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    Predefinito Nicola Bombacci - Tra Lenin e Mussolini

    Nicola Bombacci


    Tra Lenin e Mussolini

    Chissà se gli squadristi che cantavano, negli “anni eroici”, il ritornello “Con la barba di Bombaci noi farem gli spazzolini per pulire gli stivali a Benito Mussolini”, non avrebbero mai immaginato che quest’odiato capo comunista sarebbe finito ucciso a Dongo e il suo cadavere esposto a Piazzale Loreto a fianco a quello del Duce…Il destino è strano e davvero singolare, precede per le strade tortuose che non si riesce mai ad immaginare dove sbuchino. E così può capitare che un giovane seminarista, proveniente da una famiglia cattolica, aderisca al socialismo più estremista, fondi il partito comunista nel proprio Paese e poi aderisca alla Repubblica Sociale seguendo fino alle conseguenze più tragiche la sorte di Mussolini. E’ questa in sintesi, la vicenda di Nicola Bombacci, nato il 24 ottobre 1879 a Civitella di Romagna nel Forlinese. Il padre era un militare dello Stato Pontificio che, dopo l’annessione della Romagna al Regno d’Italia, si diede macchia per non servire il nuovo governo. Educato religiosamente, il giovane, trasferitosi nel frattempo a Meldola con la famiglia, fu iscritto al seminario di Forlì. Dal seminario, frequentato con ottimi voti, Nicola si allontana nel 1900: l’anno successivo è ammesso alla Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, d’onde esce diplomato maestro elementare nel 1904, l’anno seguente si sposa ed ottiene la cattedra a Baricella di Bologna. E’ in questo luogo che avviene la sua decisa “conversione” di socialismo. L’influenza di un personaggio carismatico come Andrea Costa, nonché le obiettive situazioni di miseria dell’Emilia e nella Romagna dell’epoca, portavano molti giovani a militare in formazioni politiche di sinistra, più o meno estreme. La sinistra di allora era divisa, grosso modo, in due funzioni: repubblicani, che rappresentavano una sinistra patriottica come ascendenze risorgimentali, mazziniane in particolare, ed i socialisti, marxisti e anarchici. Nicola Bombacci si distingue subito per il proprio estremismo. Nel 1910 è segretario della sezione socialista di Cesena e direttore del giornale Il Cuneo. E’ assolutamente intransigente e rifiuta ogni forma di collaborazione con le altre forze di sinistra non classista come, appunto, i repubblicani. In quegli anni Bombacci conosce un altro socialista rivoluzionario ed intransigente come lui, Benito Mussolini. Entrambi sono antimilitaristi e contestano aspramente l’impresa di Libia. Ma, mentre Mussolini cambierà atteggiamento nel 1915, Bombacci continua la propria propaganda antimilitarista anche negli anni della Grande Guerra, cui non partecipa poiché riformato per motivi di salute. Per questa sua attività, considerata al limite del salvataggio, Bombacci è arrestato e condannato all’inizio del 1918. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre il suo motto è ”fare come Lenin in Russia” ed accende ulteriormente il proprio estremismo e la lotta contro la frazione legalitaria all’interno del Psi, si fa sempre più aspra è l’inizio del cammino che porterà alla fondazione del Partito Comunista. Eletto deputato a Bologna nel 1919 svolge, per incarico del governo italiano, un’ufficiosa operazione diplomatica per favorire l’instaurarsi di qualche rapporto tra Regno d’Italia e Russia sovietica. Da convinto rivoluzionario, prova una certa simpatia per l’impresa di Fiume, di cui ha intuito le potenzialità “sovversive”. Nel novembre del 1920 la frazione comunista all’interno del Psi si organizza e a Bombacci è affidata la direzione del settimanale Il Comunista d’Imola. Nel 1921 il partito Comunista è fondato ufficialmente e Bombacci dirige il suo organo di stampa, l’Avanti comunista, che si pubblica a Roma. Parecchie sono le lotte che Bombacci deve sostenere all’interno del suo stesso partito contro i dottrinari che nulla hanno capito della situazione politica italiana e che si lasciano sfuggire tutte le occasioni per strappare l’iniziativa o ai socialisti o ai fascisti. In Parlamento Bombacci si impegna al massimo per favorire la ripresa dei rapporti tra Italia e Russia e, paradossalmente, vinse questa battaglia quando al governo arrivarono i fascisti. E’, infatti, Mussolini il primo statista occidentale a considerare realisticamente la ripresa dei rapporti con il governo sovietico, attorno cui i governi borghesi di tutto il mondo avevano steso una sorta di “cordone sanitario”. E’ Proprio un discorso parlamentare pro sovietico a far “inciampare” colui che fu tra i fondatori del Partito Comunista nell’eresia. Bombacci afferma, il 30 novembre 1923, rivolto a Mussolini: “La Russia è un piano rivoluzionario se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due Paesi”. A tale discorso Mussolini replica in maniera favorevole ed i due si trovano d’accordo per agire in politica estera secondo il migliore interesse della Nazione italiana. I dirigenti del Partito Comunista prendono le distanze dal discorso di Bombacci, il quale ha osato riconoscere un carattere rivoluzionario al Fascismo, cosa intollerabile per l’ortodossia marxista ed ha osato parlare d’interessi nazionali, quando ai comunisti interessano solo gli interessi di classe. Il Comitato Esecutivo del partito invita Bombacci a dimettersi da deputato e, non avendo questi ottemperato all’invito, è espulso. L’ormai emarginato Bombacci, inviso a sinistra così come ai fascisti, è aiutato personalmente da Mussolini, che gli permette di vivere dignitosamente grazie ad un impiego presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa, il cui ufficio romano ha sede in una palazzina di Villa Torlonia, la residenza della famiglia Mussolini. E’ lo stesso Mussolini a permettere a Bombacci il rientro nella vita politica, finanziandolo in una sua attività pubblicistica, ossia la fondazione della rivista “La Verità”, mensile che esce a Roma nell’aprile del 1936. La rivista, si segnala per la libertà con cui commenta i fatti del Regime e per le idee di “sinistra nazionale” che rappresenta, è criticata per motivi opposti, sia dagli antifascisti, che la ritengono una sorta di specchietto per le allodole a beneficio soprattutto della stampa estera, che così non avrebbe più potuto negare una certa libertà d’espressione in Italia, sia dai fascisti intransigenti, che così vedono un ritorno alla ribalta del vecchio mondo antifascista. Mussolini, però, prende sotto la sua protezione la rivista, che continua ad uscire fino al 1943. Alla rivista si affianca anche una certa attività editoriale e così la “Verità” pubblica libri dello stesso Bombacci (“Il mio pensiero sul Bolscevismo”, “I contadini nella Russia di Stalin”, “I contadini nell’Italia di Mussolini”), d’Eugenio Roggiano Pico, d’Ambrogio Bollati e di vari altri autori. Tra i collaboratori della rivista Sigfrido Borghini, Walter Mocchi, già fondatore del settimanale “Avanguardia Socialista”, dove il giovane rivoluzionario Benito Mussolini aveva pubblicato le sue corrispondenze dalla Svizzera, Ezio Ribaldi, già deputato comunista, Alberto Malatesta, Anton Giulio Bragaglia e Paolo Orano. Nicola Bombacci ed alcuni tra i suoi più stretti collaboratori aderiscono anche alla Repubblica Sociale Italiana. Qui, Il Fascismo pareva volesse tornare alle proprie origini rivoluzionarie, la parola “Socialismo” non era più tabù e nuovi spazi politici, un tempo inimmaginabili, si aprivano per l’antico comunista. Nel periodo della Rsi, Bombacci ha modo di rinverdire le sue capacità tribunizie: va nelle fabbriche a parlare di socializzazione ed i suoi comizi riscuotono un immenso successo, la sua oratoria cattura e convince l’uditorio operaio. Egli parla a financo negli ultimi giorni della Rsi ed il 25 marzo 1945, a Genova, vi è ad ascoltare una folla di trentamila operai. Egli spiega loro che il vero Socialismo non era quello di Lenin, ma quello di Mussolini, che lui non ha mai rinnegato i suoi principi di gioventù e che solo la Rsi è ben decisa a rivendicare i diritti degli operai. E’ il canto del cigno di quest’apostolo della rivoluzione proletaria. Il 25 aprile 1945 è, in prefettura, a Milano, e sale in macchina, con Mussolini, l’unico che, negli anni bui della sua vita, l’ha aiutato. Tre giorni dopo finirà fucilato a Dongo: di fronte al plotone d’esecuzione si comportò con estrema compostezza e, prima di cadere a morte, riesce ad urlare “ Viva l’Italia, viva il Socialismo”, quel Socialismo che gli pareva poter essere realizzato dal suo vecchio compagno di lotte romagnolo e che era stato tradito proprio da chi se ne era proposto come alfiere.



    Il socialismo mussoliniano

    Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (Forlì) nel 1879. Aveva dunque quattro anni più di Benito Mussolini e, come lui, iniziò la vita politica nel partito socialista (era il 1903) tre anni dopo, malgrado la maggiore età, del futuro Duce (furono i socialisti per primi a chiamarlo così ...) che, lo ricorda E. Gentile su "Mondo Operaio" nel 1982, aderì al PSI nel 1900. Bombacci, come Mussolini, si schiera con l'ala più intransigente del partito, che diviene maggioranza dopo il congresso di Reggio Emilia. Furono poi le fasce popolari più scontente e ribelli che, entrando nel partito socialista e raddoppiando il numero degli iscritti, riusciranno al congresso di Ancona (1914) a riconfermare questa maggioranza. A tale proposito, nella "Storia del socialismo italiano" di Gaetano Arfè (Einaudi, Torino, '65) si dice: «... l'incremento numerico del partito (...) è l'abbattimento di ogni barriera tra il proletariato e la teppa ...». Di Bombacci un altro osservatore di quel periodo, Ugo Ojetti, riferisce che: «... il deputato romagnolo, magro, gentile e piccolino, vestito di nero (...) è angelico».Addirittura al congresso socialista del settembre '18, a Roma, Nicola Bombacci viene eletto segretario del partito. Leadership che gli fu riconfermata nei primi mesi del '19. (In quegli anni Mussolini intravede, in una visione patriottica, i postulati di quella che diverrà l'unica vera rivoluzione Italiana. Nasce infatti dal Risorgimento attraverso il pensiero di uomini come Mazzini, Garibaldi, Pisacane e l'epopea della grande guerra '15-'18, è quel filo ideale che arriva al Fascismo, punto di partenza di un nuovo Stato che trent'anni dopo giungerà, come tappa ultima e fondamentale, alla Repubblica Sociale di Mussolini, ma anche di Gentile, Marinetti, e dello stesso Bombacci). Quindi Bombacci, ritornando al '19, non era un semplice tribuno locale o un folcloristico Lenin della Romagna, ma una autorevole personalità nonché uno dei capi del socialismo italiano dell'epoca. La sua visione massimalista del socialismo e del suo filo-sovietismo lo portano, lasciata la segreteria socialista al rientro di Lazzari, dopo la detenzione di quest'ultimo come disfattista, a fondare nel '21 a Livorno, con altri compagni, il P.C.d'I. (Partito comunista d'Italia). Già nel 1920, fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò, assieme a Serrati, Graziadei, D'Aragona ed altri sindacalisti, in URSS. La sua posizione politica, come quella di Gramsci e il gruppo "Ordine Nuovo", non traccia confini invalicabili con i futuristi di Marinetti, che appoggiano l'impresa Fiumana di D'Annunzio. Tra le due rivoluzioni del secolo sembra esserci, da parte di alcuni esponenti già in odore di eresia, uno scambio di segnali che travalica la dura realtà degli scontri fisici che contraddistinguono la cronaca di quei giorni. Nella carriera politica del deputato comunista On. Bombacci vi fu poi un grave «incidente». Esso avvenne quando Mussolini, nel suo intervento alla camera del 16 novembre '22, già nominato Capo del governo, pronunciò in quel suo sorprendente discorso la seguente affermazione: «... Per quanto riguarda la Russia, l'Italia ritiene sia giunta l'ora di considerare nella loro attuale realtà i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle condizioni interne nelle quali come governo non vogliamo entrare ...». Così l'Italia, guidata da Benito Mussolini, fu il primo paese occidentale a riconoscere l'Unione Sovietica, seguendo una linea già abbozzata dall'On. Nitti, il più capace dei governanti pre-fascisti. Bombacci che, come si è detto, era particolarmente vicino ai sovietici, rispose euforicamente al discorso di Mussolini, facendo un paragone fra le due rivoluzioni. Molti fascisti, che vedevano nel comunismo italiano il disfattismo antinazionale, rifiutarono questa interpretazione; altrettanto la ritennero improponibile per diversi motivi i comunisti e Bombacci, nel '27, dopo un lungo braccio di ferro con l'Internazionale che ne sosteneva la riabilitazione (aveva partecipato nel '24 a Mosca ai funerali di Lenin), venne definitivamente espulso dal P.C.d'I. Devo segnalare che nemmeno Berto Ricci, il fascista eretico fondatore della vivacissima rivista "Universale", tentò in seguito di recuperare agli ambienti fascisti, sia pur non ufficiali, Bombacci e gli ex-comunisti espulsi con lui dal partito comunista. Malgrado ciò Bombacci da quel lontano «'27» guardò sempre con interesse al fascismo di «sinistra» e, in quello spirito, Mussolini gli permise la pubblicazione di una sua rivista mensile di politica, "La Verità" che imitava il titolo della "Pravda". Il suo primo numero uscì nel '36 con la collaborazione di parte del vecchio mondo socialista, nomi quali Walter Mocchi, Giovanni Renato Bitelli e il sindacalista Alberto Malatesta. Quello fu anche il periodo in cui Ivanoe Bonomi stava progettando la costituzione di una "Associazione Socialista Nazionale" con gli ex-deputati Bisogni, D'Aragona, Caldara, disposti a collaborare con il regime. Interessante è uno scritto di Walter Mocchi, pubblicato sulla rivista di Bombacci nel numero del 31 ottobre '40 (era il momento del breve idillio Stalin-Hitler): «... eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, s'incontreranno sopra un comune terreno di redenzione sociale ...». Un altro episodio di riconciliazione avviato da Bombacci che è giusto segnalare, fu il suo interessamento verso Gramsci quando questo ultimo fu arrestato, (e sarebbe interessante, in un diverso scritto, appronfondire il caso Gramsci), sollecitando il Duce a considerarne la malferma salute. Il permanere di contatti con il vecchio mondo socialista, portarono Bombacci a farsi interprete e intermediario, nel '34 assieme all'ex-sindaco di Milano Caldara, nel sollecitare, con Nino Levi, un colloquio con Mussolini per proporre il rientro nei sindacati fascisti di personaggi come Bentivogli, ex-sindaco di Molinella, Massarenti, Rigola e, cautamente, Romita. A tale proposito esiste un documento di ambienti socialisti romagnoli, citato anche da Renzo De Felice, a favore del Fascismo corporativo, considerato di «sinistra» e del suo Capo. Molti tentativi rimasero tali, ma è giusto ricordare quando Bombacci indirizzato a Mussolini, dopo i tragici avvenimenti di quel periodo che dimostra la lealtà e la profonda dedizione dell'ex-deputato comunista: «Duce, già scrissi in "Verità" nel novembre scorso -avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi- Sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento di Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti pluto-monarchici del '22 ...». Nella RSI evidente fu il ruolo di Bombacci, con Mussolini e Tarchi artefice della legge più rivoluzionaria del fascismo: quella sulla socializzazione. Questa legge dimostra e testimonia il percorso avvenuto in quel tormentato periodo nell'animo dell'ex-comunista: la socializzazione è il traguardo del primo come dell'ultimo movimento fascista. Nei vari discorsi pronunciati in tutto il Nord-Italia (tema che mi riprometto in un altro scritto, di riprendere), soprattutto l'ultimo a fine marzo '45 a Genova, in piazza De Ferrari, di fronte ad oltre trentamila operai, vi è tutta la sua dedizione a Mussolini e l'entusiasmo per il recupero del Duce alle sue radici socialiste, cosa che permette di capire il comune destino di sangue nell'imminente tragico aprile. Mussolini lo volle dunque vicino negli ultimi giorni della Repubblica Sociale; in proposito cito il libro "L'ora di Dongo" di A. Zanella edito da Rusconi nel '93, perché rivedeva in quella comunanza il ritorno agli ideali del '19. La sua volontà di dedicare la conclusione della propria vita terrena al tentativo di un radicale rinnovamento delle istituzioni sociali non fu atto velleitario, come qualcuno vuole far credere, ma accelerazione di un progetto già intravisto durante il regime con le grandi riforme popolari del mondo del lavoro e della tutela sociale. È con il Fascismo repubblicano della RSI che Bombacci ottiene da Mussolini lo spazio per interpretare, assieme a lui, le linee programmatiche della grande, incompiuta, riforma socializzatrice. Lo scempio di piazzale Loreto è la sintesi della ortodossia eretica delle due rivoluzioni; i cadaveri di Mussolini e Bombacci massacrati dalla alleanza capitalista stalinista ne sono la prova storica. Beppe Niccolai il 14 maggio '88 a Forlì, alla Sala Gaddi, tenne una conferenza, la prima in Italia, sul tema «Nicola Bombacci - passione e rivoluzione». E certo non è casuale l'incontro ideale di due personalità quali quelle di Bombacci e Niccolai: due vite apparentemente lontane, ma entrambe vicine a quel progetto di rinnovamento sociale dell'Italia voluto dal «Mussolini che scende dal piedistallo», l'ultimo, quello a noi più caro.



    Da Lenin a Mussolini

    «Il 29 aprile ’45 furono passati per le armi i gerarchi fascisti per mano dei partigiani comunisti. Cosa curiosa, fra questi c’era una delle massime figure del comunismo italiano, né più né meno che Nicola Bombacci, il fondatore del Partito Comunista Italiano (PCI), amico personale di Lenin, col quale stette in URSS durante la Rivoluzione d’Ottobre. Soprannominato il «Papa Rosso» e, finalmente, incondizionato sostenitore di Mussolini al quale si unì negli ultimi mesi del suo regime. La sua vita fu la storia di una conversione o di una tradizione? O fu per caso, l’evoluzione naturale di un nazional-bolscevismo? La pubblicazione in Italia di una biografia di Bombacci ha riaperto il dibattito sulla ideologia rivoluzionaria del fascismo mussoliniano». Nicola Bombacci nacque in seno ad una famiglia cattolica della Romagna il 24 ottobre 1879, a pochi chilometri da Predappio, ove nascerà, pochi anni dopo, quello che sarebbe stato il fondatore del fascismo, in una regione in cui la lotta operaia si distinse per la sua durezza. Entra in gioventù nel Partito Socialista Italiano e prende il diploma di maestro (nuovamente le somiglianze con il Duce sono evidenti) per dedicarsi subito, anima e corpo, alla rivoluzione socialista. Per la sua capacità di lavoro e le sue doti organizzative, fu incaricato di dirigere gli organi di stampa socialisti; qui aumenta il suo potere in seno alle organizzazioni operaie e conosce Mussolini che, non dimentichiamolo, fu la grande promessa del socialismo italiano prima di divenire nazional-rivoluzionario. Opposto alla linea morbida della socialdemocrazia, Bombacci fonda, insieme a Gramsci, il Partito Comunista d’Italia e nei primi Anni '20 si reca in URSS per partecipare alla Rivoluzione bolscevica. Lì fa amicizia con Lenin che in una riunione al Cremlino dice di Mussolini: «In Italia compagni, in Italia c’è solo un socialista capace di guidare il popolo verso la rivoluzione: Mussolini!» E poco dopo il Duce inizierà la rivoluzione, però fascista... Come leader del neonato Partito Comunista, Bombacci si convince come la borghesia italiana, che lo soprannomina il «Papa Rosso», sia l'autentico nemico pubblico numero uno. Eletto tra i primi deputati del partito, mentre le squadre fasciste iniziano a formarsi e a confrontarsi con le milizie comuniste, ha come missione quella di contenere l’inevitabile presa del potere da parte del fascismo, ma fallisce nel suo impegno. Dopo l’ascesa al potere da parte di Mussolini resta, senza ombra di dubbio e fedele alle proprie convinzioni, l’eterno anticonformista e il difensore di una politica di avvicinamento dell’Italia all’URSS. Difensore di una Terza Via, ove il nazionalismo rivoluzionario del fascismo avrebbe potuto incontrarsi col socialismo rivoluzionario del comunismo, fu espulso dal PCI nel ’27 e condannato ad un ostracismo politico; nonostante ciò non smise di mantenere contatti con i dirigenti politici russi. A poco a poco si converte, benché «sui generis», a difensore del regime fascista. Non accetta gli incarichi che gli sono offerti, non rinnega le sue origini comuniste e mai nasconde le proprie intenzioni. Nel '36 scrive sulla sua rivista, "la Verità", confessando la propria adesione al fascismo, che: «ho fatto una grandiosa rivoluzione sociale, Mussolini e Lenin. Soviet e Stato Fascista Corporativo, Roma e Mosca. Molto dovremo rettificare, ma nulla di cui farsi perdonare; oggi come ieri ci unisce lo stesso ideale: il trionfo del lavoro».È naturale che Bombacci, un tempo leader comunista, abbia accettato la nuova situazione politica pur rimanendo sempre critico nei confronti del regime. Nonostante l’amicizia con il Duce fosse da tutti conosciuta, non aderisce mai al Partito Nazionale Fascista. Quando Mussolini viene deposto nel luglio '43 e liberato dai tedeschi un mese dopo, il partito fascista crolla. La struttura organica scompare e i dirigenti del partito, provenienti in maggioranza dai ceti privilegiati della società, passano in massa al governo di Badoglio. L’Italia si trova divisa in due, «a sud di Roma gli Alleati avanzano verso il nord» e Mussolini raggruppa i suoi più fedeli, tutti vecchi camerati della prima ora e giovani entusiasti «che i dirigenti del partito avevano abbandonato» e che ancora credono nella rivoluzione fascista e proclama la Repubblica Sociale Italiana. Immediatamente il fascismo sembra voler tornare alle proprie origini rivoluzionarie e Nicola Bombacci aderisce all’appena proclamata Repubblica e porge a Mussolini tutto il proprio appoggio. Il suo sogno è poter portare avanti la costruzione di quella «Repubblica dei lavoratori» per la quale tanto lui che Mussolini combatterono ad inizio secolo. Come Bombacci, si uniscono al nuovo governo altri intellettuali di sinistra: Carlo Silvestri (deputato socialista e dopo la guerra diffusore delle memorie del Duce), Edmondo Cione (filosofo socialista che fu autorizzato a fondare un partito socialista staccato dal Partito Fascista Repubblicano), etc. Mussolini preoccupato per la situazione militare, ma risoluto più che mai a portare avanti la sua rivoluzione ora che si è liberato della zavorra del passato, autorizza i settori più rivoluzionari del partito ad assumere il potere e inizia la tappa denominata di «socializzazione» che si traduce nella promulgazione di leggi chiaramente di ispirazione socialista, quali la creazione dei sindacati, la cogestione nelle imprese, la distribuzione di benefici e la nazionalizzazione dei settori industriali di importanza strategica. Tutto ciò è riassunto nei famosi «18 punti» del primo (e unico) Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona; un documento, redatto congiuntamente da Mussolini e Bombacci, che doveva convertirsi nelle basi della nuova Costituzione dello Stato Sociale Repubblicano. In politica estera, Bombacci tenta di convincere Mussolini a firmare la pace con l’URSS e a continuare la guerra contro la plutocrazia anglosassone, risuscitando l’asse Roma-Berlino-Mosca dei pensatori geopolitici del nazional-bolscevismo degli Anni ’20. Se per molti l’ultimo Mussolini era un uomo finito, burattino dei tedeschi, non finisce di sorprendere l’adesione che ha ricevuto da uomini come Bombacci, un vero idealista con una oratoria attraente, allergico a tutto ciò che significasse inquadrarsi o imborghesirsi e che non accetterà neppure ora alcun incarico né stipendio ufficiale. Bombacci diverrà il consigliere e il confidente di Mussolini per gettare, nuovamente, le basi del Partito dei Lavoratori. Viaggerà nelle fabbriche spiegando la rivoluzione sociale del nuovo regime e il perché della sua adesione, mentre la situazione militare si sta deteriorando e i gruppi terroristi comunisti (i tristemente famosi GAP) già hanno deciso di eliminarlo per il pericolo rappresentato dalla sua attività. Però la guerra sta arrivando alla fine. Benito Mussolini, consigliato dall'ex-deputato socialista Carlo Silvestri e da Bombacci propone di consegnare il potere ai socialisti, integrati nel Comitato Nazionale di Liberazione, piuttosto che ai dirigenti di destra del Sud. Senza alcun dubbio i negoziati fallirono. Nell’aprile ’45 le autorità militari tedesche in Italia si arrendono agli alleati. È la fine. Nicola Bombacci, sempre fedele, sempre sereno, accompagna Mussolini al suo ultimo e drammatico viaggio verso la morte. Il racconto di Vittorio Mussolini, figlio del Duce, del suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci ci insegna la sua interezza. «Ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte. La sua calma mi è servita di conforto».Poco dopo essersi separato da Mussolini e dalla colonna dei suoi ultimi fedeli per risparmiare loro di dover spartire il suo destino, Bombacci è detenuto assieme ad altri dai partigiani comunisti. La mattina del 29 aprile fu posto di fronte al plotone di esecuzione; accanto a lui, Barracu, un valoroso ex-combattente, mutilato di guerra, Pavolini il poeta segretario generale del partito, Valerio Zerbino, un intellettuale; di fronte al plotone tutti gridano: «viva l’Italia!», mentre non cessa di essere un paradosso, fedele riflesso della controversa personalità di Bombacci, che, mentre il suo corpo cade attraversato dalle pallottole dei partigiani socialisti, grida: «Viva il Socialismo!». (E. Norling)



    NICOLA BOMBACCI e la SINISTRA NAZIONALE

    Sabato 9 settembre, si è tenuto a Reggio Calabria, organizzato dalla locale Ascia di Nuovi Orizzonti Europei, un convegno sul tema: «C'è un'altra possibilità: Nicola Bombacci, degrado sociale, problema meridionale, alternativa». Svoltosi nella Sala Consiliare della città, il convegno, ha visto la partecipazione di Luigi Costa, del prof. Francesco Moricca, del Sindaco di Reggio Calabria prof. Italo Falcomatà e del responsabile di Rifondazione Comunista Sebi Romeo. Moderati da Amedeo Canale,referente di N.O.E. per la Calabria, che ha letto ai numerosi convenuti un telegramma del presidente nazionale Saccomando, i lavori sono stati introdotti da Paolo Sidari, rappresentante reggino di Sinistra Nazionale insieme a Gianni Albanese, Silvio Liotta e Clemente Pintus. Nella sua introduzione, il Sidari, ha ampiamente delineato la situazione politica nazionale e quella calabrese in particolare; situazioni che, nel loro complesso, impongono scelte chiare e al di sopra di ogni indecisione. Ha rimarcato la carenza di proposte atte a risolvere problemi in gran parte annosi ed ha così preparato il terreno per un'esposizione più particolareggiata di quelle possibilità di alternativa dalle quali l'incontro prendeva la titolazione. Questo il compito affidato a Luigi Costa il quale, ad onor del vero, è riuscito, con una esposizione semplice ma esauriente, a destare il vivo interesse degli intervenuti e in particolare dei rappresentanti di quelle forze politiche che, per tradizione, queste tematiche hanno sempre avversato. La sua relazione si è incentrata sulla figura umana e politica di Nicola Bombacci, il suo eretico cammino politico, la tragica parabola della sua vita. Ha rimarcato l'aspetto rivoluzionario e di sinistra della sua opera, ma soprattutto ha evidenziato, iniziando così a far intuire il messaggio reale che l'iniziativa voleva lanciare, l'impossibilità oggettiva di dargli una canonica collocazione d'area o peggio partitica. Nel suo intervento Costa ha rimarcato la cattiva e stupida caratterizzazione di certi fenomeni intellettuali che ancora oggi impediscono la ricomposizione delle fratture verificatesi a sinistra nei primi decenni del secolo. E non ha mancato di fare ineccepibili precisazioni sulle origini della Socializzazione e su quello che essa rappresenta, e può rappresentare per il futuro, citando una lunga serie di dati che dimostrano che l'introduzione, anche parziale, della Socializzazione nelle aziende tedesche ha prodotto risultati economici e sociali sorprendenti. Quest'ultimo passaggio si inserisce in uno scambio di precisazioni che sono seguite all'intervento del responsabile regionale giovanile di Rifondazione Comunista, Sebi Romeo, che, invitato ufficialmente, ha preso la parola sottolineando la validità dell'iniziativa in un contesto di sinergie tra forze della sinistra, comprese quelle non di estrazione e ispirazione marxista. Ha posto delle domande retoriche alla platea al fine di palesare le sue considerazioni su una sinistra non ancora unita che si ostina a relegare ai margini realtà che molto hanno da dare in termini progettuali e propositivi. L'intervento di Romeo si è concluso con un saluto e l'augurio di un percorso comune; augurio che, indubbiamente, denota una reale disponibilità al dialogo e all'azione con uomini che in passato si sono trovati su posizioni apparentemente contrapposte. D'altro canto, questa è la lampante dimostrazione che determinate tesi possono essere apprezzate anche in ambienti politici, ritenuti fino a qualche tempo fa ostili, se portate avanti con atteggiamento sereno, scevro da pregiudizi e con cognizione di causa. Non c'è più posto, quindi, per chi intenda sfruttarle per meri fini elettorali e queste tesi debbono essere valutate per quel che sono: ipotesi economiche antagoniste a cui accostarsi senza preconcetti. Il dibattito è stato interrotto per qualche minuto per dar modo al prof. Moricca di svolgere la sua esauriente relazione. Di «sapore» veramente gradevole per coloro che, come un po' tutti noi, credono che i ragionamenti di impronta filosofica debbano incidere anche in manifestazioni e azioni prettamente materiali. Dopo una breve introduzione a braccio, Moricca, ha avuto modo di relazionare sulle tesi da lui sostenute nel saggio pubblicato sul n° 24 di "Aurora". Tesi che hanno conferito un'impronta scientifica all'incontro che poi, grazie all'intervento di numerose persone, è diventato un lungo scambio di opinioni tra relatori e pubblico. Conclusosi l'intervento del prof. Moricca, che ha spaziato dalla concezione del lavoro nel mondo antico alle realtà partecipazioniste della Roma repubblicana, dal corporativismo cristiano medioevale al concetto di socialismo prussiano ben espresso da Spengler, fino alla sua presenza oggi in contesti assai diversi, la "Scuola di Pisa" e il pan-corporativismo di Bottai e Spirito, dimostrando in conclusione tutta l'attualità della socializzazione e la sua centralità nel modello economico antagonista proposto dalla Sinistra Nazionale. È quindi intervenuto il sindaco di Reggio Calabria prof. Italo Falcomatà. Storico, persona stimata è apprezzata ben oltre i confini della sua area politica, esponente del Partito Democratico della Sinistra, ha incentrato il suo intervento su due punti: il primo in relazione alla figura di Nicola Bombacci affrontato sulla base di informazioni storiche, a nostro avviso, di parte e certamente desunte dalla lettura, peraltro molto attenta, della apologetica "Storia del PCI" di Paolo Spriano, storico ufficiale di Via Botteghe Oscure; il secondo prettamente politico, quindi, più confacente alla carica istituzionale che ricopre. Con l'invito, in sostanza, al dialogo tra le varie realtà che compongono la Sinistra ed alle quali, ha affermato, egli guarda con grande interesse e soddisfazione. Non possiamo che esprimere un giudizio più che positivo per queste impegnative dichiarazioni che, ricordiamolo, sono pronunciate da una persona non solo molto stimata a Reggio Calabria, ma anche da un'esponente del PDS, anch'esso presente, dunque, ufficialmente alla conferenza. Sono poi da segnalare gli interventi di due rappresentanti di altri partiti, rispettivamente, il laburista e il socialdemocratico. A parte qualche stucchevole concessione demagogica di questo ultimo si possono, tutto sommato, trarre indicazioni positive anche dai loro discorsi nei quali si avvertiva un reale interesse verso i temi dibattuti. Dibattuti a lungo, ben oltre il tempo previsto. Questo ha consentito ai relatori di rispondere agli innumerevoli quesiti posti dal pubblico e di intavolare un piccolo scambio di opinioni col Sindaco stesso. Le conclusioni politiche sono state tratte da Costa, e sono state di pura impronta rivoluzionaria rispetto alla situazione politica attuale. Conclusioni che hanno pesantemente tirato in ballo le forze politiche della destra -invitate, ma non presenti per ragioni facilmente immaginabili- responsabili di voler attuare una politica economica folle, tesa a favorire le classi più abbienti ed a penalizzare pesantemente i salariati e il ceto medio produttivo. Erano presenti, ad onor di cronaca, anche alcuni rappresentati del MSI di Rauti . I lavori sono stati chiusi da Amedeo Canale che ha rivolto al Sindaco l'invito, in qualità di primo cittadino ed esponente della Sinistra, di farsi carico lui per primo, all'interno di una realtà difficile come quella reggina, della necessità di aprire spazi a quei movimenti che hanno assunto posizioni politiche e sociali chiare, lontane da qualsiasi tendenziosa caratterizzazione (frutto di abiure e affrettate giravolte) ma che sanno confrontarsi con gli altri nel rispetto delle reciproche differenze e senza «dolorose» rinunzie. «Solo così si potrà -prosegue l'intervento- concretizzare quella comunità di elementi produttivi e sociali che lo stesso Sindaco auspicava e della quale in questa sede si sono gettate le basi». «Basi che saranno tanto più profonde e sentite se si avrà la capacità di abbattere le barriere psicologiche e politiche che sono la palla al piede della Sinistra e che qui a Reggio Calabria abbiamo oggi abbattuto senza eccessivo sforzo».Probabilmente questo è quanto abbiamo percepito nei giorni successivi alla manifestazione da quanti vi hanno partecipato; riuscire ad affrontare e confrontarsi serenamente su argomenti finora ritenuti spinosi è un segnale importante non solo per i movimenti e partiti della sinistra ma anche per i singoli individui che hanno idee concrete da esprimere. Il convegno su Nicola Bombacci e sulla Socializzazione ha dimostrato, e soprattutto, ha dato la possibilità di far conoscere ad un gran numero di persone quali siano i punti cardine della nostra proposta politica. Infine mi pare doveroso, a nome di tutti i componenti del Comitato politico-culturale "Nicola Bombacci" e della Sinistra Nazionale di Reggio Calabria rivolgere un affettuoso saluto a Giovanni Mariani che, per motivi personali, non è potuto intervenire.


    Nicola Bombacci

  2. #2
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    Predefinito Rif: Nicola Bombacci - Tra Lenin e Mussolini

    Bombacci Nicola. Rivoluzionario… Intervista a Guglielmo Salotti


    di a cura di Susanna Dolci - 24/11/2008

    Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]









    Alla fine tragica della sua esistenza Benito Mussolini si ritrovò accanto il caparbio amico di sempre: Nicola Bombacci. Sì proprio lui, l’anziano socialcomunista che per una strana quanto perfida magia, sparirà dalla storia italiana per decenni e decenni. Nicola Bombacci la cui figlia Gea, in un documento personale del 17 luglio 1945, così scriveva: «Riteneva vero tradimento astenersi dalla lotta, in un momento così cruciale per la nostra Patria; eppure gli sarebbe stato non dico facile, ma possibile. Dopo il 25 luglio infatti era rimasto a Roma, tranquillo e sereno, e nessuno pensò a procurargli fastidi di sorta. Rimase a Roma anche dopo l’8 settembre fino al gennaio 1944, quando finalmente cedette alle insistenze giornaliere di alcuni suoi amici personali, uomini non fascisti i quali avendo seguito il governo in Alta Italia lo tempestarono di lettere, di telegrammi e di telefonate, ripetendogli ‘c’è bisogno di gente onesta, c’è bisogno di uomini che possano presentarsi al popolo guardandolo serenamente negli occhi’. E lui che in tutta la vita non aveva avuto che un ideale, migliorare le condizioni materiali, morali e spirituali del popolo, non seppe resistere a questi ripetuti appelli e nel gennaio 1944 si recò in Alta Italia. Io non l’ho visto, ma so perché lo sento, che quel cosiddetto tribunale del popolo che l’ha ucciso giustificando tale atto esecrando con la condanna di super-traditore ha dovuto fucilarlo nella schiena: è stato giusto perché nessuno di quegli uomini era degno, in un momento così supremo, di guardare negli occhi un super galantuomo quale era Nicola Bombacci, mio padre».



    Sì sempre lui, l’uomo che dalla copertina del volume Nicola Bombacci: un comunista a Salò (Mursia editore) ci contempla dal bianco e nero un po’ sbiadito di una foto dell’altro secolo ed ammicca tra l’ironico e lo smagliante irriverente, pensando già all’altrove dell’azione. A scrivere un nuovo libro sul rivoluzionario gentiluomo ci ha pensato Guglielmo Salotti [nella foto a sinistra], allievo e collaboratore del munifico storico Renzo De Felice. Specializzato sulla storia d’Italia del XX secolo tra le due guerre, dall’impresa fiumana di D’Annunzio al Ventennio fascista ed alla RSI, Salotti collabora a riviste di settore ed ha operato nell’ambito del Ministero degli Esteri. Sempre ed ancora Bombacci, dunque, con la cui folta barba “ci farem gli spazzolini/per lucidare le scarpe/ di Benito Mussolini”, come solevano cantare gli squadristi fascisti tra il 1921 ed il 1922. Bombacci, romagnolo fastidioso per i compagni e gli antagonisti. Traditore per i rossi, scomodo per gli eredi dei neri proprio per quel suo grido in punto di morte con il duce ed i suoi fedeli: “Viva il Socialismo”. Per oltre quarant’anni diede tutto alla causa dei lavoratori. Umile tra gli umili, atipico in tutta la sua splendente quanto gravosa dignità delle povere origini, vuolsi qui di lui ricordare come ben e quanto segue (21 dicembre 1944): «Socializzazione è altruismo, è dignità di lavoro, è benessere, è dirittura politica e morale del lavoratore, purché questi sia onestamente attivo, sollecito nel dovere verso la collettività, doveri consorziati al diritto acquisito, scevro da scorie borghesi di egoismi individuali…. Se sarete egoisti… sarete peggio dei vostri padroni». Il resto lo lasciamo narrare allo stesso autore che ringrazio, qui e di nuovo sentitamente, per la sua signorile disponibilità.





    Prima domanda ma che, in realtà, dovrebbe forse essere l’unica. Chi era Nicola Bombacci, uno dei personaggi più carismatici della storia del Novecento italiano? Ovvero il “social comunista, atipico, eretico, espulso”?



    Definire Nicola Bombacci uno dei personaggi più carismatici del Novecento italiano mi sembra decisamente eccessivo. Più realistico parlare di lui come di un esponente di primo piano del socialismo massimalista italiano, tra i fondatori, a Livorno, nel gennaio 1921, del Partito comunista d’Italia (anche se il suo nome è “stranamente” scomparso dalle cronache di quel Congresso), amico di Lenin, avvicinatosi lentamente, dagli inizi degli anni Trenta, prima ancora che al fascismo, al vecchio compagno e conterraneo Mussolini, fino al tragico epilogo del 28 aprile 1945 sul lungolago di Dongo. E quando dico esponente di primo piano, non mi riferisco certo a sue particolari doti di teorico e ideologo (doti che invero fecero difetto alla sinistra italiana del tempo, eccezion fatta per un Gramsci e, in parte, per un Bordiga), ma alla passione, sostenuta da una trascinante oratoria, che lo distinse nella sua azione all’interno del Psi prima e del Pcd’I poi. Con questo, e quasi a volerne riequilibrare l’immagine, Bombacci non fu semplicemente un passionale barricadiero romagnolo, ma mostrò anche insospettate doti diplomatiche (apprezzate anche da capi di Governo dell’Italia liberale, come Francesco Saverio Nitti), battendosi strenuamente per l’allaccio di rapporti diplomatici fra Italia e Unione Sovietica, in un misto di enfasi rivoluzionaria e di più ponderata attenzione agli interessi economici e commerciali di entrambi i Paesi. Forse mi sono dilungato troppo, ma se pensa che, per rispondere implicitamente alla Sua domanda, ho impiegato anni di ricerche e oltre 250 pagine di testo, potrà ben comprendere che dire di meno sarebbe stato impossibile”.





    Perché un libro su di lui?



    Sarebbe più esatto parlare di un mio secondo libro su Bombacci, perché quello uscito ora presso l’Editore Mursia costituisce una edizione rinnovata e ampliata del Nicola Bombacci da Mosca a Salò (da anni esaurito), pubblicato nel 1986 dall’Editore Bonacci di Roma nella Collana “I fatti della storia” diretta da Renzo De Felice. Perché questo mio interesse, reiterato interesse, per Bombacci? La prima molla, sul piano puramente storiografico, è stata dettata dalla damnatio memoriae abbattutasi nel secondo dopoguerra sul suo nome. Di lui non volevano parlare socialisti e comunisti, se non per rinnovare quell’infamante etichetta di “supertraditore” affibbiatagli sul documento attestante la sua esecuzione, a Dongo. Ma mostravano imbarazzo a parlarne anche gli eredi spirituali di coloro al cui fianco era caduto; molti (me lo confermò a suo tempo l’on. Pino Romualdi) non avevano mai cessato, durante e dopo il fascismo, di considerarlo un comunista. C’è però, me lo lasci dire, anche un risvolto umano. Si dice spesso che un biografo finisca prima o poi per innamorarsi del personaggio oggetto dei suoi studi. Io non credo (nonostante ben due libri su di lui) di essermi innamorato di Bombacci, ma forse non ho debitamente tenuta a freno la mia simpatia sia per l’”eretico” (spesso gli eretici, in senso religioso o politico, leggono meglio la storia di quanti rimangono sempre legati a un dogma), sia per la sua coerenza nei momenti estremi. Se è vero, infatti, che Bombacci ricevette molti aiuti economici da Mussolini, è altrettanto vero che non fu certo l’unico (tra gli oppositori politici o tra gli intellettuali) a usufruirne. Con la differenza che mentre molti, la maggior parte dei beneficiati, fecero carte false per ricrearsi una verginità politica, spacciandosi per antifascisti sin da quando… erano in fasce (la cosa grave è che siano stati presi sul serio), Bombacci rimase fedele a Mussolini sino all’ultimo. E, tra lo squallido opportunismo degli uni e la coerente fedeltà dell’altro, Lei può ben immaginare su chi possano cadere le mie simpatie.





    Compagni italiani e compagni rossi russi. Tutti effettivamente compagni? E così lo stesso per i Soviet, i rivoluzionari? Le classi operaie?



    Le vicende che portarono, nel 1927, alla definitiva espulsione di Bombacci dal Pcd’I sono uno specchio fedele non solo della confusione esistente all’interno del partito, ma anche, e soprattutto, delle divergenze fra comunisti italiani e sovietici. Per questi la priorità assoluta era quella di rompere una sorta di “cordone sanitario” creatosi intorno alla Russia rivoluzionaria dopo l’ottobre 1917, e qualsiasi crepa si fosse formata in quel “cordone” era vista in senso quantomai favorevole. Così era accaduto con la piena disponibilità dimostrata sin dall’inizio dal Governo Mussolini a mettere in disparte le differenze politiche e a trovare una soluzione definitiva sui rapporti fra i due Stati. Quella così chiara e autorevole apertura fece passare in secondo piano, per i dirigenti sovietici, qualsiasi velleità di appoggiare i comunisti italiani nella lotta contro il fascismo; e in quella stessa ottica deve porsi il discorso di Bombacci alla Camera il 30 novembre 1923. Un discorso “eretico”, l’ho definito nel libro, e che rappresentò l’inizio di tutta una serie di provvedimenti disciplinari da parte degli organi dirigenti del Pcd’I contro Bombacci; sotto accusa una frase soprattutto di quel discorso, quando l’oratore, rivolto ai banchi del Governo, sostenne che tra due rivoluzioni, quella sovietica e quella fascista, non dovessero in fondo esistere difficoltà a trovare un reciproco e fattivo riconoscimento fra i due Paesi. Apriti cielo! Non starò qui a elencare le reazioni polemiche a quelle parole; mi limiterò a ricordare qui che, a difesa di Bombacci (come minimo della sua buona fede) non mancarono prese di posizione di alcuni deputati, di non pochi lavoratori e, soprattutto, varie insistenze da parte dei dirigenti sovietici, che cercarono inutilmente di attenuare almeno la gravità delle misure adottate contro il deputato comunista.





    Bombacci e D’Annunzio?



    La Sua domanda mi riporta un po’ indietro negli anni, ai tempi della mia tesi di laurea e dei miei esordi storiografici incentrati sull’Impresa fiumana di D’Annunzio. Dubito fortemente che possano esserci stati incontri o rapporti diretti fra il Poeta e Bombacci, ma certo questi non nascose una certa simpatia per il movimento dannunziano, “perfettamente e profondamente rivoluzionario” così come lo stesso D’Annunzio, secondo quanto sostenuto da Lenin in persona. Non si limitò comunque alla simpatia, Bombacci, ma aderì in linea di massima, insieme all’anarchico Errico Malatesta, a un piano insurrezionale proposto dal capitano Giuseppe Giulietti, segretario della FILM (Federazione Italiana Lavoratori del Mare), per estendere, sotto la guida di D’Annunzio, il moto legionario da Fiume al resto dell’Italia. Non se ne fece nulla in concreto, anche per la netta opposizione al progetto da parte del leader socialista Giacinto Menotti Serrati; non a caso, però, proprio Bombacci fu tra i primi destinatari, nel gennaio 1921, di un volume di documenti sul “Natale di sangue”, con accenni polemici più o meno larvati all’immobilismo dei Fasci di Combattimento in quelle giornate («falsi rivoluzionari - scriverà Eugenio Coselschi nella lettera di accompagnamento - , più conservatori dei conservatori palesi». A distanza di qualche mese, in agosto, D’Annunzio provvide poi a versare al Comitato provinciale di Brescia del Pcd’I la somma di 2.000 lire a favore degli affamati della Russia sovietica, ricevendo nell’occasione una grata risposta anche da Bombacci.





    Bombacci e Mussolini? L’alter ego l’un dell’altro? Ma sempre perché per entrambi “l’Italia doveva bastare a se stessa”?



    Il rapporto fra Mussolini e Bombacci fu in realtà meno complesso e conflittuale di quanto a prima vista potrebbe apparire. A ben guardare, le convergenze superano le divergenze: a cominciare dalla comune provenienza romagnola, per proseguire con le basi culturali (entrambi maestri elementari prima di gettarsi nella lotta politica) e con le matrici ideologiche socialiste. E c’era poi una lunga e forte amicizia personale, non scalfita da contingenti contrapposizioni politiche; una amicizia per “Nicolino” (come a volte il Duce chiamava Bombacci) ricordata dallo stesso Mussolini in uno dei suoi colloqui con Yvon De Begnac: «Non si divide il pane della scienza per poi diventare l’uno all’altro Caino». Il lento e cauto riavvicinamento fu indubbiamente favorito (come accennato in precedenza) dagli aiuti economici fatti pervenire da Mussolini a Bombacci, alle prese con vari problemi famigliari meglio specificati nel libro; aiuti di cui il Duce si mostrò prodigo anche verso altri oppositori del Regime, e non sta a me (in verità, non dovrebbe stare a nessuno) sindacare su quanto essi fossero disinteressati o celassero intenti di “ammorbidimento”. Ci furono, quegli aiuti, e tanto basta, anche perché poi molti dei beneficiati antifascisti erano e antifascisti rimasero. Al riavvicinamento dettato da sentimenti di riconoscenza si affiancarono ben presto anche motivazioni di ordine più squisitamente politico, con cauti apprezzamenti al corporativismo e alle leggi sociali promulgate dal Regime. Anche in questo caso, tuttavia, Bombacci non fu solo nell’avvicinamento a Mussolini e agli esponenti della sinistra fascista (soprattutto Rossoni), nell’illusione, non solo sua, che il fascismo potesse ritornare verso le originarie posizioni rivoluzionarie. Un caso fra tutti, nel 1934, quello delle avances dell’ex sindaco socialista di Milano Enrico Caldara, portavoce di molti esponenti ex riformisti già condannati al confino, con l’offerta - fatta praticamente cadere da Mussolini, dopo una iniziale accettazione - per una leale collaborazione con il Regime e all’interno del fascismo in nome dei princìpi del Corporativismo.





    E sugli anni del silenzio di Bombacci (sino al 1943)?



    In effetti, se si esclude la pubblicazione de “La Verità”, su cui avrò modo di tornare, per un lungo periodo il nome di Bombacci scompare quasi del tutto dalle cronache politiche. Si tratta di un silenzio per certi versi obbligato, in quanto Mussolini non aveva interesse a rendere di pubblico dominio le profferte dell’ex esponente comunista, anche per non esacerbare le polemiche di quanti, all’interno del Regime, male avevano accolto gli accenni di apertura verso elementi antifascisti. Bastarono voci - poi rivelatesi infondate - circa la possibile nomina di Bombacci a curatore della propaganda della rinascita industriale del decennio fascista perché si assistesse a una decisa levata di scudi contro di lui; non si capiva, da parte dei vecchi fascisti intransigenti così come dei giovani, quali vantaggi sarebbero potuti venire al fascismo dal ritorno sulla scena, più o meno ufficiale, di elementi con cui la nuova Italia doveva avere di fatto chiuso tutti i conti. Non rimase comunque del tutto inattivo, Bombacci, pur consapevole del clima sfavorevole creatosi intorno a lui, e mantenne con Mussolini una lunga corrispondenza epistolare, di cui esiste ampia documentazione soprattutto presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Si tratta per lo più di lettere in cui Bombacci, oltre a esprimere i propri sentimenti di devozione e ammirazione per Mussolini e per le realizzazioni del fascismo, chiedeva di essere chiamato a svolgere i compiti che gli si fossero voluti affidare, intendendo uscire dall’inerzia in cui da tempo le circostanze lo avevano fatto piombare («Vi chiedo l’onore di entrare nella mischia» ebbe a scrivere); chiese più volte anche la tessera del Partito, ma la cosa cadde nel vuoto. Fra tutte le lettere, ce n’è una, del 6 luglio 1934, che riveste un particolare interesse, colto - pur senza enfatizzarne l’importanza reale - da Renzo De Felice in uno dei volumi della biografia di Mussolini. Nella lettera Bombacci delineava le direttrici di una politica economica nazionale, che avrebbe poi preso concretamente corpo nell’autarchia. Non è dato sapere quanto quel suggerimento avrebbe poi pesato sull’avvio di una politica autarchica, e sarebbe forse eccessivo fare di Bombacci l’antesignano di essa; certo è che Mussolini mostrò interesse per quel progetto, annotando con la solita matita blu in margine alla lettera «Prepararmi un piano dettagliato».





    Ci può parlare della rivista “La Verità”?



    Prima ancora di parlare della rivista in sé, credo sia opportuno accennare alle dure polemiche scatenatesi, ancor prima della sua uscita, sia all’interno dello schieramento antifascista, sia, soprattutto, tra i settori intransigenti del fascismo; e questo, nonostante il fatto che ad autorizzare la pubblicazione de “La Verità” ci fosse ovviamente Mussolini in persona, e che essa fosse stata caldeggiata da figure di primo piano del Regime, come Costanzo Ciano e Rossoni. L’ennesima levata di scudi contro Bombacci sembrò avere avuto la meglio con una lunga sospensione della pubblicazione della rivista (il primo numero uscì nell’aprile 1936, il secondo soltanto nel gennaio 1937); ma anche alla ripresa le voci contrarie non mancarono, e se ne fece interprete soprattutto il segretario del PNF Starace, che in una lunga lettera a Mussolini non usò mezzi termini per bollare come “rottami marginali” o “emerite carogne, capaci di tutto domani, come lo sono state ieri”, sia Bombacci che altri collaboratori della rivista. Detto delle polemiche, “La Verità” (solo un caso che si trattasse della traduzione italiana della “Pravda” moscovita?) uscì mensilmente (a parte la lunga sospensione già ricordata) quasi ininterrottamente sino al giugno 1943, spaziando dai temi di politica interna a quelli di politica estera, da frequenti attacchi alle degenerazioni del bolscevismo a considerazioni sulle ben diverse condizioni di vita e di lavoro delle classi operaie in Unione Sovietica e nell’Italia fascista. Con toni alquanto imbarazzati - comuni del resto a quasi tutta la stampa italiana - dopo la firma del Patto Ribbentrop-Molotov dell’agosto 1939, che costrinse i commentatori politici a veri e propri giochi di equilibrismo dialettico per spiegare una situazione così radicalmente e improvvisamente mutata. Da un punto di vista politico, la pubblicazione de “La Verità” può farsi rientrare in quel clima di disponibilità mostrato da alcuni settori antifascisti verso la metà degli anni Trenta a operare lealmente all’interno del Regime, in nome del socialismo e di una rivoluzione sociale che si sperava potesse nascere dal corporativismo. Una disponibilità che sembrò trovare un terreno favorevole nelle voci ricorrenti, in quello stesso periodo, di una conversione a sinistra del Regime, che vedeva in prima linea il ministro dell’Agricoltura Rossoni, e che fece paventare ad alcuni ambienti conservatori la possibile collusione tra fascismo di sinistra e bolscevismo.





    Ultimo capitolo: 1943-1945. RSI, socializzazione, operai. Cos’altro?



    Cos’altro? Tanto altro. Storiograficamente parlando, i mesi della RSI presentano un panorama quantomai confuso, con una vera e propria “babele” di posizioni, di programmi, di illusioni, con il ripresentarsi, e anzi l’acuirsi, dei contrasti insanabili tra le varie anime del fascismo, tenuti più o meno a freno durante il regime, pressoché incontrollabili nel periodo tra il settembre l943 e l’aprile 1945. Anche perché, bisogna ammetterlo, in quell’arco di tempo Mussolini non aveva più la forza, fisica e psicologica, né una adeguata volontà politica, per dominare una situazione sulla cui ineluttabilità era forse il primo a non crearsi illusioni. Le confesserò un mio sogno “nel cassetto”, quello di occuparmi proprio del periodo della RSI, dopo aver scritto qualche anno fa un libro sulla storia del fascismo; ma io per primo non mi nascondo le enormi difficoltà di affrontare i quasi venti mesi di vita della RSI dopo averlo fatto per i più di venti anni del regime mussoliniano. Non potendo qui, in sede di intervista, sintetizzare quei quasi venti mesi di storia italiana, di tragica storia italiana, mi limiterò a parlare del ruolo di Nicola Bombacci all’interno della RSI. Si può dire che, per certi versi, il silenzio di Bombacci si prolunghi anche in quei mesi: nessun incarico ufficiale, un ufficio presso il Ministero dell’Interno, a Maderno, dove occuparsi di un progetto di legge sulle abitazioni da assegnare ai lavoratori, un ruolo indefinito nella stesura dei 18 punti del Manifesto di Verona e del testo della legge sulla socializzazione delle imprese (anche se è più che probabile che il termine stesso di “socializzazione” fosse venuto da una sua proposta accettata da Mussolini), indagini, condotte negli ultimi mesi della RSI insieme al segretario particolare del Duce Luigi Gatti, sui reali responsabili e sui torbidi moventi affaristici del delitto Matteotti di vent’anni prima. Tutto più o meno nell’ombra, così come privi di ogni ufficialità sono i quasi quotidiani contatti di Bombacci con Mussolini; la porta dello studio del Duce sarà per lui sempre aperta, in quei mesi, senza bisogno di anticamere o di intermediari. Per questo, qualcuno ha definito il Bombacci della RSI “l’eminenza grigia di Salò”; io parlerei piuttosto di un ritrovato rapporto personale e politico con Mussolini, sulla scia della speranza, dell’illusione, che si stesse finalmente realizzando quella rivoluzione sociale tanto auspicata quanto troppe volte frenata.





    “Il canto del cigno: Viva il Socialismo!”. Questa fu dunque la fine?



    Le dico subito che l’immagine del “canto del cigno” non è farina del mio sacco, avendola ripresa da Alberto Giovannini a proposito del discorso tenuto da Bombacci il 15 marzo 1945 (si noti la data, poco più di un mese dalla fine), a Genova, in una affollatissima piazza De Ferrari. Già, perché nella risposta precedente ho omesso di parlare di una incessante attività oratoria di Bombacci, soprattutto negli ultimi mesi della RSI, del rinnovato rapporto del vecchio tribuno con il mondo del lavoro, fosse sulle piazze o nelle fabbriche socializzate. Di fronte al perdurante silenzio di Mussolini (sintomo secondo me della consapevolezza del Duce per l’ineluttabilità della situazione), eccezion fatta per il discorso del Lirico e per quelli alle truppe italiane addestrate in Germania, le uniche voci capaci di suscitare un certo interesse (oggi parleremmo di audience) furono quelle del cappellano militare Padre Eusebio e, appunto, di Bombacci. Nel suo caso dovette esserci, inutile nasconderlo, anche una certa curiosità per ascoltare le argomentazioni dell’ex esponente comunista schierato ora con la Repubblica mussoliniana; e Bombacci non deludeva i suoi ascoltatori, ricordando spesso e volentieri la propria milizia del Pcd’I e la propria amicizia con Lenin, le speranze riposte a suo tempo nel bolscevismo e la certezza che ora la rivoluzione potesse farla solo Mussolini. Soltanto un illuso, Bombacci, nelle sue speranze e certezze, prive di qualsiasi serio aggancio alla realtà? C’era indubbiamente in lui una forte componente passionale, ma è certo che anche nei suoi incontri con gli operai, nel sincero entusiasmo per l’attuazione (seppur lenta, contrastata e parziale) della socializzazione, non poteva sfuggire nemmeno a lui la realtà di un mondo del lavoro ormai quasi del tutto insensibile alle sirene sociali mussoliniane.



    Si sarebbe forse potuto salvare, Bombacci, se fosse rimasto a Gaino, il paesino dell’entroterra gardesano dove viveva con moglie, figlia e nipotina; alcuni abitanti del luogo, da me a suo tempo avvicinati, lo ricordavano con simpatia e rispetto, memori anche dei tanti suoi interventi a favore di giovani partigiani fatti prigionieri dalle “Brigate Nere” o dai tedeschi e quasi sempre rimessi in libertà dietro sue pressioni su Mussolini. Invece Bombacci seguì il Duce a Milano e molte testimonianze (non saprei quanto attendibili) lo ricordano salire in auto con lui nel cortile della Prefettura, prima di separarsene a Menaggio, della cattura ad opera dei partigiani, della fucilazione sul lungolago di Dongo.





    A chiusura alcune domande di più ampio respiro. La prima: Lei è stato allievo e collaboratore di Renzo De Felice. Un Suo ricordo del grande storico?



    Sono stato allievo di De Felice agli inizi degli anni Settanta, al tempo della preparazione della mia tesi di laurea sull’Impresa fiumana, Suo stretto collaboratore (soprattutto all’interno della rivista “Storia contemporanea” da Lui diretta) dall’inizio degli anni Ottanta sino alla Sua scomparsa, nel maggio 1996. Quello che voglio ricordare di questo lungo rapporto è lo spirito con cui si usciva dagli incontri con il Professore, arricchiti non solo di consigli e indicazioni, ma della voglia di tuffarsi nella ricerca, di non dare alcunché per scontato, di non fermarsi alle prime facili ma spesso errate conclusioni, di scavare nelle miniere degli archivi e nella polvere delle carte. E insieme al ricordo, il rimpianto per uno Studioso la cui scomparsa tanto ha pesato e pesa ancora oggi sulla vita culturale italiana.





    Si dipanerà mai e completamente scevra da luci e ombre la storia italiana del XX secolo?



    Indubbiamente molti singoli avvenimenti della storia italiana del XX secolo sono ancora avvolti da una nebbia fitta e difficilmente diradabile. Quello che sta cambiando, ed è secondo me destinato a mutare ulteriormente, è il tipo di approccio a temi e momenti fondamentali della storia italiana (mi riferisco ovviamente qui al fenomeno e al periodo fascista), sempre più libero da schematici luoghi comuni e da quei pregiudizi ideologici (rimasti ormai prerogativa di sempre più ristretti e sempre meno rilevanti settori della vita politica e culturale) che per tanto tempo ne hanno impedito una corretta lettura e comprensione. Un mutato approccio che, detto per inciso, potrebbe finire per riguardare la stessa figura di Nicola Bombacci, una volta liberata dalle etichette di “supertraditore” o di “comunista comunque e sempre”. Tutto bene, a patto, però, me lo lasci dire, che una seria opera di revisione storica (iniziata e propugnata proprio da Renzo De Felice e da Lui inculcata agli studiosi formatisi alla Sua “scuola”, in polemica con gli strenui difensori della “vulgata”) sia lasciata agli storici seri, e non diventi appannaggio di politici pasticcioni e poco credibili. In altri termini, ognuno faccia il proprio mestiere!.





    Lei dedica il presente volume alla memoria di Gea Bombacci, figlia di Nicola, ringrazia (fra gli altri) Rossella del Guerra e Sua moglie Patrizia, “cui va un ringraziamento tutto particolare”. Dunque è vero che dietro ogni grande uomo c’è sempre un’altrettanto grande donna?



    Almeno per l’ultima domanda, una risposta più breve che per le altre. La dedica del volume alla memoria della figlia di Bombacci, Gea, è come minimo doverosa, anche per il rapporto di stima e di amicizia venutosi a creare fra noi; così come doveroso il ringraziamento alla nipote di Bombacci, Rossella del Guerra, che ha voluto, con grande liberalità, cedere a me tutta la documentazione raccolta negli anni dalla Famiglia. Quanto a me, non credo sinceramente di essere un “grande uomo”, mentre senz’altro una “grande donna” è mia moglie Patrizia, che è stata sempre al mio fianco sia nella vita privata così come in questo e in altri lavori. Però, attenzione, non facciamoci sentire da lei: potrebbe montarsi la testa! Grazie.





    Grazie a Lei…



    Bombacci Nicola. Rivoluzionario… Intervista a Guglielmo Salotti, a cura di Susanna Dolci

  3. #3
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    Predefinito Rif: Nicola Bombacci - Tra Lenin e Mussolini

    Documenti sorici

    DALLA BANDIERA ROSSA ALLA CAMICIA NERA

    Nicola Bombacci - L'ultimo comizio a Genova nel Marzo 1945




    Capire il biennio di sangue e di fuoco 1943-1945, comprenderne a fondo le vicende e le valenze, come si è tentato di fare in occasione del sessantesimo anniversario dell'8 settembre, vuole anche dire confrontarsi con alcune figure emblematiche di una Storia a cui male si adattano i vecchi schematismi interpretativi o peggio le assolutizzazioni ideologiche.
    Come ha scritto recentemente Aldo Cazzullo, ("8 Settembre 1943 - Una nazione al bivio", "La Stampa", 3/9/2003), "..a Salò l'Ancien Régime fascista non c'è. Dei ventinove membri del Gran Consiglio, solo due - Buffarini Guidi e Farinacci - aderiscono alla Repubblica sociale. Dei due superstiti quadrumviri della marcia su Roma, uno, De Bono, è fucilato a Verona, l'altro De Vecchi, si proclama 'fedele fino all'ultimo respiro al mio Re'. Degli ex segretari del partito e degli ex comandanti della milizia nessuno segue il Duce nella sua ultima prova". Chi va a Salò allora?
    Molti giovani, intanto. Ai balilla che "andarono a Salò", Carlo Mazzantini ha dedicato un bel libro autobiografico. Ma insieme agli ex balilla, ci sono anche molte figure emblematiche - come ha ricordato lo stesso Cazzullo. C'è Pavolini, l'intellettuale raffinato che diventa l'anima radicale dell'ultimo fascismo. Ci sono poeti alla Marinetti e tecnocrati come Pisenti e Romano. C'è l'aristocratico Principe Borghese ed il filosofo crociano Edmondo Cione. E c'è Nicola Bombacci, tra i fondatori, nel 1921, del Partito Comunista d'Italia. A Salò Bombacci diventa l'ispiratore dell'azione sociale del nuovo fascismo repubblicano, della sua estrema testimonianza rivoluzionaria. E' il marzo 1945: l'Europa è nel penultimo mese di guerra. Ad ovest, il 7 gli americani passano il Reno a Remagen. Ad Est crolla il "Muro di Pomerania". Il 6 i sovietici prendono Kamm, verso la foce dell'Oder. In Italia si intensificano gli attacchi aerei su tutto il territorio della Rsi, mentre gli alleati tentano la penetrazione a sud di Bologna. In questo "clima", che fa presagire l'imminente sconfitta militare, il fascismo repubblicano tenta di seminare, nella Valle Padana, le sue "mine sociali": "Mussolini - scriverà Ermanno Amicucci (I 600 giorni di Mussolini, Roma, 1948) - voleva che gli anglo-americani e i monarchici trovassero il nord d'Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai difendessero, nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste socialiste raggiunte con la Rsi". Il 22 Marzo 1945 il Consiglio dei ministri decide che si proceda entro il 21 Aprile alla socializzazione delle imprese con almeno cento dipendenti ed un milione di capitale. Il mito rivoluzionario del "potere ai lavoratori" diventa realtà. Non ci si limita però all'azione legislativa. All'interno degli spazi offerti da una situazione oggettivamente di emergenza e con i tedeschi preoccupati - come riferisce l'Ambasciatore Filippo Anfuso - a ritardare l'applicazione della legge "in considerazione dell'atteggiamento soprattutto inglese, che è volto a serrare le fila conservatrici in Europa contro i russi", viene accentuata l'azione propagandistica. Nicola Bombacci ne è il principale fautore ed artefice, colui che spezza "il pane della socializzazione" fra gli operai, direttamente nelle fabbriche. Egli non è un "teorico", anche se viene riconosciuta la sua influenza nella stesura delle leggi socializzatici, che trasformano i lavoratori da semplici dipendenti a compartecipi della propria azienda. I suoi scritti, a cominciare da quelli pubblicati sulla rivista "La Verità", da lui diretta, hanno il taglio dell'immediatezza e della polemica. Le folle affascinate Bombacci è piuttosto un tribuno, un tribuno secondo la migliore tradizione del socialismo italiano, capace, per conquistare con la ragione dei suoi argomenti, di toccare le corde del sentimento; di affascinare le folle, con la sua persona eretta, il volto incorniciato dalla tradizionale barbetta, il suo "apostolico" e carismatico entusiasmo.
    Nel Dicembre 1944 egli parla a Verona, al Teatro Nuovo, e visita la Mondadori, già socializzata, traendone sorpresa ed emozione, come scrive in una lettera a Mussolini: "Ho parlato con gli operai che fanno parte del Consiglio di gestione, che ho trovato pieni di entusiasmo e compresi di questa loro missione. Mi hanno detto che gli utili di questi primi 6 mesi sono di circa 3 milioni". Tra la fine del '44 ed i primi mesi dell'anno seguente Bombacci parla a Como, Busto Arsizio, Pavia, Venezia, Brescia, privilegiando sempre il contatto con il mondo del lavoro. A Marzo parla a Genova, durante una visita di cinque giorni, che assume un valore simbolico, sia per la città in cui avviene, culla del socialismo italiano (ma anche del "secondo fascio d'Italia", fondato, nel 1919, a Sampierdarena, da un gruppo di operai di ispirazione sindacal-rivoluzionaria), sia perché vi pronuncia il suo ultimo comizio, ad appena un mese dai terribili giorni dell'aprile 1945. L'11 Marzo Bombacci parla al Teatro Universale, di fronte alle commissioni interne degli stabilimenti industriali. Parla da "socialista" ("perché il socialismo non lo farà Stalin, ma lo farà Mussolini, che è socialista, anche se per vent'anni, per ragioni di politica, è stato ostacolato dalla borghesia capitalistica, dalla quale è stato poi tradito"), ma anche da anticomunista ("il bolscevismo inganna il popolo. Stalin per primo si è venduto alla borghesia capitalistica. Egli è la continuazione della politica imperialista di Pietro il Grande. In fatto di progresso l'Urss è, sotto tutti i punti di vista, l'ultima nazione civile"). La polemica evidentemente non è casuale. C'è la coscienza, in Bombacci, come in tutti gli ambienti "socializzatori" della Rsi, che le giuste istanze del mondo del lavoro si possano, di lì a poco, trasformare in uno strumento dell'imperialismo sovietico, finendo così per essere sterilizzate: "Quali sono stati i programmi di Stalin a favore del proletariato internazionale? Quando tentò l'alleanza con Hitler sapete cosa chiese? Soltanto un vastissimo raggio d'influenza in Europa e si guardò bene dall'enunciare qualche programma in favore del proletariato. Egli manifestava la sua sete imperialistica e senza alcun impegno verso i lavoratori". L'invito agli operai è di "farsi avanti" con le proprie organizzazioni, di partecipare attivamente alla costruzione della Repubblica Sociale: "L'impero del lavoro, il primo che sorgerà in Europa, sarà quello di Roma, che dettò ed insegnò leggi ai popoli". Discorso agli operai Il 12 Marzo Bombacci tiene una riunione, alla Casa del Balilla, in Via Cesarea, ad una rappresentanza di lavoratori del credito, delle assicurazioni e dei marittimi, a cui espone le ultime realizzazioni della socializzazione. Decisamente più significativa l'assemblea, tenuta il 13, allo stabilimento dell'Ansaldo, di fronte ad un migliaio di operai. La fabbrica è, nel ponente genovese, una delle più importanti dal punto di vista produttivo, ma è anche tra quelle politicamente inquiete. Bombacci parla di conquiste operaie; confronta le condizioni del lavoro italiano con quelle degli altri Paesi; denuncia le mire espansionistiche ed i ritardi nello sviluppo dell'Urss; invita i lavoratori a dare il loro contributo alla Repubblica Sociale, perché soltanto ricacciando lo straniero e riacquistando l'integrità territoriale sarà possibile attuare appieno la socializzazione; ma soprattutto si "confessa": "Fratelli di fede e di lotta - dice - guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent'anni fa. Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica sociale italiana è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai". Il 14 Marzo, nella centrale Piazza De Ferrari, Bombacci conclude la sua "visita" genovese e pronuncia anche il suo ultimo discorso pubblico. La piazza è colma. Si parla di trentamila persone. Oltre ad alcuni reparti dell'esercito e alla folla dei curiosi, forte è la rappresentanza operaia. L'oratoria è sempre sanguigna, anche se i temi trattati sono di più vasto interesse politico e militare: la socializzazione, dunque, le condizioni del lavoro, ma anche le impellenti necessità militari, la riconquista dell'integrità territoriale violata: "Non voglio affermare con questo che tutti gli operai devono oggi imbracciare un fucile e correre in trincea. Basterà che ognuno compia il suo dovere al suo posto di responsabilità, conscio dei doveri imposti dalla dura ora che la Patria vive; è soltanto una stretta collaborazione, che deve oggi unire tutti gli italiani che desiderano raggiungere le mete prefisse". Si suggella, in quell'ultimo discorso, in quell'ultimo incontro popolare prima delle bufera civile, una parabola; "l'apostolo della socializzazione", come già, trent'anni prima, per Filippo Corridoni, "l'Arcangelo sindacalista" dell'interventismo rivoluzionario: dalla classe alla Patria, dall'azione sociale all'unità del destino nazionale. Aveva scritto, nel 1937, su "La Verità": "Io sono arrivato al socialismo non nel 191- 8-19, ma nel 1900, non per calcolo né per cultura scientifica, ma per sentimento. (E' la colpa che mi hanno sempre rimproverato i professori del cosiddetto socialismo scientifico)". Per fede e per un più alto e compiuto sentimento di giustizia sociale si troverà il 28 Aprile 1945, poco più di un mese dopo il suo ultimo discorso genovese, sul lungolago di Dongo, di fronte al plotone di esecuzione partigiano, con Mezzasoma, Pavolini, Barracu e tanti altri esponenti del fascismo repubblicano: il suo ultimo grido, cadendo sotto la scarica mortale, sarà: "Viva il Socialismo!".



    Mario Bozzi Sentieri




    Dalla bandiera rossa alla camicia nera

  4. #4
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    Predefinito Rif: Nicola Bombacci - Tra Lenin e Mussolini

    N. 18 - Novembre 2006

    IL BOLSCEVICO ALLA CORTE DEL DUCE

    Storia di Nicola Bombacci

    di Sergio Sagnotti



    Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (FC) il 24 ottobre 1879, su di lui le definizioni si sono sprecate, molti lo chiamarono il “comunista in camicia nera” o “il rivoluzionario del temperino” per via della sua indole pacifica o ancora “il Lenin di Romagna” perché ai comizi si tramutava in un vero trascinatore di folle, oppure solamente “Nicolino” come piaceva chiamarlo a Benito Mussolini.



    Oggi, siamo tutti al corrente, che il mestiere del politico è cambiato radicalmente fino ad evolversi in maniera negativa il più delle volte, in passato la politica veniva svolta per il solo scopo, a volte utopico, di poter cambiare realmente le cose o comunque per semplice passione; di soldi allora non ne giravano molti, a differenza di oggi, un politico di allora faceva la fame e non riusciva ad avere un pò di tranquillità economica solamente predicando ideali.



    La vita di Nicola Bombacci fu caratterizzata da un esistenza parallela a quella di Benito Mussolini, caso strano e assai curioso è il fatto che le loro due vite politiche e non si incontreranno in due momenti topici, l’inizio e la fine, quella che sarà per entrambi l’alba ed il tramonto della loro vita politica e terrena.



    Bombacci e Mussolini erano entrambi romagnoli, entrambi maestri elementari ed entrambi avevano la dote e la capacità di trascinare le masse attraverso i loro discorsi; al di la di questo essi non avevano niente altro in comune; “Nicolino” era monogamo “Benito” donnaiolo, il primo mite l’altro vulcanico, ma soprattutto uno fu il fondatore del Partito Comunista e l’altro del Partito Fascista…



    Gli esordi in politica di Bombacci furono insieme a Mussolini nel Partito Socialista nel 1903, egli si contraddistinse subito rivelandosi un intransigente sostenitore della rivoluzione proletaria.



    Sotto la sua guida il partito raddoppia gli iscritti e ottiene importanti e clamorosi successi elettorali, come il 16 novembre 1919 quando venne eletto deputato nella circoscrizione di Bologna ed il partito ottenne il 35% dei suffragi, costituendo quindi, il più consistente gruppo parlamentare mai entrato alla Camera prima di allora.



    All’apertura della Camera, Bombacci fece subito vedere di che pasta era fatto, quando il Re Vittorio Emanuele III rivolse, come tradizione, il saluto ai nuovi deputati, Nicolino si alzò in piedi e gridò “Viva il socialismo”, abbandonò l’aula seguito da tutti i suoi compagni e lasciò il parlamento semi-deserto.



    Nel 1920 Bombacci fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò in URSS, nel 1921 la sua visione massimalista e intransigente del socialismo lo portò a fondare il Partito Comunista d’Italia, durante il diciassettesimo congresso del Partito Socialista nella sala del teatro Goldoni di Livorno, in cui accade di tutto.



    L’11 novembre 1922, il 31 ottobre in Italia, Bombacci ritornò in Russia per i lavori del quarto congresso dell’Internazionale, tre giorni prima c’era stata in Italia la Marcia su Roma; nella capitale sovietica, il sanguigno politico romagnolo, ebbe un alterco con il suo amico Lenin, il quale rimproverò la compagnia italiana ed in particolare Bombacci riferendogli la seguente frase: “In Italia, compagni, c’era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione: Mussolini! Ebbene voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!”.



    I rapporti con l’URSS e con i suoi personaggi politici di spicco, rimasero comunque più che buoni e Bombacci ricoprì anche ruoli strategici importanti nelle relazioni politico-commerciali sull’asse Roma-Mosca e anche negli abboccamenti fra Mussolini, Voroskij e Krasin che portarono al riconoscimento da parte dell’Italia dello Stato dell’Unione Sovietica e alla conseguente riapertura dei rapporti politco-commerciali fra le due nazioni. Di fatto l’Italia era il primo Stato a riconoscere l’URSS…



    Nel 1927 Bombacci fu espulso dal Partito Comunista reo di aver paragonato la rivoluzione fascista a quella comunista, tale decisione, però, non fu vista di buon occhio dall’Internazionale; è da questa data che inizia la parabola politica discendente del Lenin di Romagna.



    Ad onor del vero bisogna ricordare che la famiglia Bombacci non era mai stata economicamente facoltosa, ma la situazione si aggravò ulteriormente quando il suo ultimo figlio Vladimiro, ebbe un incidente fratturandosi le vertebre cervicali, e necessitò di cure ed attenzioni costose che il padre, schiacciato dai debiti, non poteva permettersi; ed è in questo momento che le stelle di Nicolino e Benito si ricontrano; Mussolini aveva sempre seguito da vicino le vicende del suo ex compagno, e quando bussò alla porta di casa Bombacci un funzionario governativo con un biglietto di prenotazione in una delle cliniche più lussuose e prestigiose del tempo intestato a Vladimiro, non fu difficile capire il mandante di quel generoso atto; si suppone comunque che la moglie di Bombacci, Erissena, avesse scritto al Duce spiegandogli la precaria situazione finanziaria in cui vertevano.



    A chiedere aiuto al Duce fu poco dopo anche l’altro figlio di Bombacci, Raoul, il 18 agosto 1929, che scrisse al capo del governo italiano chiedendo un aiuto economico a causa di problemi lavorativi e anche in questo caso non vennero a mancare aiuti.



    Nel frattempo, Bombacci continuava a fare la fame, dimagriva, era visibilmente deperito e nell’impossibilità materiale di nutrire i propri figli, nonostante ciò aveva rifiutato una proposta lavorativa dell’ambasciata russa, perché ritenuta non onesta, aveva preferito fare l’operaio ma l’essere tisico gli aveva impedito di fare anche quello…



    Un rapporto a Mussolini scrive: “Bombacci è sommerso dai debiti: deve 2000 lire al padrone di casa, 740 al sarto, 8000 alla Banca del Lavoro, 713 all’ufficio delle imposte, 1000 a un certo Mai che gli ha pignorato i mobili, 6000 ai vari bottegai del quartiere. In totale deve ai suoi creditori la somma di 60.000 lire.”



    Sotto ad ogni nota si scorge la sigla di Mussolini con su scritto “Provvedere”.

    In quegli anni il fascismo sembra l’unica via attraverso la quale si potevano introdurre elementi di socialismo, e Bombacci se ne accorse.



    Nel 1937 Mussolini gli permise la pubblicazione di una sua rivista politica chiamata “La Verità”, una versione italiana della “Pravda”, in cui collaborarono molti vecchi socialisti; in questo stesso anno Bombacci torna a scrivere a Mussolini dopo un lungo periodo, nella sua lettera gli suggerisce di adottare una strategia di tipo autarchico, per migliorare ulteriormente la situazione economica italiana, ed è sulla lettura di questa lettera che alcuni storici italiani come Arrigo Petacco, si fanno alcune domande su chi dei due politici romagnoli inventò in realtà l’autarchia.



    La Verità mantenne sempre un atteggiamento socialista e di contrasto nei confronti del nuovo regime comunista staliniano, di cui Bombacci diceva di aver capito l’inganno. Arrivarono gli anni ’40 e la conseguente spaccatura all’interno dell’Italia che portò alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana; Mussolini fu cosi costretto, controvoglia, a tornare a capo del neonato Partito Fascista Repubblicano, sotto le incalzanti pressioni di Hitler che minacciò, nel caso in cui il Duce non avesse accettato l’incarico, di applicare misure molto dure contro la popolazione italiana, misure “…che avrebbero indotto gli italiani a invidiare il destino dei polacchi…”.



    La parola “socialista” cominciò a tornare di moda e il Duce cominciò a percorrere la strada della socializzazione delle imprese del Nord, fu questo romantico ritorno agli ideali socialisti che attirò Bombacci verso Salò e ad un riavvicinamento alla politica a 64 anni di età, pur non essendosi mai iscritto al partito fascista.



    Il Lenin di Romagna partecipò attivamente anche alla stesura dei 18 punti di Verona che si prefiggeva la R.S.I e al traguardo inseguito da una vita della socializzazione delle imprese e dei diritti dei lavoratori; in questi mesi Bombacci visse il suo momento di gloria, era euforico, nei suoi discorsi ironizzava sulla filastrocca che gli squadristi gli avevano dedicato anni prima “Me ne frego di Bombacci…” oppure “…con la barba di Bombacci faremo spazzolini per lucidar le scarpe di Benito Mussolini…” nel marzo del 1945 riscosse un grandissimo successo nel suo comizio a Piazza de’ Ferrari a Genova davanti a più di 30.000 operai.



    Il tempo, però, per lui e per il Duce stava per scadere, gli alleati erano alle porte e il crepuscolo era vicino.



    Un giorno rivolgendosi ad Alberto Giovannini, Bombacci si chiese che cosa avrebbero detto gli storici di lui e di Mussolini poi si rispose “Sai, diranno, erano romagnoli tutti e due, si volevano bene…erano stati a scuola insieme…”



    Nella tarda giornata del 25 aprile 1945 la guerra stava per finire, gli alleati alle porte, Bombacci si rivolse al figlio di Mussolini, Vittorio, dicendogli: “Dove va tuo padre vado io, seguirò tuo padre fino alla fine, non dimenticherò mai che ha aiutato la mia famiglia quando aveva fame…” poi rivolgendosi ancora a Giovannini: “Una volta mi trovai in una situazione analoga accanto a Lenin a Pietroburgo (…) Ma adesso è peggio. Allora avevamo gli operai dalla nostra parte.”.



    Mussolini lo volle accanto a se sulla Alfa 1800 che lasciò Milano, poco dopo furono catturati dai partigiani e condotti in luoghi separati, i due amici non si rividero mai più; Bombacci fu condotto nel municipio di Dongo per essere ucciso.



    La colonna dei condannati fu avviata verso il luogo di esecuzione, racconta il partigiano Renato Codara: “ Aveva un paio di pantaloni a righe e una giacca nera lunghissima, mi fissò un istante e mi disse, portando la mano destra al cuore: “Spara qui…” rimasi un po’ sorpreso, poi gli risposi in dialetto “Cal sa preoccupa no…”. Prima che morisse l’ho udito gridare: “Viva Mussolini!, Viva il socialismo!”

    Pochi minuti dopo si sentirono gli ordini impartiti dal partigiano Riccardo: “Attenti! Dietrofront! Caricate! Giù le sicure! Puntate! Fuoco!”; “E un fuoco infernale” riferirà un testimone oculare “…di quelli che in guerra precedono il balzo dell’assalto. Pare siano stati sparati milleduecento colpi, due caricatori da quaranta pallottole per condannato. La gente urla. Alla prima scarica molti rimangono in piedi, alla seconda cadono tutti. Bombacci è caduto di spalle, con gli occhi azzurri rivolti al cielo. Ricomincia a piovere…”.



    Dopo essere stato esposto nel lugubre epilogo di Piazzale Loreto il cadavere di Nicola Bombacci fu sepolto nel campo 10 del cimitero milanese dei caduti dell’RSI di Musocco.

    Questa è la storia di Nicola Bombacci, non un uomo qualsiasi, personaggio scomodo per la destra e per la sinistra, uno dei massimi oratori e personaggi politici della storia d’Italia, tentò di percorrere la mitica “terza via” tra fascismo e comunismo e cavalcò il sogno della socializzazione che lo condusse, forse consapevolmente, alla morte…





    Riferimenti bibliografici:



    Arrigo Petacco, Il comunista in camicia nera;

    Edmondo Cione, Storia della RSI;

    Renzo De Felice, Mussolini, il rivoluzionario;

    Renzo De Felice, Mussolini, il fascista;

    Renzo De Felice, Mussolini, il Duce;

    Ugo Manunta, La caduta degli angeli;

    Guglielmo Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò.

    Paolo Spriano, Storia del PCI




    InStoria - Il bolscevico alla corte del Duce

  5. #5
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    Predefinito Rif: Nicola Bombacci - Tra Lenin e Mussolini

    NICOLA BOMBACCI: VIVA IL SOCIALISMO!

    di Sandro Pescopagano

    liberamente tratto da “Rinascita” 24/10/2007




    Il 24 ottobre 1879 a Civitella di Romagna nacque Nicola Bombacci, personaggio a cui tutti noi siamo grati perché incarna passionalmente l’intrinseca fusione degli ideali del Socialismo e della Nazione. Dopo una lunga militanza nel partito Socialista, a cui si iscrisse nel 1903 a Forlì, a causa dell’imbolsimento, dell’imborghesimento e dell‘eterno infruttifero riformismo, ebbe uno scatto d’orgoglio come solo la passionalità temperamentale dei romagnoli può produrre e non si lasciò scappare la novità rivoluzionaria di allora, la nascita della Repubblica dei Soviet.
    Con queste affermazioni lasciò la platea socialista: “Noi da oggi ci incamminiamo sulla via che ci è tracciata dalla storia, non con dei discorsi grandi o piccoli, ma coi fatti… noi andiamo avanti, dietro la luce, sia pure piena di terrore, della rivoluzione russa… è il comunismo che esce dagli scaffali dell’Accademia e comincia a realizzarsi, è il proletariato che inizia la sua vita nuova!” e così Bombacci, insieme ai vari Bordiga, Terracini, Gramsci e altri, fu fondatore del Partito Comunista a Livorno, presso il teatro San Marco, il 21 gennaio 1921.
    Il suo socialismo, perché, nonostante la sua appartenenza al PCI, non smise mai di definirsi tale, non si basava su mere dottrine scientifiche, così come non lo si può neppure annoverare tra i marxisti.
    Egli era sostanzialmente un romantico, idealista, rivoluzionario rurale che aveva individuato nitidamente i suoi nemici(casa Savoia, il potere borghese, la chiesa e il Vaticano, i latifondisti) e che per il cambiamento reale della società bisognava andare in mare aperto, per sperimentare fatti nuovi, uscendo dai palazzi incipriati della politica parlamentare o dai polverosi libri di ricette buone solo sulla carta per i rivoluzionari da salotto.
    Nella sua militanza comunista cercò di agganciare il PCI ai vari sconvolgimenti rivoluzionari dell’epoca, come nel caso dei moti fiumani. I primi attriti e scontri tra D’Annunzio e i suoi legionari e dall’altra parte i Fasci di Combattimento e Mussolini furono motivo per Bombacci di contattare il Vate, poiché entrambi avevano intuito già allora la sferzata a destra del movimento mussoliniano (pur non negando la bontà di una cospicua parte della base e il puro ma ingenuo tatticismo del futuro Duce, che, volendosi inserire al potere, si trovò ad esserne poi circondato).
    Tra D’Annunzio e Bombacci, per svariati motivi, non si andò oltre una sottoscrizione di 2.000 lire da parte dell’eroe fiumano a favore degli affamati della Russia Sovietica.
    L’astrattismo, l’inconcludenza, la mai dimenticata arrogante saccenza degli intellettuali del PCI lo marginalizzarono all’interno del partito tanto che preferì dedicarsi nella sua esperienza parlamentare alla difesa della madre della rivoluzione, la Russia dei Soviet. Del resto la stessa URSS aveva intuito la totale crisi del PCI, tanto che lo stesso Lenin affermò che in Italia l’unico socialista autentico in grado di compiere la rivoluzione fosse solo Mussolini.
    Col PCI oramai marginalizzato, burocratizzato e imborghesito ne venne espulso, col pretesto di un discorso alla Camera dei Deputati in cui chiedeva allo Stato fascista non solo il riconoscimento ufficiale dell’URSS ma che la Russia fosse messa su un piano rovuluzionario. “Se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due paesi, ma anche una apertura ideologica”... “Si per l’Italia, perché le mie opinioni non mi negano di desiderare il bene dell’Italia. Noi, onorevoli colleghi, vogliamo superare la Nazione non distruggerla, noi la vogliamo più di voi grande, e perciò vogliamo che sia retta da un governo di operai e contadini”.
    Risultato?Espulso, non in linea con gli scribacchini, ops compagni di partito.
    Dal 1927, anno della sua espulsione dal PCI, in poi, Bombacci servì da tramite commerciale per interscambi tra le due Nazioni rivoluzionarie. Furono questi gli anni in cui riflettè molto sullo stato della rivoluzione in Urss, sul socialismo inteso come affrancamento dei lavoratori e contadini dalle catene padronali, sul percorso sociale del fascismo, come lui affermò “ala raziocinante del socialismo”, ritrovandovi concrete tesi anticapitalistiche e di giustizia sociale.
    Da un semplice avvicinamento personale con Mussolini, entrambi socialisti e romagnoli, si arrivò a qualcosa di più sostanzioso. Erano gli anni delle Corporazioni, della Carta del Lavoro e molti socialisti ed antifascisti ammorbidirono le loro posizioni o addirittura rientrarono verso un fiancheggiamento del regime.
    L’onore di entrare nella mischia, per difendere il lavoro degli operai e contadini, Bombacci se lo conquistò sul campo, passo dopo passo, argomento dopo argomento, e ce ne erano per un socialista di argomenti, come le sanzioni della Società delle Nazioni contro l’Italia, rea di lesa maestà perché intaccava in Africa orientale gli interessi capitalisti e imperialisti di Inghilterra, Francia ecc. (e del resto la storia è ciclica, alcuni possono, altri no!ai giorni nostri l’Iran non può avvicinarsi al nucleare senza l’accusa di malvagità, stregonerie, terrorismo e quant’altro, mentre USA, Pakistan, India ecc si, perché buoni o amici dei buoni. Così come ieri l’Italia di Mussolini, oggi L’Iran degli Ajatollah).
    Con la sua rivista “Verità”, Bombacci fustigò i nemici della rivoluzione, fuori e dentro il fascismo(e ce ne erano tanti ma tanti dentro e lo si capì troppo tardi, anche nella RSI).
    Tra gli operai smascherò il fatto che l’URSS si era data al capitalismo di stato, altro che liberazione dei lavoratori: “Ritornare dei paria, di essere delle unità senza nome, senza scopo di un immenso e infernale esercito di schiavi”.
    Dopo la proclamazione della Repubblica Sociale Italiana, vedendo la possibilità di un approdo ad un sistema economico di stampo socialista, vi aderì convintamene sopravvalutando il fatto che i fascisti, ritornati alle radici sansepolcriste dei Fasci di Combattimento, si fossero epurati dalle derive ed infiltrazioni borghesi, dal folclore inconcludente, dai semplici nazionalisti ecc. Non era così e i 18 punti del manifesto di Verona e la legge sulla Socializzazione (voluti anche dal contributo di Bombacci e altri socialisti come Silvestri, oltre chiaramente a Mussolini), rimasero fortemente osteggiati sia dalle forze del Terzo Reich, che da settori interni vicini agli industriali e alle lusinghe borghesi oppure da fascisti duri e puri come Farinacci, contro tutti e basta.
    Sarebbe troppo lungo ma estremamente affascinante parlare dei postulati di stampo socialista in piena guerra durante la Rsi, come il diritto alla proprietà privata, ma con un limite a che non sia sfruttamento e mancanza di rispetto e dignità per il lavoro altrui.
    Circondato nei suoi comizi dall’affetto e dall’entusiasmo delle folle di lavoratori (oltre 30mila persone a Genova in Piazza De Ferrarsi e a Verona) spiegava carismaticamente come la “socializzazione è altruismo, dignità di lavoro, benessere, dirittura politica e morale dei lavoratori, purchè questi siano onestamente attivi, solleciti nel dovere verso la collettività… scevri da scorie borghesi di egoismi individuali” mai dimenticando di aprire gli occhi su cose era diventata l’URSS, imperialista “panslava” sui popoli confinanti (e se ne vedono ancor oggi i risultati con la russizzazione delle ex repubbliche, Moldavia, Lettonia, Lituania, Estonia, Kazakistan ecc), disumana verso i propri lavoratori, resi in schiavitù per un capitalismo di stato a vantaggio della sola “nomenklatura sovietica”. “Nella Russia l’operaio e il contadino non hanno raggiunto una sola delle aspirazioni della Rivoluzione Sovietica. Non hanno raggiunto un salario equo, non hanno conquistato un orario umano non hanno una casa degna di questo nome, non posseggono i mezzi materiali e spirituali per elevarsi per educarsi e per educare e istruire i propri figlioli. Nella Russia di Stalin non esiste uno stato socialista, ma uno stato-padrone…”.
    Il bolscevismo per Bombacci era stato contaminato dalla “plutocrazia giudaica”, trappola per interrompere l’emancipazione dei lavoratori verso la giustizia sociale, cosa del resto esplicita nei circoli di potere anglosassoni, tanto che nell’ Herald Tribune di N. York J. Haimann(ebreo) disse: “Posso assicurare i fratelli di tutto il mondo israelitico che nell’Unione Sovietica non c ‘è la dittatura del proletariato, bensì la la dittatura ebraica sul proletariato”. Parole inequivocabili e non di parte, che mettono definitivamente in luce, come capì un lungimirante Bombacci, come non c’era da aspettarsi nulla di buono dal comunismo sovietico, servo di interessi capitalistici, lobbistici e globalizzanti(mondialisti diremo oggi). Alla luce di tutto ciò non meraviglia come il CLN Alta Italia (a predominio comunista), come primo atto politico nell’Italia del dopo fascismo, abolì la legge sulla socializzazione, tanto invisa agli industriali e alla borghesia moralista (PADRONE comanda, picciotto esegue; LOBBY demo-pluto-giudaico-capitalista comanda, compagniucoli\cameratucoli o servi eseguono, solito copione).
    La fine di un idealista passionale, di un precursore dei tempi, mai cameriere di nessuno e tantomeno di una ideologia fu sul lungolago di Como a Dongo, fucilato per le sue idee(lindo, mai macchiatosi di sangue). Di fronte a quella miscela esplosiva che sono l’ignoranza e il materialismo consumista andò incontro ai suoi animaleschi esecutori e alla fucilazione al grido di “viva il Socialismo!”.
    Noi lo ricorderemo così, fiero, dignitoso, umano, convinto e soprattutto innocente socialista.




    NICOLA BOMBACCI: VIVA IL SOCIALISMO

  6. #6
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    Predefinito Rif: Nicola Bombacci - Tra Lenin e Mussolini

    RICORDIAMO NICOLA BOMBACCI







    28 aprile 1945 – 28 aprile 2008

    RICORDIAMO NICOLA BOMBACCI: UN EROE DIMENTICATO UN RIVOLUZIONARIO PURISSIMO

    E NOI – OGGI 2008 - INIZIAMO UNA DURA OPPOSIZIONE SOCIALE
    AL GOVERNO DEI BORGHESI CONSERVATORI,
    DEGLI INDUSTRIALI DI RAPINA, DEI MASSONI FILO-BRITANNICI
    E DEI TRADITORI ASSERVITI
    AL CAPITALISMO FINANZIARIO INTERNAZIONALE





    Gli anni socialisti (1879-1920).

    Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879. Dopo una breve esperienza in seminario, divenne insegnante elementare. Fin da inizio secolo fu attivo nel mondo sindacale operando tra Crema, Piacenza e Cesena e venendo eletto nel 1911 membro del Consiglio Nazionale della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL). A Modena, durante il primo conflitto mondiale, ebbe il suo trampolino di lancio, divenendo il leader indiscusso del socialismo locale, tanto che lo stesso Mussolini lo definì il Kaiser di Modena. Tra le guerre balcaniche e la rivoluzione russa fu contemporaneamente segretario della Camera del Lavoro, segretario della Federazione socialista provinciale modenese e direttore del periodico socialista “Il Domani”. Nel luglio 1917, Bombacci venne nominato membro della Direzione del Partito Socialista Italiano (PSI), affiancando il segretario Costantino Lazzari nella redazione della famose circolari dirette alle sezioni del partito e il direttore del periodico socialista Giacinto Menotti Serrati nell’opera di conquista del movimento operaio da parte della corrente socialista massimalista. Nel 1918, con gli arresti di Lazzari nel gennaio e di Serrati nel maggio, rimase praticamente solo alla guida del Partito. Fautore di una politica fortemente antiriformista, centralizzò e verticalizzò tutto il socialismo italiano: le federazioni provinciali del partito e il Gruppo Parlamentare Socialista (GPS) diventarono dipendenti direttamente dalla Direzione del PSI, alla quale si collegavano anche le organizzazioni sindacali e cooperativistiche rosse. Nel 1919 redasse con Serrati, Gennari e Salvadori il programma della frazione massimalista, vincente al XVI Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano (Bologna, 5-8 ottobre 1919); fu eletto segretario del Partito (11 ottobre 1919) e, il mese seguente, nelle prime elezioni politiche generali del dopoguerra (16 novembre 1919) deputato nella circoscrizione di Bologna con oltre centomila voti; fu una delle figure più potenti e visibili del socialismo massimalista nel biennio rosso. Nel gennaio 1920 presentò un progetto di costituzione dei Soviet in Italia, che ottenne pochi consensi e molte critiche, contribuendo però ad aprire un acceso dibattito teorico sulla stampa di partito. In aprile, fu il primo socialista italiano ad incontrare dei rappresentanti bolscevichi a Copenaghen, mentre in estate fu uno dei membri della delegazione italiana che andò nella Russia sovietica, partecipando anche al II Congresso dell’Internazionale Comunista.

    Fondatore nell’autunno della Frazione comunista insieme ad Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Egidio Gennari e Antonio Graziadei, oltre che direttore del periodico “Il Comunista”, al XVII Congresso Nazionale del PSI (Livorno, 15-21 gennaio 1921) optò decisamente per la scissione, non esitando ad entrare nel Partito Comunista d’Italia, Sezione Italiana della III Internazionale (PCd’I), nel quale divenne membro del Comitato Centrale.



    Gli anni comunisti (1921-1927).

    Rieletto deputato nelle elezioni politiche generali della primavera del 1921 nella circoscrizione di Trieste, Bombacci, non avendo una sua corrente nel nuovo partito, si trovò piuttosto isolato rispetto al gruppo ordinovista di Gramsci, Togliatti, Terracini e Tasca e agli astensionisti di Bordiga. Si situò nell’ala destra del PCd’I con Francesco Misiano, propenso ad un riavvicinamento coi massimalisti e contrario al partito settario e ideologizzato voluto dal Bordiga. Fu presto estromesso dai centri direttivi comunisti, cominciando dal CC del Partito. Come ha evidenziato, poi, sua nipote Annamaria Bombacci nell’opuscolo "Nicola Bombacci rivoluzionario, 1919 – 1921", ediz. Santerno, Imola, 1983) questa eslcusione fu decisa da "compagni poco compagni”.

    Ciò non impedirà a Nicolino di perfezionare la sua collaborazione con Vladimir Illjc Uljanov, (Lenin) fondatore dell’URSS, il quale, adottando la NEP (Novaja Ekonomiceskaja Politika), a partire dal 1923 favorì i rapporti economici soprattutto con il governo italiano di Mussolini.

    D’altronde già l’11 novembre del 1922, alla delegazione di comunisti italiani – guidata da Bombacci – in vista al Kremlino per un incontro col capo del bolscevismo, Lenin aveva dichiarato: "In Italia c’era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini! Ebbene, voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!". L’eco della "Marcia su Roma" del movimento fascista – avvenuto qualche giorno prima – aveva scatenato in Lenin il compatimento e la commiserazione per quei "compagni" d’Italia soltanto illusi di poter captare gli adepti socialisti fanaticamente indaffarati nelle scissioni, ma allo incapaci di comprendere le potenzialità di quel nuovo movimento politico italiano.

    La polemica dell’espulsione di Bombacci dal PcdI arrivò fino alle alte sfere sovietiche nel novembre 1923, quando il Comitato Esecutivo del PCd’I ne decise unilateralmente l’espulsione senza consultare l'Internazionale Comunista. Si accusava Bombacci, allora segretario del Gruppo Parlamentare Comunista, di aver fatto riferimento ad una possibile unione delle due rivoluzioni – quella bolscevica e quella fascista – in un intervento alla Camera dei Deputati il 30 novembre 1923. In particolare, Bombacci, su indicazione dell’ambasciatore russo in Italia, Jordanskij, aveva prospettato un trattato economico italo-russo, fortemente voluto dal Cremlino.

    Nel gennaio del 1924, Bombacci fu dunque richiamato a Mosca, dove rappresentò la delegazione italiana ai funerali di Lenin. Grigorij Zinov'ev ne decise il reintegro nel PCd’I, in quei mesi decimato dalla campagna di arresti decretata dal governo di Mussolini.

    Al suo ritorno in Italia, però, Bombacci iniziò a lavorare all'Ambasciata russa a Roma, al servizio del commercio e della diplomazia sovietica. Nel 1925 fondò la rivista “L’Italo-Russa”, poi una omonima società di import-export, che ebbero entrambe vita breve.

    L’avvento di Stalin, nel 1927, alla guida dell’URSS, con il conseguente allontanamento di Trotshij, Zinoviev e Kamenev dalla politica del Kremlino, chiuse l’appartenenza di Bombacci al partito comunista e promosse l’ulteriore avvicinamento a Mussolini

    Dinanzi a suo distacco dal Partito, ormai palese, nel 1927 i dirigenti comunisti in esilio ne decretarono l’espulsione definitiva.



    Gli anni dell’inattività politica e poi dell’avvicinamento al Fascismo (1927-1945).
    Negli “anni del silenzio”, Bombacci continuò a vivere a Roma con la famiglia. La collaborazione con l’Ambasciata sovietica sembra che non si prolungo più in là del 1930. Le necessità economiche e le gravi condizioni di salute del figlio Wladimiro, che abbisognava di costose cure, lo indussero a chiedere aiuto a gerarchi del regime, che conosceva da tempo – Leandro Arpinati, Dino Grandi, Edmondo Rossoni –, e poi allo stesso Benito Mussolini, con il quale aveva avuto rapporti politici nel periodo giolittiano. Il Duce gli concesse alcune sovvenzioni in denaro per le cure del figlio e gli trovò un impiego all’Istituto di Cinematografia Educativa della Società delle Nazioni a Roma.

    Dal 1933 Bombacci si avvicinò poco a poco sempre più chiaramente al Fascismo, tanto che con il 1935 si può parlare di una vera e propria conversione.

    Mussolini, all’inizio del 1936, gli concesse di fondare “La Verità” (la Pravda in italiano), una rivista politico-sociale, che, a parte alcune interruzioni dovute all’opposizione di alcuni gerarchi burocrati, durò fino al luglio del 1943. Al progetto collaborarono svariati altri ex-socialisti come Alberto e Mario Malatesta, Ezio Riboldi, Walter Mocchi, Giovanni e Renato Bitelli ed Angelo Scucchia.

    Bombacci non ebbe mai la tessera del Partito Nazionale Fascista (PNF), per opposizione di qualche stupido gerarca, sebbene egli l’avesse richiesta ripetutamente proprio al capo del Fascismo, al quale scriveva sovente.

    Bombacci fu anche tra i sostenitori dell’autarchia perché l’ostruzionismo del capitalismo anglo-americano significava soltanto d’impedire all’Italia e all’Europa il proprio riscatto dalle imposizioni schiaviste del trattato di Versailles del 1919.

    Dopo la caduta del governo, il 25 luglio 1943, e, in settembre, la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la creazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), Bombacci decise volontariamente di andare a Salò, dove divenne una specie di consigliere di Mussolini.



    Da allora l’ex-fondatore del Partito Comunista d’Italia ebbe più spazio e visibilità. La sua innata capacità oratoria e la sua vicinanza alle classi lavoratrici furono messe a frutto; pubblicò pure alcuni opuscoli sui pericoli del bolscevismo e la degenerazione staliniana dei principi comunisti.

    Proprio a Bombacci si attribuisce il progetto di “socializzazione”, che caratterizzò il “terzo Fascismo” (cioè quello repubblicano degli anni ’43-45, che seguiva il primo Fascismo rivoluzionario degli anni 1915-1922 e quello “istituzionale o regime” del ventennio).

    Il Decreto Legislativo sulla “socializzazione delle imprese”, che dava attuazione alla Carta di Verona del novembre 1943, fu approvato dal consiglio dei ministri della RSI nel febbraio del 1944.

    Negli ultimi mesi di guerra (settembre 1944 – marzo 1945) Bombacci non smise di propagandare la causa del Fascismo come unica vera rivoluzione sociale in grado di realizzazione il trionfo del lavoro, dando conferenze e facendo comizi tra gli operai nelle piazze del Nord della penisola.



    Il memorabile discorso di Genova.

    A Genova, nella centrale piazza De Ferrari, il 15 marzo 1945 Nicola Bombacci, che era uno straordinario oratore, illustrò ad una folla di oltre tremila persone (una moltitudine – in quei momenti tormentati dai bombardamenti nemici), composta principalmente dagli operai delle industrie navali del principale porto dell’Italia settentrionale insieme a quelli delle fabbriche siderurgiche e meccaniche delle delegazioni popolari di Sampierdarena, di Cornigliano, di Sestri Ponente, di Pegli e di Voltri, nonché della Valbisagno e della Valpolcevera, il significato del Decreto Legge sulla Socializzazione delle imprese, emanato dal governo della Repubblica Sociale Italiana il 12 febbraio 1944, che il ministro dell’Economia corporativa ing. Angelo Tarchi, coadiuvato dal sottosegretario Prof. Manlio Sargenti, s’impegnarono a renderla ovunque operante.

    Con quel Decreto il Fascismo repubblicano mostrava il vero volto del Fascismo, cioè quello socialista, che per troppo tempo, durante il ventennio, era stato offuscato dai massoni e dagli altri opportunisti della burocrazia, i quali avevano congelarono l’istituzione corporativa in una cronica condizione d’inefficienza e limitato le funzioni della confederazione dei Sindacati di categoria in un ruolo secondario.

    Nicola Bombacci, affascinante nella sua eloquenza, quel 15 marzo si rivolse ai produttori genovesi dicendo, tra l’altro: "Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre…".

    Poi aggiunse: "Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione (quella dell’Ottobre rosso del 1917 in Russia), credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno…" e, spiegando i motivi della sua adesione alla RSI, aggiunse: "Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito… ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario…".

    Nel contempo, tra lo stupore di tutti per quel linguaggio senza indugi, l’operaio metallurgico Paolo Carretta – presente nel pubblico – salì spontaneamente sul palco e volle testimoniare della sua esperienza drammatica di comunista esule nell’URSS staliniana. Questo fatto consentì a Bombacci di esortare gli operai al riscatto dell’onore nazionale dopo il tradimento dei Savoia, di Badoglio e dei massoni, ed a partecipare attivamente alla formazione dei consigli di gestione nelle aziende perché si trattava di "conquiste che, comunque vada, non devono andare perdute". Ed aggiunse che la socializzazione si sarebbe presto realizzata ovunque: "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché, tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…".

    Il discorso di Nicola Bombacci a piazza De Ferrari a Genova il 15.3.1945 e quello di Mussolini al Teatro Lirico di Milano (15.12.1944) possono essere considerati un unico testamento politico-sociale, destinato alle generazioni future, in attesa di un mondo nuovo, in cui finalmente possano affermarsi i principi della “Civiltà del Lavoro” di Gentile.

    Tocca a noi raccogliere quel lascito morale e non lasciarlo nel dimenticatoio in cui vorrebbero confinarlo i nemici dell’Idea e i traditori imborghesiti.



    Lo scrittore Arrigo Petacco, nel volume "Il Comunista in camicia nera - Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini" (ediz. Mondadori, 1996), evidenzia – a conferma di quanto segnalarono il 16.3.1945 i cronisti dei quotidiani genovesi "Il Secolo XIX" e "Il Lavoro" – che il discorso di Bombacci fu il migliore discorso pronunciato durante la RSI dinanzi alle maestranze delle più importanti fabbriche di Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto ecc., tra le quali le aziende editoriali Mondadori, Garzanti, "Corriere della Sera", "La Stampa".

    La socializzazione ebbe applicazione alla FIAT, alla Venchi Unica e alla "Gazzetta del Popolo". Inoltre, alla Dalmine – nonostante le incalzanti minacce dei comunisti tra le maestranze – gli operai votarono per il consiglio di gestione il 7 aprile e, dei 3253 elettori, vi furono 2272 votanti, con 1765 schede valide, 957 nulle e 531 di astenuti.

    Nel dopoguerra, lo studioso Salvatore Francia, nell’opera "L’altro volto della Repubblica Sociale Italiana" (ediz. Barbarossa, 1988), ha documentato l’equilibrio e l’azione di sviluppo vantaggioso della produzione maturato già all’inizio dell’applicazione del D.L. del febb. 1944, dimostrando altresì con l’intervista in extremis concessa dal capo della RSI a G.G. Cabella nel palazzo della Prefettura (20.4.1945) che il Duce, con tale colloquio-testamento, indicava l’esigenza urgente di un "piano di socializzazione mondiale", rammentando nel contempo con quanta fiducia Bombacci credeva in tale realizzazione politica ed economica.

    Lo confermò anche Giovanni Dolfin – segretario particolare del capo della RSI a Gargnano – nello scritto "Con Mussolini nella tragedia" (ediz. Garzanti, 1949 – pag. 118), indicando che, alla vigilia del 1° congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona nel novembre 1943, Mussolini gli disse: "Bombacci, che vive giorni di passione, è in prima linea tra coloro che si battono per una vera rivoluzione sociale".



    Nel volume "Uomini e scelte della RSI" (ediz. Bastogi, 2000) il curatore F. Andriola affidò a Guglielmo Salotti il compito di illustrare la figura di Nicola Bombacci e l’opera da lui svolta tra i protagonisti della repubblica di Mussolini e, anche in questa appassionata analisi, emerge con chiarezza che egli fu all’altezza del compito, contribuendo a far vibrare nel Manifesto di Verona (quello del PFR e approvato nel novembre 1943) lo spirito appassionato di Alceste de Ambris, il quale, nel 1919, nell’impresa di Fiume con Gabriele D’Annunzio e per la reggenza di quella Città, approntò la “Carta del Carnaro” ovvero lo "Statuto della Perfetta Volontà Popolare" in cui fu delineato un primo abbozzo di “socializzazione delle imprese”, poi ripresa nella Carta di Verona del 1943.

    Vittorio Mussolini ricorda la fedeltà di Nicola Bombacci al suo “compagno” Benito Mussolini fino alla morte.

    Bombacci rimase al fianco di Mussolini fino all’ultimo momento: i partigiani lo catturarono, in fuga per la Svizzera con il Duce, e lo fucilarono sulle rive del lago di Como il 28 aprile del 1945.

    Nicola Bombacci, sempre fedele, sempre sereno, aveva accompagnato Mussolini al suo ultimo e drammatico viaggio verso la morte.

    Il racconto di Vittorio Mussolini del suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci, ci indica la sua integrità morale: "Ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte. La sua calma mi è servita di conforto".

    Quando Bombacci fu posto di fronte al plotone di esecuzione, c’erano accanto a lui, Barracu, un valoroso ex-combattente, mutilato di guerra, Pavolini il poeta segretario generale del Partito, Valerio Zerbino, un intellettuale. Di fronte al plotone tutti gridarono: "viva l'Italia!", mentre per un paradosso, fedele riflesso della controversa personalità di Bombacci, egli gridò: "Viva il Socialismo!".

    Poi lo appesero per i piedi al distributore di Piazzale Loreto, a Milano, insieme a Mussolini, Claretta e gli altri, con la scritta “Supertraditore”.



    Onore a Nicola Bombacci!

    Noi oggi rendiamo onore a Nicola Bombacci, alla sua purezza ideale, alla sua indomita volontà di rivoluzione sociale.

    La figura di Bombacci è emblematica per tutti noi che oggi militiamo nella DESTRA-FIAMMA TRICOLORE e che ci accingiamo alla più difficile della battaglie: quella di essere Partito di opposizione e di lotta sociale contro il governo Berlusconi-Fini-Bossi, che giudichiamo un governo conservatore-borghese, filo-industrialista e perciò padronale, composto da lacché asserviti alle direttive che vengono dai potentati finanziari di Londra e Bruxelles e dalla massoneria britannica.

    Con questo governo non ci può essere dialogo, ma solo lotta di popolo.

    Lottiamo fino al crollo del governo Berlusconi, che avverrà molto presto sotto il peso delle stoltezze e delle sua incapacità, di cui sta già dando prova ancor prima di insediarsi, e per l’errore di avere dato spazio alla Lega Nord che lo sta già tradendo.





    NAZ1

  7. #7
    Avamposto
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    La verità di Bombacci sulla Russia


    Nell’aprile del 1936, quando uscì in 25.000 copie il primo numero di una rivista diretta da Nicola Bombacci e intitolata “La Verità”, l’ambasciatore sovietico a Roma faceva un nuovo tentativo per associare l’Italia all’alleanza russo-francese; ma i rapporti tra l’Italia e l’URSS erano molto cambiati rispetto a qualche anno prima.
    Fino al 1934, infatti, l’Italia fascista aveva cercato di impostare nei confronti della Russia sovietica una politica di più ampio respiro, instaurando un rapporto che è stato definito in termini “di interrelazione – di vero e proprio confronto – a livello delle ideologie e delle culture nazionali” (1). In altre parole, alcuni ambienti del regime fascista avevano visto nel sistema sovietico un termine di confronto, mentre alcuni elementi meno conformisti, i sindacalisti integrali in particolare, avevano cercato di individuare punti di contatto e analogie tra rivoluzione fascista e rivoluzione bolscevica (2). Sergio Panunzio scrisse che si poteva ormai intravedere la sintesi equilibratrice di Roma e Mosca, punti d’irradiazione “delle due grandi forze e delle due grandi rivoluzioni moderne: il Comunismo ed il Fascismo” (3). Alcuni erano giunti a parlare del bolscevismo come di un “preludio del fascismo” (4) o addirittura a dichiarare il “trionfo del fascismo nell’URSS” (5). Nel 1934, curando per l’editore Sansoni la pubblicazione di un libro di Stalin, Bolscevismo e capitalismo, Bottai considerava l’esperienza sovietica come un tentativo di “risolvere i problemi politici, sociali ed economici scaturiti o meglio accentuati dalla guerra mondiale”, mentre una raccolta di scritti di Stalin veniva pubblicata, nella collana “Documenti” della Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa; e ciò per iniziativa di Delio Cantimori, del quale l’Enciclopedia Italiana pubblicherà nel 1937 un paragrafo ammirativo dedicato alla scuola sovietica (6). Sembrava che la vecchia antitesi, “Roma o Mosca”, dovesse essere sostituita con un nuovo aut-aut: “O Roma e Mosca, o l’Europa di Ginevra”.
    Prima che l’avvicinamento italo-tedesco producesse il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca, l’URSS, pur esprimendo una formale condanna dell’operazione coloniale in Abissinia, aveva dato all’Italia un valido aiuto, rifornendola di carbone e petrolio nonostante le proclamate "sanzioni internazionali". Anzi, “Stalin, attraverso i comunisti italiani, inviò a Mussolini segnali abbastanza eloquenti” (7), mentre “si notava un cambiamento di atteggiamento del PCd’I verso il fascismo, destinato a sfociare, nell’agosto di quell’anno [1936, n.d.r.], nel famoso appello dei comunisti italiani ai ‘fratelli in camicia nera’” (8). Tale appello applicava le direttive di Manuil'skij, secondo il quale in Italia il fronte unico doveva essere realizzato "non coi socialisti ma coi fascisti" (9).
    Amadeo Bordiga, da parte sua, nel maggio 1936 osservava: “Mosca è oggi così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri nel Mediterraneo con quello italiano per uscirne sconfitto” (10); e ipotizzava che in tali manovre di avvicinamento rientrasse anche la nascita di una rivista diretta da Nicola Bombacci, il cui titolo, “La Verità”, suonava come la traduzione italiana di “Pravda”. Lo stesso Bordiga, d’altronde, era stato invitato da Bombacci a collaborare a tale rivista.
    Espulso nel 1927 dal PCd’I, del quale era stato tra i fondatori, Nicola Bombacci non aveva mai interrotto completamente i propri rapporti con l’Ambasciata dell’URSS e in particolare con l’addetto commerciale; nella sua qualità di intermediario d’affari della Delegazione Commerciale sovietica, nel 1930 aveva agevolato l’acquisto di grano russo da parte dell’Italia. Nel 1931, in ogni caso, sembra aver avuto termine “ogni rapporto, anche di natura tecnico-commerciale, tra Bombacci e l’Ambasciata sovietica a Roma, dove aveva trovato nel frattempo lavoro anche il figlio Raoul, rientrato nel 1925 dalla Russia per assolvere gli obblighi di leva. Una volta in Italia, Raoul Bombacci – che a Mosca era entrato in rapporti con l’ambasciatore italiano Manzoni – aveva collaborato col padre all’interno della Società ‘L’Italo-Russa’”, una società anonima per gli scambi commerciali con l’URSS (11). Tale società aveva ottenuto dalle autorità fasciste il permesso di pubblicare una rivista sovvenzionata da Mosca, la quale si proponeva di “illustrare le ricchezze dell’URSS e le sue audaci innovazioni politiche, economiche e culturali per dimostrare agli italiani che l’Italia risolverà i suoi problemi e la sua dura crisi economica solo quando avrà compresa la necessità di un’unione solida e fraterna con la Russia soviettista” (12).
    Forse non è necessario ipotizzare che Bombacci, col discorso tenuto alla Camera il 30 novembre 1923, abbia avuto un peso determinante sull’evento del 7 febbraio 1924, allorché l’Italia, prima tra le nazioni europee, riprese le normali relazioni diplomatiche con l’URSS, perseguendo – come rivendicherà Mussolini dieci anni più tardi – “una aperta e leale politica di intensificazione degli scambi con la Repubblica dei sovieti” (13); né è obbligatorio attribuire a Bombacci il merito del trattato di amicizia e non aggressione siglato tra Italia e URSS il 2 settembre 1933, “sbocco e coronamento” (14) del precedente riconoscimento; neppure è indispensabile individuare in lui il tramite del successivo incontro di Litvinov con Mussolini. Fatto sta che “la conoscenza di personaggi e di retroscena sovietici che egli poteva vantare poteva rivelarsi utile per gli scopi di uno dei settori portanti della politica estera mussoliniana” (15).
    Né va trascurato il fatto che nella prima metà degli anni Trenta Bombacci lavorò presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa e che nel quadro di tale attività mantenne i rapporti con l’Associazione sovietica per i rapporti culturali con l’estero. In quegli stessi anni furono proiettate alla Mostra di Venezia parecchie pellicole sovietiche, tra le quali un apprezzatissimo Gli eroi dell’Artico, che si concludeva con questa frase di Stalin: “Non ci sono fortezze che non possiamo conquistare”. Che Bombacci abbia svolto un ruolo in tutto ciò, nessuno è stato finora in grado di accertarlo.
    Tornando a “La Verità”, la linea seguita dalla rivista era “una linea socialnazionale in critica aperta col bolscevismo sovietico e favorevole all’alleanza nazista” (16), ma tale indirizzo cambiò allorché il Reich germanico e l’URSS firmarono il Patto di non aggressione. Il Patto Ribbentrop-Molotov infatti impose a Bombacci di attenuare la posizione critica che egli aveva assunta nei confronti del bolscevismo e di considerare la possibilità di un’alleanza fra le tre nazioni proletarie. Fu così che nel numero di settembre 1939 apparve un articolo di Dino Fiorelli significativamente intitolato Italia, Germania e Russia all’avanguardia del rinnovamento mondiale. La fase filosovietica della rivista di Bombacci durò fino al giugno 1941, allorché la notizia dell’attacco tedesco contro l’URSS sembrò fargli “tirare un sospiro di sollievo” (17).
    Nel 1942 Bombacci diede alle stampe un libretto intitolato I contadini nella Russia di Stalin, cui farà seguito, l’anno dopo, I contadini nell’Italia di Mussolini. Come è stato correttamente osservato, “Bombacci non infierisce sull’Unione Sovietica. Egli è, piuttosto, un antistalinista” (18), secondo il quale il fallimento del comunismo sarebbe dovuto alle “deviazioni staliniane”. Anche nell’articolo Dove va la Russia?, pubblicato il 19 agosto 1942 sul “Corriere della Sera”, Bombacci, “pur riconoscendo gli enormi sforzi compiuti per trasformare il paese in una potenza industriale, ne critica il risultato perché non ha portato tangibili miglioramenti alle condizioni dei lavoratori” (19). A tale proposito, sono molto chiare le parole che Bombacci stesso pronunciò il 15 marzo 1945, nel trionfale comizio di Piazza De Ferrari a Genova:

    Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre (…) Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno (…) Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. (20)

    Alla fine del 1942, mentre a Stalingrado infuriava la battaglia che segnò l’inizio della sconfitta dell’Asse, Bombacci si chiedeva: “Era proprio necessario muover guerra alla Russia?” (21). La risposta che egli forniva a tale interrogativo, era la seguente: “Sì, era necessario; indispensabile!” (22).
    Bombacci ricordava di avere accolto fiduciosamente il Patto di non aggressione tedesco-sovietico, considerandolo un punto di partenza per un’intesa fra le “tre grandi Nazioni proletarie” e per la liberazione dell’Europa dal giogo plutocratico.

    Non vi è dubbio che quando nell’agosto 1939 Hitler aveva trovato nel suo spirito, umanamente superlativo, la forza morale e l’audacia di proporre, con lealtà e sincerità d’intenti a Stalin, suo nemico ed antagonista, un patto di amicizia fra il suo popolo e quello russo, Egli aveva in quello steso momento dimenticato ogni offesa, cancellato dal suo animo ogni rancore, fatto tacere ogni sua personale ambizione, anche la più giusta, nell’interesse supremo del suo popolo e dell’intera umanità.
    Salus publica suprema lex. Si trattava di togliere, una volta per sempre, dal collo della Germania, dell’Europa, della stessa Russia, il piede soffocatore della plutocrazia anglosassone; si trattava di aprire un varco alla luminosa speranza di trovare, lungo il cammino, la possibilità, non transitoria, di una intesa fra le tre grandi Nazioni proletarie d’Europa, che avevano, ciascuna nell’ambito del proprio Paese, con metodi ed ideologie diverse e alcune decisamente contrastanti, lottato tutte per creare nel secolo XX, nel mondo, un nuovo ordine basato sulla giustizia e sul lavoro.
    E non è assurdo neppure pensare che uno spirito eletto abbia potuto credere che questa intesa, per l’enorme ed improvviso spostamento di forze che portava nello scacchiere europeo, potesse evitare anche la guerra. (23)

    Stalin però, secondo Bombacci, aveva fatto il doppio gioco, in attesa del momento opportuno per allearsi con Churchill e Roosevelt e realizzare il suo progetto di egemonia russa in Europa.

    Ma Stalin non aveva per nulla cambiato. Egli aveva semplicemente mentito ancora una volta.
    Egli aveva brutalmente, fraudolentemente pensato che il Patto di amicizia con la Germania si prestava magnificamente al suo piano di invasione dell’Europa.
    Egli aveva evidentemente accettato di fare la strada insieme con Hitler col solo proposito brigantesco di vibrare al compagno di viaggio la pugnalata alla schiena, nel momento più opportuno, per abbatterlo.
    Questa è la triste verità che gli avvenimenti militari e diplomatici fra l’agosto 1939 e il giugno del 1941 illuminano sinistramente, ma in modo da non lasciare né dubbio né equivoco.
    Stalin ha tradito con voluttà prima nelle intenzioni e poi negli atti. E oggi, dinnanzi all’esame dei fatti, aggiungo che questo volgarissimo inganno, questo tradimento di Stalin, è stato compiuto con la connivenza di Churchill. (24)

    Nelle righe successive, dopo aver indicato in Litvinov, “il vero fiduciario della plutocrazia ebraica anglosassone nella Russia bolscevica” (25), ovvero l’elemento di raccordo tra gli emissari britannici e il potere sovietico nel periodo del Patto di non aggressione, Bombacci riepilogava le richieste che Molotov aveva presentate a Hitler. Tali richieste, rivelatrici di un progetto espansionistico nei territori ad ovest e a sud dell’URSS (Finlandia, Romania, Bulgaria, Bosforo e Dardanelli),

    dicono chiarissimamente che alla mente megalomane di Stalin non si è mai affacciata l’idea di una intesa onesta e sincera con Roma e Berlino, per salvare dalle unghie rapaci della plutocrazia anglosassone i popoli proletari di Europa e le loro conquiste sociali. (26)

    Per Bombacci, il disegno delle potenze atlantiche è evidente. Esse utilizzano le miopi ambizioni imperialiste di Stalin per spezzare il fronte degli Stati totalitari, frustrare l’unità continentale e far dissanguare l’Europa in una guerra fratricida:

    sperano di perpetuare, almeno per un altro secolo, il loro dominio di aguzzini e di usurai in Europa e nel mondo; poco importa se il bastone del comando passerà dalle mani di Churchill a quelle di Roosevelt; l’importanza per l’alta finanza internazionale è che il regime di sfruttamento demoliberale non muti. (27)

    Nonostante le frasi d’obbligo (“Roma e Berlino vinceranno”), Bombacci vedeva dunque profilarsi all’orizzonte il declino dello pseudoimpero britannico. Non si trattava certamente un vaticinio dettato da qualche misteriosa ispirazione: nell’anno in cui venivano scritte queste righe, la Canzone di Giarabub aveva diffuso tra gl’Italiani l’idea che “la fine dell’Inghilterra” fosse già cominciata. Ma Bombacci aveva capito anche un’altra cosa: che i calcoli di Stalin non avrebbero giovato a lungo alla Russia e che i nuovi padroni del mondo sarebbero stati, alla fine, i compatrioti di Roosevelt.









    1. G. Petracchi, “Il colosso dai piedi d’argilla”: l’URSS nell’immagine del fascismo, in E. Di Nolfo – Romani H. Rainero – B. Vigezzi (a cura di), L’Italia e la politica di potenza in Europa (1938-40), Marzorati Editore, Milano 1985, p. 150.
    2. Cfr. G. Petracchi, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana: Le relazioni italo-sovietiche, 1917-1925, Laterza, Bari 1982, p. 225 ss.
    3. S. Panunzio, La fine di un regno, “Critica fascista”, 15 settembre 1931, (riportato nell’antologia curata da F. Malgieri e G. De Rosa, Critica Fascista, Landi, San Giovanni Valdarno1980, p. 672).
    4. B. Spampanato, Universalità di Ottobre. Roma e Mosca o la vecchia Europa?, “Critica fascista”, 1 novembre 1931, p. 405 ss. Ma già nel 1930 Spampanato aveva pubblicato su “Critica fascista” l’articolo Equazioni rivoluzionarie: dal bolscevismo al fascismo (riportato in F. Malgieri e G. De Rosa, op. cit., pp. 589-593), “incentrato sull’idea che a Mosca lo speciale carattere nazionale russo avesse dato vita ad un regime di transizione, destinato a trovare il suo sbocco in un fascismo orientale” (L. L. Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona, Settimo Sigillo, Roma 1989, p. 121). Secondo Spampanato, “il capitalismo si è scavato la fossa. A Roma e a Mosca ve lo hanno adagiato più o meno bruscamente dentro” (Universalità di Ottobre. La crisi d’Europa, “Critica fascista”, 15 novembre 1931, p. 434 ss.). Il dibattito che ebbe luogo sulle pagine di “Critica fascista”, scrive De Felice, “è per noi di grande significato, perché molti degli interventi rivelano un interesse e una ‘disponibilità’ per l’esperienza sovietica veramente notevoli, tanto da giungere in qualche caso a negare l’antitesi e a prefigurare un avvicinamento tra ‘Roma e Mosca’” (R. De Felice, Mussolini il duce, II. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino 1981, p. 302).
    5. R. Bertoni, Il trionfo del fascismo nell’URSS, Signorelli, Roma 1933 (ristampa 1937); Idem, Russia, trionfo del fascismo, La Prora, Milano 1937. “Renzo Bretoni all’inizio degli Anni Trenta si era laureato all’Università di Roma con una tesi sul bolscevismo, il cui tema di fondo era incentrato sull’inevitabilità di un incontro fra il fascismo e il bolscevismo, poiché unico era il loro scopo: ‘migliorare la società, rialzare le condizioni del popolo’. In seguito, il Bretoni aveva soggiornato in Russia, nel quadro degli scambi culturali italo-sovietici, e per un anno aveva cercato attraverso varie sperimentazioni una verifica alla sua ipotesi di studio. Al suo ritorno pubblicò un libro dal titolo paradossale: Il trionfo del fascismo nell’URSS (1933), nel quale era arrivato alla conclusione che in realtà non c’erano due rivoluzioni, ma una sola – quella fascista – poiché quella bolscevica aveva più valore negativo che positivo e che per uscire dalla sua tragica situazione doveva applicare i principi del fascismo” (G. Petracchi, op. cit., p. 155).
    6. “Dopo il primo periodo di lavoro per eliminare le tracce del passato e per la ‘rivoluzione culturale’, parallelo al ‘comunismo di guerra’, l’Urss va ora compiendo un grandioso sforzo di nuova organizzazione scolastica, unificando i sistemi pedagogici e creando una grande rete di scuole di ogni tipo, pur rispettando, nell’insegnamento, le esigenze nazionali delle varie repubbliche” (D. Cantimori, Ordinamento scolastico, Enciclopedia Italiana, vol. XXXIV, p. 829).
    7. A. Peregalli – S. Maggioro, Amadeo Bordiga. La sconfitta e gli anni oscuri (1926-1945), Colibrì, Milano 1998, p. 223. Cfr. G. Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 152.
    8. A. Peregalli – S. Maggioro, op. cit., ibidem. L’appello, intitolato Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!, apparve su “Lo Stato Operaio” (Parigi), a. X, n. 8, agosto 1936, pp. 513-536. Recava in calce le firme di Palmiro Togliatti e di una sessantina di militanti. Cfr. P. Neglie, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL (1928-1948), Il Mulino, Bologna 1996, p. 31 ss.
    9. P. Spriano, Il compagno Ercoli. Togliatti segretario dell'Internazionale, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 55.
    10. A. Peregalli – S. Maggioro, op. cit., p. 222.
    11. G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Bonacci, Roma 1986, pp. 92-93.
    12. A. Petacco, Il comunista in camicia nera. Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Mondadori, Milano 1996, p. 105.
    13. B. Mussolini, Italia e Russia, “Il Popolo d’Italia”, 232, 30 settembre 1933.
    14. Ibidem.
    15. G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, cit., p. 101.
    16. A. Petacco, op. cit., p. 135.
    17. A. Petacco, op. cit., p. 136.
    18. E. Landolfi, Ciao, rossa Salò. Il crepuscolo libertario e socializzatore di Mussolini ultimo, Edizioni dell’Oleandro, Roma 1996, p. 267.
    19. A. Petacco, op. cit., p. 189.
    20. A. Petacco, op. cit., p. 7.
    21. N. Bombacci, Fuori dall’equivoco. Chi ha tradito?, “La verità”, a. VII, n. 12, 31 dicembre 1942. Questo numero de “La verità” è stato ristampato, insieme col n. 7 dell’a. V (31 luglio 1940), in un volume intitolato La verità, a cura della Confederazione Unica del Lavoro, della Tecnica e delle Arti, perugina, s. d. (ma: 2004).
    22. Ibidem.
    23. Ibidem.
    24. Ibidem.
    25. Ibidem.
    26. Ibidem.
    27. Ibidem.


    Inserita il 12/10/2005 alle 1212




    Claudio Mutti

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    Grande , immensa, figura di rivoluzionario quella di Nicola Bombacci. Uomo di carattere, vera passione per la politica per la quale spese tutta una vita: da comunista e sovietista a fervente propagandista della socializzazione nella RSI. Uomo vero, vero rivoluzionario!
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

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