedeo Modigliani fu uno splendido isolato, un controcorrente nella Parigi che era tutta «…una corrente di invenzioni» come annotava Wlaminck; un artista che seppe essere fuori di tutti gli «ismi» ed essere tuttavia pienamente moderno e anzi anticipatore. Forse perché da sempre era salito sul bateau ivre di quella sua cultura anarcoide, decadente, raffinata, liberamente capace di bilanciarsi fra gli aforismi di un Lenin con cui Modigliani prendeva il caffè a Montparnasse, e la lettura appassionata dei classici di tutte le nazionalità. Un bateau ivre che troppo presto naufragò quella notte fra il 23 e il 24 gennaio 1920.
    Queste otto teste (per ripre ndere la numerazione Ceroni i numeri 3,5,7,12,15,20,24) sono il frutto maturo, e non una parentesi, del percorso compiuto da Modigliani a Parigi, dalla prima mostra del 1908 al Salon des Indipendents, alla coabitazione con Soutine a Montparnasse nel 1909, al Salon d'Automne del 1912, alle esposizioni più o meno fortunate alla Berthe Weil Galerie. Una non-parentesi, quindi, che la mostra roveretana conferma con certezza filologica e concreta documentazione nei saggi in catalogo di Fergonzi, Del Puppo e Belli.
    Francesco Butturini
    Il Giornale di Vicenza.it - Cultura & Spettacoli
    Ultima modifica di vanni fucci; 24-12-10 alle 16:36

 

 

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