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    Post In margine a un testo implicito

    Nicolás Gómes Dávila

    In margine a un testo implicito
    recensione di Fabrizio Gualco - 24 agosto 2001


    Perplesso ma non scettico, credente ma non fideista, colto ma non saccente né men che mai pedante, Nicolás Gómes Dávila (1913-1994) è un pensatore e scrittore colombiano. "In margine a un testo implicito" (Adelphi, Milano 2001) accoglie parte dei suoi aforismi pubblicati in più volumi a Bogotà fra il 1977 e il 1992.

    Le riflessioni di Davila toccano temi religiosi, filosofici, politici e si concretizzano non in forma di trattato sistematico (come ad esempio succede in Spinoza) ma in aforismi brevi ed ellittici, nitidi ed essenziali, nei quali emerge il primato dell'intuizione sull'intellettualismo.

    Il testo implicito a cui il titolo si riferisce è il testo interiore, quello che ognuno porta dentro di sé. Quello di cui questi aforismi sono un commento. Il testo implicito è il testo non scritto da cui in ultima analisi dipende tutto ciò che si scrive; la parola non detta da cui prende vita ciò che si dice - anche quando ciò che si dice non viene detto a parole.

    Infatti gli aforismi di Dávila appartengono non ad un bisogno di riduzione spirituale, ma al contrario a quello della prospettiva infinita. Egli aderisce in pieno alla dottrina cattolica: e sa che l'enigma dell'uomo si disvela nel mistero di Dio e non nell'assolutismo della razionalità. Per questo, spiritualmente e culturalmente, è tanto vicino allo spirito dei "Pensieri" di Pascal quanto lontano dalla soddisfazione razionalistica di Hegel.

    Concordo con Franco Volpi, curatore del volume, laddove scrive che "Gómez Dávila è senz'altro uno dei più originali solitari del Novecento, che ha interpretato il ruolo del filosofo-scrittore nel mondo moderno in uno stile impareggiabile, coltivando al tempo stesso l'eredità greca e lo spirito di Chartres. Come tale egli non si sentiva né voce della sua epoca, né il proprio tempo colto in pensieri".

    Come Montaigne, sceglie di affidare il suo tempo agli studi, alla riflessione e alla scrittura. La biblioteca di casa - il cui catalogo supera i trentamila volumi - è il suo luogo prediletto, lo spazio in cui trascorre gran parte del giorno e della notte. Pur non disdegnando la vita di società, Gómes Dávila appartiene alla genìa dei solitari, alla compagnia di coloro che in un modo o nell'altro scelgono la solitudine come loro condizione privilegiata.

    La solitudine di Gómes Dávila perciò non va confusa con l'isolamento. L'isolato è solo, sempre e comunque: è nel deserto anche quando annega in bagno di folla. Il solitario non è mai solo: mai, anche quando lo è fisicamente.

    Nella solitudine si vive, nell'isolamento si sopravvive. L'isolamento è una condizione esistenziale che la persona subisce, la solitudine può essere - e nel caso di Dávila, è - una condizione dell'anima in cui si esercita al meglio l'intelligenza e la libertà, attraverso il pensiero che si traduce in parola. La solitudine è un modo di essere che dà modo di fare. E di fare bene ciò che si fa.

    Lo stile è personale, e la cultura su cui Dávila si è formato, di stampo cristiano-umanistico, gli permette una sostanziale autonomia di pensiero rispetto a determinati indirizzi ideologici. Sembra che per Dávila, in ultima analisi, l'unica "scuola" a cui vale la pena appartenere sia quella della verità, intesa come percorso inesauribile attraverso cui la pluralità del cammino umano converge verso una meta escatologica - anche quando alcuni sentieri appaiono interrotti: "le verità non stanno entro la circonferenza di un cerchio il cui centro è l'uomo. Le verità si stagliano in luoghi impervi: l'uomo si aggira seguendo i meandri di un sentiero sinuoso che le rivela, le occulta, e alla fine le mostra o le nasconde".

    Intrisi di fede e ragione, di certezza e perplessità, realismo e speranza, estro e metodo, gli aforismi contenuti in questo volume lo dimostrano in modo eloquente. A tal riguardo voglio porne alcuni all'attenzione del lettore.

    "Limitando il nostro uditorio limitiamo i nostri passi falsi. La solitudine è l'unico arbitro incorruttibile".

    "La religione non è nata dall'esigenza di assicurare solidarietà sociale, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo".

    "La più grande astuzie del male è travestirsi da dio domestico e discreto, familiare e rassicurante" .

    "Ogni verità è un rischio che ci pare valga la pena di correre".

    "La saggezza consiste semplicemente nel non insegnare a Dio come si debbano fare le cose".

    "Il cattolico autentico non sta al di qua ma al di là della bestemmia".

    "Quando si è giovani si teme di passare per stupidi; nell'età matura si teme di esserlo".

    "Nulla è più pericoloso che risolvere problemi transitori con soluzioni permanenti".

    "La morte di Dio è una falsa notizia messa in giro dal diavolo che mente sapendo di mentire".

    "Non c'è retorica che prolunghi l'amore tra le anime oltre l'istante in cui la carne si placa".

    "La libertà non è la meta della storia, ma la materia con cui essa lavora".

    "Le categorie sociologiche autorizzano a circolare nella società senza curarsi dell'individualità insostituibile di ciascun uomo. La sociologia è l'ideologia della nostra indifferenza verso il prossimo".

    "La libertà non è indispensabile perché l'uomo sappia cosa vuole e chi è, ma perché sappia chi è e che cosa vuole".

    Fabrizio Gualco http://www.ragionpolitica.it/testo.1...implicito.html
    Ultima modifica di Orco Bisorco; 09-12-10 alle 03:56

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