Anche Piero Sansonetti , che sappiamo essere uomo di "forte" fede sinistrata, chiede la testa di Fini e il suo articolo non fa una piega .
Fini si deve dimettere , non esistono altre vie
Se Fini facesse come Ingrao
di Piero Sansonetti
Nel 1979 il presidente della Camera era Pietro Ingrao. In giugno si votò per le politiche, dopo che in marzo il Pci aveva aperto la crisi uscendo dalla maggioranza di solidarietà nazionale. Il Pci in quelle elezioni subì la prima sconfitta elettorale della sua storia.
Nel 1979 il presidente della Camera era Pietro Ingrao. In giugno si votò per le politiche, dopo che in marzo il Pci aveva aperto la crisi uscendo dalla maggioranza di solidarietà nazionale. Il Pci in quelle elezioni subì la prima sconfitta elettorale della sua storia.
Perse quattro punti in percentuale, scendendo dal suo picco storico del 34 per cento (conquistato nel 1976) al 30 per cento. La Dc decise che comunque la carica di presidente della Camera restava al Pci, stabilendo il principio che spettasse all’opposizione la direzione di una delle due Camere.
Principio che resse fino al 1994, cioè fino alla fine della Prima Repubblica. Fu Silvio Berlusconi a cancellarlo quando, dopo aver vinto le elezioni contro i “progressisti” di Achille Occhetto, decise di imporre i suoi al vertice di tutte e due i rami del Parlamento.
Alla Camera dei deputati fu eletta Irene Pivetti, al Senato Carlo Scognamiglio che per un solo voto sfilò la presidenza a Giovanni Spadolini. Anche in quell’occasione ci fu all’ultimo minuto qualche spostamento sospetto di senatori da uno schieramento all’altro. Tutti in “direzione destra”. Un certo senatore Grillo passò al “Polo” di Berlusconi, Bossi e Fini e determinò la sconfitta del glorioso senatore Spadolini, sostenuto dal centrosinistra.
Dicevamo del ’79: quando il Pci chiese a Ingrao di tornare a ricoprire il ruolo di presidente della Camera, Ingrao rispose di no. Insistette Berlinguer, insistette Pecchioli, ma Ingrao fu irremovibile. Eppure era stato un grande presidente della Camera, e si era anche appassionato a quel mestiere, aveva messo al centro del suo interesse e dei suoi studi i problemi relativi alla struttura dello Stato e delle istituzioni rappresentative. Però disse di no. E a chi gli chiedeva il perché di questa scelta curiosa, rispondeva: «La strategia di Berlinguer non mi convince e io voglio tornare alla battaglia politica interna al partito». E quindi? «E quindi non posso ricoprire un ruolo che richiede una posizione super partes e un certo distacco dalla lotta politica quotidiana». Il Pci non poté fare altro che prendere atto della decisione del suo leader e designò per la presidenza della Camera Nilde Jotti, che fu la prima donna ai vertici delle istituzioni (appena tre anni prima era stata nominata la prima donna ministra: Tina Anselmi).
Penso che abbiate capito perché ho raccontato questa storia. Io penso che Gianfranco Fini dovrebbe dimettersi dalla presidenza di Montecitorio. Non perché glielo chiede Berlusconi e neppure per la raccolta di firme organizzata dai giornali nemici. Semplicemente per rispetto delle istituzioni.
Ci sono due buone ragioni per dimettersi e chiedere che la Camera elegga un nuovo presidente. La prima è quella che ho appena accennato. Fini da alcuni mesi ha deciso di immergersi nella battaglia politica, e lo ha fatto per ragioni molto serie, e ha dichiarato la propria convinzione che il suo partito (ex partito) abbia tradito il mandato elettorale e sia degenerato rispetto agli ideali sui quali era stato fondato. E ora è uno dei protagonisti della creazione di una nuova formazione politica, la quale ha trai suoi obiettivi - oltretutto - quello della modifica dell’attuale sistema politico elettorale (e cioè la fine del bipolarismo e il ritorno a una democrazia pluripartitica e parlamentare). Vi sembra logico svolgere questo ruolo mantenendo la funzione di garanzia che è un aspetto fondamentale del ruolo di presidente della Camera?
La seconda ragione è relativa al cambio di maggioranza. Fini è stato eletto al suo incarico non da tutto il Parlamento, ma da una maggioranza parlamentare, e cioè dalla maggioranza sancita dagli elettori. Non è irragionevole che egli risponda a quella maggioranza, e che quindi, al limnite, se vuole mantenere il suo incarico chieda al Parlamento di riconfermarglielo con un voto.
Il fatto che non esista nessun obbligo istituzionale a dimettersi non cambia la sostanza delle cose. C’è un problema di sensibilità. Restare al suo posto è un gesto che può essere interpretato come un atto di arroganza. Che non è un buon viatico per la nascita del Terzo polo e la sua volontà di essere un polo dialogante. E non favorisce il ritorno della Camera dei deputati all’altezza della sua funzione democratica.
Se Fini si dimette - e credo che se lo facesse guadagnerebbe molti consensi, dinostrando una sensibilità politica che oggi è merce molto rara - si apre il problema dell’elezione di un nuovo presidente, in una Camera dove non esiste, praticamente, una maggioranza. E questa potrebbe essere l’occasione per tornare al principio del presidente di garanzia e alla vecchia idea della Dc che la presidenza della Camera spetti all’opposizione. Principio che, se fosse affermato in questo probabilmente brevissimo scorcio di legislatura, potrebbe poi essere definitivamente riaffermato nella prossima - forse a favore della sinistra, forse della destra - e potrebbe aiutare a ristabilire, nella politica italiana, la correttezza nei rapporti politici e la ripresa di alcune forme di dialogo tra maggioranza e opposizione.
venerdì, 17 dicembre 2010
Il Riformista






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