BRANDA LUCIONI IL CAPO DELLA INSORGENZA PIEMONTESE
di Francesco Mario Agnoli
Fra i protagonisti dell'Insorgenza, che emergono per doti personali o particolari imprese, il maggiore Branda Lucioni sembra avere suscitato nei lettori particolare interesse e simpatia dal momento che più di uno mi ha chiesto di averne ulteriori notizie, non pago del poco che ne avevo scritto e, probabilmente per la difficoltà di reperirlo, del rinvio allo studio di Gustavo Buratti Zanchi, "Due figure leggendarie delle insorgenze piemontesi: Contin e Brandaluccione", pubblicato nel n. 2/1992 della rivista "Studi Piemontesi". Andiamo dunque a ricercarlo, utilizzando come guida il recente, pregevole volume "Il maggiore Branda de' Lucioni e La Massa Cristiana" (Libreria piemontese editrice, 1999) dedicatogli da Marco Albera e Oscar Sanguinetti: una lettura indispensabile per chi voglia farne davvero conoscenza. E' a Milano il 28 aprile 1799 che avviene il nostro primo incontro col maggiore Lucioni (il de' nobiliare lo aggiungerà dopo il matrimonio con la figlia del conte milanese Pietro Paolo Landriani), nato nell'anno 1740 a Winterberg (oggi Vimperk) in Boemia, dove il padre, originario di Abbiate Guazzone (attualmente frazione di Tradate), tenente nell'esercito imperiale, era di guarnigione. Nel 1799 il Lucioni si trova nel suo cinquantanovesimo anno d'età, ha alle spalle una carriera militare non particolarmente brillante e si trova con un grado realtivamente modesto, anche perché i suoi avanzamenti sono stati rallentati da frequenti intervalli di temporaneo collocamento in quiescenza, come avveniva non di rado negli eserciti dell'epoca. Tuttavia il momento-clou della sua esistenza sta per scattare in questa primavera. caratterizzata sul piano politico-militare dal rifluire verso il confine francese delle armate rivoluzionarie, che, dopo avere occupato fin dal 1796 gran parte dell'Italia settentrionale, dove, oltre ad annettere il Piemonte alla Francia, avevano installata una repubblica satellite, la Cisalpina, nel corso del 1798 e agli inizi di quello stesso 1799 avevano completato, con la conquista delle restanti province dello Stato della Chiesa e del Regno di Napoli, l'invasione della penisola. In questo 1799 passato alla storia come "l'anno terribile", assente il Bonaparte impegnato nella spedizione in Egitto, le sconfitte patite dai francesi a Verona (30 marzo) e a Magnano (5 aprile) ad opera degli austriaci del generale Paul Kray von Krayow mutano le sorti del conflitto e aprono la strada dell'Italia settentrionale all'armata (liberatrice anche se in più di un caso i cosacchi si abbandoneranno ad atti di barbaro saccheggio) del generale Alexandr Vasilevic Suvorov, che assume il comando supremo delle operazioni. E' appunto precedendo questa armata che il 28 aprile 1799 Branda de' Lucioni, alla testa di una pattuglia di ussari austriaci, entra in Milano non ancora del tutto abbandonata dai francesi in ritirata verso il Piemonte, suscitando l'entusiasmo dei cittadini, sicché, scrive un cronista di simpatie giacobine, "tosto furono abbattuti dal basso popolo e specialmente dai facchini gli alberi di libertà, la statua di Bruto fu atterrata". L'ingresso nella città liberata dà inizio al breve momento culminante, appena tre mesi, fra maggio e giugno, della vita del nostro campione, ufficiale regolare dell'armata austriaca (è maggiore della riserva), ma assai diverso dalla maggior parte dei suoi compassati colleghi e forse proprio per questo incaricato di fare da tramite con le popolazioni locali, sul cui attaccamento per la religione e i legittimi sovrani gli austro-russi fanno conto per affrettare la sconfitta francese. Branda Lucioni, verosimilmente entrato per primo a Milano proprio per saggiare gli umori della popolazione, non frappone indugi e già il giorno successivo, mentre in città sfilano fra ali di folla entusiasta le truppe e Suvorov per prima cosa si reca alla chiesa di San Giorgio ansioso di ringraziare del successo quel santo a lui particolarmente caro, raggiunge coi venticinque ussari affidatigli per l'impresa il Ticino e inizia ad organizzare i paesani delle località lungo il fiume e in particolare di Cuggiono, posto nei pressi di uno dei principali guadi, sia per rendere difficoltoso il passaggio dei reparti francesi, in ritirata, ma tutt'altro che in rotta, sia per impedirnme eventuali ritorni offensivi. Scrive un cronista: "Il comandante Branda Lucioni del luogo di Abbiateguazzone... ordinò di accendere fuochi per tutta la riva del Ticino e stare là in guardia gruppi di 12 paesani, dandosi la muta. Il mercoledì mattina, 1° maggio, essendosi notati tentativi di passare il fiume da parte dei francesi per venire a depredare i nostri paesi, il Lucioni ordinò di suonare le campane a martello, incominciando da Cuggiono, e poi negli altri paesi. Portatisi tutti colle armi lungo il Ticino, costretti furono i circa dieci mila francesi a partire e precipitare la loro fuga verso Vercelli". I paesani non vedono l'ora di sbarazzarsi degli occupanti francesi, che con la loro arroganza, la loro prepotenza, le loro rapine hanno suscitato l'odio generale, ma la rapidità con la quale l'appena arrivato Lucioni riesce ad organizzarli dimostra che questo singolare personaggio, per certi aspetti rozzo e spavaldo, li comnprende a fondo e sa usare il linguaggio giusto per accattivarsene la simpatia e la fiducia. Notano acutamente Albera e Sanguinetti come Branda de' Lucioni si renda perfettamente conto che la mentalità contadina, frutto di una cultura prevalentemente orale e refrattaria alla carta stampata, ha bisogno di "gesti" e rituali che ne colpiscano l'immaginazione, gesti che, del resto (ed è questa la ragione del suo successo in questo particolare tipo di guerra), gli riescono facili, perché conformi al suo temperamento, anche se offrono il destro prima ai cronisti di simpatie giacobine, poi agli storici della cultura ufficiale per demonizzarlo, e con lui quanti lo hanno seguito, trasformandolo in una grottesca ed assurda maschera di brigante. D'altra parte non inventa nulla e di suo ci mette solo il dirompente entusiasmo della propria personalità e una notevole capacità nella conduzione del particolare tipo di guerra più conforme alle attitudini di soldati non professionali. Come scrivono i nostri autori, "Il reclutamento "a massa" era una modalità consueta in tempo di guerra durante l'antico regime e serviva per mobilitare le popolazioni a fianco e all'interno della strategia e dell'organizzazione dei belligeranti. Allo scopo venivano predisposti piani, che in genere venivano attivati all'inizio o in previsione delle ostilità... Il segnale di raccolta delle truppe, che erano organizzate ricalcando le gerarchie e l'organizzazione delle comunità rurali, era tradizionalmente il suono della campana a martello". Di conseguenza, anche se giacobini e francesi si ostinavano a definire "briganti" quanti ne facevano parte e a trattarli come tali, le truppe a massa possedevano il crisma della regolarità secondo le consuetudini dell'antico regime, che per tale riconoscimento esigevano solo un armamento costituito non da quelle che oggi definiremmo "armi improprie" (strumenti di lavoro e simili), ma da armi considerate da guerra, fra le quali le lance. E' appunto per adempiere a tale condizione che il maggiore raccomanda ai volontari non provvisti di altre armi (non tutti possiedono uno schioppo) di munirsi di bastoni con una punta di ferro (ricordano Albera e Sanguinetti che, per lo stesso motivo, "la stessa preoccupazione di fare forgiare dagl'insorgenti armi da punta regolari è fatta propria anche dal cardinale Fabrizio Ruffo al momento di costituire l'esercito della Santa Fede"). Tutti questi fattori spiegano come Branda Lucioni, pur potendo contare unicamente sul volontariato dei paesani, comunque agevolato dalle antiche consuetudini e, ancor più, dall'astio antifrancese, giunga a disporre con eccezionale rapidità di circa seimila-diecimila uomini riuniti, appunto, sotto il nome di "Ordinata Massa Cristiana", le cui fila s'ingrossano man mano che si avvicina alla capitale del Regno Sardo. Torino costituisce, difatti, la meta di un a marcia, che, agevolata anche dalle spontanee insorgenze di numerosi paesi, procede speditamente, dopo la liberazione di Novara, Vercelli e Santhià, su due direttive: una colonna punta sul Biellese e di lì a Nord verso Ivrea e il Canavese, un'altra verso Trino, Pontesura e Chivasso. Quella che si combatte è in parte una guerra di liberazione da uno straniero reso particolarmente odioso dalla sua irreligione, in parte una guerra civile. Inevitabili di conseguenza le violenze, le vendette, anche l' uccisione (i tempi non sono propizi alla clemenza) di qualche giacobino troppo espostosi all'odio popolare. Nonostante che la storiografia ufficiale ne abbia tramandato l'immagine ben diversa di un rissoso, prepotente e avido bravaccio, Lucioni si preoccupa di porre un freno agli eccessi, di porre in condizione di non nuocere quanti confondono la riconquista col brigantaggio e di evitare qualunque forma di vendetta privata. Così nel proclama loro indirizzato il 13 maggio ricorda ai piemontesi che alcuno non può farsi lecito il menomo insulto, la più piccola offesa verso chicchessia. L'offeso dee accusar l'offensore presso le competenti autorità e queste sole hanno il diritto di arrestare e di punire. Ciascuno è libero nelle proprie opinioni... solo le autorità costituite possono prendere le convenienti misure, possono castigare, onde prevenire le conseguenze alla società stessa fatali... Lungi adunque da questo popolo lo spirito di vendetta, di personalità: lungi il genio di insultare; lungi i vocaboli di morte, i gridi di minacce. Si riuniscano gli animi, si procuri da ciascuno la concordia, e siano questi tratti generosi, ed amici, i forieri di giorni tranquilli e sereni, onde allora abbandonarsi alla pura gioia ed ai voti per una permanente felicità. E' vero che in alcune circostanze il maggiore si mostra incline ad approfittare della propria posizione di forza, come quando, se si deve prestar fede al cronista, entrato a Novara, richiede pressantemente al podestà il donativo di un orologio a ripetizione d'oro, finendo però con l'accontentarsi, di fronte alle rimostranze del funzionario di "un orologio d'argento dei più infimi del valore di non più di 7 franchi". L'episodio, ammesso che sia vero (Albera e Sanguinetti sospettano che per screditarlo si siano attribuite al Lucioni abitudini dei cosacchi, particolarmente avidi di orologi), può indurre qualche perplessità sul rigore della sua morale, ma non diminuiscono in nulla il valore e il significato del documento appena riportato e di molti altri analoghi, tanto più che se il podestà di Novara non esitò ad opporsi con con esito sostanzialmente vittorioso il Lucioni doveva avere formulato la richiesta con modi ben diversi da quelli minacciosi e sbrigativi usati da francesi e briganti. Torniamo alle vicende belliche. Dopo aver costretto a cedere con la minaccia dell'assalto e del saccheggio alcuni municipi del Canavese (Ciriè, San Maurizio. Caselle Torinese e Leinì) poco propensi ad unirsi all'Insorgenza per avere dato rifugio a molti repubblicani della zona, sulla metà del mese di maggio Lucioni e i suoi, ormai popolarmente noti col nome di "brandaluccioni" o "branda", sono davanti a Torino. Qui, nell'attesa dell'arrivo degli imperiali, riescono nel compito, tutt'altro che facile per milizie inesperte dell'arte militare, a tenere la città, se non sotto un vero e proprio assedio, per il quale occorrerebbe un forte parco d'artiglieria, comunque bloccata in modo da rendere ardui i rifornimenti sia via terra sia per fiume. Ce lo confermano la cattura di 63 barconi carichi di sale, cannoni e munizioni e, soprattutto, un manifesto, datato 16 maggio, della Municipalità torinese, che invita i bravi repubblicani ad unirsi alla spedizione militare predisposta dal generale Fiorella, comandante della guarnigione francese. In realtà il Fiorella, che in un suo proclama definisce Lucioni "uno schiavo, un satellite d'un despota... alla testa di qualche brigante", tenta più volte sortite e spedizioni punitive, ma, tenuto in scacco dalla superiore abilità tattica del brigante, ne rientra sempre scornato e dopo aver patito sensibili perdite. Così gli accade il 17 maggio, quando la sua colonna, forte di trecento soldati e un cannone, corre il rischio di essere circondata dagli insorti. Ancora meno fortunato il tentativo dei repubblicani, che hanno accolto l'invito della Municipalità e all'alba del 19 maggio lasciano Torino suddivisi in tre colonne: la prima deve marciare sulla destra Po per superarlo all'altezza di Chivasso, la seconda raggiungere la Stura ad Altessano, l'ultima puntare su Gassino, dove si crede abbia sede il comando dell'Armata Cristiana. Nessuna riesce nell'intento ed è proprio la colonna col compito di maggior rilievo, l'attacco al Quartiere Generale degli insorti, a ripiegare con la maggiore rapidità dopo un brevissimo combattimento. Il 24 maggio arrivano sotto le mura gli austriaci del generale Vukassovic e i russi del generale Bragation, che non debbono penare molto per la conquista della città, le cui porte vengono aperte il giorno successivo da componenti della guardia nazionale pare per incarico della stessa municipalità repubblicana, decisa, di fronte all'inevitabile, a scaricare i francesi. Il generale Fiorella, sorpreso dall'inatteso epilogo, riesce a stento a riparare nella cittadella, da dove inizia un forte cannoneggiamento finché, il 9 giugno capitola e si dà prigioniero coi 2.790 uomini della guarnigione. La conquista di Torino non pone fine alla guerra in Piemonte, anche se nel successivo novembre la caduta della fortezza di Cuneo costringe definitivamente i francesi a mere azioni di contenimento. Termina invece il periodo fortunato del maggiore Branda de' Lucioni, che esce di scena, dopo essere stato inviato ad Alba soprattutto allo scopo di allontanare dalla capitale, in attesa del congedo, che seguirà di lì a poco, i contadini della Massa Cristiana, guardati con sospetto e timore da nobili e borghesi, che, quali che siano le loro idee, se la intendono assai meglio fra di loro che con i paesani. Branda Lucioni non è un soldato a massa, ma un ufficiale dell'esercito imperiale. Tuttavia la sua immedesimazione nel ruolo ricoperto per pochi mesi e la sua convinzione dell'importanza del contributo che le truppe paesane hanno dato e ancora potrebbero dare lo spingono a chiedere che gli sia consentito di nuovamente "formare un'Armata cristiana, come mi ha pregato il nostro generalissimo Sowarof e senza di questa non sottometteremo giammai i perfidi francesi, et io alla testa, Sua Maestà lo deve con il Sommo Pontefice comandare et io regolare, e combattere colla sempre havuta Divina Assistenza veramente miracolosa". Suvorov, che anche nelle Marche e in Toscana ha mostrato di apprezzare il contributo degli insorgenti, è l'unico a mostrarsi favorevole al progetto, bocciato invece senza indugio dai comandi alleati, convinti di non avere più bisogno dei paesani. A questo punto le notizie sul maggiore Branda Lucioni si fanno confuse. Secondo alcuni la sua eccessiva insistenza nel vantare i meriti acquisiti e le continue richieste di averne un compenso in denaro avrebbero indisposto le autorità militari, che lo avrebbero messo per tre mesi agli arresti a Milano. Secondo altri avrebbe militato ancora per qualche tempo, prima del definitivo pensionamento, con gli imperiali, passando al primno copro d'armata dell'arciduta Carlo d'Asburgo. Albera e Sanguinetti la ritengono l'ipotesi più probabile, come sembra confermare il fatto che dopo la vittoria napoleonica Marengo il Lucioni segue le truppe in ritirata verso il Veneto. L'almanacco delle truppe imperial-regie per l'anno 1804 dà notizia del decesso del maggiore pensionato Branda de' Lucioni avvenuto in Vicenza il 22 agosto 1803. Abbiamo seguito fin qui i tre mesi più importanti della vita di Branda Lucioni, ufficiale imperiale e capo-brigante, sotto la guida di Marco Albera e Oscar Sanguinetti. A loro, quindi, le parole di congedo: Lucioni si dimostra sempre zelante nel riconoscere i diritti di Dio, che vede violati dalla Rivoluzione, e nello sforzo di rimettere al suo posto la religione apostolica romana, il suo clero e i suoi emblemi. Buon conoscitore del popolo contadino e di quello italiano in generale, il varesino maggiore a riposo Branda de' Lucioni crediamo meriti un posto non secondario nell'ideale galleria delle glorie nazionali, militari, civili e politiche... Crediamo che la figura di Lucioni possa costituire un esempio significativo di impegno personale civile e religioso, non indegno di essere additato come esempio alle nuove generazioni. Magari in alternativa... a figure come quella dell'Eroe dei Due Mondi... Se Garibaldi è stato paragonato alla spada della Rivoluzione italiana, che dire di un uomo che ha speso gran parte della vita, non più giovane, per "sciabola alla mano... far atterrare quell'albero infame"? Per questo la sua memoria non deve perdersi.




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