Siamo nel deserto del Sinai e fra poco ci uccideranno
pubblicato il 30-11-2010 alle 131

Sono duecentocinquanta, quasi tutti eritrei, e avevano pagato 2 mila dollari a testa per essere trasportati dal Corno d'Africa fino al Mediterraneo. Ma un mese fa sono stati sequestrati nel deserto del Sinai da altri trafficanti, che ora ne pretendono 8 mila in cambio della liberazione. Erano, ottanta. Perchè domenica ne sono stati uccisi tre, e mentre scrivo giunge notizia che altri tre, che tentavano la fuga, sono stati massacrati. Alcuni degli ostaggi sono in contatto telefonico con i familiari, e questi hanno avvisato l'Agenzia Habeshia, che ha dato l'allarme.

Proprio questa sera è giunto un ultimatum dei trafficanti: se non pagano entro tre ore a partire dalle 18, sarà la loro fine. Quattro sono stati portati via: verrà tolto loro un rene, in modo da venderlo al mercato nero degli organi. Al telefono cellulare, contattato da don Mussie Zerai, il prete cattolico eritreo che sta tentando di sensibilizzare il mondo, un rappresentante dei 250 ha fatto sapere che nove compagni sono stati selvaggiamente picchiati, che tutti non mangiano da tre giorni e sono costretti a bere acqua salata. Nel gruppo ci sono molte donne incinte.

C'è poco tempo per evitare una strage. Il Consiglio italiano dei rifugiati ha lanciato un appello alla Comunità internazionale, ricordando che in questo momento, assieme ai 74 ostaggi, vi sono in tutto 600 profughi nel deserto del Sinai, non soltano eritrei, ma anche somali e sudanesi e di altre nazionalità. Quello fra Israele ed Egitto è uno dei confini più pericolosi del mondo, e gli israeliani volevano costruirvi un muro. Non essendo più quasi praticabile il passaggio libico, i rifugiati in fuga da regimi sanguinari come quello eritero, tentano di arrivare al mare attraverso l'Egitto. E pure quelli rimasti in Libia, a quanto pare, cercano di spostarsi verso l'Egitto.

Del resto, anche l'Italia sta aiutando la Libia a respingere i disperati: in luglio avevamo annunciato che la Finmeccanica di Guarguaglini aveva vinto una commessa da 40 milioni di euro per un sofisiticato sistema radar da piazzare al confine Sud del paese di Gheddafi, in modo da intercettare i migranti in arrivo. Nulla, infine, si sa più di un altro gruppo di eritrei. Gli oltre 200 che erano stati prima rinchiusi e maltrattati nel carcere libico di Al Braq, poi liberati a metà luglio con un permesso di soggiorno di pochi mesi (si era detto tre) adesso scaduto, rischiano di essere rispediti in Eritrea e di subire così la vendetta del regime. Anche in questo caso le responsabilità italiane sono pesanti: è stato dimostrato che la maggior parte di questi richiedenti asilo era stata respinta in mare da unità italiane, senza poter avanzare la richiesta di protezione prevista dalla Convenzione di Ginevra.

Il premier è in Libia, ma sembra improbabile che abbia tempo di occuparsi di questi temi di poco conto, ammesso che qualcuno glieli abbia segnalati. C'era una volta un mondo occidentale che usciva dalla seconda guerra mondiale con il desiderio di costruire un mondo nuovo e di garantire i diritti dei perseguitati. Da questa aspirazione nasceva, nel lontano 1951, quella Convenzione di Ginevra che più d'uno, oggi, vorrebbe mandare in soffitta o nascondere sotto uno sterminato tappeto di sabbia...
Siamo nel deserto del Sinai e fra poco ci uccideranno | I nuovi italiani di Corrado Giustiniani | Blog del Messaggero.it

Nel 2009 in Italia drastica riduzione delle domande d’asilo



Il Punto: Statistiche e Politiche

di Christopher Hein. Direttore del CIR




Lo scorso 10 marzo il Ministero dell’Interno ha pubblicato le statistiche sui richiedenti asilo nell’anno 2009.

Totale delle nuove richieste: 17.600 (nel 2008: 31.000); totale delle richieste esaminate dalle Commissioni Territoriali: 24.000 di cui 2000 senza decisione (rinunce; sospesi; casi Dublino). Questo numero include naturalmente richieste presentate durante l’anno precedente.

Fra le richieste esaminate, i principali gruppi nazionali sono: Nigeria; Somalia; Eritrea; Pakistan; Ghana; Costa d’Avorio, Afghanistan – pressoché nello stesso ordine rispetto al 2008.



Non sono stati indicati i principali gruppi nazionali tra le nuove richieste d’asilo nel 2009.

Tra le circa 22.000 decisioni prese, 10.000 hanno avuto il riconoscimento della protezione internazionale (7.500) o della protezione umanitaria (2.500). Ovvero, ad un 45% di tutti i richiedenti asilo viene rilasciato un permesso di soggiorno; essi sono, in senso ampio, rifugiati. Tale riconoscimento riguarda la totalità dei somali, l’80% degli eritrei, la totalità degli afghani, ma poco più del 10% dei nigeriani, peraltro “solo” con la protezione umanitaria.

C’è stata quindi una drastica diminuzione del numero dei richiedenti asilo rispetto al 2008, a poco più della metà.

Ma i numeri vanno interpretati. Gli arrivi via mare dal Nord Africa hanno continuato nei primi mesi 2009 almeno con lo stesso ritmo dello stesso periodo dell’anno precedente. E circa due terzi di tutti gli stranieri sbarcati a Lampedusa o sulle coste meridionali della Sicilia hanno chiesto asilo: con una media di 2.500 richieste al mese.

Purtroppo, non sono state pubblicate statistiche mese per mese (come in quasi tutti gli altri Stati dell’Unione europea).

Ma possiamo stimare che nei 4 mesi da gennaio ad aprile 2009 circa 10.000 stranieri hanno chiesto asilo, e durante i restanti 8 mesi dell’anno, da maggio a dicembre, solo 7.000 circa. La media mensile è scesa da 2.550 unità a 900 unità, ovvero a poco più di un terzo del periodo precedente.

Non ci può essere dubbio che tale calo sia dovuto ad interventi politici. Infatti, il 7 maggio sono iniziati i respingimenti di barconi dal mare aperto verso la Libia.

L’Italia, con la politica dei respingimenti, ha effettivamente ed efficacemente impedito alle persone di arrivare sulle proprie coste. Tra le persone respinte e poi subito arrestate e messe in detenzione c’era un elevato numero di cittadini somali ed eritrei – lo possiamo affermare senza ombra di dubbio perché li abbiamo incontrati personalmente nei centri di detenzione intorno a Tripoli.

Tra i respinti c’erano quindi precisamente le nazionalità per cui, nella quasi totalità, l’Italia ha riconosciuto la loro necessità di ottenere protezione. Sono stati respinti rifugiati verso un Paese che non ha un sistema di asilo e che non riconosce i loro diritti. L’Italia si è macchiata della violazione del sacrosanto principio internazionale del divieto di refoulement. Principio considerato talmente essenziale ed importante da essere riconosciuto parte del diritto internazionale consuetudinario, riguardante quindi per tutti gli Stati del mondo; anche per quelli che non hanno aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

La diminuzione del numero delle richieste d’asilo da maggio 2009 in poi a un terzo rispetto al periodo precedente non si spiega comunque solamente come effetto della politica di respingimento che – secondo la nostra storia, hanno interessato circa 1300 persone in modo diretto.

Il fatto è che contemporaneamente la Libia ha cambiato la propria politica e ha cominciato a impedire le partenze del barconi dalle proprie coste. Le reti di trafficanti di persone sono state smantellate, un numero impressionante di trafficanti – anche di nazionalità libica – è stato messo in prigione, le zone costiere “a rischio” sono state ulteriormente sorvegliate, cittadini stranieri già imbarcati sono stati costretti al ritorno e sono stati arrestati.

A pochi mesi dalla ratifica del Trattato italo-libico di amicizia da parte del Parlamento italiano e di quello libico, e a pochi giorni dalla consegna di motovedette italiane alle forze libiche per la sorveglianza del Canale di Sicilia, la Libia ha ceduto alla pressione da tempo esercitata dall’Unione Europea, con l’Italia in testa, ha accettati il ruolo che l’Unione Europea desidera assegnare a molti “Stati terzi”: “difendere” le frontiere esterne europee ben prima della linea di demarcazione di tale frontiera. Non è più Lampedusa l’estrema frontiera meridionale europea, bensì Zuwara o Al Zawiah.

Così come da 2 anni non sono più le Isole Canarie l’estrema frontiera occidentale dell’Europa, bensì la Mauritania o il Senegal.



Non possiamo non considerare che l’impedimento delle partenze dalla costa africana verso l’Europa congiuntamente con la politica dei respingimenti, non solo ha fatto diminuire il numero delle richieste di asilo in Italia (o in Spagna), ma ha fatto diminuire anche il numero dei morti e dei dispersi in mare, il numero dei naufraghi e delle tragedie che da tanti anni si verificano durante l’attraversamento del Canale di Sicilia (o dell’Atlantico orientale). Secondo i dati di “Fortress Europe” i morti e dispersi nel Canale di Sicilia nel 2008 erano 1.274, nel 2009 invece 425.


Il dilemma è proprio qui: da un lato bisogna insistere sul più scrupoloso rispetto del divieto del refoulement e richiedere la cessazione immediata di operazioni di respingimento che lasciano migliaia di rifugiati senza protezione. E neanche è accettabile che l’Unione Europea, o un Paese come l’Italia, sulla base di accordi bilaterali assista Paesi terzi nella chiusura delle proprie frontiere, chiusura che impedisce ai rifugiati di accedere alla protezione. Dall’altro lato non è certamente auspicabile un ritorno allo “status quo ante”, alla situazione del 2008, situazione in cui migranti e rifugiati non avevano alternativa alcuna se non quella di imbarcarsi su barconi di fortuna rischiando la morte durante l’attraversamento del mare. Non può essere questa la finalità ultima degli interventi di enti come il CIR.

Si ripropone quindi la questione irrisolta dell’accesso di rifugiati alla protezione e quindi dell’accesso al territorio italiano ed europeo fermo restando che ogni richiedente asilo che vi arriva in qualunque modo ha il diritto di essere ammesso alla procedura d’asilo. Il CIR propone da anni modalità di ingresso legale e protetto di rifugiati e richiedenti asilo.



Constatiamo con stupore che il Programma di Stoccolma, approvato dal Consiglio Europeo nel dicembre 2009, si limita a proclamare che “il rafforzamento dei controlli alle frontiere non dovrà impedire l’accesso ai sistemi di protezione a chi ha diritto di beneficiarne”.

Niente si dice sul modo in cui tale accesso sia garantito, per esempio, anche in operazioni di controllo e di sorveglianza coordinate dall’Agenzia Frontex.

In ogni modo sappiamo, anche grazie alla presenza del CIR in Libia, che le persone fuggite dal proprio Paese si trovano in una strada senza uscita: non possono tornare da dove sono venuti, non possono arrivare in Italia, non possono rimanere nel territorio in cui si trovano attualmente, per esempio quello libico.

“L’area comune di protezione e solidarietà” (annunciata dal Programma di Stoccolma) è di poco valore per coloro che non riescono ad entrarvi.
Hein riduzione delle domande d'asilo