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    Cemento e burocrazia
    La minaccia dei fiumi
    Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati
    dai nostri inviati ROBERTO MANIA, FABIO TONACCI
    Veduta dall'alto dell'esondazione del fiume Bacchiglione a Cresole di Caldogno, Vicenza
    VICENZA - «Vada in mona ghe se da vergognarse. Quel casso de, de…». Ce l'ha con il Bacchiglione il vecchio di Cresole, frazione di Caldogno, a due passi da Vicenza. Il fiume è lì a una cinquantina di metri, gonfio e melmoso, di nuovo prossimo alla piena. Resta ostile quel fiume. Compresso, ancora dentro gli argini indeboliti, mentre dal cielo continua a piovere. Tanto che ieri è di nuovo scattato l'allarme a Vicenza, alcune strade si sono allagate. C'è il rischio di una nuova alluvione a poco di un mese da quella di Ognissanti, quando acqua e fango entrarono violenti nella città, affondando tutta la campagna intorno, giù fino a valle alle porte di Padova. Tre morti (uno proprio qui a Cresole), danni per oltre un miliardo di euro. Centocinquantamila animali annegati, tremila persone temporaneamente sfollate. I segni del disastro stanno scomparendo, però: ci si è messi al lavoro subito, senza aspettare gli aiuti e neanche le visite di rito dei governanti. L'antipolitica nordestina si pratica pure così. A Vicenza sono arrivate meno richieste di soldi per la ricostruzione di quanti ne siano stati stanziati. Ma perché si aspetta l'alluvione e i morti per intervenire? Perché è meglio l'emergenza anziché la manutenzione? Perché i disastri aumentano con il passare degli anni? Perché negli altri paesi è diverso?

    LA RIMOZIONE
    Il vecchio non ha mai amato il Bacchiglione che ha rotto solo poco più a nord e che già nel 1966 trasportò distruzione. Continua a disprezzarlo. Come un po' tutti da queste parti. Perché c'è stata una sorta di rimozione collettiva, quasi a nasconderlo quel Ma perché si aspetta la tragedia per intervenire? Perché è meglio l'emergenza anziché la manutenzione? Rinviare gli interventi ci ha fatto almeno risparmiare? C'è stato un beneficio per le casse pubbliche ai vari livelli?corso d'acqua con i suoi centodiciannove chilometri e il suo fittissimo reticolo di affluenti e sorgive. Qui, in questo pezzo della "metropoli padana" senza identità comune con un tasso impressionante di urbanizzazione, dove i capannoni e le casette con giardino si sono costruiti dovunque per aggrappare il benessere, si vive sopra l'acqua. Perché questa è la zona del Veneto dove piove di più. I paesi sono come sulle palafitte. Qui il fiume non lo vorrebbero più. Ricorda la fatica e la miseria dei secoli passati. Così l'hanno imbrigliato, rettificato, svuotato, spolpato, raddrizzato, modernizzato. Niente più anse, bensì un percorso dritto, veloce. Troppo veloce. Forse lo stanno uccidendo il fiume. Che come un animale in gabbia ogni tanto si ribella perché vorrebbe vivere, esondare e rientrare.

    Ma il Bacchiglione non è altro che un fiume dell'Italia. Solo ieri sono scattati gli allarmi anche per il Piave, per il Secchia, per il Panaro. In Italia non si fa prevenzione perché alle elezioni non paga. Il nostro è il paese dove non si interviene a monte perché se ne avvantaggerebbe la popolazione a valle, dove si è imposta la strategia dell'emergenza al posto della normale manutenzione, dove si frammentano le competenze tra Genio civile, Autorità di bacino, Magistrato delle acque, Protezione civile, Consorzi di Bonifica, enti locali. Dove - certifica l'ultimo rapporto del Consiglio nazionali dei geologi - tra il 2002 e il 2010 ci sono state 35 frane e 72 alluvioni che hanno provocato 219 vittime, 126 per frane e 91 per alluvione. Vuol dire 30 morti ogni anno a causa del dissesto idrogeologico. C'è stato un peggioramento dalla seconda metà degli anni Ottanta, e il picco nel decennio successivo. Con un costo dunque crescente: 52 miliardi nell'arco degli anni dal 1948 al 2009, pari a 800 milioni l'anno. Ma se si dividono i periodi (tra il ‘48 e il ‘90 e tra il ‘91 e il 2009) emerge che fino agli anni Novanta la media era di 700 milioni per diventare poi quasi il doppio: 1,2 miliardi a causa del non controllo. È l'Italia che produce i "disastri a km zero", tutti fatti in casa, autentici. Nulla di importato. Completamente colpa nostra. E tutti lo sanno. Da decenni e forse più.

    CASE E CAPANNONI
    Ancora a Cresole. In piazza della Chiesa il monumento ai caduti guarda dal basso in alto il Bacchiglione che scorre. Questa è una golena naturale. Era. Ora è un paesino che galleggia. Si tirano su le case a meno di trenta metri dal fiume. Sono previste già altre cinque palazzine a due piani. Cementificazione si chiama. Ma non è abusivismo, è tutto regolare qui. Case, capannoni e chiese. Quasi dentro il fiume. La sede della polizia municipale che un tempo ospitava la scuola elementare sta in Ca' Alta, vuol dire strada alta. E dice tutto. Dal Duemila i residenti di Caldogno sono aumentati di mille unità, sono diventati 11.150. Si è costruito ma non si è fatto nulla per mettere in sicurezza la zona. L'onda di Ognissanti ha buttato giù i garage, invaso gli interrati, distrutto le automobili. Da ieri si è ricominciato a tremare. Fa paura l'acqua. A novembre c'erano i sommozzatori qui in Piazza della Chiesa. Ora si ripara tutto, in fretta. Si rimuove, appunto. Perché è troppo tardi per mettere in discussione questo modello di sviluppo. Lo sa bene il sindaco di Caldogno, Marcello Vezzaro, ex Psi, eletto con una lista civica ("Amministrare insieme") formata da ex popolari, ex forzisti del Pdl. Con la sinistra e la Lega all'opposizione. L'Ici non c'è più, spiega, e gli oneri di urbanizzazione finiscono per essere una fonte importante di entrate. Costruire, allora.

    Dice Michele Bertucco, presidente della Legambiente del Veneto: «Molti Comuni pensano di fare cassa non sapendo che questo porterà ad un aumento della spesa». Questa è l'Italia delle contraddizioni localiste, dei tagli ai trasferimenti dal centro alla periferia, del federalismo mal concepito, delle colate di cemento sempre e dovunque. L'Italia. E la Lega Nord? Il governo del territorio non doveva essere la risposta al malgoverno centralista di Roma? Perché questa è anche l'Italia della Lega, del ribellismo nordista. Del rancore antistatalista. E - forse - di fronte all'acqua che avanza e alla richiesta di aiuti a Roma, del fallimento leghista. «No, mi pare un'esagerazione parlare di fallimento», sostiene Ilvo Diamanti, politologo, cittadino di Caldogno, che ha definito «una tragedia minore» quella dell'alluvione perché consumata lontano dai «centri della comunicazione Roma e Milano». Aggiunge: «E' piuttosto l' evidenza che un modello di sviluppo localista ti rende vulnerabile. Ciascuno ha fatto programmazione nel proprio orto, nel proprio pezzo di terra. Si è costruito un territorio puntiforme senza programmazione comune. E questo territorio è diventato una plaga, una grande megalopoli inconsapevole. E' Los Angeles, è Chicago. Ma tutti continuano a pensare in modo localistico». Il fiume è di tutti e allora non è di nessuno. Rimozione.

    GUERRA DI LOBBY
    Sul fiume si scontrano interessi, lobby contrapposte, corporazioni. Si combatte su e lungo quelle acque. Non solo contro la costruzione della nuova base militare Usa del "Dal Molin", dove a pochi metri dagli argini sono stati impiantati 3.500 piloni a una profondità di 18 metri. «Provocando un rialzo della falda di 20 centimetri», ci spiega Lorenzo Altissimo, direttore del Centro idrico di Novoledo, che del fiume, dei percorsi rettificati, delle trasformazioni di questo territorio e della sua popolazione, sa tutto. Ci sono i contadini sussidiati dall'Unione europea che preferiscono essere espropriati dei loro terreni per destinarli alla costituzione delle cassa di espansione e si oppongono invece al meno remunerativo indennizzo, che include la manutenzione dell'argine; ci sono i "signori della ghiaia", che qui contano eccome, e anche quelli, un po' in declino, dell'argilla con cui si fanno i mattoni.

    Antonio Stedile ha assistito in diretta dai campi della sua azienda alla rottura del Timonchio, affluente del Bacchiglione. I suoi campi sono immersi nell'acqua ma i danni sono stati relativi. Da venti anni provava a spiegare quanto fosse pericoloso il fiume e debole l'argine. Inutilmente. Ma lui, come gli altri agricoltori, si oppone alla cassa di espansione e alla diversa destinazione produttive dei campi. C'è un "fronte del no" guidato da Gianfranco Farina, che non è un agricoltore bensì un tecnico. Rappresenta la maggior parte dei contadini. Dicono no al progetto della cassa di espansione. Rinviare gli interventi ci ha fatto almeno risparmiare? C'è stato un beneficio per le casse pubbliche ai vari livelli? C'è chi ha fatto qualche conto: se la cassa fosse stata realizzata trent'anni fa sarebbe costata meno di 35 milioni di euro, quasi la metà dei danni provocati dall'alluvione dei primi di novembre. Sprechi. Cambiare le coltivazioni potrebbe essere una soluzione? Oppure: non si dovrebbero lasciare gli spazi per far esondare i fiumi? I contadini sostengono che quei terreni perderebbero di valore, che le falde sono destinate ad essere inquinate, che l'indennizzo è ridicolo e che, infine, il progetto di passare dalle attuali coltivazioni (dal mais alle erbe mediche agli alberi da frutto) a quella di alberi da legno a ciclo breve da tagliare a fini energetici non stia in piedi.

    Dietro il progetto della cassa a Caldogno ci intravedono la sagoma delle imprese dell'argilla. Perché le lobby sono sempre in agguato. Dappertutto, nel paese dei mille campanili. Sono pronti - gli agricoltori di Caldogno - a ricorrere al Tar e poi agli organismi comunitari, come si fa sempre in Italia. Rilanciano allora: mini bacini a monte per ridurre la velocità del fiume. L'idea, tra le altre, è di costituirne uno su a Meda, dopo Piovene Rocchetta, sull'Astico, affluente del Bacchiglione. E' un'idea antica. Si trattava di alzare la diga dagli attuali 23 a 45 metri. Il ricordo della tragedia del Vajont bloccò tutto - per sempre - quasi cinquant'anni fa. Mezzo secolo buttato. Ora non è neanche possibile immaginare un innalzamento della diga perché l'area è diventata industriale. Le fabbriche, d'altra parte, sono entrate nel fiume, o il fiume è entrato nelle fabbriche. Ma è la stessa cosa. Dove c'era il Cotonificio Rossi - siamo a Debba, periferia di Vicenza - c'è ora una serie di capannoni. C'è da quasi quattordici anni anche la Sdb di Claudio Bagante, produce cavi elettrici speciali. Il fiume è lì a un passo. È entrato dentro il capannone trascinando fango e detriti. Bagante stima di aver subito un danno intorno ai 200 mila euro. Ha buttato 15 tonnellate di rame. Dieci giorni di fermo produttivo, poi ha ripreso, insieme ai suoi venti dipendenti, dopo aver rimesso in ordine la fabbrica, smontato e ripulito tutti motori dei macchinari. Circa l'80% della produzione va all'estero. «Questa - dice - è la nostra unica fonte di sopravvivenza». Prevedeva di chiudere l'anno con un fatturato intorno ai cinque milioni, saranno quattro e mezzo. «Nessuno - aggiunge - ci aveva avvisato di quello che stava accadendo».

    I RIMEDI
    Eppure tutto era prevedibile. Tutto. Come quasi sempre, in Italia. A Padova c'è uno dei dipartimenti di Ingegneria idraulica tra i più prestigiosi nel mondo. A guidare la "scuola padovana" è Luigi D'Alpaos, bellunese, ordinario di Idrodinamica, che da giovane assistente fece parte nella seconda metà degli anni Sessanta della "Commissione De Marchi" incaricata dal governo di individuare i rimedi per evitare i danni provocati dall'alluvione del 1966. Le proposte della Commissione stanno sul tavolo di D'Alpaos, un po' ingiallite, alcune superate. Tutte inattuate. Decenni persi in chiacchiere, veti e controveti. Dice D'Alpaos: «Si è considerato il rischio idraulico come un accidente dal quale prescindere. Provate a trovare un sindaco che non abbia tombato un fosso per costruire una pista ciclabile! A Vicenza si lamentano ma hanno costruito la zona industriale dove passa il Retrone, affluente del Bacchiglione. Che, alla fine, è stato ingessato in maniera indecente».

    Da quasi vent'anni D'Alpaos ha messo a punto un modello matematico che permette di calcolare, e prevedere, le conseguenze, lungo il tragitto, di una eventuale piena. Insomma la tragedia di Ognissanti, come tante altre, poteva essere largamente evitata. «Ma io - aggiunge D'Alpaos - non vado per gli uffici - e quali poi? - a proporre i miei studi. Non è compito mio. Tutti dovrebbero sapere quello che si fa in una università. C'è uno scollamento tra il mondo della ricerca e le istituzioni che ai diversi livelli devono decidere». Ma non è solo colpa della politica. Pure i tecnici, secondo il professore, non hanno avuto «la capacità di mantenere l'attenzione sul problema». E allora? «Servirebbe un dittatore delle acque, perché non c'è nulla di democratico nella gestione di un fiume». Ma forse è troppo tardi. Il Bacchiglione, come tutti i fiumi, statisticamente esonda più o meno ogni cinquanta anni. Ma si continua a stare fermi, ad aspettare la prossima tragedia. Bacchiglione, fiume italiano.
    (24 dicembre 2010) © Riproduzione riservata

  2. #2
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    LA RIMOZIONE
    Il vecchio non ha mai amato il Bacchiglione che ha rotto solo poco più a nord e che già nel 1966 trasportò distruzione. Continua a disprezzarlo. Come un po' tutti da queste parti. Perché c'è stata una sorta di rimozione collettiva, quasi a nasconderlo quel Ma perché si aspetta la tragedia per intervenire? Perché è meglio l'emergenza anziché la manutenzione? Rinviare gli interventi ci ha fatto almeno risparmiare? C'è stato un beneficio per le casse pubbliche ai vari livelli?corso d'acqua con i suoi centodiciannove chilometri e il suo fittissimo reticolo di affluenti e sorgive. Qui, in questo pezzo della "metropoli padana" senza identità comune con un tasso impressionante di urbanizzazione, dove i capannoni e le casette con giardino si sono costruiti dovunque per aggrappare il benessere, si vive sopra l'acqua. Perché questa è la zona del Veneto dove piove di più. I paesi sono come sulle palafitte. Qui il fiume non lo vorrebbero più. Ricorda la fatica e la miseria dei secoli passati. Così l'hanno imbrigliato, rettificato, svuotato, spolpato, raddrizzato, modernizzato. Niente più anse, bensì un percorso dritto, veloce. Troppo veloce. Forse lo stanno uccidendo il fiume. Che come un animale in gabbia ogni tanto si ribella perché vorrebbe vivere, esondare e rientrare.

    Ma il Bacchiglione non è altro che un fiume dell'Italia. Solo ieri sono scattati gli allarmi anche per il Piave, per il Secchia, per il Panaro. In Italia non si fa prevenzione perché alle elezioni non paga. Il nostro è il paese dove non si interviene a monte perché se ne avvantaggerebbe la popolazione a valle, dove si è imposta la strategia dell'emergenza al posto della normale manutenzione, dove si frammentano le competenze tra Genio civile, Autorità di bacino, Magistrato delle acque, Protezione civile, Consorzi di Bonifica, enti locali. Dove - certifica l'ultimo rapporto del Consiglio nazionali dei geologi - tra il 2002 e il 2010 ci sono state 35 frane e 72 alluvioni che hanno provocato 219 vittime, 126 per frane e 91 per alluvione. Vuol dire 30 morti ogni anno a causa del dissesto idrogeologico. C'è stato un peggioramento dalla seconda metà degli anni Ottanta, e il picco nel decennio successivo. Con un costo dunque crescente: 52 miliardi nell'arco degli anni dal 1948 al 2009, pari a 800 milioni l'anno. Ma se si dividono i periodi (tra il ‘48 e il ‘90 e tra il ‘91 e il 2009) emerge che fino agli anni Novanta la media era di 700 milioni per diventare poi quasi il doppio: 1,2 miliardi a causa del non controllo. È l'Italia che produce i "disastri a km zero", tutti fatti in casa, autentici. Nulla di importato. Completamente colpa nostra. E tutti lo sanno. Da decenni e forse più.

    CASE E CAPANNONI
    Ancora a Cresole. In piazza della Chiesa il monumento ai caduti guarda dal basso in alto il Bacchiglione che scorre. Questa è una golena naturale. Era. Ora è un paesino che galleggia. Si tirano su le case a meno di trenta metri dal fiume. Sono previste già altre cinque palazzine a due piani. Cementificazione si chiama. Ma non è abusivismo, è tutto regolare qui. Case, capannoni e chiese. Quasi dentro il fiume. La sede della polizia municipale che un tempo ospitava la scuola elementare sta in Ca' Alta, vuol dire strada alta. E dice tutto. Dal Duemila i residenti di Caldogno sono aumentati di mille unità, sono diventati 11.150. Si è costruito ma non si è fatto nulla per mettere in sicurezza la zona. L'onda di Ognissanti ha buttato giù i garage, invaso gli interrati, distrutto le automobili. Da ieri si è ricominciato a tremare. Fa paura l'acqua. A novembre c'erano i sommozzatori qui in Piazza della Chiesa. Ora si ripara tutto, in fretta. Si rimuove, appunto. Perché è troppo tardi per mettere in discussione questo modello di sviluppo. Lo sa bene il sindaco di Caldogno, Marcello Vezzaro, ex Psi, eletto con una lista civica ("Amministrare insieme") formata da ex popolari, ex forzisti del Pdl. Con la sinistra e la Lega all'opposizione. L'Ici non c'è più, spiega, e gli oneri di urbanizzazione finiscono per essere una fonte importante di entrate. Costruire, allora.

    Dice Michele Bertucco, presidente della Legambiente del Veneto: «Molti Comuni pensano di fare cassa non sapendo che questo porterà ad un aumento della spesa». Questa è l'Italia delle contraddizioni localiste, dei tagli ai trasferimenti dal centro alla periferia, del federalismo mal concepito, delle colate di cemento sempre e dovunque. L'Italia. E la Lega Nord? Il governo del territorio non doveva essere la risposta al malgoverno centralista di Roma? Perché questa è anche l'Italia della Lega, del ribellismo nordista. Del rancore antistatalista. E - forse - di fronte all'acqua che avanza e alla richiesta di aiuti a Roma, del fallimento leghista. «No, mi pare un'esagerazione parlare di fallimento», sostiene Ilvo Diamanti, politologo, cittadino di Caldogno, che ha definito «una tragedia minore» quella dell'alluvione perché consumata lontano dai «centri della comunicazione Roma e Milano». Aggiunge: «E' piuttosto l' evidenza che un modello di sviluppo localista ti rende vulnerabile. Ciascuno ha fatto programmazione nel proprio orto, nel proprio pezzo di terra. Si è costruito un territorio puntiforme senza programmazione comune. E questo territorio è diventato una plaga, una grande megalopoli inconsapevole. E' Los Angeles, è Chicago. Ma tutti continuano a pensare in modo localistico». Il fiume è di tutti e allora non è di nessuno. Rimozione.

    GUERRA DI LOBBY
    Sul fiume si scontrano interessi, lobby contrapposte, corporazioni. Si combatte su e lungo quelle acque. Non solo contro la costruzione della nuova base militare Usa del "Dal Molin", dove a pochi metri dagli argini sono stati impiantati 3.500 piloni a una profondità di 18 metri. «Provocando un rialzo della falda di 20 centimetri», ci spiega Lorenzo Altissimo, direttore del Centro idrico di Novoledo, che del fiume, dei percorsi rettificati, delle trasformazioni di questo territorio e della sua popolazione, sa tutto. Ci sono i contadini sussidiati dall'Unione europea che preferiscono essere espropriati dei loro terreni per destinarli alla costituzione delle cassa di espansione e si oppongono invece al meno remunerativo indennizzo, che include la manutenzione dell'argine; ci sono i "signori della ghiaia", che qui contano eccome, e anche quelli, un po' in declino, dell'argilla con cui si fanno i mattoni.

    Antonio Stedile ha assistito in diretta dai campi della sua azienda alla rottura del Timonchio, affluente del Bacchiglione. I suoi campi sono immersi nell'acqua ma i danni sono stati relativi. Da venti anni provava a spiegare quanto fosse pericoloso il fiume e debole l'argine. Inutilmente. Ma lui, come gli altri agricoltori, si oppone alla cassa di espansione e alla diversa destinazione produttive dei campi. C'è un "fronte del no" guidato da Gianfranco Farina, che non è un agricoltore bensì un tecnico. Rappresenta la maggior parte dei contadini. Dicono no al progetto della cassa di espansione. Rinviare gli interventi ci ha fatto almeno risparmiare? C'è stato un beneficio per le casse pubbliche ai vari livelli? C'è chi ha fatto qualche conto: se la cassa fosse stata realizzata trent'anni fa sarebbe costata meno di 35 milioni di euro, quasi la metà dei danni provocati dall'alluvione dei primi di novembre. Sprechi. Cambiare le coltivazioni potrebbe essere una soluzione? Oppure: non si dovrebbero lasciare gli spazi per far esondare i fiumi? I contadini sostengono che quei terreni perderebbero di valore, che le falde sono destinate ad essere inquinate, che l'indennizzo è ridicolo e che, infine, il progetto di passare dalle attuali coltivazioni (dal mais alle erbe mediche agli alberi da frutto) a quella di alberi da legno a ciclo breve da tagliare a fini energetici non stia in piedi.

    Dietro il progetto della cassa a Caldogno ci intravedono la sagoma delle imprese dell'argilla. Perché le lobby sono sempre in agguato. Dappertutto, nel paese dei mille campanili. Sono pronti - gli agricoltori di Caldogno - a ricorrere al Tar e poi agli organismi comunitari, come si fa sempre in Italia. Rilanciano allora: mini bacini a monte per ridurre la velocità del fiume. L'idea, tra le altre, è di costituirne uno su a Meda, dopo Piovene Rocchetta, sull'Astico, affluente del Bacchiglione. E' un'idea antica. Si trattava di alzare la diga dagli attuali 23 a 45 metri. Il ricordo della tragedia del Vajont bloccò tutto - per sempre - quasi cinquant'anni fa. Mezzo secolo buttato. Ora non è neanche possibile immaginare un innalzamento della diga perché l'area è diventata industriale. Le fabbriche, d'altra parte, sono entrate nel fiume, o il fiume è entrato nelle fabbriche. Ma è la stessa cosa. Dove c'era il Cotonificio Rossi - siamo a Debba, periferia di Vicenza - c'è ora una serie di capannoni. C'è da quasi quattordici anni anche la Sdb di Claudio Bagante, produce cavi elettrici speciali. Il fiume è lì a un passo. È entrato dentro il capannone trascinando fango e detriti. Bagante stima di aver subito un danno intorno ai 200 mila euro. Ha buttato 15 tonnellate di rame. Dieci giorni di fermo produttivo, poi ha ripreso, insieme ai suoi venti dipendenti, dopo aver rimesso in ordine la fabbrica, smontato e ripulito tutti motori dei macchinari. Circa l'80% della produzione va all'estero. «Questa - dice - è la nostra unica fonte di sopravvivenza». Prevedeva di chiudere l'anno con un fatturato intorno ai cinque milioni, saranno quattro e mezzo. «Nessuno - aggiunge - ci aveva avvisato di quello che stava accadendo».

    I RIMEDI
    Eppure tutto era prevedibile. Tutto. Come quasi sempre, in Italia. A Padova c'è uno dei dipartimenti di Ingegneria idraulica tra i più prestigiosi nel mondo. A guidare la "scuola padovana" è Luigi D'Alpaos, bellunese, ordinario di Idrodinamica, che da giovane assistente fece parte nella seconda metà degli anni Sessanta della "Commissione De Marchi" incaricata dal governo di individuare i rimedi per evitare i danni provocati dall'alluvione del 1966. Le proposte della Commissione stanno sul tavolo di D'Alpaos, un po' ingiallite, alcune superate. Tutte inattuate. Decenni persi in chiacchiere, veti e controveti. Dice D'Alpaos: «Si è considerato il rischio idraulico come un accidente dal quale prescindere. Provate a trovare un sindaco che non abbia tombato un fosso per costruire una pista ciclabile! A Vicenza si lamentano ma hanno costruito la zona industriale dove passa il Retrone, affluente del Bacchiglione. Che, alla fine, è stato ingessato in maniera indecente».

    Da quasi vent'anni D'Alpaos ha messo a punto un modello matematico che permette di calcolare, e prevedere, le conseguenze, lungo il tragitto, di una eventuale piena. Insomma la tragedia di Ognissanti, come tante altre, poteva essere largamente evitata. «Ma io - aggiunge D'Alpaos - non vado per gli uffici - e quali poi? - a proporre i miei studi. Non è compito mio. Tutti dovrebbero sapere quello che si fa in una università. C'è uno scollamento tra il mondo della ricerca e le istituzioni che ai diversi livelli devono decidere». Ma non è solo colpa della politica. Pure i tecnici, secondo il professore, non hanno avuto «la capacità di mantenere l'attenzione sul problema». E allora? «Servirebbe un dittatore delle acque, perché non c'è nulla di democratico nella gestione di un fiume». Ma forse è troppo tardi. Il Bacchiglione, come tutti i fiumi, statisticamente esonda più o meno ogni cinquanta anni. Ma si continua a stare fermi, ad aspettare la prossima tragedia. Bacchiglione, fiume italiano.
    (24 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
    Purtroppo però , bisogna dire che la cementificazione del territorio prosegue , e sembra che non si faccia caso ai recenti disastri.
    Agli inizi di dicembre la giunta della regione Veneto ha approvato una nuova versione del piano territoriale.
    Che cos'è ?
    E' una direttiva sulla possibilità di costruirre , soparttutto fuori dai centri urbani.
    Inizialmente , subito dopo l'insediamento della nuova giunta Leghista - PdL , era stata proposta una versione restrittiva : cioè nessuna costruzione al di fuori dei centri urbani.
    Ci fu una specie di rivolta trasversale : Coldiretti , CIA , e persino Confagricoltura , che minacciarono di ricorrere al TAR se tale misura fosse stata approvata.
    Tempo qualche mese , ed ecco , non solo il dietro front , ma addirittura una esagerazione : con la nuova versione , non solo sarà possibile la costruzione di edifici rurali , ma addirittura tale possibilità sarà concessa anche a chi non opera nel mondo agricolo , con possibilità di espansione della volumetria di 800 metri cubi , in base alla legge edilizia.
    Che significa ciò ?
    Molto semplicemente , se un agricoltore ha una vecchia stalla chiusa , o un fienile , o un magazzino , lo può cedere a chi chiede di costruire una casa nuova , ad esempio i figli o parenti che hanno abbandonato l'agricoltura , fanno altri mestieri ma aspirano a una "casetta in campagna".
    Si tenga conto che il tessuto fondiario del Veneto è estremamente frazionato (la superficie media delle aziende è di 3 ettari , inferiore addirittura a quella nazionale di 7 ettari).
    Pertanto , tale misura della regione di fatto riconosce che il 90% delle aziende agricole non è autonomo economicamente (cioè con 3 ettari di terra non si mantiene una famiglia).E che perciò , ormai ,ora come ora , l'unica valenza economica di tali aziende è quella fondiaria , cioè la possibilità di "fabbicare" , cioè costruirvi case.
    Si tenga conto , allo scopo , che si stimano in diverse decine di migliaia i fabbricati agricoli dismessi , stalle , fienili , magazzini ecc. , ma anche serre fisse , allevamenti di polli e altro , che consentirebbero , come volumetria , addirittura di costruire condomini ...(e non sto esagerando).
    Quindi , tornando al tema , con questa misura si autorizza una urbanizzazione estesa e sparsa , che peggiorerebbe il già compromesso paesaggio , e che di fatto sarebbe da richiamo a ulteriore urbanizzazione , stante l'inesitente di fatto possibilità di attività agricola (l'agricoltura sui fazzoletti di terra non si fa in NESSUNA PARTE DEL MONDO....).
    Qualcuno si è mosso , contro questa follia annunciata : un consigliere comunale di Cortina d'Ampezzo , e sull'inserto del lunedì di Repubblica del 20/1 un articolo di Statera....
    Ma il problema non riguarda solo Cortina , ma tutto il Veneto.
    Vogliamo salvare l'agricoltura , come attività economica ?
    Vogliamo salvare il paesaggio ?
    Vogliamo evitare ulteriore cementificazione del territorio ?
    Mi auguro che anche altri si accorgano della cosa , che , nota bene e a scanso di equivoci , è passata sostanzialmente all'unanimità , dato che appunto trasversale era stato il ricorso al TAR , e Zaia , furbescamente , avrà pensato " se lo chiedono tutti....".
    Si però , qui c'è l'interesse di un ristretto settore della società ,meno del 5% , cioè di quelli che hanno interesse a edificare nei loro fondi , che sarà trasversale , ma sempre 5% è...
    E quindi non si dimentichi il principio fondamentale che l'interesse collettivo viene sempre prima di quello individuale.
    Ma purtroppo così è ...vedi caccia..( e la situazioni sono simili).

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati

    Citazione Originariamente Scritto da Donald Visualizza Messaggio

    Quindi , tornando al tema , con questa misura si autorizza una urbanizzazione estesa e sparsa , che peggiorerebbe il già compromesso paesaggio , e che di fatto sarebbe da richiamo a ulteriore urbanizzazione , stante l'inesitente di fatto possibilità di attività agricola (l'agricoltura sui fazzoletti di terra non si fa in NESSUNA PARTE DEL MONDO....).
    Qualcuno si è mosso , contro questa follia annunciata : un consigliere comunale di Cortina d'Ampezzo , e sull'inserto del lunedì di Repubblica del 20/1 un articolo di Statera....
    Ma il problema non riguarda solo Cortina , ma tutto il Veneto.
    Vogliamo salvare l'agricoltura , come attività economica ?
    Vogliamo salvare il paesaggio ?
    Vogliamo evitare ulteriore cementificazione del territorio ?
    Mi auguro che anche altri si accorgano della cosa , che , nota bene e a scanso di equivoci , è passata sostanzialmente all'unanimità , dato che appunto trasversale era stato il ricorso al TAR , e Zaia , furbescamente , avrà pensato " se lo chiedono tutti....".
    Si però , qui c'è l'interesse di un ristretto settore della società ,meno del 5% , cioè di quelli che hanno interesse a edificare nei loro fondi , che sarà trasversale , ma sempre 5% è...
    E quindi non si dimentichi il principio fondamentale che l'interesse collettivo viene sempre prima di quello individuale.
    Ma purtroppo così è ...vedi caccia..( e la situazioni sono simili).
    ma questa è la realtà economica del Veneto , ormai l'agricoltura è stata quasi abbandonata per puntare sullo sviluppo industriale . Preferisci ritornare agli inizi del secolo scorso con le stalle e le mucche da latte ? ( con le quote non puoi venderlo e devi buttarlo via ) .
    mio nonno è riuscito a campare con i campi finché è vissuto ( metà anni 90 ) ma già allora faceva fatica a rimanere in parità con i costi , poi mio padre ha definitivamente lasciato perdere limitandosi a coltivare l'orto per uso personale ... perché in ogni caso NON guadagnava .

    la mancata gestione del problema fluviale non è un buon motivo per riportare le lancette dell'orologio indietro di un secolo , se il Veneto puntasse solo sull'agricoltura saremmo ridotti peggio che il meridione .

  4. #4
    FREE FELIPE
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    Predefinito Rif: Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati

    Citazione Originariamente Scritto da Donald Visualizza Messaggio
    se un agricoltore ha una vecchia stalla chiusa , o un fienile , o un magazzino , lo può cedere a chi chiede di costruire una casa nuova , ad esempio i figli o parenti che hanno abbandonato l'agricoltura , fanno altri mestieri ma aspirano a una "casetta in campagna".

    Si chiama "libertà di disporre della proprietà privata". Nel caso dell'agricoltore che cede il terreno ai figli perché si possano costruire la casa, si chiama pure "continuità del patrimonio famigliare".

    Tutte cose belle e sacrosante che, fino ad oggi, hanno permesso all'Italia di restare a galla, nonostante i deliri nazi-socialisti che vorrebbero la proprietà privata subordinata alla collettività.
    I magnifici asini sardegnoli ma'acchiappano da sempre... (salvo.gerli)

  5. #5
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    Predefinito Rif: Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati

    Citazione Originariamente Scritto da Theremin Visualizza Messaggio
    Si chiama "libertà di disporre della proprietà privata". Nel caso dell'agricoltore che cede il terreno ai figli perché si possano costruire la casa, si chiama pure "continuità del patrimonio famigliare".

    Tutte cose belle e sacrosante che, fino ad oggi, hanno permesso all'Italia di restare a galla, nonostante i deliri nazi-socialisti che vorrebbero la proprietà privata subordinata alla collettività.
    Sì ma il terreno è un bene prezioso che va preservato e lo Stato ha il dovere di impedire un eccessiva urbanizzazione, sia per evitare distrastri naturali sia per evitare uno spreco del suolo a danno delle future generazioni.

    Comunque il problema non sono le villette monofamiliari, il problema sono le concessioni edilizie agli speculatori che costruiscono in ogni dove palazzoni di quartieri dormitorio. Nel Lazio ha un cognome tale problema: Caltagirone.
    Ultima modifica di Cesare; 25-12-10 alle 01:58
    .

  6. #6
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    Predefinito Rif: Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati

    Citazione Originariamente Scritto da Lucas86 Visualizza Messaggio

    Comunque il problema non sono le villette monofamiliari, il problema sono le concessioni edilizie agli speculatori che costruiscono in ogni dove palazzoni di quartieri dormitorio.
    nel veneto esistono solo in alcune città
    l'articolo si riferisce al territorio extracittadino .

  7. #7
    FREE FELIPE
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    Predefinito Rif: Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati

    Citazione Originariamente Scritto da Lucas86 Visualizza Messaggio
    Sì ma il terreno è un bene prezioso che va preservato e lo Stato ha il dovere di impedire un eccessiva urbanizzazione, sia per evitare distrastri naturali sia per evitare uno spreco del suolo a danno delle future generazioni.
    Quella dell'eccessiva urbanizzazione è una bufala. Basta guardare dall'oblò di un aereo in fase di decollo o atterraggio: al di fuori delle grandi città ci sono enormi distese di verde con qualche macchiolina di cemento qua e là.

    I disastri naturali, in particolare le alluvioni, ci sono perché lo stato sprecone non ha un centesimo per fare la manutenzione dei fiumi e dei fossati, e perché grazie allo sciagurato referendum sul nucleare, invece di costruire centrali si continua a riempire i fiumi di invasi per l'idroelettrica.

    Sulle case inutili di Caltagirone, come al solito "cherchez le politicien". I politici si mangiano tutto e i comuni, per racimolare qualche spicciolo, sono costretti a concedere cubatura a Caltagirone.
    Ultima modifica di Theremin; 25-12-10 alle 02:43
    I magnifici asini sardegnoli ma'acchiappano da sempre... (salvo.gerli)

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati

    Citazione Originariamente Scritto da Theremin Visualizza Messaggio
    Quella dell'eccessiva urbanizzazione è una bufala. Basta guardare dall'oblò di un aereo in fase di decollo o atterraggio: al di fuori delle grandi città ci sono enormi distese di verde con qualche macchiolina di cemento qua e là.

    I disastri naturali, in particolare le alluvioni, ci sono perché lo stato sprecone non ha un centesimo per fare la manutenzione dei fiumi e dei fossati, e perché grazie allo sciagurato referendum sul nucleare, invece di costruire centrali si continua a riempire i fiumi di invasi per l'idroelettrica.

    Sulle case inutili di Caltagirone, come al solito "cherchez le politicien". I politici si mangiano tutto e i comuni, per racimolare qualche spicciolo, sono costretti a concedere cubatura a Caltagirone.
    Effettivamente, la cosa da fare assolutamente sarebbe provvedere al dragaggio dei fiumi a rischio e alla manutenzione delle opere di contenimento, come canali secondari ed argini. Sugli invasi idroelettrici ci sono zone dove ormai tutto l'invasabile è stato costruito (la Valtellina è un caso limite), ed ora c'è un paradossale scontro tra quegli ecologisti che protestano per lo scempio di corsi d'acqua e montagne e quelli che premono per l'energia pulita.
    Combattere contro il malvagio non fa di te per forza il buono; combattere per una causa che ritieni giusta non rende giusto tutto quello che fai

    Non basta negare le idee degli altri per avere il diritto di dire "Io ho un'idea". (G. Guareschi)

 

 

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