Sette anni fa, a Pratica di Mare
di Andrea Forti
Ricorre in questi giorni il settimo anniversario di un evento la cui portata storica deve essere ancora seriamente valutata e la cui importanza non venne all'epoca del tutto riconosciuta dai media e dai commentatori politici italiani. Parliamo del vertice Nato-Russia che si svolse a Pratica di Mare (non distante da Roma) il 28 maggio del 2002, e che ebbe come esito concreto la creazione del Consiglio Nato-Russia, un organo permanente di consultazione in grado, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, di costruire e dare continuità ad un rapporto di cooperazione fra l'Alleanza Atlantica e la Federazione Russa.
La storica decisione, sette anni or sono, di creare il Consiglio Nato-Russia fu fortemente voluta dall'allora (e attuale) Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, fra i primi (e fra i pochi) in Europa a comprendere la vitale importanza di un armonico e costruttivo rapporto con la Federazione Russa, che si poteva costruire solo ponendo ufficialmente la parola fine alla lunga stagione della Guerra Fredda, i cui strascichi tardavano a scomparire nonostante la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione dell'Unione Sovietica.
Quando Berlusconi parlò, a proposito dell'incontro di Pratica di Mare, di «fine della Guerra Fredda» non si trattava quindi semplicemente di un'iperbole o di un artificio retorico, ma dell'auspicio di un'autentica integrazione della Federazione Russa nel sistema politico e di sicurezza europeo. Nel 2002 erano ancora fresche le ferite di una guerra, quella contro la Serbia storica alleata della Russia, che, appoggiata paradossalmente in Italia dagli ex-comunisti Ds (desiderosi di rifarsi una credibilità «atlantista»), pareva aver di nuovo diviso Mosca dai paesi dell'Europa occidentale, vanificando in parte i frutti del crollo del comunismo e alimentando da parte russa il legittimo sospetto che alcuni ambienti occidentali non ritenessero il crollo dell'Urss come la prova del fallimento di un sistema politico-economico ma come la prima tappa per la neutralizzazione della Russia in quanto entità statuale (ricordiamo che l'attuale consigliere di Obama, Zbigniew Brzezinski, negli anni '90 prevedeva il frazionamento in quattro tronconi della Federazione Russa).
Alla fine del 2001 gli attentati di New York e la necessità di stabilizzare l'Afghanistan, fonte di destabilizzazione politico-religiosa e crocevia di traffici di droga, convinsero gran parte dell'Occidente che era necessaria una cooperazione con Mosca, che combatteva in prima linea l'estremismo islamico in Caucaso e nell'Asia Centrale (in Tajikistan e indirettamente in Afghanistan, appoggiando le fazioni anti-talibane) già dagli anni '90, quando ambienti «progressisti» occidentali strizzavano ancora l'occhio ai combattenti islamici, visti come combattenti per l'autodeterminazione dei popoli (vedasi caso ceceno) o più prosaicamente come possibili partner d'affari, come furono i Taliban ai loro esordi per l'amministrazione Clinton.
Gli accordi di Pratica di Mare ebbero quindi come duplice ragione la necessità di cooperare con la Federazione Russa nella stabilizzazione e nella sicurezza dell'Eurasia e soprattutto la necessità storica di dimostrare alla Russia che non era né interesse né volontà dell'Europa e dell'Occidente quello di metterla in quarantena o di sottoporla ad un processo permanente.
Purtroppo a sette anni dallo storico vertice i rapporti fra Russia ed Occidente non sembrano essere evoluti secondo gli auspici, e questo è anche conseguenza di alcune mosse avventate prese da chi in Occidente ancora considera Mosca non come un partner ma come un paese perennemente in «prova» e da tenere sotto osservazione.
La guerra in Georgia nell'agosto del 2008 ha congelato le attività del consiglio Nato-Russia, ma gli attriti si erano già accumulati da anni, con le «rivoluzioni colorate» in Georgia ed Ucraina (finanziate da ambienti «progressisti» americani), con lo scudo missilistico progettato in Polonia e Repubblica Ceca, con il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo e con i tentativi di far entrare nella Nato gli ucraini e i georgiani, tutte azioni comprensibilmente percepite come ostili da parte di Mosca e contraccambiate con pressioni politico-energetiche nei confronti di Kiev e Tblisi.
Il Consiglio Nato-Russia probabilmente sarà da riformare nei meccanismi e da rivedere nei contenuti, visti i recenti problemi, ma quello che è da salvare e da conservare come un bene prezioso è quello «spirito di Pratica di Mare» più volte evocato dal Presidente Berlusconi come unica road map per la pace, lo sviluppo e la sicurezza del continente europeo.
Merito storico del Presidente Berlusconi è il voler superare la velenosa eredità della guerra fredda, tanto nella politica interna, ancora condizionata dall'assenza di un'autentica sinistra socialista europea, che in quella estera, ancora permeata di anacronistiche pregiudiziali anti-russe e viceversa pericolosamente cieca di fronte all'ascesa cino-asiatica e ai rischi di sparizione dell'Europa in quanto soggetto storico-culturale oltre che economico e politico.
Ragionpolitica - Sette anni fa, a Pratica di Mare
carlomatello




Rispondi Citando
