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    Predefinito Orgoglioso del passato.

    «Quando facevamo noi i cortei, negli anni ’70, non eravamo mai, dico mai, contro i poliziotti.
    Anche le volte che ci caricavano, e allora la polizia menava davvero, non come ora, anche in quei casi non c’era un solo esponente del Msi che poi accusasse le forze dell’ordine, ma solo il governo.
    Agli agenti, che spesso simpatizzavano per noi, al massimo gli dicevamo “poliziotti rossi”, gli davamo dei comunisti, sapendo di toccarli sul vivo proprio perché non era così».

    A Ignazio La Russa, ministro, ex dirigente prima del Fronte della Gioventù, poi del Msi e poi ancora di An, nell’ultimo Annozero hanno affibbiato un epiteto nuovo: fascista.
    La novità semmai, in tempi di ex missini convertiti in paladini del progressismo liberale, è che La Russa dica di prenderlo «quasi come un elogio, perché così hanno chiamato anche Montanelli, i partigiani bianchi, i liberali, persino alcuni socialisti, tutti coloro che non stanno a sinistra».

    Ministro, si vede subito che non è finiano.
    «Guardi, sono convinto che al posto mio reagirebbe nello stesso identico modo almeno la metà di quelli passati con Gianfranco».

    Non lui, però.
    «Mi ricordo come dovetti arrampicarmi sugli specchi per giustificare agli iscritti, ai militanti di An le sue frasi sul “fascismo come male assoluto”.

    Impresa dura.
    «Ci provai, ma un conto è dire che c’erano cose assolutamente sbagliate del fascismo, altro è dire che è il male assoluto. Ma non lo dice nemmeno il peggiore degli storici di sinistra! Io provai a spiegare che Fini intendeva solo le leggi razziali, come era in parte vero, ma lui non fece nulla per chiarire».

    Aveva già iniziato la sua conversione.
    «Ma non è su questo che lo contesto, è sull’incoerenza di aver voluto il Pdl e di aver poi lavorato per distruggerlo. C’è anche una questione di risentimento personale, di obiettivi legittimi e leciti ma personali.
    Eppure un partito unico della destra era già nel dna del nostro Msi, nei dieci punti del ’46».

    Ma come diceva Longanesi: «In Italia nessuno dei presenti è mai stato fascista».
    «Io invece sono orgoglioso della mia storia. Ci sono cose che ho rivisto con occhio critico, certo, ma non ho niente di cui vergognarmi».

    Però da Santoro l’hanno fatta proprio infuriare, stava per andarsene.
    «Non è accettabile che un programma della Rai appoggi una tesi come di certi studenti: siccome nessuno ci ascolta allora è giusto fare le rivolte di piazza».

    La polizia, dicono loro, difendeva il Parlamento delle compravendite.
    «Gli è scappato detto alla fine ed è caduta la maschera. Non c’entrava l’università allora».

    Era un corteo politico?
    «Tutto si può dire tranne che quella manifestazione fosse spontanea. Basta vedere come era organizzata, anche negli episodi di violenza».

    C’è una regia dietro gli scontri?
    «Non sta a me indicare chi le ha organizzate, ma che ci fosse una regia è evidente. Non si arriva con gli scudi tutti uguali, con i caschi, le bombe carta mica si trovano per strada. C’è una strategia, è chiaro».

    Le hanno rinfacciato che lei, come ex capo del Fronte della gioventù, non può parlare.
    «Invece parlo eccome perché i nostri cortei erano tutta un’altra cosa.
    Ci sono i filmati di quella che si chiamava, agli inizi dei ’70, la «Maggioranza silenziosa».
    Si vede La Russa in testa al corteo, e quello che fa è dire al megafono di applaudire le forze dell’ordine chiamate a tutelare la legalità. Tra gli applausi della polizia».

    Dall’Idv ricordano l’agente Antonio Marino, morto nel ’73 a Milano.
    «Per quella morte fu condannata la destra extraparlamentare, non il Fronte.
    Fu una vera trappola creata nei nostri confronti, a cui negarono ogni spazio anche solo per il comizio. Quando l’agente venne colpito noi eravamo dal prefetto a protestare contro al decisione di vietare la manifestazione e rendendo così difficile l'ordine pubblico».

    Sempre in tema di passato, Di Pietro l’ha chiamata “fascista” ma lei ha risposto che lui votava Msi.
    «È una cosa che mi confessò lui stesso, ma poteva mentire quando me lo disse. Non voglio polemizzare con Di Pietro, è lui che mi ha preso per i capelli in tv. Forse io sono andato sopra le righe, ma in un programma indirizzato come fa Santoro, e in questo è bravissimo, o vai sopra le righe o soccombi».

    Ultima cosa: ma ce la farete ad «allargare» la maggioranza?
    «Abbiamo due mesi per operare, se riusciamo bene, sennò si va dal presidente a chiedere le elezioni anticipate.
    Non possiamo vivere anni così.
    Però ci sono segnali incoraggianti».

    Da chi?
    «Noi facciamo un appello a tutti.
    Ma non possiamo essere noi a inseguire chi ha chiesto la nostra sfiducia.
    Non chiudiamo le porte, a Casini e altri, ma non saremo noi a inseguirli».

    S. Tramontano e P. Bracalini pg.3 de ilgiornale.it del 18 12 2010

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Orgoglioso del passato.

    Oggi fascista è un’offesa senza senso.

    Fino a tutti gli anni Settanta era l’offesa che andava più di moda. Tutto ciò che veniva considerato il peggio dell’universo era «fascista», dall’imperialismo americano ai poliziotti incaricati di controllare le manifestazioni di piazza. Non solo: anche faccenduole come prevaricazioni amorose o comportamenti automobilistici finivano per provocare la temuta definizione, inappellabile e fatale.

    Ma che senso ha, oggi, voler insultare qualcuno dandogli del fascista? Fino a trent’anni fa il potenziale malefico dell’insulto era, è, chiaro. Il ricordo della guerra perduta e della guerra civile conseguente era ancora fresco. In mancanza di un’analisi storiografica più equilibrata (la si è poi chiamata revisionista), nella repubblica nata dalla Resistenza la parola fascismo era soltanto un sinonimo di morte, oppressione e violenza.
    Tanto che quando pubblicai il mio primo libro, nel 1976, lo dovetti intitolare prudentemente Giuseppe Bottai, un fascista critico, dove l’aggettivo stava ad attenuare la gravità del sostantivo. Era uno dei primi saggi revisionisti. Oggi quello stesso libro si chiama soltanto - lo ha notato giorni fa su queste pagine Alessandro Gnocchi - Giuseppe Bottai. Il revisionismo ha nel frattempo dimostrato che non tutto il male era da una parte sola; che qualcosa di buono venne realizzato anche durante la sciagurata dittatura; che, se i risultati furono spesso pessimi, le intenzioni non erano malvagie a priori. Intanto la storia dell’umanità ha esibito altri e più freschi errori - un nome per tutti, Pol Pot - e il tempo trascorso ha fatto il resto per riporre nell’armadio l’uso di «fascista!» come insulto.

    Eppure, rispunta ogni tanto dai cassetti - soprattutto da quelli della rissa politica - e ovviamente va sempre da sinistra verso destra. Per esempio se, pochi giorni fa, il ministro Carfagna non fosse stata dello stesso partito avrebbe probabilmente definito «fascista» Alessandra Mussolini, invece di usare quel micidiale «vajassa» che aveva, oltretutto, il pregio di non alludere al cognome. Altrove i «fascista!» si sprecano ancora, come se decenni di storiografia e di storia, di usi e di costumi, fossero passati invano. Senza che ci si renda conto di come sia fuori luogo quell’appellativo che richiama subito alla mente dei bruti nerboruti armati di manganello e olio di ricino, camicia nera e fez.

    Oppure, forse, il politico insultante vuole semplicemente sintetizzare in una parola la mancanza di democrazia e la predisposizione dell’avversario a sopraffare? Se è così, peggio mi sento. Non c’è niente, nella destra degli ultimi quindici anni, che possa richiamarsi al fascismo, e la battuta migliore in proposito l’ha pronunciata, dopo le ultime elezioni, Maurizio Gasparri. Il quale, circondato da dei grillini che gli vociavano intorno dandogli del fascista, ha risposto: «Le elezioni sono state vinte democraticamente, voi contestate la democrazia. Fascisti!».

    Il fatto è che manca la fantasia, e in politica «fascista» è ormai soltanto l’equivalente dell’apolitico «stronzo».
    Vale la pena di ricordare uno dei più difficili casi che si trovò a discutere il fascista Tribunale per la difesa dello Stato: un cittadino aveva esclamato in un bar «Dio Mussolini!», e venne subito accusato di antifascismo. Il processo fu lungo e difficile. La difesa sosteneva che l’accusato aveva voluto paragonare il Duce a Dio, traguardo cui non arrivava neanche la più sfegatata propaganda di regime. Bella la scusa. Il tribunale non ci cascò, e sia pure dopo lunghe meditazioni arrivò a concludere che l’augusto nome del fondatore del fascismo e dell’impero era stato utilizzato come quello di un qualsiasi spregevole animale cui di solito i bestemmiatori associano Dio.

    E il duplice bestemmiatore ebbe cinque anni di confino. La sua creatività, nel riuscire a offendere due fedi in un colpo solo, non era stata apprezzata. Ma l’ingiuria, a parer mio, è bella solo quando è creativa, né piatta né banale. Mai mi adatterei a dare a qualcuno del «fascista» o dello «stronzo», ormai depenalizzato anche dal codice civile. Meglio impegnarsi, studiare, esercitarsi, per arrivare a libere, veloci e spontanee associazioni di parole che allineando termini denigratori quanto rutilanti producano l’effetto distruttivo cui non è possibile reagire, anche perché troppo lungo è il tempo richiesto per analizzare l’offesa ricevuta. Uno dei miei esempi migliori? Fu quando azzittii un fastidioso e inetto impiegato di banca definendolo, di slancio e senza riflettere, «ridicolo avanzo dell’immenso peto di una nana bianca pietrificata». Persa la possibilità di reagire con uno schiaffo immediato, secondo me sta ancora pensando a come rispondere.

    Giordano Bruno Guerri pg.1 e pg.3 de ilgiornale.it 18 12 2010

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Rif: Orgoglioso del passato.

    I giovani anti Cav? Minoranza.

    La rivoluzione sta barando. Roma sembra sventrata.
    Le strade sono un cimitero di sampietrini senza più radici.
    Il fumo, le vetrine rotte, le cariche, le barricate, le mazze, i bastoni, le cariche, l’occhio delle telecamere sui visi coperti raccontano la rivolta degli studenti.
    Solo che tutto questo non esiste.

    No, non è una fiction.
    Il sacco di Roma c’è stato veramente. È il racconto che non funziona.
    È un frammento di realtà che cerchiamo di far passare come assoluta.
    Il racconto ha il volto del giovane di Annozero.
    È lui che dice: questo 14 dicembre è una data storica. È il segno di una mobilitazione che dura da due anni. Quasi tutti gli studenti la pensano come me. Lo studente di Annozero diventa così Lo Studente. E nel suo nome si fa la rivoluzione. Chi non è come lui non esiste o al massimo è un rimasuglio mediocre e meschino.
    Il corollario è che in Italia è scoppiata la rivolta studentesca.

    Qualcosa però non funziona.
    Basta andare in una qualsiasi università per vedere che Lo Studente è una piccola minoranza. È coccolato. Fa scena. Fa rumore. Ma è un frammento.
    Poi ci sono i numeri.
    Alle ultime elezioni politiche la maggioranza degli elettori tra i 18 e i 25 anni ha votato a destra. Un milione e mezzo sono del Pdl, mezzo milione della Lega, la Destra ne presi 400mila. Il Pd un milione e due, 150mila Di Pietro e l’Udc qualcuno di meno.

    Le elezioni regionali non hanno cambiato questa tendenza.
    A maggio si è votato per il parlamentino nazionale degli studenti.
    La destra occupa 18 posti su 30.
    Ultime elezioni. A Napoli e a Roma Tre stesso discorso. Cosa non funziona? Come mai queste cose non entrano mai nel grande racconto della rivoluzione giovanile?
    Rovinerebbero la trama.
    Non si può dire, per esempio, che l’ideologia anti Cav sta ripudiando la democrazia. La odia. Non ci crede.
    Se i voti danno ragione a Berlusconi allora bisogna diventare tutti antidemocratici. E questo è un gioco pericoloso.

    Cosa dice invece il racconto?
    La vera democrazia non ha bisogno di voti. È la piazza che conta.
    Il suo spirito metafisico. Le università sono in fibrillazione.
    La massa degli studenti delusa e insoddisfatta, senza un futuro, con l’orizzonte buio, provocata dalla riforma Gelmini, carica a testa bassa contro un potere illegittimo, contro il tiranno, contro il Caimano, contro l’usurpatore.
    Solo che tutto questo non esiste.
    L’unica cosa certa è che questa generazione precaria e indecisa non vede il futuro. Non lo annusa. Non lo sente. Ne ha paura. C’è anche rabbia e frustrazione.
    Non capiscono perché i vecchi abbiano costruito una cittadella murata che difende i loro privilegi e fa pagare a chi sta fuori il prezzo del post Novecento.

    Non capiscono, questi ragazzi, per quale fottuta regola etica ed economica quelli che rischiano di più devono guadagnare di meno.
    È una bestemmia contro lo spirito del capitalismo.
    Solo che quelli che pensano queste cose, quelli che stanno cercando di inventarsi un futuro e sognano di svoltare come Mark Zuckerberg, il padre di Facebook, non stanno in piazza.

    Non costruiscono barricate, perché non vogliono bloccarsi, non vogliono viaggiare pesanti.
    Questi ragazzi qui sono la maggioranza, ma nessuno li vede.
    Non sono figli dell’ideologia anti berlusconiana. Non lo adorano. Non lo temono. Non pensano che sia il male assoluto. Non credono nella rivoluzione.
    Non credono nel passato.
    Sognano il futuro.

    È qui la truffa.
    La tv e i giornali parlano solo dei ragazzi fotocopia ed è una copia che va avanti da anni, tanti anni.
    Quello che il racconto non ci dice è questo: i giovani di Santoro sono vecchi.

    Vittorio Macioce pg.1 e pg.4 ilgiornale.it 18 12 2010

    saluiti

  4. #4
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    Predefinito Rif: Orgoglioso del passato.

    Gianfranco, gli occhiali sopra il nulla!

    di Stenio Solinas pg.1 e pg.9 de ilgiornale.it 18 12 2010

    L’idea che qualcuno possa riconoscere in Gianfranco Fini un pensiero politico, mi ha sempre affascinato e il vedere oggi al suo fianco intellettuali e colleghi di partito un tempo suoi fieri avversari, mi conferma nell’idea che non c’è niente di più reale dell’illusione.
    Nel suo DoppiFini.
    L’uomo che ha detto tutto e il contrario di tutto (Vallecchi, 228 pagine, 16 euro) Luca Negri passa brillantemente in rivista un trentennio e passa di politica finiana e si sforza di cavarci una logica: cosa nasconde, sembra chiedersi, questo funambolismo?

    Si sa che la natura ha orrore del vuoto e, come ogni giornalista che si rispetti, Negri cerca delle risposte. Si può essere, cito a caso, fascista e antifascista? Contro gli omosessuali e a favore degli omosessuali? Contro l’immigrazione perché corrode la nazione e a favore dell’immigrazione perché rinsalda la nazione? Contro la magistratura politicizzata e per la magistratura che fa politica? Cosa c’è dietro, di fianco, davanti?

    Nel quindicennio che ha visto lo sdoganamento dell’allora Movimento sociale e l’ascesa politica di Fini, l’unico dato certo è che come segretario di partito è riuscito nell’incredibile impresa di farsi mangiare il partito stesso dal suo alleato di riferimento.
    Non è accaduto alla Lega di Bossi, non è accaduto all’Udc di Casini: avevano un progetto e un’idea politica e li hanno difesi, pagando dei prezzi, facendo delle scelte.
    Fini si è lasciato guidare dalla convinzione che un professionista della politica, quale lui si picca di essere, non avesse bisogno di alcuna strategia, potendo contare sulle proprie capacità tattiche.
    Ha avuto così, e così ha garantito, incarichi importanti e ministeri, in una logica di delfinato, l’unica che conosce per averla praticata con successo, che nella sua testa lo vedeva biologicamente vittorioso.
    Alla fine si è ritrovato senza regno e senza buona parte della corte, tutto sbagliato e tutto da rifare e, insomma, si ricomincia da capo.
    Rifondare un partito, diventare opposizione... L’uomo che volle farsi re, potrebbe essere il titolo del nuovo film destinato a sostituire i Berretti verdi della sua giovinezza cinematografica e politica.

    Tanti anni fa, mi capitò di definire il Fini allora in corsa per la segreteria missina «un paio di occhiali sul nulla». A qualcuno, molti anni dopo, sembrò ingeneroso: era divenuto vicepresidente del Consiglio, aveva il secondo partito della coalizione, ministri di Alleanza nazionale, l’erede del Msi che fu, erano presenti nell’esecutivo... Il fatto è che si trattava di risultati talmente inimmaginabili ai tempi di quel giudizio, che per essi si poteva tranquillamente parlare di miracolo, elemento che non attiene alla politologia, anche se aiuta.
    Va detto altresì, per capire meglio quella definizione, che il nulla, come pensiero politico, ha una sua logica e una sua grandezza.
    Nell’Italia terminale della Prima Repubblica qualsiasi scelta ideologica, di programma, di alleanze, di strategie avrebbe comportato per l’allora Msi la necessità di un ripensamento critico su se stesso, un sicuro, ulteriore ridimensionamento elettorale a breve termine, un incerto futuro in ripresa a lungo. Scegliendo di non scegliere, scegliendo cioè il nulla, Fini si attestò su una linea funeraria: celebrava le esequie del suo partito, ma ritardava il più possibile il momento del trapasso.

    Poi arrivò Tangentopoli e un Msi escluso da tutti i giochi si ritrovò improvvisamente in corsa. Nei due schieramenti che andavano formandosi, il nulla finiano si rivelò un elemento vincente: permise un’alleanza con soggetti non propriamente omogenei (l’anti-italianità della Lega, il capitalismo all’americana di Forza Italia, residui e spezzoni socialisti e democristiani) favorì in un partito orgoglioso quanto sterile in termini di leadership, una concezione gregaria nei confronti del partner più forte della coalizione.

    Il capolavoro del nulla fu infine Fiuggi.
    Così come l’eredità fascista era stata l’unica identità a cui Fini aveva ancorato un Msi ridotto al lumicino, o a fuoco fatuo, vista la logica sepolcrale che ne era alla base, il tributo antifascista fu visto come la sola via d’uscita dal rischio della ghettizzazione sempre, della non accettazione ancora. Cosa questo dovesse e potesse significare in termini politici venne considerato secondario. L’importante era togliersi la camicia nera. Al resto, semmai, si sarebbe pensato dopo.
    Così, non pensando, il nulla politico celebrò un nuovo soggetto e costruì il proprio trionfo.
    Successivamente cominciarono i guai: il «ribaltone», la sconfitta elettorale, il potere giudiziario che sembrava aver messo alle corde Berlusconi... Fini commise allora il suo primo e unico errore, quello di pensare. Pensare politicamente, s’intende. Ritenne cioè che da numero due della coalizione potesse divenire numero uno, o quanto meno smarcarsi: fu il tempo della Coccinella e dell’Elefante. Si sa come finì.

    Dopo di allora Fini tornò al nulla da cui era partito e che conosceva come le sue tasche, e per più di un decennio l’ha praticato da par suo. Era un nulla che però lasciava sul terreno alcuni elementi su cui ci si sarebbe dovuti invece interrogare per tempo. Un partito senza identità, per esempio, e senza prospettive autonome, non più identificabile, sottostimato in termini di potere reale. Una sensazione di debolezza, di tutela altrui, in secondo luogo, complice una insufficienza della sua classe dirigente. Ancora, un complesso d’inferiorità culturale, estrinsecantesi in puro e semplice becerismo intellettuale o in supina accettazione della cultura altrui, vista come legittimante della propria recente e improvvisata democraticità. In ultimo, una leadership più interessata al proprio immediato tornaconto, nel senso nobile del termine, che non al patrimonio di una forza politica in quanto tale.

    Il risultato finale del nulla politico consisté nell’annullarsi completamente come partito...
    Avvenne, per la verità, un po’ obtorto collo, ma opporvisi a quel punto avrebbe implicato un pensare politicamente, cosa che, abbiamo visto, Fini non è in grado di fare. Si preferì la favola della cofondazione (e invece, naturalmente, era una colonizzazione), nuovi intellettuali di riferimento gliela spiegarono con la teoria che così si usciva anche, e definitivamente, dall’equivoco post-missino che di fatto ancora impiombava le sue ali di leader, e, come sottofondo, rimase il «mantra del delfino», ancora più delfino visto che Bossi e Casini avevano rifiutato di farsi inglobare nel progetto unitario. Ci fu persino chi teorizzò l’idea della «presa dal potere dall’interno», ma qui siamo sì alle comiche finali...
    Ciò che è venuto dopo, è storia risaputa, di cui nel suo libro Luca Negri, come dicevamo all’inizio, cerca di capire il senso: avrebbe dovuto chiedere lumi a quella canzone di Vasco Rossi: «Voglio dare un senso/ un senso a questa storia/ anche se questa storia/ un senso non ce l’ha»... Politicamente parlando, s’intende.

    Il fatto è che le uniche tattiche che Fini sa praticare, pensando siano delle strategie, sono quelle già ricordate del delfinato e del nullismo.
    Come ne esce è un disastro, perché comporta un’elaborazione di pensiero che non gli appartiene; una certa pigrizia fisica e la presunzione, invece tutte sue proprie, complicano poi il tutto. Detto in altri termini, si può anche ipotizzare una destra nuova, di governo o di opposizione (in fondo c’è ancora chi si chiede se ci sia vita su Marte...) e si può anche pensare che la possa incarnare un leader senza idee.
    Resta però da chiedersi se la tendenza al nullismo non sarà più forte. Quanto al delfinato, Fini ha sessant’anni e sempre di più comincia ad assomigliare a Carlo d’Inghilterra. Senza Camilla, è vero, ma con un cognato.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Rif: Orgoglioso del passato.

    Chi come me ha un po di anni ed ha vissuto dal dopoguerra in poi di cose ne ha viste molte e spesso ci si volta a considerare il passato per fare raffronti col presente.

    Ricordo un certo pierpaolo pasolini, cacciato dal PCI per la sua omosessualità,
    Allora essere gay era peggio ,per i comunisti, che essere fascisti.
    Pasolini era uno dei grandi della cultura del dopoguerra, comunista, non so proprio come potesse, ma libero pensatore.

    Pensare colla propria testa era un'eresia a botteghe oscure, bastava il migliore,
    lui doveva tracciare la rotta e gli altri non potevano fare altro che applaudire.

    I celerini,poliziotti della celere, chiamati pure dalla sinistra estrema " Scelbotti" (il corpo era stato fondato da scelba) erano impiegati nel contenere le esuberanze piazzaiole dei compagni.

    Erano botte fra squadracce comuniste e questi ragazzi, naturalmente odiati
    dai progressisti sedicenti.

    Ebbene pasolini li difese in spregio alle direttive del partito dicendo che costoro erano figli di proletari del sud, gente che non trovavano lavoro
    e quindi costretti per campare ad arruolarsi per stipendi non certo da nababbi.

    Mi pare tornato quel tempo : il G8 a genova i centri sociali qualche anno fa a milano ed ora roma.

    Sarà pure sedicente progressista la sinistra ma, colla magistratura politicizzata (pensate che scalfaro fu assunto in magistratura ai tempi del duce ed era antifascista) quindi sotto l'aspetto della giustizia non siamo meglio messi che sotto il regime fascista, coll'odio verso i poliziotti mi sa tanto che sia tornata molto indietro questa sinistra.
    Un progresso del gambero lo si dovrebbe chiamare regresso.

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    Predefinito Rif: Orgoglioso del passato.

    La rabbia libertaria di chi difende lo Stato.

    Lo chiamano fascista e lui se la ride.
    Nell’arena di Annozero scuote il capo, fa fumare le narici, mostra i canini, si alza e punta Santoro, alza le braccia, si indigna e difende la dignità proletaria dei suoi soldati.
    Ignazio La Russa senza dubbio esagera, ma lo fa perché convinto di difendere la libertà degli individui.
    Non è uno che quando serve si preoccupa di non dare spettacolo.
    Se attaccano i valori fondamentali dell’uomo non puoi stare zitto.
    Così quando lo studente di scienze politiche, con l’arroganza del maestrino, rivendica il sacco di Roma, la lotta violenta senza quartiere, la minoranza università che si arroga il diritto di parlare per tutti e definisce il 14 dicembre 2010 una data storica, emblematica, il ministro perde le staffe:
    «Vigliacchi, siete vigliacchi, vi coprite il volto per colpire dei ragazzi che si guadagnano il pane, vigliacchi, vigliacchi. Ancora vigliacchi».

    Sembra non finirla più.
    Di Pietro e i centri sociali l’unica parola che sanno usare è il vecchio e abusato «fascista».
    Ed è come ripiombare negli anni ’70.
    Solo che questa volta bisogna dirlo ad alta voce e senza vergognarsi.

    Chiamate La Russa come volete, ma la sua rabbia è libertaria.
    È libertario perché difende la città contro la devastazione dei vandali.
    È libertario perché pensa che se uno parcheggia sul Lungotevere non è normale che ritrovi la sua auto in fiamme.
    È libertario perché si preoccupa dell’individuo minacciato dall’aggressione delle «camicie nere», quei ragazzotti con il casco a coprire occhi e dignità che pensano di essere moderni ma sono solo l’ultima edizione dei manganellatori in rosso o in nero.
    È libertario perché pensa che ci sono studenti che non vedono nessun orizzonte e per questo combattono ogni giorno per costruirsi il proprio futuro. Non vanno in piazza, ma cercano idee.
    È libertario perché se deve scegliere tra i figli del popolo in divisa e i figli di papà in kefiah non ha dubbi da che parte stare. La stessa di Pasolini.
    È libertario perché non ne può più dei luoghi comuni sulla rivoluzione.
    È libertario perché non sta dalla parte di Adriano Sofri e Francesco Berardi detto Bifo.

    Non crede che il futuro sia sempre e solo quello che loro dal lontano passato si ostinano a spacciare come liberazione.
    Non crede che prendere il mondo per il bavero significhi sfasciare le vetrine. È disposto a capire anche la rabbia e la voglia di farsi sentire, ma non quella della violenza e della distruzione.

    La Russa è libertario perché non ce la fa a fare professione di nichilismo.
    È libertario perché se alza la voce lo fa senza trucchi e inganni e si prende in faccia anche la figuraccia poco istituzionale in diretta tv.
    Meglio lui comunque di chi sussurra e sorride facendo da furbetto un giornalismo partigiano, non nel senso di resistenza ma di disinformazione.

    La Russa è libertario perché dialoga non con il distacco che impone il suo ruolo di ministro della Repubblica ma con il colore dell’uomo della porta accanto.
    È libertario perché non ha paura di una minoranza di intellettuali che hanno visto il mondo solo e sempre dall’alto in basso.

    La Russa è libertario anche quando esagera e ti viene voglia di dire: «Ministro, si sieda».

    di S. Tramontano pg.3 de ilgiornale.it 18 12 2010

  7. #7
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    Predefinito Rif: Orgoglioso del passato.

    Mi piace la russa.
    Non dice cazzate : molto meglio lui di fini.

    Pçoi della trasmissione san torina non ne sapevo molto (non la guardo mai)
    finchè non l'ho vista differita . Mi complimento con lui.

  8. #8
    ex unalei
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    Predefinito Rif: Orgoglioso del passato.

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    La rabbia libertaria di chi difende lo Stato.

    Lo chiamano fascista e lui se la ride.
    Nell’arena di Annozero scuote il capo, fa fumare le narici, mostra i canini, si alza e punta Santoro, alza le braccia, si indigna e difende la dignità proletaria dei suoi soldati.
    Ignazio La Russa senza dubbio esagera, ma lo fa perché convinto di difendere la libertà degli individui.
    Non è uno che quando serve si preoccupa di non dare spettacolo.
    Se attaccano i valori fondamentali dell’uomo non puoi stare zitto.
    Così quando lo studente di scienze politiche, con l’arroganza del maestrino, rivendica il sacco di Roma, la lotta violenta senza quartiere, la minoranza università che si arroga il diritto di parlare per tutti e definisce il 14 dicembre 2010 una data storica, emblematica, il ministro perde le staffe:
    «Vigliacchi, siete vigliacchi, vi coprite il volto per colpire dei ragazzi che si guadagnano il pane, vigliacchi, vigliacchi. Ancora vigliacchi».

    Sembra non finirla più.
    Di Pietro e i centri sociali l’unica parola che sanno usare è il vecchio e abusato «fascista».
    Ed è come ripiombare negli anni ’70.
    Solo che questa volta bisogna dirlo ad alta voce e senza vergognarsi.

    Chiamate La Russa come volete, ma la sua rabbia è libertaria.
    È libertario perché difende la città contro la devastazione dei vandali.
    È libertario perché pensa che se uno parcheggia sul Lungotevere non è normale che ritrovi la sua auto in fiamme.
    È libertario perché si preoccupa dell’individuo minacciato dall’aggressione delle «camicie nere», quei ragazzotti con il casco a coprire occhi e dignità che pensano di essere moderni ma sono solo l’ultima edizione dei manganellatori in rosso o in nero.
    È libertario perché pensa che ci sono studenti che non vedono nessun orizzonte e per questo combattono ogni giorno per costruirsi il proprio futuro. Non vanno in piazza, ma cercano idee.
    È libertario perché se deve scegliere tra i figli del popolo in divisa e i figli di papà in kefiah non ha dubbi da che parte stare. La stessa di Pasolini.
    È libertario perché non ne può più dei luoghi comuni sulla rivoluzione.
    È libertario perché non sta dalla parte di Adriano Sofri e Francesco Berardi detto Bifo.

    Non crede che il futuro sia sempre e solo quello che loro dal lontano passato si ostinano a spacciare come liberazione.
    Non crede che prendere il mondo per il bavero significhi sfasciare le vetrine. È disposto a capire anche la rabbia e la voglia di farsi sentire, ma non quella della violenza e della distruzione.

    La Russa è libertario perché non ce la fa a fare professione di nichilismo.
    È libertario perché se alza la voce lo fa senza trucchi e inganni e si prende in faccia anche la figuraccia poco istituzionale in diretta tv.
    Meglio lui comunque di chi sussurra e sorride facendo da furbetto un giornalismo partigiano, non nel senso di resistenza ma di disinformazione.

    La Russa è libertario perché dialoga non con il distacco che impone il suo ruolo di ministro della Repubblica ma con il colore dell’uomo della porta accanto.
    È libertario perché non ha paura di una minoranza di intellettuali che hanno visto il mondo solo e sempre dall’alto in basso.

    La Russa è libertario anche quando esagera e ti viene voglia di dire: «Ministro, si sieda».

    di S. Tramontano pg.3 de ilgiornale.it 18 12 2010
    :giagia:
    Sono l'unica persona al mondo che vorrei conoscere a fondo

  9. #9
    Vi tengo d'occhio
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    Predefinito Rif: Orgoglioso del passato.

    Per fortuna c'è ancora gente come "Gnazio"................mi associo. "Orgoglioso del passato".......aggiungo:nauseato dal presente.:giagia:
    NON VOTO NEL REALE,NON VOTO NEL VIRTUALE....GRAZIE!

 

 

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