Nicola Bombacci
Tra Lenin e Mussolini
Chissà se gli squadristi che cantavano, negli “anni eroici”, il ritornello “Con la barba di Bombaci noi farem gli spazzolini per pulire gli stivali a Benito Mussolini”, non avrebbero mai immaginato che quest’odiato capo comunista sarebbe finito ucciso a Dongo e il suo cadavere esposto a Piazzale Loreto a fianco a quello del Duce…Il destino è strano e davvero singolare, precede per le strade tortuose che non si riesce mai ad immaginare dove sbuchino. E così può capitare che un giovane seminarista, proveniente da una famiglia cattolica, aderisca al socialismo più estremista, fondi il partito comunista nel proprio Paese e poi aderisca alla Repubblica Sociale seguendo fino alle conseguenze più tragiche la sorte di Mussolini. E’ questa in sintesi, la vicenda di Nicola Bombacci, nato il 24 ottobre 1879 a Civitella di Romagna nel Forlinese. Il padre era un militare dello Stato Pontificio che, dopo l’annessione della Romagna al Regno d’Italia, si diede macchia per non servire il nuovo governo. Educato religiosamente, il giovane, trasferitosi nel frattempo a Meldola con la famiglia, fu iscritto al seminario di Forlì. Dal seminario, frequentato con ottimi voti, Nicola si allontana nel 1900: l’anno successivo è ammesso alla Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, d’onde esce diplomato maestro elementare nel 1904, l’anno seguente si sposa ed ottiene la cattedra a Baricella di Bologna. E’ in questo luogo che avviene la sua decisa “conversione” di socialismo. L’influenza di un personaggio carismatico come Andrea Costa, nonché le obiettive situazioni di miseria dell’Emilia e nella Romagna dell’epoca, portavano molti giovani a militare in formazioni politiche di sinistra, più o meno estreme. La sinistra di allora era divisa, grosso modo, in due funzioni: repubblicani, che rappresentavano una sinistra patriottica come ascendenze risorgimentali, mazziniane in particolare, ed i socialisti, marxisti e anarchici. Nicola Bombacci si distingue subito per il proprio estremismo. Nel 1910 è segretario della sezione socialista di Cesena e direttore del giornale Il Cuneo. E’ assolutamente intransigente e rifiuta ogni forma di collaborazione con le altre forze di sinistra non classista come, appunto, i repubblicani. In quegli anni Bombacci conosce un altro socialista rivoluzionario ed intransigente come lui, Benito Mussolini. Entrambi sono antimilitaristi e contestano aspramente l’impresa di Libia. Ma, mentre Mussolini cambierà atteggiamento nel 1915, Bombacci continua la propria propaganda antimilitarista anche negli anni della Grande Guerra, cui non partecipa poiché riformato per motivi di salute. Per questa sua attività, considerata al limite del salvataggio, Bombacci è arrestato e condannato all’inizio del 1918. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre il suo motto è ”fare come Lenin in Russia” ed accende ulteriormente il proprio estremismo e la lotta contro la frazione legalitaria all’interno del Psi, si fa sempre più aspra è l’inizio del cammino che porterà alla fondazione del Partito Comunista. Eletto deputato a Bologna nel 1919 svolge, per incarico del governo italiano, un’ufficiosa operazione diplomatica per favorire l’instaurarsi di qualche rapporto tra Regno d’Italia e Russia sovietica. Da convinto rivoluzionario, prova una certa simpatia per l’impresa di Fiume, di cui ha intuito le potenzialità “sovversive”. Nel novembre del 1920 la frazione comunista all’interno del Psi si organizza e a Bombacci è affidata la direzione del settimanale Il Comunista d’Imola. Nel 1921 il partito Comunista è fondato ufficialmente e Bombacci dirige il suo organo di stampa, l’Avanti comunista, che si pubblica a Roma. Parecchie sono le lotte che Bombacci deve sostenere all’interno del suo stesso partito contro i dottrinari che nulla hanno capito della situazione politica italiana e che si lasciano sfuggire tutte le occasioni per strappare l’iniziativa o ai socialisti o ai fascisti. In Parlamento Bombacci si impegna al massimo per favorire la ripresa dei rapporti tra Italia e Russia e, paradossalmente, vinse questa battaglia quando al governo arrivarono i fascisti. E’, infatti, Mussolini il primo statista occidentale a considerare realisticamente la ripresa dei rapporti con il governo sovietico, attorno cui i governi borghesi di tutto il mondo avevano steso una sorta di “cordone sanitario”. E’ Proprio un discorso parlamentare pro sovietico a far “inciampare” colui che fu tra i fondatori del Partito Comunista nell’eresia. Bombacci afferma, il 30 novembre 1923, rivolto a Mussolini: “La Russia è un piano rivoluzionario se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due Paesi”. A tale discorso Mussolini replica in maniera favorevole ed i due si trovano d’accordo per agire in politica estera secondo il migliore interesse della Nazione italiana. I dirigenti del Partito Comunista prendono le distanze dal discorso di Bombacci, il quale ha osato riconoscere un carattere rivoluzionario al Fascismo, cosa intollerabile per l’ortodossia marxista ed ha osato parlare d’interessi nazionali, quando ai comunisti interessano solo gli interessi di classe. Il Comitato Esecutivo del partito invita Bombacci a dimettersi da deputato e, non avendo questi ottemperato all’invito, è espulso. L’ormai emarginato Bombacci, inviso a sinistra così come ai fascisti, è aiutato personalmente da Mussolini, che gli permette di vivere dignitosamente grazie ad un impiego presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa, il cui ufficio romano ha sede in una palazzina di Villa Torlonia, la residenza della famiglia Mussolini. E’ lo stesso Mussolini a permettere a Bombacci il rientro nella vita politica, finanziandolo in una sua attività pubblicistica, ossia la fondazione della rivista “La Verità”, mensile che esce a Roma nell’aprile del 1936. La rivista, si segnala per la libertà con cui commenta i fatti del Regime e per le idee di “sinistra nazionale” che rappresenta, è criticata per motivi opposti, sia dagli antifascisti, che la ritengono una sorta di specchietto per le allodole a beneficio soprattutto della stampa estera, che così non avrebbe più potuto negare una certa libertà d’espressione in Italia, sia dai fascisti intransigenti, che così vedono un ritorno alla ribalta del vecchio mondo antifascista. Mussolini, però, prende sotto la sua protezione la rivista, che continua ad uscire fino al 1943. Alla rivista si affianca anche una certa attività editoriale e così la “Verità” pubblica libri dello stesso Bombacci (“Il mio pensiero sul Bolscevismo”, “I contadini nella Russia di Stalin”, “I contadini nell’Italia di Mussolini”), d’Eugenio Roggiano Pico, d’Ambrogio Bollati e di vari altri autori. Tra i collaboratori della rivista Sigfrido Borghini, Walter Mocchi, già fondatore del settimanale “Avanguardia Socialista”, dove il giovane rivoluzionario Benito Mussolini aveva pubblicato le sue corrispondenze dalla Svizzera, Ezio Ribaldi, già deputato comunista, Alberto Malatesta, Anton Giulio Bragaglia e Paolo Orano. Nicola Bombacci ed alcuni tra i suoi più stretti collaboratori aderiscono anche alla Repubblica Sociale Italiana. Qui, Il Fascismo pareva volesse tornare alle proprie origini rivoluzionarie, la parola “Socialismo” non era più tabù e nuovi spazi politici, un tempo inimmaginabili, si aprivano per l’antico comunista. Nel periodo della Rsi, Bombacci ha modo di rinverdire le sue capacità tribunizie: va nelle fabbriche a parlare di socializzazione ed i suoi comizi riscuotono un immenso successo, la sua oratoria cattura e convince l’uditorio operaio. Egli parla a financo negli ultimi giorni della Rsi ed il 25 marzo 1945, a Genova, vi è ad ascoltare una folla di trentamila operai. Egli spiega loro che il vero Socialismo non era quello di Lenin, ma quello di Mussolini, che lui non ha mai rinnegato i suoi principi di gioventù e che solo la Rsi è ben decisa a rivendicare i diritti degli operai. E’ il canto del cigno di quest’apostolo della rivoluzione proletaria. Il 25 aprile 1945 è, in prefettura, a Milano, e sale in macchina, con Mussolini, l’unico che, negli anni bui della sua vita, l’ha aiutato. Tre giorni dopo finirà fucilato a Dongo: di fronte al plotone d’esecuzione si comportò con estrema compostezza e, prima di cadere a morte, riesce ad urlare “ Viva l’Italia, viva il Socialismo”, quel Socialismo che gli pareva poter essere realizzato dal suo vecchio compagno di lotte romagnolo e che era stato tradito proprio da chi se ne era proposto come alfiere.
Il socialismo mussoliniano
Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (Forlì) nel 1879. Aveva dunque quattro anni più di Benito Mussolini e, come lui, iniziò la vita politica nel partito socialista (era il 1903) tre anni dopo, malgrado la maggiore età, del futuro Duce (furono i socialisti per primi a chiamarlo così ...) che, lo ricorda E. Gentile su "Mondo Operaio" nel 1982, aderì al PSI nel 1900. Bombacci, come Mussolini, si schiera con l'ala più intransigente del partito, che diviene maggioranza dopo il congresso di Reggio Emilia. Furono poi le fasce popolari più scontente e ribelli che, entrando nel partito socialista e raddoppiando il numero degli iscritti, riusciranno al congresso di Ancona (1914) a riconfermare questa maggioranza. A tale proposito, nella "Storia del socialismo italiano" di Gaetano Arfè (Einaudi, Torino, '65) si dice: «... l'incremento numerico del partito (...) è l'abbattimento di ogni barriera tra il proletariato e la teppa ...». Di Bombacci un altro osservatore di quel periodo, Ugo Ojetti, riferisce che: «... il deputato romagnolo, magro, gentile e piccolino, vestito di nero (...) è angelico».Addirittura al congresso socialista del settembre '18, a Roma, Nicola Bombacci viene eletto segretario del partito. Leadership che gli fu riconfermata nei primi mesi del '19. (In quegli anni Mussolini intravede, in una visione patriottica, i postulati di quella che diverrà l'unica vera rivoluzione Italiana. Nasce infatti dal Risorgimento attraverso il pensiero di uomini come Mazzini, Garibaldi, Pisacane e l'epopea della grande guerra '15-'18, è quel filo ideale che arriva al Fascismo, punto di partenza di un nuovo Stato che trent'anni dopo giungerà, come tappa ultima e fondamentale, alla Repubblica Sociale di Mussolini, ma anche di Gentile, Marinetti, e dello stesso Bombacci). Quindi Bombacci, ritornando al '19, non era un semplice tribuno locale o un folcloristico Lenin della Romagna, ma una autorevole personalità nonché uno dei capi del socialismo italiano dell'epoca. La sua visione massimalista del socialismo e del suo filo-sovietismo lo portano, lasciata la segreteria socialista al rientro di Lazzari, dopo la detenzione di quest'ultimo come disfattista, a fondare nel '21 a Livorno, con altri compagni, il P.C.d'I. (Partito comunista d'Italia). Già nel 1920, fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò, assieme a Serrati, Graziadei, D'Aragona ed altri sindacalisti, in URSS. La sua posizione politica, come quella di Gramsci e il gruppo "Ordine Nuovo", non traccia confini invalicabili con i futuristi di Marinetti, che appoggiano l'impresa Fiumana di D'Annunzio. Tra le due rivoluzioni del secolo sembra esserci, da parte di alcuni esponenti già in odore di eresia, uno scambio di segnali che travalica la dura realtà degli scontri fisici che contraddistinguono la cronaca di quei giorni. Nella carriera politica del deputato comunista On. Bombacci vi fu poi un grave «incidente». Esso avvenne quando Mussolini, nel suo intervento alla camera del 16 novembre '22, già nominato Capo del governo, pronunciò in quel suo sorprendente discorso la seguente affermazione: «... Per quanto riguarda la Russia, l'Italia ritiene sia giunta l'ora di considerare nella loro attuale realtà i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle condizioni interne nelle quali come governo non vogliamo entrare ...». Così l'Italia, guidata da Benito Mussolini, fu il primo paese occidentale a riconoscere l'Unione Sovietica, seguendo una linea già abbozzata dall'On. Nitti, il più capace dei governanti pre-fascisti. Bombacci che, come si è detto, era particolarmente vicino ai sovietici, rispose euforicamente al discorso di Mussolini, facendo un paragone fra le due rivoluzioni. Molti fascisti, che vedevano nel comunismo italiano il disfattismo antinazionale, rifiutarono questa interpretazione; altrettanto la ritennero improponibile per diversi motivi i comunisti e Bombacci, nel '27, dopo un lungo braccio di ferro con l'Internazionale che ne sosteneva la riabilitazione (aveva partecipato nel '24 a Mosca ai funerali di Lenin), venne definitivamente espulso dal P.C.d'I. Devo segnalare che nemmeno Berto Ricci, il fascista eretico fondatore della vivacissima rivista "Universale", tentò in seguito di recuperare agli ambienti fascisti, sia pur non ufficiali, Bombacci e gli ex-comunisti espulsi con lui dal partito comunista. Malgrado ciò Bombacci da quel lontano «'27» guardò sempre con interesse al fascismo di «sinistra» e, in quello spirito, Mussolini gli permise la pubblicazione di una sua rivista mensile di politica, "La Verità" che imitava il titolo della "Pravda". Il suo primo numero uscì nel '36 con la collaborazione di parte del vecchio mondo socialista, nomi quali Walter Mocchi, Giovanni Renato Bitelli e il sindacalista Alberto Malatesta. Quello fu anche il periodo in cui Ivanoe Bonomi stava progettando la costituzione di una "Associazione Socialista Nazionale" con gli ex-deputati Bisogni, D'Aragona, Caldara, disposti a collaborare con il regime. Interessante è uno scritto di Walter Mocchi, pubblicato sulla rivista di Bombacci nel numero del 31 ottobre '40 (era il momento del breve idillio Stalin-Hitler): «... eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, s'incontreranno sopra un comune terreno di redenzione sociale ...». Un altro episodio di riconciliazione avviato da Bombacci che è giusto segnalare, fu il suo interessamento verso Gramsci quando questo ultimo fu arrestato, (e sarebbe interessante, in un diverso scritto, appronfondire il caso Gramsci), sollecitando il Duce a considerarne la malferma salute. Il permanere di contatti con il vecchio mondo socialista, portarono Bombacci a farsi interprete e intermediario, nel '34 assieme all'ex-sindaco di Milano Caldara, nel sollecitare, con Nino Levi, un colloquio con Mussolini per proporre il rientro nei sindacati fascisti di personaggi come Bentivogli, ex-sindaco di Molinella, Massarenti, Rigola e, cautamente, Romita. A tale proposito esiste un documento di ambienti socialisti romagnoli, citato anche da Renzo De Felice, a favore del Fascismo corporativo, considerato di «sinistra» e del suo Capo. Molti tentativi rimasero tali, ma è giusto ricordare quando Bombacci indirizzato a Mussolini, dopo i tragici avvenimenti di quel periodo che dimostra la lealtà e la profonda dedizione dell'ex-deputato comunista: «Duce, già scrissi in "Verità" nel novembre scorso -avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi- Sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento di Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti pluto-monarchici del '22 ...». Nella RSI evidente fu il ruolo di Bombacci, con Mussolini e Tarchi artefice della legge più rivoluzionaria del fascismo: quella sulla socializzazione. Questa legge dimostra e testimonia il percorso avvenuto in quel tormentato periodo nell'animo dell'ex-comunista: la socializzazione è il traguardo del primo come dell'ultimo movimento fascista. Nei vari discorsi pronunciati in tutto il Nord-Italia (tema che mi riprometto in un altro scritto, di riprendere), soprattutto l'ultimo a fine marzo '45 a Genova, in piazza De Ferrari, di fronte ad oltre trentamila operai, vi è tutta la sua dedizione a Mussolini e l'entusiasmo per il recupero del Duce alle sue radici socialiste, cosa che permette di capire il comune destino di sangue nell'imminente tragico aprile. Mussolini lo volle dunque vicino negli ultimi giorni della Repubblica Sociale; in proposito cito il libro "L'ora di Dongo" di A. Zanella edito da Rusconi nel '93, perché rivedeva in quella comunanza il ritorno agli ideali del '19. La sua volontà di dedicare la conclusione della propria vita terrena al tentativo di un radicale rinnovamento delle istituzioni sociali non fu atto velleitario, come qualcuno vuole far credere, ma accelerazione di un progetto già intravisto durante il regime con le grandi riforme popolari del mondo del lavoro e della tutela sociale. È con il Fascismo repubblicano della RSI che Bombacci ottiene da Mussolini lo spazio per interpretare, assieme a lui, le linee programmatiche della grande, incompiuta, riforma socializzatrice. Lo scempio di piazzale Loreto è la sintesi della ortodossia eretica delle due rivoluzioni; i cadaveri di Mussolini e Bombacci massacrati dalla alleanza capitalista stalinista ne sono la prova storica. Beppe Niccolai il 14 maggio '88 a Forlì, alla Sala Gaddi, tenne una conferenza, la prima in Italia, sul tema «Nicola Bombacci - passione e rivoluzione». E certo non è casuale l'incontro ideale di due personalità quali quelle di Bombacci e Niccolai: due vite apparentemente lontane, ma entrambe vicine a quel progetto di rinnovamento sociale dell'Italia voluto dal «Mussolini che scende dal piedistallo», l'ultimo, quello a noi più caro.
Da Lenin a Mussolini
«Il 29 aprile ’45 furono passati per le armi i gerarchi fascisti per mano dei partigiani comunisti. Cosa curiosa, fra questi c’era una delle massime figure del comunismo italiano, né più né meno che Nicola Bombacci, il fondatore del Partito Comunista Italiano (PCI), amico personale di Lenin, col quale stette in URSS durante la Rivoluzione d’Ottobre. Soprannominato il «Papa Rosso» e, finalmente, incondizionato sostenitore di Mussolini al quale si unì negli ultimi mesi del suo regime. La sua vita fu la storia di una conversione o di una tradizione? O fu per caso, l’evoluzione naturale di un nazional-bolscevismo? La pubblicazione in Italia di una biografia di Bombacci ha riaperto il dibattito sulla ideologia rivoluzionaria del fascismo mussoliniano». Nicola Bombacci nacque in seno ad una famiglia cattolica della Romagna il 24 ottobre 1879, a pochi chilometri da Predappio, ove nascerà, pochi anni dopo, quello che sarebbe stato il fondatore del fascismo, in una regione in cui la lotta operaia si distinse per la sua durezza. Entra in gioventù nel Partito Socialista Italiano e prende il diploma di maestro (nuovamente le somiglianze con il Duce sono evidenti) per dedicarsi subito, anima e corpo, alla rivoluzione socialista. Per la sua capacità di lavoro e le sue doti organizzative, fu incaricato di dirigere gli organi di stampa socialisti; qui aumenta il suo potere in seno alle organizzazioni operaie e conosce Mussolini che, non dimentichiamolo, fu la grande promessa del socialismo italiano prima di divenire nazional-rivoluzionario. Opposto alla linea morbida della socialdemocrazia, Bombacci fonda, insieme a Gramsci, il Partito Comunista d’Italia e nei primi Anni '20 si reca in URSS per partecipare alla Rivoluzione bolscevica. Lì fa amicizia con Lenin che in una riunione al Cremlino dice di Mussolini: «In Italia compagni, in Italia c’è solo un socialista capace di guidare il popolo verso la rivoluzione: Mussolini!» E poco dopo il Duce inizierà la rivoluzione, però fascista... Come leader del neonato Partito Comunista, Bombacci si convince come la borghesia italiana, che lo soprannomina il «Papa Rosso», sia l'autentico nemico pubblico numero uno. Eletto tra i primi deputati del partito, mentre le squadre fasciste iniziano a formarsi e a confrontarsi con le milizie comuniste, ha come missione quella di contenere l’inevitabile presa del potere da parte del fascismo, ma fallisce nel suo impegno. Dopo l’ascesa al potere da parte di Mussolini resta, senza ombra di dubbio e fedele alle proprie convinzioni, l’eterno anticonformista e il difensore di una politica di avvicinamento dell’Italia all’URSS. Difensore di una Terza Via, ove il nazionalismo rivoluzionario del fascismo avrebbe potuto incontrarsi col socialismo rivoluzionario del comunismo, fu espulso dal PCI nel ’27 e condannato ad un ostracismo politico; nonostante ciò non smise di mantenere contatti con i dirigenti politici russi. A poco a poco si converte, benché «sui generis», a difensore del regime fascista. Non accetta gli incarichi che gli sono offerti, non rinnega le sue origini comuniste e mai nasconde le proprie intenzioni. Nel '36 scrive sulla sua rivista, "la Verità", confessando la propria adesione al fascismo, che: «ho fatto una grandiosa rivoluzione sociale, Mussolini e Lenin. Soviet e Stato Fascista Corporativo, Roma e Mosca. Molto dovremo rettificare, ma nulla di cui farsi perdonare; oggi come ieri ci unisce lo stesso ideale: il trionfo del lavoro».È naturale che Bombacci, un tempo leader comunista, abbia accettato la nuova situazione politica pur rimanendo sempre critico nei confronti del regime. Nonostante l’amicizia con il Duce fosse da tutti conosciuta, non aderisce mai al Partito Nazionale Fascista. Quando Mussolini viene deposto nel luglio '43 e liberato dai tedeschi un mese dopo, il partito fascista crolla. La struttura organica scompare e i dirigenti del partito, provenienti in maggioranza dai ceti privilegiati della società, passano in massa al governo di Badoglio. L’Italia si trova divisa in due, «a sud di Roma gli Alleati avanzano verso il nord» e Mussolini raggruppa i suoi più fedeli, tutti vecchi camerati della prima ora e giovani entusiasti «che i dirigenti del partito avevano abbandonato» e che ancora credono nella rivoluzione fascista e proclama la Repubblica Sociale Italiana. Immediatamente il fascismo sembra voler tornare alle proprie origini rivoluzionarie e Nicola Bombacci aderisce all’appena proclamata Repubblica e porge a Mussolini tutto il proprio appoggio. Il suo sogno è poter portare avanti la costruzione di quella «Repubblica dei lavoratori» per la quale tanto lui che Mussolini combatterono ad inizio secolo. Come Bombacci, si uniscono al nuovo governo altri intellettuali di sinistra: Carlo Silvestri (deputato socialista e dopo la guerra diffusore delle memorie del Duce), Edmondo Cione (filosofo socialista che fu autorizzato a fondare un partito socialista staccato dal Partito Fascista Repubblicano), etc. Mussolini preoccupato per la situazione militare, ma risoluto più che mai a portare avanti la sua rivoluzione ora che si è liberato della zavorra del passato, autorizza i settori più rivoluzionari del partito ad assumere il potere e inizia la tappa denominata di «socializzazione» che si traduce nella promulgazione di leggi chiaramente di ispirazione socialista, quali la creazione dei sindacati, la cogestione nelle imprese, la distribuzione di benefici e la nazionalizzazione dei settori industriali di importanza strategica. Tutto ciò è riassunto nei famosi «18 punti» del primo (e unico) Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona; un documento, redatto congiuntamente da Mussolini e Bombacci, che doveva convertirsi nelle basi della nuova Costituzione dello Stato Sociale Repubblicano. In politica estera, Bombacci tenta di convincere Mussolini a firmare la pace con l’URSS e a continuare la guerra contro la plutocrazia anglosassone, risuscitando l’asse Roma-Berlino-Mosca dei pensatori geopolitici del nazional-bolscevismo degli Anni ’20. Se per molti l’ultimo Mussolini era un uomo finito, burattino dei tedeschi, non finisce di sorprendere l’adesione che ha ricevuto da uomini come Bombacci, un vero idealista con una oratoria attraente, allergico a tutto ciò che significasse inquadrarsi o imborghesirsi e che non accetterà neppure ora alcun incarico né stipendio ufficiale. Bombacci diverrà il consigliere e il confidente di Mussolini per gettare, nuovamente, le basi del Partito dei Lavoratori. Viaggerà nelle fabbriche spiegando la rivoluzione sociale del nuovo regime e il perché della sua adesione, mentre la situazione militare si sta deteriorando e i gruppi terroristi comunisti (i tristemente famosi GAP) già hanno deciso di eliminarlo per il pericolo rappresentato dalla sua attività. Però la guerra sta arrivando alla fine. Benito Mussolini, consigliato dall'ex-deputato socialista Carlo Silvestri e da Bombacci propone di consegnare il potere ai socialisti, integrati nel Comitato Nazionale di Liberazione, piuttosto che ai dirigenti di destra del Sud. Senza alcun dubbio i negoziati fallirono. Nell’aprile ’45 le autorità militari tedesche in Italia si arrendono agli alleati. È la fine. Nicola Bombacci, sempre fedele, sempre sereno, accompagna Mussolini al suo ultimo e drammatico viaggio verso la morte. Il racconto di Vittorio Mussolini, figlio del Duce, del suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci ci insegna la sua interezza. «Ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte. La sua calma mi è servita di conforto».Poco dopo essersi separato da Mussolini e dalla colonna dei suoi ultimi fedeli per risparmiare loro di dover spartire il suo destino, Bombacci è detenuto assieme ad altri dai partigiani comunisti. La mattina del 29 aprile fu posto di fronte al plotone di esecuzione; accanto a lui, Barracu, un valoroso ex-combattente, mutilato di guerra, Pavolini il poeta segretario generale del partito, Valerio Zerbino, un intellettuale; di fronte al plotone tutti gridano: «viva l’Italia!», mentre non cessa di essere un paradosso, fedele riflesso della controversa personalità di Bombacci, che, mentre il suo corpo cade attraversato dalle pallottole dei partigiani socialisti, grida: «Viva il Socialismo!». (E. Norling)
NICOLA BOMBACCI e la SINISTRA NAZIONALE
Sabato 9 settembre, si è tenuto a Reggio Calabria, organizzato dalla locale Ascia di Nuovi Orizzonti Europei, un convegno sul tema: «C'è un'altra possibilità: Nicola Bombacci, degrado sociale, problema meridionale, alternativa». Svoltosi nella Sala Consiliare della città, il convegno, ha visto la partecipazione di Luigi Costa, del prof. Francesco Moricca, del Sindaco di Reggio Calabria prof. Italo Falcomatà e del responsabile di Rifondazione Comunista Sebi Romeo. Moderati da Amedeo Canale,referente di N.O.E. per la Calabria, che ha letto ai numerosi convenuti un telegramma del presidente nazionale Saccomando, i lavori sono stati introdotti da Paolo Sidari, rappresentante reggino di Sinistra Nazionale insieme a Gianni Albanese, Silvio Liotta e Clemente Pintus. Nella sua introduzione, il Sidari, ha ampiamente delineato la situazione politica nazionale e quella calabrese in particolare; situazioni che, nel loro complesso, impongono scelte chiare e al di sopra di ogni indecisione. Ha rimarcato la carenza di proposte atte a risolvere problemi in gran parte annosi ed ha così preparato il terreno per un'esposizione più particolareggiata di quelle possibilità di alternativa dalle quali l'incontro prendeva la titolazione. Questo il compito affidato a Luigi Costa il quale, ad onor del vero, è riuscito, con una esposizione semplice ma esauriente, a destare il vivo interesse degli intervenuti e in particolare dei rappresentanti di quelle forze politiche che, per tradizione, queste tematiche hanno sempre avversato. La sua relazione si è incentrata sulla figura umana e politica di Nicola Bombacci, il suo eretico cammino politico, la tragica parabola della sua vita. Ha rimarcato l'aspetto rivoluzionario e di sinistra della sua opera, ma soprattutto ha evidenziato, iniziando così a far intuire il messaggio reale che l'iniziativa voleva lanciare, l'impossibilità oggettiva di dargli una canonica collocazione d'area o peggio partitica. Nel suo intervento Costa ha rimarcato la cattiva e stupida caratterizzazione di certi fenomeni intellettuali che ancora oggi impediscono la ricomposizione delle fratture verificatesi a sinistra nei primi decenni del secolo. E non ha mancato di fare ineccepibili precisazioni sulle origini della Socializzazione e su quello che essa rappresenta, e può rappresentare per il futuro, citando una lunga serie di dati che dimostrano che l'introduzione, anche parziale, della Socializzazione nelle aziende tedesche ha prodotto risultati economici e sociali sorprendenti. Quest'ultimo passaggio si inserisce in uno scambio di precisazioni che sono seguite all'intervento del responsabile regionale giovanile di Rifondazione Comunista, Sebi Romeo, che, invitato ufficialmente, ha preso la parola sottolineando la validità dell'iniziativa in un contesto di sinergie tra forze della sinistra, comprese quelle non di estrazione e ispirazione marxista. Ha posto delle domande retoriche alla platea al fine di palesare le sue considerazioni su una sinistra non ancora unita che si ostina a relegare ai margini realtà che molto hanno da dare in termini progettuali e propositivi. L'intervento di Romeo si è concluso con un saluto e l'augurio di un percorso comune; augurio che, indubbiamente, denota una reale disponibilità al dialogo e all'azione con uomini che in passato si sono trovati su posizioni apparentemente contrapposte. D'altro canto, questa è la lampante dimostrazione che determinate tesi possono essere apprezzate anche in ambienti politici, ritenuti fino a qualche tempo fa ostili, se portate avanti con atteggiamento sereno, scevro da pregiudizi e con cognizione di causa. Non c'è più posto, quindi, per chi intenda sfruttarle per meri fini elettorali e queste tesi debbono essere valutate per quel che sono: ipotesi economiche antagoniste a cui accostarsi senza preconcetti. Il dibattito è stato interrotto per qualche minuto per dar modo al prof. Moricca di svolgere la sua esauriente relazione. Di «sapore» veramente gradevole per coloro che, come un po' tutti noi, credono che i ragionamenti di impronta filosofica debbano incidere anche in manifestazioni e azioni prettamente materiali. Dopo una breve introduzione a braccio, Moricca, ha avuto modo di relazionare sulle tesi da lui sostenute nel saggio pubblicato sul n° 24 di "Aurora". Tesi che hanno conferito un'impronta scientifica all'incontro che poi, grazie all'intervento di numerose persone, è diventato un lungo scambio di opinioni tra relatori e pubblico. Conclusosi l'intervento del prof. Moricca, che ha spaziato dalla concezione del lavoro nel mondo antico alle realtà partecipazioniste della Roma repubblicana, dal corporativismo cristiano medioevale al concetto di socialismo prussiano ben espresso da Spengler, fino alla sua presenza oggi in contesti assai diversi, la "Scuola di Pisa" e il pan-corporativismo di Bottai e Spirito, dimostrando in conclusione tutta l'attualità della socializzazione e la sua centralità nel modello economico antagonista proposto dalla Sinistra Nazionale. È quindi intervenuto il sindaco di Reggio Calabria prof. Italo Falcomatà. Storico, persona stimata è apprezzata ben oltre i confini della sua area politica, esponente del Partito Democratico della Sinistra, ha incentrato il suo intervento su due punti: il primo in relazione alla figura di Nicola Bombacci affrontato sulla base di informazioni storiche, a nostro avviso, di parte e certamente desunte dalla lettura, peraltro molto attenta, della apologetica "Storia del PCI" di Paolo Spriano, storico ufficiale di Via Botteghe Oscure; il secondo prettamente politico, quindi, più confacente alla carica istituzionale che ricopre. Con l'invito, in sostanza, al dialogo tra le varie realtà che compongono la Sinistra ed alle quali, ha affermato, egli guarda con grande interesse e soddisfazione. Non possiamo che esprimere un giudizio più che positivo per queste impegnative dichiarazioni che, ricordiamolo, sono pronunciate da una persona non solo molto stimata a Reggio Calabria, ma anche da un'esponente del PDS, anch'esso presente, dunque, ufficialmente alla conferenza. Sono poi da segnalare gli interventi di due rappresentanti di altri partiti, rispettivamente, il laburista e il socialdemocratico. A parte qualche stucchevole concessione demagogica di questo ultimo si possono, tutto sommato, trarre indicazioni positive anche dai loro discorsi nei quali si avvertiva un reale interesse verso i temi dibattuti. Dibattuti a lungo, ben oltre il tempo previsto. Questo ha consentito ai relatori di rispondere agli innumerevoli quesiti posti dal pubblico e di intavolare un piccolo scambio di opinioni col Sindaco stesso. Le conclusioni politiche sono state tratte da Costa, e sono state di pura impronta rivoluzionaria rispetto alla situazione politica attuale. Conclusioni che hanno pesantemente tirato in ballo le forze politiche della destra -invitate, ma non presenti per ragioni facilmente immaginabili- responsabili di voler attuare una politica economica folle, tesa a favorire le classi più abbienti ed a penalizzare pesantemente i salariati e il ceto medio produttivo. Erano presenti, ad onor di cronaca, anche alcuni rappresentati del MSI di Rauti . I lavori sono stati chiusi da Amedeo Canale che ha rivolto al Sindaco l'invito, in qualità di primo cittadino ed esponente della Sinistra, di farsi carico lui per primo, all'interno di una realtà difficile come quella reggina, della necessità di aprire spazi a quei movimenti che hanno assunto posizioni politiche e sociali chiare, lontane da qualsiasi tendenziosa caratterizzazione (frutto di abiure e affrettate giravolte) ma che sanno confrontarsi con gli altri nel rispetto delle reciproche differenze e senza «dolorose» rinunzie. «Solo così si potrà -prosegue l'intervento- concretizzare quella comunità di elementi produttivi e sociali che lo stesso Sindaco auspicava e della quale in questa sede si sono gettate le basi». «Basi che saranno tanto più profonde e sentite se si avrà la capacità di abbattere le barriere psicologiche e politiche che sono la palla al piede della Sinistra e che qui a Reggio Calabria abbiamo oggi abbattuto senza eccessivo sforzo».Probabilmente questo è quanto abbiamo percepito nei giorni successivi alla manifestazione da quanti vi hanno partecipato; riuscire ad affrontare e confrontarsi serenamente su argomenti finora ritenuti spinosi è un segnale importante non solo per i movimenti e partiti della sinistra ma anche per i singoli individui che hanno idee concrete da esprimere. Il convegno su Nicola Bombacci e sulla Socializzazione ha dimostrato, e soprattutto, ha dato la possibilità di far conoscere ad un gran numero di persone quali siano i punti cardine della nostra proposta politica. Infine mi pare doveroso, a nome di tutti i componenti del Comitato politico-culturale "Nicola Bombacci" e della Sinistra Nazionale di Reggio Calabria rivolgere un affettuoso saluto a Giovanni Mariani che, per motivi personali, non è potuto intervenire.
Nicola Bombacci


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