Il fondamentalismo si è esteso in tutto il mondo islamico sulla scia della crisi economica del capitale che, da almeno trent’anni, finita la spinta propulsiva consentita dalle distruzioni della Seconda Guerra mondiale, sta sopravvivendo a se stessa. Sono state le economie più deboli a risentirne per prime e soprattutto le classi lavoratrici alle quali, private del loro partito e della prospettiva di classe, si propone l’oppio della religione e la rete di contenimento delle chiese.

Nel gennaio 1979 cade in Iran il regime filo-occidentale dello Scià Reza Pahalavi con la sua sfarzosa corte. Un lungo periodo di violenti scontri sociali erano stati seguiti da una feroce repressione di polizia ed esercito: il “Venerdì Nero” del settembre 1978 contò 2.000 morti in piazza in un sol giorno e l’arresto di migliaia di oppositori.

Il nuovo governo dei barbuti preti islamici si proponeva come nazionalista e antimperialista, oltreché osservante i parchi e semplici precetti della solidarietà coranica, in netto contrasto con quelli del “degenerato mondo occidentale capitalista”. Ben quattro milioni di iraniani in tripudio accolsero a Teheran l’ayatollah Khomeini al suo rientro dal confortevole esilio prima in Iraq poi a Parigi, dove nei giorni precedenti le diplomazie internazionali avevano pianificato e concordato tutto e di più.

Occorsero solo pochi anni perché divenisse evidente il rovescio della medaglia, mostrando un regime altrettanto dispotico, diverso solo nelle forme esteriori dal precedente. La natura reazionaria e antiproletaria del regime islamico si confermò dalla condotta della guerra con l’Iraq quando migliaia di ragazzini furono mandati al macello all’arma bianca o si facevano avanzare dei poco più che bambini sui campi minati per aprire il varco alle truppe regolari, immortalandoli poi come martiri ed eroi per Allah!

Poco spazio ebbero però le notizie di sommosse di operai in sciopero nella zona industriale del sud del paese. Questi, bollati come nemici della rivoluzione islamica, furono sterminati dai “guardiani della rivoluzione” inviati dal regime appena uscito vincitore da feroci lotte di assetto interno e di potere contro le ali moderate della coalizione che aveva portato alla caduta dello Scià.

Diverso è il caso della questione palestinese, con il suo eterno ed insolubile calvario e il quotidiano elenco di morti. È un caso così complesso, contorto, con doppi giochi politici, finanziamenti segreti di Israele e vendita di armi ai gruppi palestinesi, imbastardito da decenni di stermini che necessiterebbe una esposizione a parte. Alla questione palestinese abbiamo dedicato un ampio studio pubblicato su “Comunismo” n.12 al quale bisogna rimandare. Le cause del dramma sono da ricercarsi nell’azione in quell’area strategica delle grandi potenze imperialiste le cui decisioni furono avallate della Società delle Nazioni-Onu, sempre prona alle decisioni dei suoi finanziatori, su cui si sommano i contrasti dello sfruttamento capitalista.

Cinica ironia del pensiero piccolo-borghese è quella di affidare la soluzione della questione all’Onu, cioè al primo responsabile, impotente su tutto. Per noi invece la soluzione sta nella solidale alleanza di classe di tutto il proletariato del Medio Oriente, che sotto l’unica bandiera della rivoluzione comunista si liberi di tutte le catene che lo attanagliano ai voleri delle classi sfruttatrici.

È finita con un niente di fatto la questione afgana. Ricacciati sui monti i talebani, inizialmente finanziati dalla CIA e sostenuti dal governo americano in funzione anti Urss, la presenza degli Usa e dei loro alleati, Onu compreso, assomiglia sempre più a quella a cui fu costretta l’Urss dal complesso della guerriglia afgana, dove il reale controllo del territorio è minimo mentre si consolida il sistema di governo tribale e dei signori della guerra, con cui le forze multinazionali sono costrette a venire a patti. In sostanza i liberatori attuali sono accerchiati nelle loro roccheforti da cui possono andarsene e ricevere i rifornimenti solo tramite imponenti ponti aerei.

Finita la guerra-lampo, resta acuta la questione irachena, dove il laico e corrotto regime di Saddam Hussein è stato abbattuto sotto le bombe americane, foriere della democrazia stelle e strisce. Nel sud dell’Iraq si sta svolgendo una la lotta per il potere da parte dei locali fondamentalisti islamici sciiti, che vi vorrebbero instaurare un governo di tipo teocratico, sfruttando l’esperienza del vicino Iran. Il processo è in atto ma il principio sciita, secondo cui il potere civile va sottomesso a quello religioso e alla lettera del Corano, sembra non incontrare grandi resistenze e tutto dipenderà dal livello di sottomissione del futuro potere locale ai bisogni della “sicurezza” americana. Nelle zone a maggioranza sunnita invece la situazione è più dura per le forze americane e la stessa stampa accreditata in Iraq ammette che la destabilizzazione del paese è altissima e si è giunti alla tanto temuta, o forse desiderata, “libanizzazione” dell’area con una situazione estremamente instabile.

Al momento in cui scriviamo è iniziata la serie di attentati in Turchia mentre in Iraq la situazione si riaccende e da sporadiche azioni di disturbo contro le forze americane e italiane sembra stia iniziando un’offensiva pianificata e generalizzata a tutto il territorio con la provvisoria unificazione di tutte le organizzazioni antiamericane, l’impiego di armi più efficaci e la conseguente risposta americana. con rappresaglie sempre più violente ed estese.

Il Fondamentalismo islamico in tutto il Maghreb ed in Egitto è stato temporaneamente arginato, particolarmente in Algeria, ma quella stessa crisi che lo aveva generato si è ulteriormente aggravata, continua la sua opera di devastazione e tutto ciò fa prevedere in un tempo non troppo lontano ulteriori sovvertimenti ben più ampi di quelli trascorsi.

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Nel 1996 il partito ha presentato sulla rivista “Comunismo” (dal n° 41 al n°44) uno studio col titolo Il Fondamentalismo islamico: una fuorviante prospettiva per il proletariato. In esso, dopo una breve sintesi storica e sul significato di alcuni termini specifici necessari per evitare incomprensioni, seguivano capitoli riguardanti specificatamente l’Algeria, la Tunisia, la Tripolitania-Libia, la Mauritania, l’Egitto e il Sudan.

Ma il caso riguardante l’Algeria, più vistoso, complesso, duraturo con violente ricorrenze nel tempo seguite da misteriosi silenzi che fanno pensare che nulla è ancora risolto, ha impegnato il Partito con un lavoro più ampio e approfondito che intendiamo presentare in un’unica pubblicazione, rielaborando quanto di esso è già apparso a puntate in una lunga serie di numeri di questo giornale.

Lo studio, frutto di un accurato lavoro storico ed economico, addiviene a dimostrare come il fondamentalismo del Fronte Islamico di Salvezza, con il mosaico delle sue organizzazioni paramilitari e terroristiche, spesso infiltrate da agenti dei servizi segreti, la catena di vendette trasversali, i misteriosi esili o il carcere all’estero dei suoi capi storici liberati e ricomparsi al momento opportuno, sia stato usato contro le masse sfruttate algerine e particolarmente contro il proletariato. I massacri bestiali e le numerose distruzioni di interi villaggi furono rivolti, per inspiegabile rappresaglia o per intimidazione, verso popolazioni inermi mentre nessuna azione violenta fu volta contro gli impianti industriali, petroliferi o gli oleodotti, bersagli facilmente vulnerabili seppure presidiati da “società di sicurezza” al soldo delle varie multinazionali.

Il lavoro è articolato nei seguenti capitoli: Geografia e storia dove forniamo un’accurata presentazione delle caratteristiche del territorio, delle basi storiche dello scontro tra la proprietà tribale e quella privata e dell’organizzazione agricola delle terre fertili. Segue il capitolo Insurrezione algerina, rivoluzione tradita del proletariato agricolo e dei Fellah, ovvero un’analisi del periodo compreso dal 1954 al 1962 quando il proletariato algerino si impegnò con grandi energie nella lotta di indipendenza dalla Francia, col solo risultato però di cambiare i suoi padroni. Il capitolo successivo: Bilanci e prospettive marxiste dell’insurrezione algerina presenta la nostra posizione rispetto alla questione agraria, nodo dell’economia algerina, e dell’economia urbana. Il periodo dal 1962 al 1978 è illustrato nel capitolo Lo stalinismo all’algerina ovvero la dittatura antiproletaria dove si analizzano le scelte economiche adottate nel periodo di Boumedienne e di Ben Bella quando si procedette allo sviluppo dell’industria pesante e si utilizzarono le rendite dell’estrazione petrolifera, la manna scaturita dal deserto, e si sacrificava l’agricoltura. Il periodo dal 1978 al 1988 è descritto nel capitolo Il capitalismo a volto scoperto: esplodono tutte le contraddizioni del degrado economico e sociale fino alle rivolte iniziate nel 1988 delle masse sempre più impoverite ed escluse da ogni possibilità di una sopravvivenza almeno dignitosa. Il regime risponde alle masse affamate con il suo terrorismo cui segue quello dei gruppi armati fondamentalisti. Ed è la storia degli ultimi anni. Il giudizio nostro su quei tragici avvenimenti è ripreso nelle Conclusioni, mentre un’appendice raccoglie articoli apparsi sulla stampa di Partito nel periodo in cui si svolgevano i fatti illustrati, più uno scritto di Marx, “Il sistema fondiario in Algeria al momento della conquista francese”, uno di Rosa Luxemburg, “I fasti della colonizzazione francese in Algeria” e l’approfondimento nostro, “La questione berbera”.

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Nel 1991 in Algeria dopo la schiacciante vittoria elettorale del Fronte Islamico di Salvezza la vecchia classe dirigente mantenne il potere con un colpo di Stato.

Quell’azione fu intrapresa sia come forma di autoconservazione del vecchio regime, in cui i comandi militari avevano sempre svolto un ruolo egemone e determinante, sia come diretto interesse del capitale internazionale, che non si fidava dei capi del movimento fondamentalista e non lo riteneva uno strumento idoneo per la difesa dei suoi investimenti, crediti e affari e nel suo calcolo degli equilibri strategici nell’area sud mediterranea. È probabile che ai militari quella via fosse “suggerita” dall’esterno, tant’è che nessuna grande potenza si oppose, non furono interrotte le relazioni diplomatiche né attuata alcuna ritorsione economica, mentre in quel modo il Fondo Monetario Internazionale ebbe un’ottimo supporto in quel paese per attuare i suoi programmi economici per affamare le masse.

Il Fis, costituito solo pochi anni prima sulla scia dei moti contro il carovita, era apparso alle masse algerine come l’unica via per uscire da una gravissima crisi economica interna, aggravata da un pesante debito estero che assorbiva ogni risorsa del paese, provocata dall’impostazione dell’economia e dalla gestione clientelare e corrotta della vecchia classe dirigente che, privilegiando faraonici piani industriali finanziati con la rendita petrolifera, aveva trasformato l’Algeria da paese esportatore di derrate alimentari a importatore netto anche di generi alimentari di prima necessità.

Da ciò era partita una lunga serie di attentati nel paese, orditi da tutte le parti in lotta, uccisioni di europei non di fede islamica, mentre contemporaneamente in Egitto avvenivano assalti contro gli autobus dei turisti stranieri, da allora per molto tempo scortati dalla polizia, con impiccagioni quasi quotidiane dei fondamentalisti arrestati e le esecuzioni sommarie durante le “normali” operazioni di polizia.

Il nostro partito ha costantemente seguito questi avvenimenti con il metodo che lo contraddistingue, che esclude il sensazionalismo dello slogan facile sparato a caldo: non “condanna della violenza” in astratto, tantomeno preoccupazione per la “violata democrazia”, ma mente fredda e correttezza rispetto il nostro metodo materialista per la lettura di ogni avvenimento politico ed economico. A noi, al di là del riconoscimento degli aspetti tragici che i conflitti sociali provocano, preme conoscere innanzi tutto – senza adagiarci sul fatto etnico-religioso-culturale con cui la pubblicistica borghese cerca di motivarli – quale ruolo e compito storico vi svolgono le classi, ed in particolare il proletariato per la sua difesa, come si organizza, quali alleanze tattiche è costretto a subire se le forze storiche non sono ancora mature per la sua possibilità di vittoria.

Di ogni fermento religioso la nostra teoria si preoccupa di studiare le origini materiali nei termini dei rapporti di lavoro e di scontro fra le esistenti classi. Anche l’islamismo – con i suoi moderni “feroci Saladini” integralisti – è parte di un sistema economico-produttivo fondato sulla divisione e lo sfruttamento fra le classi, che in determinati periodi di crisi esplode nelle forme violente e che assumono esteriori connotati religiosi. Per il marxismo le religioni appartengono alla sfera della sovrastruttura ideologica di controllo, riflesso e complemento ciascuna della forma produttiva da cui emanano: si stabilisce una dialettica tra la base economica che genera la sovrastruttura di costrizione e di coscienza e la sovrastruttura che agisce in funzione di conservazione del sistema sociale.

I movimenti politico-religiosi richiamantesi all’islam, come l’attuale Fis algerino, che assumono forme esteriori di crociate e di massa, fanno derivare i loro principi politici dai testi della tradizione religiosa, dai quali la pratica quotidiana pubblica e privata discende direttamente. Di quelli, nel tempo, si possono riconoscere tre differenti periodi e gruppi, che sono sorti, coesistono e si combattono: Risveglio, Riformismo, Fondamentalismo.

Col termine Risveglio si indicano quei movimenti islamici emersi nel diciottesimo e diciannovesimo secolo sovente confinati in aree periferiche al di fuori della portata dell’autorità centrale. Fondati prevalentemente su base tribale tentavano di opporsi all’inesorabile crollo economico e commerciale del grande impero costituito dai quattro Stati dinastici principali: Egitto mamelucco, Turchia ottomana, Persia safavide e India mogul, attaccati militarmente dall’Europa e dalla Russia. La prima e forse più famosa manifestazione del movimento del Risveglio si ebbe in Arabia Centrale nel 1749 con lo scopo di riportare al potere il gruppo arabo da tempo emarginato.

Al contrario, il Riformismo islamico è stato un movimento urbano nato nel diciannovesimo secolo e durato fino al ventesimo e sviluppato un po’ ovunque, anche se in tempi differenti. I suoi capi erano funzionari statali, intellettuali e ulema (sapienti in materia coranica) tenacemente contrari alle interpretazioni tradizionali della religione e in aperto dialogo con la cultura e le filosofie europee, nel tentativo di far fronte a ciò che veniva considerato l’inevitabile condizione di declino dell’Islam. Studiando le fasi della civiltà europea i suoi esponenti speravano di scoprire i presupposti per la costruzione di utili strutture politiche e di una sana base economica per il trapasso del complesso del mondo arabo, prevalentemente agro-pastorale e mercantile, all’inevitabile economia capitalista. Auspicavano un mitico “ponte” fra le due “culture” quando ormai lo sviluppo capitalistico sbaragliava prepotentemente ogni ostacolo incontrato sul suo cammino, senza alcuna possibilità di un ritorno ad alcuna “età dell’oro” islamica o di altra religione.

Il Fondamentalismo, infine, è il movimento più recente. Nel 1918 non era rimasta che una minima parte del grande Impero Ottomano, che i califfi nei primi 130 anni dell’era musulmana avevano esteso dalla Spagna all’Afghanistan. L’Impero Ottomano pagò con il suo smembramento l’alleanza con gli Imperi Centrali nella Prima Guerra mondiale. Sotto il controllo anglo-francese si formarono diversi Stati e Protettorati, di impostazione laica, “democratica” ed europea, indipendenti però solamente sulla carta. Questi nuovi governanti fecero però atto di obbedienza formale all’Islam, che divenne ovunque religione di Stato e, per ragioni di opportunità politica, al suo clero fu riconosciuta, all’occorrenza, anche la capacità di fonte legislativa.

In questa situazione le protezioni polico-militari straniere e i cospicui depositi monetari derivati dalla rendita petrolifera versati nelle banche europee dai vari fantocci con fez e turbante dell’imperialismo del vecchio mondo, alimentavano i miti del Riformismo islamico, che divenne l’impostazione sovrastrutturale più rispondente alle necessità del vampiro capitalista in quelle aree, e per questo quella ideologia fu ovunque appoggiata.

La tradizione della chiesa islamica è semplice e non prevede un clero cui si demandi l’interpretazione dei testi e l’intercessione ai favori divini, a differenza di quella cristiana e in particolare cattolica. Nonostante questa semplicità si è formata nel tempo una casta di religiosi volti, oltre che al controllo dei fedeli, a gestire grandi rendite finanziarie. Si avvantaggiano della raccolta e del controllo delle offerte “per il sostentamento dei bisognosi”, storicamente stabilite in percentuali fisse simili alle decime una volta devolute al clero cattolico. La rendita petrolifera ha molto ingrandito quel giro, dall’originaria elemosina a carattere volontario del 10% del grano e del 2,5% degli animali e successivamente di oro e argento, divenuta una regolare imposta “a favore dei poveri” dell’umma, cioè di quella grande comunità per eccellenza di tutti i musulmani che non conosce confini statali ma solo religiosi.

In queste grandi concentrazioni monetarie e finanziarie, di supplenza nella accumulazione della ricchezza alle deboli borghesie industriali nazionali, incapaci di competere con i capitalisti d’Occidente, si trova un punto di partenza e di forza dei movimenti islamici, dei quali alcuni “integralisti”, altri “riformatori”, intenti a conciliare i semplici ma rigorosi precetti coranici con quelli della rendita fondiaria, dei profitti bancari, della finanza e in generale dello sfruttamento capitalista con tutto l’armamentario di regolamenti su mutui, interessi, ipoteche, leasing e quant’altro necessita all’economia capitalista senza Dio.

Due le maggiori correnti: la sunnita che riconosce la separazione e una relativa autonomia tra affari politici e religione e non prevede un’unica autorità superiore ma consente ai fedeli di seguire gli indirizzi di diversi capi religiosi; la sciita che invece reclama la totale sottomissione della politica al predominio della religione, elegge una figura carismatica come guida anche a carattere sovranazionale.

Come organizzazione attiva i Fondamentalisti attuali hanno un’origine e un passato relativamente recente, che segue le vicende della formazione degli Stati arabi moderni, e una collocazione opposta ai gruppi di potere locale individuati dall’imperialismo europeo prima, russo e americano poi, per governare sotto la loro tutela le nuove entità statali.

Nel periodo tra gli anni ‘30 e ‘50 la confraternita dei Fratelli Musulmani, fondata nel 1928 in Egitto da un sufi, maestro elementare, Hasan al-Banna, come società filantropico-religiosa divenne in poco tempo il più vasto movimento di massa a sfondo politico-religioso mai visto in tempi moderni.

A differenza dei vecchi riformatori arabi modernisti dei primi decenni del secolo, i Fratelli Musulmani avevano un programma radicale non per la riforma dell’Islam che potesse spiegare e comprendere le necessarie modifiche funzionali al nascente capitalismo, bensì per un ritorno agli antichi insegnamenti dei patriarchi da cui trarre gli unici fondamenti dell’ordinamento politico e sociale, ricorrendo per affermarli, se necessario, anche all’azione violenta. Per questo opporsi in modo deciso agli immensi interessi economici in gioco, la repressione che ne seguì dal 1954 al ‘66 fu violentissima: corda e catena non fu risparmiata per le migliaia di militanti arrestati. La repressione culminò con l’esecuzione di Sayyid Qutb, il primo ideologo dell’integralismo islamico, che nel frattempo si era esteso in Siria e in Libano.

Il risultato immediato ottenuto fu che il movimento si spaccò in due parti: una venne a patti col sistema e non costituì più un problema, l’altra divenne ancor più radicale ed intransigente condannando i governi non islamici, che dovevano essere distrutti.

La sconfitta militare dell’Egitto nel 1967 nella guerra con Israele fornì ai fondamentalisti una nuova occasione; dal ‘74 all’81 i gruppi che si erano riorganizzati si espressero in una consistente serie di attività violente tra cui le più eclatanti furono il sanguinario attacco al Collegio Tecnico Militare del Cairo, il rapimento e l’uccisione di un ministro del Waqf (era stato istituito un apposito ministero per la gestione delle ricche fondazioni pie e dei lasciti a scopo di beneficenza), scontri con l’esercito e la polizia nel Medio e Alto Egitto fino all’uccisione del presidente Sadat durante una parata militare nell’ottobre 1981 a seguito della firma della pace separata con Israele. Questo benché l’anno prima fosse introdotto nella costituzione il riconoscimento del diritto islamico come fonte fondamentale della legislazione e il multipartitismo, ovvero un colpo alla botte e uno al cerchio.

Il Fondamentalismo islamico recluta prevalentemente fra gli strati più poveri e sfruttati della società, salariati, contadini espropriati ed inurbati, i lavoratori e la piccola borghesia che ruota attorno all’economia dei bazar, e parte del clero; la loro adesione deriva, più che dal richiamo religioso e dall’efficacia della predicazione degli ulema, dall’enorme spinta della crisi capitalista che ha assunto diverse forme esteriori nei diversi paesi arabi: questa sì ha ricacciato “in un oscuro passato” le classi inferiori.

La teoria di questo movimento interclassista si riassume in tre punti fondamentali: 1) la modernità laica è il male per antonomasia; “infedeli”, e quindi da combattere fino alla distruzione, sono i religiosi e i politici che governano secondo schemi laici e moderni; 2) il solo rimedio al male è la ribellione condotta dall’avanguardia dei veri credenti; 3) ad un certo punto la ribellione diviene guerra santa (jihad) che comporta il sacrificio ed il martirio per amore della comunità.

Ma le differenze fra la diverse correnti, sette e rispondenze istituzionali, aperte o celate, locali o mondiali, dei gruppi Fondamentalisti non intervengono in modo determinante sui loro programmi sociali e politici. Si tratta sempre dello scontro tra gruppi di potere, sicuramente utilizzati dalle centrali dell’imperialismo, per il controllo degli Stati, laici o teocratici poco importa, ma unanimi per la difesa della proprietà privata, per la progressiva abolizione degli antichi beni collettivi, acqua, erba e terra, per il mantenimento della divisione fra le classi fondata su un “giusto salario”. Per noi si tratta di saper leggere gli sviluppi materiali degli eventi senza nulla concedere alla fantapolitica o farsi coinvolgere nelle dispute teologiche tra sciiti, sunniti, sufiti, wahhabiti o fondamentalisti: queste sette non sono che strumenti per dividere l’unità di classe dei proletari dei paesi arabi, per confonderli e distogliere le energie dal loro vero destino, la rivoluzione proletaria mondiale.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE