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Discussione: Aleksandr Dughin

  1. #41
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    Predefinito Rif: Aleksandr Dughin

    Citazione Originariamente Scritto da Midgard Visualizza Messaggio
    In Italia esiste solo "Eurasia, la Rivoluzione Conservatrice in Russia" e "Continente Russia". Il libro di cui ho postato l'indice non è ancora stato tradotto. hefico:

    Sto guardando il sito di Arkatogaia, Dugin ha scritto moltissimo. I suoi libri sono per lo più raccolte di testi sui più svariati argomenti.

    Altri scritti, tradotti in italiano, di Dughin sono:

    -Aspetti geopolitici dell'escatologia islamica (sotto pseudonimo Abdulkajjum) in La Russia che dice no, edizioni all'Insegna del Veltro

    -L'idea eurasiatista, in Eurasia 1/2004

    -La visione eurasiatista, in Eurasia 1/2004

    -Intervista, in Eurasia 2/2007


    oltre agli articoli presenti online e già citati in questo 3d

  2. #42
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: Aleksandr Dughin

    Alexander Dugin: Vladimir Putin e l’Impero

    "Evrazia", 12.07.2009

    Ìåæäóíàðîäíîå Åâðàçèéñêîå Äâèæåíèå - Alexander Dugin | Vladimir Putin and the Empire | 12.07.2009

    “I leader Russi e particolarmente il primo ministro Vladimir Putin vogliono far risorgere l’Impero Russo”, queste le parole del capo del Pentagono Robert Gates. Come afferma Gates “queste intenzioni imperialiste ostruiscono le relazioni USA-Russia”. Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti crede anche che queste intenzioni imperialiste sono assai più presenti nei comportamenti di Putin rispetto a quelli di Medvedev. Il Primo Ministro Russo sta cercando di far si che la Russia diventi il primo giocatore sullo scacchiere internazionale. Questo fatto disturba molto gli Stati Uniti. “I Russi sono destinati ad un nuovo tentativo di costruzione dell’Impero?”, si chiede lo storico inglese di fama internazionale Prof. Geoffrey Hosking nel suo recente libro “Sovrani e vittime. I Russi nell’Unione Sovietica.” E l’inglese esprime le sue preoccupazioni “cosa sceglieranno esattamente i Russi, la situazione attuale con la perdita di parte dei propri territori o un nuovo impero?”, si chiede Hosking.

    Chi è il Signor Putin?

    La questione degli inizi della carriera di Putin è sorta durante la trasformazione del linguaggio politico della Russia attuale da Moderno a Post-Moderno. Nel linguaggio classico Putin umanamente si può definire un’essenza, una realtà, una personalità innanzitutto. In secondo luogo, lui viene interpretato nel contesto politico in base alle sue azioni politiche. Questo è l’approccio dell’età dell’Illluminismo: c’è un Vladimir Putin politico, una persona con alcune specificità, con certe radici, e c’è anche il suo sistema di valutazioni e pensieri. Questo era vero finchè non è arrivata l’epoca PostModerna.

    Nel Postmoderno una persona è uno spazio vuoto, perché tutti gli essere umani si devono confrontare con l'interpretazione della propria coscienza. Di conseguenza, l'immagine di Vladimir Putin appare non dalla conoscenza stessa di Vladimir Putin e non dall'analisi delle sue azioni, ma dal contesto del linguaggio a cui appartiene. Ecco il motivo perché la domanda "Chi è il Signore Putin?" nel sistema post moderno non ha ricevuto ancora risposta. Questa sarà sempre una questione aperta.

    Quando le persone che conoscono bene e personalmente il nostro Primo Ministro sentono quello che viene detto su Putin nell'Occidente, rimangono scioccati. Questo accade perché non è stata completata la transazione fondamentale dall'Epoca dell'Alta Modernità e dell’Illuminismo all’epoca del Postmoderno. Altrimenti avrebbero potuto già capire che non esiste nessun Putin così come loro lo stanno immaginando. Ci sono dei giochi testuali su Putin in Russia o in Europa.

    Quell’orribile ritratto con il quale la Società Occidentale lo dipinge non ha niente in comune col nostro Primo Ministro. In quel ritratto Putin è un "nano politico" senza alcuna percezione, un “protetto” dai circoli reazionari, appartenente ai più orribili servizi segreti, una persona con nessun futuro politico né alcun rispetto per la democrazia. Noi dell'altra sponda trattiamo Putin come un prodotto del nostro stile cerimoniale ufficiale.

    Putin è il simbolo dell'Impero che si sta formando?

    La grande nuova Russia che ora sta rinascendo nell'area euroasiatica è l'idea di un nuovo e risorto Impero sovrano. Non è sovietico, perché quell'ideologia è morta, ma non è russo, perché noi qui non abbiamo direzioni religiose comuni. L'Eurasiatismo suggerisce la risurrezione di un Grande Spazio al posto del primo Impero Russo e dell'Unione sovietica. A questo progetto si oppongono fortemente i Russi Occidentali e Atlantisti. Putin proviene dal regime atlantista di Eltsin, ma ha spostato di 180 gradi la direzione intrapresa da Eltsin. Quando lui arrivò, l'idea principale era che la Russia si inserisse bene nel mondo occidentale per diventare, come fu detto a suo tempo, "un paese normale."

    Ora l'idea è: La Russia è un grande paese. Non "normale." È un paese che ste ristabilendo il suo significato planetario, conducendo la sua politica indipendente, libera da pressioni globali e dal mondo a polarità singola. Questo è quello che stanno perfezionando ora Putin e Medvedev, e questo rappresenta un programma geopolitico per la costruzione dell'Impero.

    L'Eurasiatismo, simile all’unione Medvedev-Putin, ora oppone due cose. La prima è l’Occidentalismo liberal-democratico, e la seconda ma non ultima, è il Nazionalismo stretto che presenta la Russia come un stato mono-nazionale. La politica di Putin-presidente potrebbe essere spiegata con questo significato euroasiatico. Anche se qualche volta è sembrato che Putin si sia spostato da quella direzione, a lungo andare le tendenze principali e i suoi modelli si sono coniugati bene insieme.

    Questo non può essere.

    Molte persone ragionano su molte cose che non hanno niente in comune con la realtà. Uno scrittore visionario francese Jean Parvulesko, che può apparire come uno che ha detto delle sciocchezze stravaganti, ha colpito nel segno con tutti i suoi scritti che si stanno avverando col passare del tempo. Io sto leggendo i suoi articoli scritti negli anni settanta all’interno di un periodico italiano chiamato “Orion”. In questi articoli Parvulesko descrive una situazione che si avverò in Russia all'inizio degli anni novanta con l’avvento dei “Red-brown”, con l’unione tra comunisti e nazionalisti, con i liberali che volevano unirsi all'Occidente distruggendo la grande Unione Sovietica. Al momento, questi articoli apparvero come scritti da un matto, Parvulesko appunto, perché sembrava che Brezhnev fosse stato eterno.

    Anche noi, come suoi amici dicevamo: "Questo non può accadere Jean!", "Questo è una sciocchezza!". La sua risposta era "Aspetta, Alexander...".

    Nel suo libro "Putin e l’Impero euroasiatico", pubblicato in Russia, nei primi capitoli scritti alla fine degli anni settanta, Parvulesko affermava che c’erano persone in Russia nell’establishment militare e delle forze di sicurezza che stavano sviluppando l'idea di un Impero su scala continentale fin dagli anni sessanta. Il lavoro di queste persone non era ideologico, ma basato su significati geopolitici. Parvulesko affermava che presto un uomo sarebbe uscito da questi circoli, e che gli uomini avrebbero perfezionato l'idea di ripristinare la potenza imperiale geopolitica della Russia dal lato opposto rispetto all'ideologia comunista. I valori sui quali quest’uomo si sarebbe basato sarebbero stati quelli della Storia Russa, come la chiesa Ortodossa e la coscienza nazionale. Lui avrebbe riportato la Russia ai tempi antecedenti all’avvento dei comunisti.

    Parvulesko scrisse queste cose negli anni settanta, e 20 anni dopo arrivò Putin. Parvulesko pensava a lui: “questo è l'uomo del destino, io sto scrivendo tutte queste cose su di lui, ancor prima di aver saputo il suo nome.”

    Putin non è semplicemente una persona. Questo è l’'Impero euroasiatico chiamato da Parvulesko “Dogmatic Code of Things” per definirlo come sarà costruito. Putin è uno strumento della sua costruzione e della sua creazione.

    Parvulesko qui descrive la realtà come una via dogmatica, proprio come fecero i profeti della Bibbia. Così lui, neovisionario, può essere chiamato neoprofeta. Le élite massoniche degli Stati Uniti stanno cominciando a sospettare qualcosa...

    Putin come entità non esiste.

    Parvulesko descrive Putin in un ambito particolare, diverso dai contesti ufficiali o dalla percezione occidentale. Lui mette Putin nella Storia del Mondo insieme ad Alessandro Magno, Napoleone, DeGaulle, Stalin, Hitler, Lenin, ai servizi segreti e ai grandi successi. Analizzando tutte le sfumature di Putin, Parvulesko raggiunge una spiegazione Post-modernistica all’interno delle coordinate del sistema Impero.

    Il punto principale è la comprensione del contesto e della struttura del progetto di Impero, non la percezione che Putin rappresenta della mente di ognuno.

    Come ha dimostrato in precedenza lo scrittore tedesco Novalis, noi impariamo sul passato più dalle storie colorite, che da noiosi narratori che ora stanno tentando inutilmente di trovare notizie su Putin cercando di descriverlo.

    La verità è che la missione di Putin è metafisicamente, intellettualmente, stilisticamente e dogmaticamente causata dalla metafisica del nostro grande spazio e della nostra grande gente.

    Questo è il motivo perché la visione di Jean Parvulesko su Putin, il costruttore del Grande Impero Euroasiatico, merita uno studio più preciso. L'immondizia che si sta scrivendo su di lui sarà dimenticata al più presto quando lui terminerà di essere il Primo Ministro.

    Putin, il costruttore dell’Impero, sarà rappresentato da tutti come un ritratto della nostra epoca. Robert Gates, Geoffrey Hosking e tutta l'élite Occidentale che governa il mondo oggi capiscono che l'Impero euroasiatico inevitabile lo era, è, e lo sarà.

    Putin è strettamente connesso con questo Impero.

    Alessandro Dugin, filosofo, leader del Movimento Euroasiatico Internazionale

    Traduzione: Riccardo Berti

    Fonte:

    msdfli.wordpress.com/2009/07/30/a-dugin-vladimir-putin-e-l%e2%80%99impero/

    A.Dugin: Vladimir Putin e l?Impero MOVIMENTO PER GLI STUDI STORICI DELLE DISCIPLINE FASCISTE E LENINISTE INTEGRATE CON LA GEOPOLITICA CONTEMPORANEA

  3. #43
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    Predefinito IOSIF STALIN: IL GRANDE “SÌ” DELL'ESISTENZA

    IOSIF STALIN: IL GRANDE “SÌ” DELL'ESISTENZA
    Aleksandr Dugin

    "Ewig bin ich dein Ja"
    F. Nietszche

    1. Stalin il despota

    Stalin è una figura così imponente che qualsiasi riferimento alla sua personalità, alla sua funzione, alla sua missione storica ci pone immediatamente davanti a sfide immense. Si può parlare di Stalin dal punto di vista geopolitico – come del più grande eurasiatista in termini pratici; o dal punto di vista ideologico – come di un eminente, cruciale protagonista del socialismo mondiale; oppure dal punto di vista statale – come del fondatore del più potente impero nella storia mondiale. Spesso Stalin viene però associato all'emblematica, significativa idea della tirannia e del dispotismo. E da questo non è possibile prescindere neanche se ci interessano altri lati della sua personalità. Quali sono le radici profonde di questi tratti tirannici del grande protagonista della storia mondiale?

    2. Stalin il sociologo

    Stalin viene costantemente associato alle epurazioni, alle repressioni, all'espressione del terrore di Stato. Quando si tratta di spiegare la natura di questo fenomeno, ci scontriamo con spiegazioni primitive, che seguono i criteri di un pensiero banale e della ristrettezza mentale: paranoia personale, innato sadismo, crudeltà, megalomania patologica, natura disumana dell'ideologia bolscevica, e via dicendo. Sono banali bugie, e di conseguenza bisogna ricominciare tutto daccapo.

    A chi servivano le purghe staliniste, dal punto di vista sociologico? Gli stessi leader dell'Unione Sovietica le hanno spiegate ogni volta in modo diverso, basandosi sull'“attualità del momento”. È evidente che si trattava di “linguaggio esopico”, e la sua particolareggiata e accurata decifrazione ci farebbe addentrare troppo nel labirinto dei dettagli storici. È evidente un fatto: le ondate permanenti di epurazioni ai vertici del potere sovietico. Non importa come di volta in volta si giustificassero, ma solo che si trattava di un fenomeno costante, evidentemente, strettamente connesso con la struttura sociologica della società sovietica nella prima metà del suo ciclo. Per spiegare il fenomeno delle “epurazioni” è più che mai utile ricorrere alla teoria del sociologo italiano Vilfredo Pareto, il quale ha formulato il principio della “circolazione delle élite”.

    Secondo Pareto in ogni società – indipendentemente dal tipo e dall'ideologia su cui si fonda – si osserva chiaramente una legge sociale costante. Essa consiste nel fatto che ogni società – democratica o totalitaria – viene sempre governata da una minoranza che costituisce la sua “élite”. Questa élite possiede un meccanismo di sviluppo ciclico rigidamente fissato. Affonda le sue radici in un qualche gruppo d'opposizione (“passionario”, secondo Gumilëv), privo dell'autorità e del potere della dirigenza ma secondo tutte le indicazioni capace di svolgere azioni centrali. Questa “élite” iniziale di “passionari” non ancora saliti ai vertici del potere e confinati alla sua periferia viene chiamata da Pareto “contro-élite”, o “élite del futuro”. In un dato momento la “contro-élite” rovescia il vecchio gruppo dirigente e occupa le posizioni centrali della società (dello Stato) trasformandosi a sua volta in élite, perdendo la particella “contro”. All'inizio del suo governo la “nuova élite” opera in modo attivo e adeguato, rafforza la società e ne promuove lo sviluppo, dona nuovo impulso alla vita della comunità e dello Stato. In seguito essa comincia a irrigidirsi. La seconda generazione di quella élite è composta già da elementi più passivi, destinati a succedere in tempi di pace alla prima attiva e fanatica onda di passionari. Alla terza generazione l'élite si logora, tenta in tutti i modi di privatizzare le funzioni del potere nella società nonostante la corruzione, la pigrizia, l'incompetenza, l'atteggiamento parassitario nei confronti del potere, dei privilegi, del capitale e talvolta anche della funzione pubblica la rendano inadeguata a esercitare tali funzioni, e diventa così un ostacolo allo sviluppo della società. A quel punto, dice Pareto, alla periferia si forma una nuova “contro-élite” di passionari, e tutto ricomincia daccapo. Anche Lenin e Stalin conoscevano le teorie di Pareto, autore di moda nei circoli socialisti europei dell'epoca. Non c'è da meravigliarsi che i bolscevichi, scontratisi con la concreta “politica reale” comincino a utilizzare le teorie del “pragmatico” Pareto, senza preoccuparsi di conciliarlo con il marxismo ortodosso.

    L'ascesa stessa dei bolscevichi al potere – e Stalin stava proprio al centro di quella prima ondata puramente passionaria di bolscevichi (era cioè carne della carne di quella “contro-élite”) – fu radicale, totale, senza precedenti per le dimensioni del cambiamento dell'élite. Le purghe leniniste e il terrore rivoluzionario furono il primo accordo della circolazione delle élite, la sostituzione dei vertici capitalistico-conservatori corrotti e inadeguati della Russia zarista con gente attiva proveniente dagli strati più bassi della società. La corrotta élite aristocratica dei Romanov (secondo Pareto) era costituita da più di una generazione: ecco perché la contro-élite dei bolscevichi aveva dovuto agire così radicalmente. Ma questa fase della storia sovietica è legata a Lenin e al Leninismo.

    Stalin compie le sue “purghe” in una fase del tutto diversa, quando i passionari occupano ormai stabilmente i vertici del potere. Agli occhi del Capo gli idealisti convinti, i fanatici del “nuovo ordine” si trasformano in amministrazioni e funzionari corrotti ed egoisti; la solidarietà di classe e di partito, la condivisione di un alto ideale presto si legano nell'élite bolscevica con nuovi interessi egoistici. Ha inizio la “burocratizzazione” del bolscevismo, l'inevitabile seconda fase dell'irrigidimento dell'élite. Ma Iosif Stalin vigila. Ed ecco che mette in moto l'apparato delle epurazioni.

    Contro chi è rivolto questo apparato? Contro la legge sociale della stagnazione delle élite. Stalin tenta di continuare la rotazione dei quadri, che ha la tendenza naturale a slittare in ogni fase. Non appena un gruppo sale ai vertici, subito comincia l'imitazione, la formazione di clan, il settarismo. Il partito e la nazione devono affrontare problemi estremamente complessi. Il Capo ne è responsabile in prima persona. Ed ecco l'inevitabile conservatorismo dei meccanismi sociali paretiani di degenerazione dell'élite! In condizioni di colossale sovratensione di tutte le forze della nazione, intenta a costruire una società senza precedenti basata sulla Giustizia e sulla Felicità, non c'è posto per le sfumature. Sotto la scure cadono tutti coloro che hanno mostrato segni del “secondo stadio del ciclo delle élite”. Talvolta si manifestano degli eccessi. Ma sono dettagli. Il sociologo Stalin ha imparato appieno le lezioni di Vilfredo Pareto. Finché fosse rimasto in vita la circolazione delle élite era garantita. Un prezzo amaro, troppo amaro... Ma la fine delle purghe segnò l'inizio di un irreversibile processo di “stagnazione”. Oggi sappiamo cosa ha significato per il partito e per lo Stato tutto questo.

    3. Stalin l'antropologo

    In generale l'umanità non ama la fatica del lavoro. E di per sé non sarebbe capace di lavorare in modo programmato, indipendente e armonioso. Da questo discende la necessità delle motivazioni esterne del lavoro e la sua relativa organizzazione. Ci sono due approcci: quello capitalista e quello socialista. L'approccio capitalista consiste nel ritenere che il modo più efficace per convincere una persona a lavorare sia il terrorismo economico. Chi non lavora è condannato alla morte economica, non può acquistare prodotti, pagare cibo e abitazione. Naturalmente questa è una forma di violenza diretta e organizzata del sistema. Il fatto che la minaccia di morte sia qui mediata, graduale, non cambia l'essenza dei fatti.

    Il secondo approccio è quello socialista. Finché l'umanità non giungerà al vero lavoro libero, bisogna impiegare strumenti non-economici per costringere le persone a lavorare. A tal fine sono utili l'influenza morale, una speciale etica del lavoro e la costrizione vera e propria. Con il socialismo il lavoro non viene fatto dipendere dai soldi e dal benessere materiale. Attraverso i metodi coercitivi attecchiscono qui competenze etiche e spirituali. Il capitalismo fa cinicamente appello alla natura passiva degli esseri umani, cerca di sfruttarla, non di cambiarla. Il socialismo vede quello stesso (inconfutabile) fatto tragicamente, si sforza di vincerlo, di superare la mancanza di consapevolezza della natura umana. A questo punto la violenza può prendere due strade: la violenza morbida, ma estremamente cinica del capitalismo, che sfrutta la debolezza umana, e quella crudele, ma infine trasformatrice, salvatrice, eticamente giustificata del socialismo, la coercizione non-economica al lavoro.

    Iosif Stalin comprendeva perfettamente il dualismo antropologico di questi due approcci. Andando oltre gli irresponsabili, astratti e intellettuali “umanisti” del socialismo, Iosif Stalin si confrontava con la realtà, e in particolare con la nuda realtà umana interiore, inquieta, smascherata, rivoltata dopo il mistero ostetrico della Rivoluzione. La costrizione non-economica al lavoro, dura terapia etica antropologica, è il secondo stadio della comprensione delle epurazioni.

    Le persone devono essere punite, devono essere costrette a lavorare; bisogna trasmutare con la forza la loro natura inerte, trasformandola da lunare-passiva in solare-attiva, da consumatrice a lavoratrice, da vecchia a nuova. Il socialismo smette di essere tale se si sottrae a questa fondamentale missione. Stalin capiva tutto. E mise in atto i principi della “nuova antropologia”.

    4. Stalin il filosofo

    La filosofia del socialismo si basa su un principio fondamentale: la secondarietà dell'individuo rispetto a qualsiasi realtà organica, globale, collettiva. L'individuo non è che un dettaglio. La matrice è la società. L'individuo è un prodotto fabbricato in serie. E in una prospettiva socialista non è la società a essere composta da individui, ma essendo l'elemento primario è essa stessa a crearli, li costituisce come propria continuazione, come qualcosa di secondario. La filosofia borghese, al contrario, pone l'individuo al centro di tutto. E considera tutte le forme collettive un prodotto dell'aggregazione di tante particelle atomizzate individuali. Di qui l'idea delle basi contrattuali, artificiali, pattuite e secondarie di tutte le forme di aggregazione: nazione, Stato, classe e via dicendo. I due approcci filosofici incompatibili determinano anche due diversi punti di vista sul terrore, costituiscono due filosofie del terrore.

    La società borghese considera il terrore una misura necessaria, messa in atto su base contrattuale con quegli individui che oltrepassano il confine del rispetto dei diritti umani degli altri cittadini oppure infrangono il contratto sociale da essi adottato. Si fonda su questo la teoria del diritto liberale.

    L'approccio socialista è diverso. Non riconoscendo il primato dell'individuo, il socialismo vede in modo completamente diverso la natura stessa del terrore. Il terrore è una prerogativa essenziale della società nel suo insieme nei confronti di ciascuno dei frammenti distinti che la compongono, non appena quei frammenti si rifiutano di riconoscere la propria appartenenza e affermano (a parole, con i fatti o con semplici allusioni) la propria autonomia. In altre parole, il terrore socialista è diretto essenzialmente contro l'“individualismo autonomo”, contro l'orientamento filosofico-esistenziale della persona. È l'analogo socialista di ciò che i romantici tedeschi, gli organicisti e gli slavofili russi chiamavano “olismo” o “ecumenicità”.

    È assurdo misurare con i parametri e i criteri borghesi il modello etico e giuridico del socialismo. Quando i dirigenti sovietici o le persone normali ingiustamente rinchiusi nei sotterranei dell'NKVD, dopo l'umiliazione e la tortura, la privazione della libertà e il sadismo morale gridavano prima dell'esecuzione “Viva Stalin!”, “Viva il socialismo”, non lo facevano per ipocrisia o per implorare la grazia. Confermavano una grande verità della filosofia socialista: l'individuo non è nessuno di fronte alla società, ma non una società qualsiasi bensì quella socialista, che ha posto alle proprie basi “l'ontologia dell'essere sociale” (G. Lukàcs). Iosif Stalin tradusse in pratica pedagogica (quasi metafisica) il principio filosofico del “primato dell'essere sociale”.

    Proprio come Ivan il Terribile, che considerava il terrore zarista un elemento tragico ma indispensabile della “costruzione della salvezza” sociale, Stalin per mezzo della pratica della repressione confermò un'importantissima verità spirituale, soteriologica.

    5. Dulce et decorum est pro Stalin mori

    Sono state citate molte volte le parole di Stalin al generale De Gaulle quando questi si congratulò per la Vittoria: “Alla fine, a vincere è solo la morte”.

    Sì, la Morte!

    Che tesi è mai questa, vagamente simile per struttura a una profonda verità religiosa? La morte è una realtà che pone un limite alla separatezza dell'esistenza individuale. Lì finisce il dibattersi nel tempo e nello spazio dell'essere distinto, atomico. Come se entrassimo in una solenne camera oscura ove domina una calma sublime, la struttura armoniosa dell'esistenza ferma, eterna, trionfalmente immobile. La morte è lo stadio più alto della totalità differenziata.

    Vi sono individualisti nevrotici che tentano di ingombrare gli spazi incontaminati della morte con brandelli di intrecci e colpi di scena, impaginati per analogia con il mondo contingente, e di trasformare anche le regioni post mortem nell'arena di un intrigo meschino e senza senso tra misere, pigre e brutte anime e altrettanti angeli o diavoli “umani-troppo umani”. Ma così come il sonno più giusto è quello privo di sogni, così esiste anche una morte giusta, che è come un silenzio buio, come una quiete vera e forte e onorevole. Ciò che segue alla morte non ha niente in comune con ciò che la precede. Nell'istante sincopato del distacco, i dolori dell'agonia si trasformano in un tranquillizzante oblio gotico. La morte è il segreto motore della vita, è ciò che conferisce pienezza spirituale a tutto ciò che nel mondo contingente è degno, nobile e interessante. Il che può essere più puro del culto della morte del samurai, che costituisce il fondamento vivificante della lealtà e dell'onore e sta alla base del codice del nobile guerriero.

    Dulce et decorum est pro Patria mori. “Dolce e nobile cosa è morire per la Patria”. Se esaminiamo più attentamente questa formula vediamo che l'accento non è posto tanto sulla carica etica dell'atto, quanto sul fatto della morte, che in sé nobilita tutto il resto. In generale tutte le cose per le quali si ritiene meritevole morire recano già in sé qualcosa della Morte. La Patria, la Terrala Giustizia”. “Dolce e nobile cosa è morire per l'alto ideale del Tutto”. Tutto ciò che è più grande dell'individualità merita che gli si doni la vita. La morte non sconfigge l'esistenza, ma solo l'individualità, l'illusione individuale dell'esistenza. Tutto il resto rimane. Da questa parte e dall'altra. Nella segreta armonia, che mette in relazione tutto ciò che è veramente prezioso. natale: queste idee sono legate alle generazioni passate, alla quieta pace di coloro che, un tempo, sacrificandosi crearono dal caos dei paesaggi e dei territori la struttura perfettamente ordinata di uno Stato. I romani consideravano sacro (non contrattuale) l'impero, ed erano dunque anche disposti a morire per esso con gioia. “Dolce e nobile cosa è morire per

    Iosif Vissarionovič Stalin – nel nome del quale milioni di russi, di sovietici, andarono verso una morte certa, nel nome del quale intere generazioni lavorarono in condizioni mostruose, vincendo la refrattaria, caparbia sostanza dell'inerte materia, nel nome del quale umilmente e rabbiosamente faticarono nei GULAG gli innocenti e i colpevoli, nel nome del quale i fanatici del Grande Sogno di tutte le nazioni e le razze lottarono con le umilianti, oscure, entropiche leggi del Capitale – aveva un legame inspiegabile con il sacramento ultimo della Storia, con il sacramento della Morte.

    Sembra che con metà del suo essere egli guardi fisso la densa oscurità dell'orizzonte. Privo di trucchi oratori da quattro soldi, privo delle filistee fiaccole centroeuropee (che ricordano le sfilate del gay pride), privo della mistica sdolcinata dei cavalieri di cartapesta armati di spade di cartone, privo di pseudosacerdozio e di pseudorituale, rigoroso e laico, modesto, umile georgiano, egli era un vero messaggero delle più alte istanze, portatore di una novella segreta, della novella della Morte, della sua furia misteriosa e avvolgente, del Silenzio, della strana dignità di ciò che ha abbandonato la sfera delle trasformazioni. Grande Stalin. Taciturno messaggero della Morte.

    Un testo filosofico indiano, il “Majjhimanikayo”, esprime la sostanza di questo mistero:

    “Chiunque comprenda la morte come morte completa, e accettata la morte come morte completa, basandosi sulla superiorità della morte, pensa alla morte, pensa esclusivamente alla morte, pensa 'la morte è il mio fine ultimo', e incessantemente gioisce della morte, questi... non conoscerà mai la morte”.

    Questo significa che Stalin è vivo, segretamente vivo in ciascuno di noi.


    Si ringrazia per la traduzione Mirumir mirumir 2.0 - documenti


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  4. #44
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    Predefinito Rif: IOSIF STALIN: IL GRANDE “SÌ” DELL'ESISTENZA

    Citazione Originariamente Scritto da Spetaktor Visualizza Messaggio
    Si ringrazia per la traduzione Mirumir
    Invia tutti gli articoli di Dugin a questo contatto, almeno li traduce dal russo. :gluglu:

  5. #45
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    Predefinito Rif: IOSIF STALIN: IL GRANDE “SÌ” DELL'ESISTENZA

    ma perchè Spek non cambi un po' la grafica al blog ?

    troppo stretto...si legge malissimo...e poi i colori
    lo rendono illeggibile

    te lo dico perchè è ben fatto nei contenuti...

    solo un consiglio friendly

  6. #46
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: IOSIF STALIN: IL GRANDE “SÌ” DELL'ESISTENZA

    Citazione Originariamente Scritto da Midgard Visualizza Messaggio
    Invia tutti gli articoli di Dugin a questo contatto, almeno li traduce dal russo. :gluglu:
    Si, povera, già ci ha perso molto tempo per questo (a causa del testo indiano alla fine, che dal russo non voleva dire niente)...figurati se passa la vita a tradurre i nostri articoli di Dugin.

    cmq colgo l'occasione per ringraziarla ancora.

  7. #47
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: IOSIF STALIN: IL GRANDE “SÌ” DELL'ESISTENZA

    Citazione Originariamente Scritto da msdfli Visualizza Messaggio
    ma perchè Spek non cambi un po' la grafica al blog ?

    troppo stretto...si legge malissimo...e poi i colori
    lo rendono illeggibile

    te lo dico perchè è ben fatto nei contenuti...

    solo un consiglio friendly
    farò, ma non so come si fa...

  8. #48
    Cancellato
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    Predefinito Rif: IOSIF STALIN: IL GRANDE “SÌ” DELL'ESISTENZA

    Citazione Originariamente Scritto da Spetaktor Visualizza Messaggio
    Si, povera, già ci ha perso molto tempo per questo (a causa del testo indiano alla fine, che dal russo non voleva dire niente)...figurati se passa la vita a tradurre i nostri articoli di Dugin. cmq colgo l'occasione per ringraziarla ancora.
    Ringraziamo. :gluglu:

  9. #49

  10. #50
    Cancellato
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