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Discussione: Shale gas

  1. #1
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    Predefinito Shale gas

    Non mancano le sorprese nel mercato energetico. L’entusiasmo suscitato dal potenziale del gas non convenzionale dimostra che vicende nuove ed inattese sono in grado di smontare miti antichi e duraturi, come quello di un’offerta che non riesce a soddisfare pienamente la fame energetica di industrie e consumatori. Sino alle prime avvisaglie della crisi mondiale, sembrava pacifico che la domanda di combustibili fossili dovesse crescere esponenzialmente, spinta dall’incedere deciso delle economie emergenti e dai consumi costanti dei Paesi industrializzati. Eppure, in Europa, la contrazione dei consumi, pari all’8%, è sintomatica di come gli eventi possano assumere pieghe inaspettate tali da portare le più grandi compagnie energetiche europee alla revisione degli onerosi contratti di lungo periodo siglati coi fornitori. Per non parlare della produzione di gas non convenzionale: è, oggi, ancor più evidente che la tecnologia influenzi in profondità scelte di policy condivise ed apparentemente lungimiranti.

    Secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore, grazie ai nuovi metodi estrattivi gli Stati Uniti potranno affrancarsi dalla necessità di importare gas, mentre la prospettiva è parzialmente diversa per il Vecchio Continente, dove ancora si dibatte sulla reale entità dei giacimenti, nonché sulle conseguenze socio-ambientali del loro sfruttamento. I prezzi dell’oro grigio sul mercato spot rispondono alle nuove sollecitazioni provenienti dagli operatori, sempre più convinti che lo shale gas contribuirà a rendere ancor più marcato l’attuale eccesso di offerta. Non v’è dubbio che, qualora le previsioni in merito al gas non convenzionale venissero confermate, gli equilibri attualmente in essere ne uscirebbero modificati in modo sostanziale. Russia, Algeria e Bolivia, tra i grandi esportatori a livello globale, resterebbero fuori dalla partita, non disponendo di grandi riserve. Queste si concentrano, infatti, negli Usa ed in Asia, dove molti sono i Paesi impegnati nella corsa all’approvvigionamento di gas tradizionale. Non è ancora possibile formulare pronostici attendibili sulla reale portata del “fenomeno shale”, che può comunque essere indicato come causa o concausa di alcune recenti evoluzioni politiche ed economiche.

    In primis, gli Stati Uniti godranno di un vantaggio competitivo garantito loro dallo sviluppo, in anticipo sui competitori, di tecnologie d’avanguardia, destinate ad essere esportate; secondo alcuni osservatori, una simile situazione deriva dalla maggior vivacità delle medie imprese Usa, più inclini all’innovazione. Questa tesi, però, si scontra con quella dei sostenitori della grande impresa energetica, l’unica, a loro dire, dotata di mezzi finanziari adeguati agli investimenti in ricerca e sviluppo.

    La politica estera pensata anche in funzione della sicurezza degli approvvigionamenti riceve una spallata dalla tecnologia, capace di vanificare annosi sforzi diplomatici con la scoperta di metodi innovativi di estrazione, che ampliano i margini di guadagno degli operatori rendendo profittevoli . Eppure, non viene meno la necessità di tessere una rete di rapporti utile a garantire le forniture nel medio-lungo periodo, in quanto le evoluzioni del mercato spot, di cui si è già ricordata l’imprevedibilità, potrebbero nuocere agli interessi nazionali. Ecco che, secondo questa chiave di lettura, i contratti di lungo periodo, comprensivi di clausole take or pay, rivestono un’indubbia utilità, quella di stabilizzare le forniture, sottraendo quote cospicue dei consumi interni alle fluttuazioni del mercato.

    L’esigenza di ampliare il ventaglio dei fornitori e diversificare gli approvvigionamenti non è posta in discussione né dai bassi prezzi né dallo shale gas. Le recenti scoperte, al contrario, offrono l’occasione per allacciare nuovi rapporti internazionali, guardando a Paesi sinora non ricompresi nelle strategie energetiche degli importatori. Per farlo, è opportuno procedere alla costruzione di rigassificatori sul territorio di quei Paesi, come l’Italia, che non ne dispongono in misura sufficiente.

    Lo shale gas si sta rivelando un fattore destabilizzante per l’andamento dei mercati, che si conferma impredicibile. Ancora una volta è la tecnologia a scrivere ampi brani di storia, lasciando alla politica gli interventi di adattamento. Quanto fatto sinora per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti non è però insensato, e non può certo essere giudicato sul semplice presupposto che lo shale gas risolverà problemi annosi come quello di una domanda che, nel futuro, sarà inevitabilmente destinata ad incrementare.

    GEOPOLITICA.info - Approfondimento sugli assetti geopolitici mondiali - sviluppo e globalizzazione

    per me in europa non sfonderà, ma ciò non toglie che grazie ad esso i paesi produttori si amplieranno e quindi si potrà diversificare l'approvvigionamento
    Ultima modifica di Morfeo; 29-12-10 alle 01:11
    Dannato Barone Rosso.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Shale gas

    L’incerto futuro dello shale gas in Europa

    Ultima delle merci da esportazione targate Usa, anche la moda dello shale gas sbarca in Europa. Ma perforare ettari di terreno nel Vecchio continente non è facile come in Texas. Il carburante che si estrae dagli scisti – rocce metamorfiche come l’ardesia – è il nuovo trend del settore energetico, una risorsa che negli Stati Uniti viene già sfruttata massicciamente e che oggi molte compagnie vorrebbero produrre anche in Europa. Per estrarre lo shale gas, uno dei cosiddetti idrocarburi non convenzionali, c’è bisogno del fracing, una tecnica di infiltrazione che permette di catturare quel carburante che naturalmente rimarrebbe intrappolato nelle rocce. A liberarlo da piccolissimi pori che altrimenti non lo rilascerebbero, ci pensa una soluzione mista di acqua, sabbia e sostanze chimiche che variano a seconda delle caratteristiche geologiche del terreno. Una procedura decisamente invasiva, il cui impatto sul suolo è aggravato dalla necessità di perforare gli strati orizzontalmente invece che verticalmente per estrarre il gas in modo capillare. Ostacoli che non fanno paura al Gash, il consorzio composto da Statoil, ExxonMobil, Gas de France Suez, Wintershall, Vermillion, Marathon Oil, Total, Repsol e Schlumberger, che sta esplorando le possibilità offerte dal sottosuolo europeo, specialmente in due grandi giacimenti potenziali: Alum shale in Danimarca i depositi carboniferi in Germania. Investimenti costosi e di lungo periodo, che pure non offrono garanzie di successo. Difficile che una raccolta che richiede tanto studio e lavoro possa invertire rapidamente il rapporto tra crescente domanda di gas e caduta della produzione autoctona, almeno per i prossimi dieci anni. Eppure dall’inizio del 2009 le aziende estrattive hanno iniziato la loro ricerca e Gash prevede di raggiungere risultati soddisfacenti nel 2014.


    Lo sfruttamento dello shale gas potrebbe avere l’effetto positivo di ridurre le emissioni nocive nell’atmosfera, ma al prezzo di un forte impegno estrattivo: là dove il gas naturale viene raccolto in grandi quantitativi da pochi pozzi verticali, quello non convenzionale ha bisogno di numerose perforazioni orizzontali per ottenere lo stesso quantitativo di combustibile. Per rendere l’idea, Don Gauthier del US Geological Survey ha fatto un esempio: per raggiungere una produzione soddisfacente in Europa bisognerebbe disseminare un territorio grande quanto il Benelux con 6mila pozzi. E per uno sfruttamento così intensivo non è facile prendere accordi per la cessione dei terreni, specie in un continente densamente popolato.


    A sperare nello shale gas sono soprattutto i Paesi centro orientali, largamente dipendenti dagli idrocarburi russi, e specialmente Germania, Polonia, Svezia, Francia, Austria, Ungheria e Gran Bretagna, Stati dove sono già cominciate le esplorazioni. La più ottimista di tutti è Varsavia, dove dei 13.7 miliardi di metri cubi di gas consumati nel 2009 solo 4.1 sono stati prodotti internamente, mentre il resto veniva importato da Russia e Uzbekistan. Dovendo ridurre anche il proprio consumo di carbone, per rispettare gli standard sulle emissioni stabiliti dalla Ue, la Polonia si è già data da fare: il 15 giugno la Lane Energy of Canada ha iniziato a perforare la Depressione Baltica, nel Nord del Paese, e si aspetta risultati in tre mesi. Le riserve attese sono 1.5 trilioni di metri cubi, secondo il gruppo Wood Mackenzie, ma secondo altre stime potrebbero raggiungere i 5 trilioni, uno spazio di incertezza enorme, dal quale traspare chiaramente l’incapacità previsionale degli operatori. Eppure la Polonia l’ha già ribattezzata “la corsa all’oro del XXI secolo”, attirando giganti degli idrocarburi come Exxon Mobil e ConocoPhillips. E il ministero dell’Energia parla di risorse sufficienti per soddisfare la domanda nazionale per i prossimi 100-200 anni.


    In altri Paesi l’ipotesi di passare allo shale gas appare meno allettante. Ad esempio in Italia e nei Paesi Bassi, dove si registra una buona produzione domestica di gas tramite strutture offshore e la procedura di fracing, che si avvale di enorme quantità di acqua dolce, non è applicabile.


    In Europa centrale invece, all’incertezza che regna sulle stime, si aggiunge il problema delle dimensioni di chi investe: mentre negli Stati Uniti si tratta spesso di imprese piccole, che si specializzano su un particolare tipo di terreno e hanno la pazienza di fare ricerche per un lungo periodo, nel Vecchio continente il mercato è in mano alle grandi compagnie, che difficilmente si impegneranno a lungo senza risultati, visto i tanti giacimenti che sfruttano altrove. Una situazione che preoccupa le stesse aziende, tanto che la Royal Dutch Shell ha avvertito: per gli investitori potrebbe finire male. Intanto, a finire male, è l’ambiente, come testimonia un documentario appena trasmesso negli Stati Uniti: GasLand, di Josh Fox. La tecnica del fracing, infatti, prevede di iniettare nel terreno grandi quantità di sostanza chimiche ad alta pressione, che possono entrare in circolo e danneggiare sia la terra che l’uomo. Nel film di Fox ne dà dimostrazione un cittadino americano che vive vicino ai pozzi estrattivi di shale gas: a casa sua l’acqua che esce dal rubinetto è talmente potabile che prende fuoco.

    AGI Energia
    Dannato Barone Rosso.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Shale gas

    I due articoli dicono già tutto quel che c'è da dire. Si tratta di una risorsa che richiede grandi investimenti, comporta grandi incertezze e tempi lunghi. In usa comunque sono arrivati oltre il 15% della produzione, e ancora in forte crescita.




    U.S. Natural Gas Gross Withdrawals and Production

 

 

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