Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Terra contro Mare

  1. #1
    Tringeadeuroppa
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    8,350
     Likes dati
    1
     Like avuti
    36
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Terra contro Mare

    RITORNO ALLA TERRA (di G. Gabellini)


    "La storia mondiale è la storia della lotta tra le potenze marittime e quelle terrestri". La presente, celeberrima enunciazione schmittiana volta a rimarcare le differenze di ordine qualitativo che emergono dalla comparazione delle due entità "spaziali" di terra e mare, offre, pur nella sua estrema sinteticità, numerosi spunti di riflessione fondamentali per comprendere le dinamiche che regolano questa complessa e intricata contemporaneità.

    La terra è, secondo Carl Schmitt, regolata da una logica concreta, che si basa sul frazionamento dello spazio in aree nettamente distinte tra loro. Il carattere politico che connota questa logica appare quindi evidente, palese, in quanto non esistono forme e teorie politiche slegate da entità territoriali, così come non esistono ordinamenti edificati su impianti logici diversi da quello tellurico. Il mare, di contro, è il regno del caos, in cui non esistono frontiere né delimitazioni, né leggi né restrizioni. Il mare è uno spazio aperto che appartiene a tutti (res omnium) e a nessuno (res nullius), immune ad ogni tipo di autorità statale. La logica del mare è quindi quella dei flussi e riflussi. L'impero britannico si affermò quale prima potenza marittima della storia verso la metà del Seicento, quando riuscì ad avere la meglio sugli imperi olandese, spagnolo e portoghese e ad assumere il controllo pressoché totale degli oceani. Ma l'impero britannico consegnò (relativamente) ben presto lo scettro di principale potenza talassocratica all'America, il paese dal quale, per dirla con le parole di Schmitt, "L'appropriazione inglese del mare varrà eternizzata e, come dominio marittimo anglo - americano sul mondo, proseguito in dimensioni ancora più grandi". La caduta dell'URSS, cinquantennale contraltare tellurocratico alla talassocrazia statunitense, ha poi accelerato questo processo di eternizzazione e portato all'instaurazione di un assetto unipolare del mondo a guida USA, che ha talassocraticamente fatto strame del diritto internazionale e spacciato la forza bruta per un nuovo "nomos della terra", nel maldestro tentativo di sovrapporre al diritto terrestre la caotica logica marittima. Tuttavia l'emergere di nuove potenze regionali ha recentemente messo a serio repentaglio l'esistenza stessa di questo assetto unipolare, e spianato la strada a nuove prospettive multipolari. E la dicotomia multipolarità/unipolarità rimanda direttamente a quella terra/mare, perché la plausibile instaurazione di un mondo multipolare presuppone per forza di cose il riemergere del concetto tellurico di limite, o frontiera. Un assetto multipolare implica la ripartizione del mondo in regioni in cui le rispettive potenze egemoniche vengono messe nelle condizioni di esercitare tutta la propria influenza. Al contrario, un assetto unipolare porta ad affermare un unico Verbo sull'intero pianeta. Nello specifico, il Verbo tramandato dall'unipolarismo statunitense è quello comunemente definito "globalizzazione", ovvero un processo di superamento di limiti e frontiere finalizzato a unificare il mondo e sottometterlo interamente alla logica del mare. Ovvero quella dei flussi e riflussi che privilegia il commercio, a differenza di quella terrestre, che è dalla parte del "politico" (nell'accezione schmittiana del termine). La globalizzazione ha provocato un rivoluzionamento (sradicamento o deterritorializzazione) di ordine spaziale dei rapporti economici e politici, cosa che ha sortito pesantissime ripercussioni sulle due altre variabili, strettamente legate allo spazio, di tempo e velocità. Si tratta di un fenomeno peculiare, che ha portato Gilles Deleuze a parlare di un nuovo "spazio liscio" in opposizione al classico, tradizionale "spazio striato". In sostanza, alla struttura tellurica, in cui economia e politica si intrecciano inestricabilmente tra loro in maniera feconda e finita come in un tessuto (o "spazio striato"), è andato ad opporsi un modello talassocratico con caratteristiche affini a quelle di un panno (o "spazio liscio"), che con la sua omogeneità di fibre teoricamente riproducibile all'infinito impedisce ogni forma di attrito, favorendo il normale scorrimento dei flussi. Scrive Deleuze: "Al livello complementare e dominante di un capitalismo mondiale integrato, un nuovo spazio liscio è prodotto dove il capitale raggiunge la sua velocità assoluta (...). Le multinazionali fabbricano una specie di spazio liscio deterritorializzato dove i punti di occupazione come i poli di scambio diventano fortemente indipendenti dalle vie classiche di striatura". Le classiche vie di striatura cui Deleuze fa riferimento chiamano in causa gli intrecci tra politica (Stato) ed economia che avevano caratterizzato le potenze tellurocratiche, destinati a sparire con l'avvento di questo sistema marittimo, atemporale e deterritorializzato. Un esempio lampante del decadimento di questo genere di "vie di striatura" riguarda la scelta del Vecchio Continente di assecondare le mire statunitensi, dando vita ad una Unione Europea che non è altro che un'appendice commerciale transatlantica, anziché profondere quante più energie possibili al fine di creare un blocco continentale monolitico e indipendente; "As much trade as possible, as little politics as possible" ("Quanto più commercio possibile, quanto meno politica possibile"), come disse il vecchio George Washington. La politica, possibile tessitrice di intese ed alleanze, costituisce in effetti, per una potenza talassocratica interessata a mantenere la propria posizione dominante, una minaccia assai seria. Tuttavia, come aveva lucidamente notato Carl Schmitt, anche l'economia, se lasciata nelle condizioni di abbattere ogni ostacolo che si frappone sulla sua attività, finisce per caricarsi di un livello di intensità tale da assumere le caratteristiche peculiari del "politico". Acquisita consapevolezza di ciò, la superpotenza attualmente dominante, seppur in netto declino, ha adottato una strategia finalizzata da un lato a sabotare o comunque ritardare, tramite guerre finanziarie (ad esempio), lo sviluppo delle potenze emergenti e dall'altro a seminare zizzania (divide et impera, un classico delle talassocrazie) in modo da evitarne il compattamento. L'obiettivo principale degli USA rimane quindi quello di scongiurare, da vero paese talassocratico, la possibile formazione di un polo imperialistico o di un "Heartland" continentale in grado di rivaleggiare con loro, mentre, dal canto loro, le potenze intermedie a vocazione tellurocratica presenti nella massa continentale eurasiatica hanno tutto l’interesse a coalizzarsi, e a non ripetere lo scempio della Seconda Guerra Mondiale, quando Russia e Germania (le due maggiori potenze di terra) ebbero la sconsideratezza di mettersi una contro l’altra, chiudendo la parabola iniziata in occasione della Grande Guerra, e regalando di fatto un enorme vantaggio agli USA.

    RITORNO ALLA TERRA (di G. Gabellini) | CONFLITTI E STRATEGIE

  2. #2
    Tringeadeuroppa
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    8,350
     Likes dati
    1
     Like avuti
    36
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Terra contro Mare

    C. Schmitt, Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Reclam, Leipzig 1942, trad. it. Terra e mare, Adelphi, Milano 2002, ISBN 88-459-1743-6

    Nicolaus Sombart ha sostenuto che Terra e mare è il libro "più bello, anzi, più importante" di Carl Schmitt. Anche se non si condividesse il giudizio del figlio del celebre sociologo Werner, è difficile non ammettere che Terra e mare è una delle opere che meglio rappresenta la complessità teorica del pensiero schmittiano.

    Come risulta dal sottotitolo dell'edizione originale - Eine weltgeschichtliche Betrachtung - il saggio schmittiano vuole essere un tentativo di reinterpretazione della storia universale. Terra e mare è sicuramente opera di un giurista, ma dal contenuto tutt'altro che esplicitamente giuridico. Chi conosce anche solo marginalmente la personalità di Schmitt non rimane sorpreso né dalle finalità del saggio, né dal fatto che l'autore abbia cercato di esprimere il senso della storia umana in cento pagine scarse e - per di più - in forma di racconto alla figlia Anima, che nel 1942 - anno della prima edizione tedesca del testo - era appena undicenne.

    Il fascino di Terra e mare va ricercato nell'abilità con cui Schmitt tenta di interpretare la storia del mondo attraverso categorie 'elementari'. Convinto che la Weltgeschichte non possa essere compresa per mezzo di concetti 'occasionali' - la cui validità è limitata in senso sia spaziale sia temporale - Schmitt si serve di ciò che la filosofia presocratica aveva individuato come "le radici di tutte le cose": terra, acqua, fuoco e aria.

    In Terra e mare Schmitt sostiene che "la storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare". È alla luce della contrapposizione tra questi due elementi, biblicamente rappresentati dai mostri Leviathan e Behemoth, che Schmitt rilegge le grandi dicotomie della storia umana: amico e nemico, ordine e disordine, guerra e pace, paura e sicurezza, bene e male. L'uomo è per natura un "essere terrestre, un essere che calca la terra". Ma egli è anche "un essere che non si riduce al suo ambiente", conoscendo "non solo la nascita, ma anche la possibilità di una rinascita". Se la contrapposizione tra terra è mare è dunque una costante della storia umana - Atene versus Sparta, Roma versus Cartagine - è però solo con l'età moderna che l'uomo 'rinasce' quale 'figlio del mare'. Secondo l'ipotesi schmittiana, a rendere possibile il completamento della trasformazione dell'esistenza umana da terrestre a marittima è l'evento che segna l'inizio della modernità: la scoperta di un 'nuovo mondo'. In un racconto che preferisce le figure eroiche del baleniere e del pirata a quelle dei Colombo e dei cercatori d'oro, Schmitt descrive la definitiva presa di coscienza da parte del genere umano della 'globalità' di un pianeta che apparve allora improvvisamente 'più grande' per la scoperta di un nuovo continente, ma anche 'più piccolo', per la conquista degli oceani e le possibilità di collegamento che ne derivavano.

    Nella ricostruzione schmittiana la modernità ha inizio con la "rivoluzione spaziale planetaria" innescata dalla scoperta del 'nuovo mondo'. Una Raumrevolution che spazzò via le concezioni geografiche, ma anche politiche, economiche e culturali dell'antichità e del medioevo. Schmitt ritiene che fu l'Inghilterra ad intuire per prima - e a sfruttare - le enormi potenzialità che scaturivano della nuova visione globale. Da 'isola' essa si trasformò in 'pesce': come una nave o un pesce essa poteva raggiungere via mare qualsiasi altra parte del pianeta, "centro mobile di un impero mondiale frammentariamente diffuso in tutti i continenti". Nella scelta a favore di un'esistenza marittima Schmitt vede la chiave della vittoria inglese - e calvinista - sulle potenze cattoliche europee e la premessa della creazione di un impero mondiale.

    La scoperta di un nuovo mondo da conquistare aveva reso possibile una comunità dei popoli europei, "cristiani e civilizzati", contrapposta al resto del mondo. L'ordinamento di tale "famiglia delle nazioni" era basato sul reciproco riconoscimento della statualità e della sovranità dei soggetti che ne facevano parte. Questo jus publicum europaeum riuscì a limitare - anche se non ad eliminare - i conflitti civili e di religione che infuriavano in l'Europa, dando forma alla guerra (terrestre), ossia regolandola come scontro tra Stati, e quindi tra eserciti, con l'esclusione della popolazione civile dalle ostilità. Ma la scoperta delle Americhe aveva reso possibile anche l'apertura del "vaso di Pandora" in cui terra e mare erano stati fino ad allora contenuti, mostrando la reale portata del conflitto tra i due elementi. Come nella Bibbia il Leviathan lotta con il Behemoth serrandogli la bocca ed il naso, e dunque affamandolo e togliendogli il respiro, così la "nuova guerra" (marittima) non è più rappresentata dalla battaglia navale classica - quale era stata ancora la battaglia di Lepanto -, ma è condotta invece attraverso strumenti come il blocco marittimo, che non distingue tra combattenti e popolazione civile, e che - criminalizzandolo e discriminandolo moralmente - "assolutizza" il nemico.

    Nella nuova contrapposizione elementare tra terra e mare Schmitt vede il pericolo di una guerra totale. Cancellate le "linee di ostilità" alla base della distinzione tra amico e nemico, ed insieme ad esse i concetti classici di guerra e di pace, Schmitt avverte dei pericoli legati alle aspirazioni universalistiche di una grande potenza emergente - la "isola maggiore" statunitense - che invece di essere kathecon, forza frenante, di un possibile "conflitto civile mondiale", rischia di esserne l'acceleratore, il Beschleuniger. Come avrebbe dimostrato il conflitto mondiale, a complicare il quadro sarebbe intervenuta l'entrata in scena di due nuovi elementi, l'aria e il fuoco, destinati a ridisegnare il rapporto tra terra e mare e quindi a creare le premesse di una nuova rivoluzione spaziale. La conquista dello spazio aereo ed un progresso tecnologico senza precedenti segnano la fine del nomos della terra assicurato dallo jus publicum europaeum. Ma a chi vede solo morte e distruzione, il disordine o la fine del mondo, Schmitt risponde che "anche nella lotta più accanita fra le vecchie e le nuove forze nascono giuste misure e sensate proporzioni".

    In un'analisi che risente più della lettura di Melville che di quella di Burckhardt, Schmitt intesse un racconto che spazia dallo storico al giuridico, dal mistico al mitico. Frutto di un interesse già manifestato per la contrapposizione tra terra e mare - basti ricordare il saggio Staatliche Souveränität und freies Meer (Sovranità dello Stato e libertà dei mari) - Land und Meer è la tappa decisiva del percorso teorico che portò Schmitt dalla Großräumetheorie degli ultimi anni '30 all'elaborazione della teoria del nomos di cui Der Nomos der Erde, con le sue intuizioni geopolitiche, sarà la più riuscita esposizione.

    Stefano Pietropaoli

    Terra e mare

  3. #3
    Tringeadeuroppa
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    8,350
     Likes dati
    1
     Like avuti
    36
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Terra contro Mare

    Dieci riflessioni su Terra e Mare

    Adriano Scianca

    1 “La storia del mondo è la storia della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime”. Così Carl Schmitt, in quel suo piccolo capolavoro che è Terra e Mare (Adelphi, Milano 2002). Lo Schmitt che incontriamo qui non è il pensatore scientifico e rigoroso che conosce chi abbia letto i suoi testi giuridici, quanto piuttosto il lettore di Guénon e l’esperto conoscitore dei simbolismi esoterici, impegnato quasi ossessivamente nella ricerca della chiave simbolica della storia dell’umanità. Ora, questa chiave simbolica, per Schmitt, è il conflitto degli elementi. Solcando il globo “con la ruota ed il remo” – per usare un’espressione di Carlo Terracciano – l’uomo ha sempre percepito il proprio essere nel mondo tramite l’esperienza del secolare scontro tra Terra e Mare.

    2 Cosa rappresentano geofilosoficamente Terra e Mare? Il Mare è innanzitutto la negazione della differenza, conosce solo l’uniformità, mentre nella Terra si dà sempre la variazione, la difformità. Il Mare non ha confini se non le masse continentali ai suoi estremi, ossia qualcosa ad esso antitetico, l’anti-mare. La Terra è sempre solcata dai confini tracciati dall’uomo, oltre a quelli che essa stessa dona come barriere naturali. Il Mare è mobilità permanente, flusso privo di un centro stabile, “progresso”. È caos e dissoluzione. La Terra è costanza, stabilità, gravità. È gerarchia e ordine. Il Mare è il Capitale, la Terra è il Lavoro. Il Lavoro è tellurico nella misura in cui è fisso, è produzione concreta; il Capitale è invece liquido, è sfruttamento e alienazione. Il Lavoro crea, il Capitale distrugge. La Terra-Lavoro è quindi incarnata dall’Oriente metafisico, la terra di ciò che nasce (sol oriens, sole che sorge; “oriente” in russo antico è vostok, “sorgere”, mentre in tedesco è Morgenland, terra del mattino), mentre il Mare-Capitale è l’Occidente metafisico, ciò che muore (sol occidens, sole che declina; “occidente” è zapad, “cadere”, in russo ed in tedesco Abendland, la terra della sera, del declino). Concretamente e storicamente, il Mare è incarnato dalle talassocrazie anglosassoni, la Terra dalla tellurocrazia continentale eurasiatica.

    3 Il conflitto di Terra e Mare acquista quindi un carattere concreto, storico, politico. Oswald Spengler (Prussianesimo e Socialismo, Edizioni di Ar, Padova 1994) illustrava questo scontro attraverso l’opposizione tra lo spirito comunitario prussiano e l?individualismo inglese. Per l’autore del Tramonto dell’Occidente, anima inglese e anima prussiana si contrappongono come due istinti, due “non poter fare altrimenti”: da una parte lo spirito autenticamente socialista, l’essenza dello Stato, la subordinazione alla totalità comunitaria; dall’altra lo spirito individualista, la negazione dello Stato, la rivolta dell’individuo contro ogni autorità. Tipo inglese e tipo prussiano “rivelano la differenza tra un popolo la cui anima è venuta formandosi nella consapevolezza di un’esistenza insulare, ed un popolo che custodiva una marca, priva di confini naturali e perciò esposta al nemico da ogni parte. In Inghilterra l’isola sostituì lo Stato organizzato”. Da qui anche la diversa percezione di cosa debba essere l’economia e di quali debbano essere le sue finalità: “dal modo di percepire la realtà che contraddistingue il vero colono della marca di confine e l’Ordine preposto alla colonizzazione deriva necessariamente il principio dell’autorità economica dello Stato. [...] Il fine non è l’arricchimento di alcuni singoli o di ciascun singolo, ma il massimo potenziamento della Totalità. [...] L’istinto di predone dei mari che caratterizza il popolo insulare intende in modo tutto diverso la vita economica. Qui si tratta di lotta e di bottino”.

    4 L’esistenza insulare – quindi non storica e non politica – tipica dell’Inghilterra si ritrova moltiplicata all’ennesima potenza nella teologia occidentalista americana. L’America – l’Eterna Cartagine, l’anti-Eurasia per eccellenza – è in tutto e per tutto l’erede geopolitico e geofilosofico dell’Inghilterra. In essa lo spirito mercantile, l’istinto predatorio e l’individualismo borghese raggiungono livelli deliranti. La coscienza dell’insularità porterà gli Americani a considerarsi gli abitanti di una fortezza inattaccabile, cosa che del resto consoliderà la loro certezza di rappresentare gli eletti dal Signore. L’America concepisce se stessa come la terra promessa separata dalle nazioni corrotte (Thomas Jefferson: “per nostra fortuna [siamo] separati dalla natura e da un vasto oceano dalle devastazioni sterminatrici di un quarto del globo”) e come l’isola inespugnabile. Questa illusione di sicurezza finisce l’11 settembre 2001. In quel giorno l’America incontra il proprio gemello speculare: il terrorismo. L’azione dei pirati dell’aria richiama inevitabilmente il carattere fluido, mobile, indefinibile dell’essenza dell’America. Il terrorismo, infatti, è qualcosa di sfuggente, di non localizzabile: non ha uniformi, non ha regole, non ha limiti; non ha uno stato, non ha un centro fisso, non ha una Terra. Il terrorismo è l’immagine riflessa dell’America.

    5 Il titanismo predatore, piratesco, mercantile tipico delle talassocrazie è animato da una brama di dominio inestinguibile che non può essere limitata da alcuna regola. La regola, infatti, distingue, discrimina, separa; il Mare, invece, non conosce distinzioni o differenze, nemmeno tra guerra e pace, combattenti e civili. La guerra diviene una prosecuzione del mercato con altri mezzi, non è più ontologicamente diversa dalla pace. Nella guerra terrestre, osserva Schmitt nell’opera citata, “gli eserciti si scontrano in aperta battaglia campale; come nemici si fronteggiano soltanto le truppe impegnate nello scontro, mentre la popolazione civile non combattente rimane al di fuori delle ostilità. Fintantoché non prende parte ai combattimenti, essa non è un nemico e non viene trattata come tale. La guerra marittima si fonda invece sull’idea che debbano essere colpiti il commercio e l’economia del nemico. In una guerra simile, “nemico” non è soltanto l’avversario che combatte, bensì qualsiasi cittadino nemico, e infine anche il neutrale che commercia e mantiene relazioni economiche con il nemico”. La guerra terrestre è guerra di guerrieri. La guerra marittima è guerra di predoni.

    Carl Schmitt, Glossario 6 Nell’isola, quindi, il capitalista sostituisce il politico ed il corsaro prende il posto del soldato; solo sulla Terra l’esistenza dell’uomo è immediatamente politica: in essa l’uomo traccia dei confini, ripetendo l’atto archetipico di Romolo. Non essendo protetto da barriere naturali, l’uomo è costretto a divenire autenticamente se stesso, ad uscire da una esistenza meramente biologica, animale, naturalistica. Deve crearsi il proprio mondo. L’esistenza politica, infatti, ha un carattere puramente tellurico, il diritto esiste poiché c’è la Terra. Il Mare, invece, sfugge ad ogni tentativo di codificazione. Esso è an-ecumenico, come diceva il grande geopolitico Friedrich Ratzel. Ne L’origine dell’opera d’arte (in Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Milano 2000), Heidegger ha mostrato con straordinaria profondità questa caratteristica della Terra come condizione di possibilità del mondo umano. Terra e Mondo, per Heidegger, assumono un significato che può essere ricondotto, rispettivamente, a natura e cultura, o ad ambito del radicamento nel suolo natio ed ambito del decidersi per un progetto. La Terra è lo sfondo abissale che dà senso a tutto ciò che da essa si staglia come prodotto dell’attività umana; “su di essa ed in essa l’uomo storico fonda il suo abitare nel mondo”. Tra i due aspetti si ha una tensione dialettica in cui “il Mondo si fonda sulla Terra e la Terra sorge attraverso il Mondo”. Il Mondo, la sfera di ciò che deriva dalla libera attività umana, “non può distaccarsi dalla Terra se deve, come regione e percorso di ogni destino essenziale, fondarsi su qualcosa di sicuro”. In caso contrario, se il Mondo prevale sulla Terra, abbiamo la razionalità tecnologica che distrugge e violenta la natura nel suo progetto di dominio totale. Se invece la Terra prevale sul Mondo, allora abbiamo l’opera dell’uomo che viene riassorbita nel fondo oscuro della natura, come erba che cresce sulle rovine di case abbandonate. È bene, invece, che Terra e Mondo siano sempre in un continuo confronto/scontro che li esalti entrambi senza annullarli. L’uomo tende sempre ad andare al di là della natura, ma deve sempre ricordare il carattere devastante di una cultura lasciata a sé stessa. Dalla Terra non ci si sottrae mai in modo indolore.

    7 Il “superomismo orizzontale” (Gabriele Adinolfi) che caratterizza il prevalere del Mondo umano sulla Terra porta all’azzeramento della diversità. Ora, la mancanza di varietà e di differenza caratterizza proprio l’essenza del Mare. Geofilosoficamente esso è gemello del deserto. Il deserto è l’elemento per eccellenza della desolazione, della mancanza di cambiamento, dell’uniformità. Non a caso il monoteismo religioso è figlio del deserto. E non a caso il monoteismo economico è figlio del mare. Nel deserto non c’è alcun dio che possa manifestarsi attraverso la natura, non c’è un cosmo inteso come corpo vivente degli Dei; c’è solo una piatta monotonia che genera per riflesso un Dio che è il Totalmente Altro rispetto al mondo. La desolazione desertica rinvia alla solitudine metafisica di un Dio che è prima di tutto ed al di là di tutto, che non è afferrabile concettualmente né rappresentabile figurativamente, il cui nome non può addirittura essere pronunciato. Un Dio sin troppo simile al Nulla. Allo stesso modo la fluida uniformità marittima genera il dio-denaro, ciò tramite cui ogni merce può essere scambiata ma che non è a sua volta una merce, l’equivalente universale di ogni ente, che quindi deve necessariamente essere nulla. Se il denaro fosse qualcosa sarebbe incarnato in una merce particolare e non potrebbe assolvere la sua funzione. Il denaro è la categoria astratta che uguaglia ogni bene concreto così come il Dio unico è l’Astratto rispetto a cui gli uomini concreti sono resi uguali. Livellamento, eguaglianza, uniformità: è questo il paesaggio fisico e spirituale determinato dall’elemento mare/deserto.

    8 Il monoteismo del mercato nasce dal Mare, quindi. Del resto la natura peculiare dell’economia odierna si sposa particolarmente bene con l’elemento liquido. L’era moderna è in effetti l’era dei flussi: flussi di informazioni, flussi di capitali, flussi di merci, flussi di individui. Persino il potere diventa flusso, si smaterializza, diventa una realtà sottile, che attraversa i corpi e le menti senza esser più “solidificato” in un Palazzo d’Inverno. L’uomo stesso perde solidità, diventa flessibile, deve perennemente riadattarsi al flusso del mercato, rinunciando per sempre ad ogni radicamento, ad ogni identità stabile, ad ogni fondamento sicuro. È il mondo della new economy, basata – osserva Aleksandr Dugin – sull’”evaporazione” dei concetti fondamentali dell’economia, su una de-materializzazione della realtà. L’entità dei capitali impiegati nei settori classici dell’economia, quelli della produzione “reale”, è spaventosamente inferiore a quella dei mercati borsistici e della finanza virtuale. La massa monetaria nel mondo è oggi pari a quasi quindici volte il valore della produzione. Di fatto, il capitalismo si svincola ormai dalle merci per puntare direttamente sul vorticoso autoprodursi del denaro, in un sistema totalmente autoreferenziale dove il denaro serve unicamente a generare più denaro. Il valore d’uso della merce tende verso lo zero, mentre il suo valore di scambio tende all’infinito. L’economia perde ogni riferimento fisico, internet supera i limiti di spazio e tempo, il fondamentalismo liberale abbatte le regole e così il mercato globale si fa una marea inarrestabile che cancella ogni residuo di umanità che trova sulla propria strada. Il Mare/mercato straripa, la Terra è totalmente sommersa.

    9 Di fatto, l’assalto del Mare alla Terra porta infatti alla scomparsa di quest’ultima. È l’uccisione dei territori. Al cospetto della marea dilagante non vi è più alcuna terra emersa, cioè non c’è più nulla della Terra così come essa è in quanto è abitata storicamente dall’uomo. I territori diventano semplici zone, spazi disumanizzati la cui essenza è puramente mercantile. I confini tra le zone sono come i confini tracciati sull’acqua: sono pure convenzioni valide sulla carta a fini commerciali, non limiti divisori di uno spazio umano. “Tra le zone”, però, “devono correre dei legami: passaggi di denaro, di merci, di segni. Tale legame è indispensabile e segna il salto dalla geografia alla rete” (Simone Paliaga, L’uomo senza meraviglia, Edizioni di Ar, Padova 2002). La rete “esonera” il territorio dalla sua essenza fisica, lo smaterializza, lo rende fluido. La rete eguaglia ed azzera la differenza di luoghi che di per sé sono diversi, incomparabili ed irriducibili l’uno all’altro. L’opacità del differente viene cancellata in favore della trasparenza della rete, in cui ogni luogo è uguale all’altro. Come in mare aperto, dove nessuno può stabilire senza altre indicazioni in quale punto del pianeta ci si trovi.

    10 Se il Mare deborda e porta il suo assalto finale alla Terra, i custodi della Terra devono fronteggiare il pericolo con una fermezza che non può, però, tramutarsi in immobilismo. Se tutto è Mare, allora, dannunzianamente, navigare necesse est. Nel mondo dei flussi, delle reti, della mobilità inesausta, non si può rimanere in attesa di uno scontro frontale che non vinceremo mai, perché il nemico ci surclassa in forza ed organizzazione e soprattutto perché esso non è solo “di fronte” ma anche accanto, sopra, sotto, dentro di noi. “Per cavalcare la tigre, ovvero per non annegare nella piena del fiume, non bisogna [...] provare mai, nel modo più assoluto, ad andare controcorrente ma si devono sfruttare i venti, seguire le dinamiche, emergendo improvvisamente sulla cresta dell’onda per offrire interpretazioni attualizzate che siano corrette, in ordine e non conformi” (Gabriele Adinolfi, Nuovo Ordine Mondiale, S.E.B. Milano 2002). Il futuro sarà delle reti agili e solidali, non delle parrocchie monolitiche e divise. Occorre assumere l’atteggiamento “liquido” dell’epoca rimanendo tuttavia ancorati alla Terra e radicati in una Comunità di Destino che incarna pur sempre valori in netta antitesi con l’ethos contemporaneo. Solo così potremo porci in modo costruttivo nel cuore dello scontro che – da sempre e per sempre – ci vede fronteggiare l’Aeterna Carthago.

    * * *

    Tratto da Orion 235 (2004).

    Carl Schmitt, Terra e mare, Adelphi, Milano 2002.

    Dieci riflessioni su Terra e Mare | Adriano Scianca

  4. #4
    Tringeadeuroppa
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    8,350
     Likes dati
    1
     Like avuti
    36
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Terra contro Mare

    Terra e mare

    Aleksandar Dugin
    Dalla Geografia Sacra alla Geopolitica | Eurasia Unita

    I due concetti primari della geopolitica sono la terra e il mare. Proprio questi due elementi - Terra e Acqua - stanno alle radici di ogni rappresentazione qualitativa umana dello spazio terrestre. Tramite l'esperienza della terra e del mare, di terra e acqua, l'uomo entra in contatto con gli aspetti fondamentali della sua esistenza. La terra è stabilità, gravità, fissità, spazio in quanto tale. L'acqua è mobilità, leggerezza, dinamicità, tempo. Questi due elementi sono in essenza le manifestazioni più evidenti della natura materiale del mondo. Essi si trovano al di fuori dell'uomo: tutto è pesante e fluido. Essi si trovano inoltre all'interno di esso: corpo e sangue. (la stessa cosa succede pure a livello cellulare). L'universalità dell'esperienza di terra e acqua genera il concetto tradizionale di Firmamento, dal momento che la presenza delle Acque Superiori (origine della pioggia) nel cielo implica anche la presenza di un simmetrico e necessario elemento terra, territorio, la volta celeste. Ad ogni modo, Terra, Mare, Oceano, sono in essenza le maggiori categorie dell'esistenza terrestre, e per l'umanità è impossibile non vedere in esse alcuni attributi di base dell'universo. Come i due termini di base della geopolitica, essi conservano il loro significato sia per civiltà di tipo tradizionale che per forme esclusivamente moderne di stati, popoli e blocchi ideologici. A livello di fenomeni geopolitici globali, Terra e Mare hanno generato i termini: talassocrazia e tellurocrazia, rispettivamente "potere per mezzo del mare" e "potere per mezzo della terra". La forza di uno stato e di un impero è basata sullo sviluppo preferenziale di una di queste categorie. Gli imperi sono o "talassocratici" o "tellurocratici". Quelli implicano l'esistenza di un paese madre e di colonie, questi di una capitale e di province su una "terra comune". Nel caso della "talassocrazia" il suo territorio non è unificato nello spazio di una terra - cosa che crea un elemento di discontinuità. Il mare - qui stanno sia la forza che la debolezza del "potere talassocratico". La "tellurocrazia", viceversa, ha la qualità di una continuità territoriale. Ma le logiche geografiche e cosmologiche complicano subito lo

    schema apparentemente semplice di questa divisione: la coppia "terra-mare", per reciproca sovrapposizione dei suoi elementi, dà vita alle idee di "terra marittima" e di "acqua terrestre". La terra marittima è l'isola, la base dell'impero marittimo, il polo della talassocrazia. Acque terrestri o acque interne alla terra sono i fiumi, che predeterminano lo sviluppo di imperi terrestri. Proprio sul fiume si situa la città, che è la capitale, il polo della tellurocrazia. Questa simmetria è simbolica, economica e geografica nello stesso tempo. E' importante notare che lo status di Isola e Continente è definito non tanto sulla base della loro grandezza fisica, quanto sulla base della peculiare coscienza tipica della popolazione. Così la geopolitica degli Stati Uniti ha un carattere insulare, nonostante la dimensione dell'America del Nord, mentre l'insulare Giappone rappresenta geopoliticamente un esempio di mentalità continentale, etc. Un ulteriore dettaglio è rilevante: la talassocrazia storica è collegata all'Occidente e all'Oceano Atlantico, mentre la tellurocrazia all'Oriente ed al continente eurasiano. (L'esempio precedentemente citato del Giappone è spiegato, dalla più forte "attrattiva" dell'Eurasia). Talassocrazia e Atlantismo divennero sinonimi ben prima dell'espansione coloniale della Gran Bretagna o delle conquiste Portoghesi-Spagnole. Già sin dall'inizio delle ondate migratorie marittime, i popoli dell'Occidente e le loro culture iniziarono la loro Marcia ad Oriente dai centri localizzati sull'Atlantico. Anche il Mediterraneo crebbe da Gibilterra al Vicino Oriente, piuttosto che nell'altro senso. E al contrario, scavi nella Siberia Orientale e in Mongolia provano che esattamente qui vi furono i più antichi centri di civiltà - il che significa, che le terre centrali del continente furono la culla dell'umanità eurasiana.

  5. #5
    Tringeadeuroppa
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    8,350
     Likes dati
    1
     Like avuti
    36
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Terra contro Mare

    VINCERA’ LA TERRA

    analisi / TERRA E MARE
    di Andrea Fais

    Non è ancora chiaro come mai, dopo oltre un secolo dalle sue prime teorizzazioni, lo schema di Halford Mackinder risulti ancora così attuale. Eppure, è noto a tutti che una sua precisa rigidità scientifica, questo schema non l’ha mai avuta, e tanto meno lo stesso autore ne rivendicava il carattere. Il pivot, poi diventato Heartland, rappresentava un’intuizione più che una deduzione. Esso fu il risultato di anni e anni dediti alla rielaborazione continua, come a voler mettere sempre più a fuoco un obiettivo difficile da inquadrare in maniera nitida. Limiti analitici? Forse. Più probabilmente però, fu il rapido sviluppo della potenza nascente degli Zar, a trasformare i parametri stessi intorno cui strutturare una ricerca accurata. La vecchia Moscovia, diventata sempre più prepotentemente un vero Impero, prendeva consapevolezza, cominciava a raccogliere in maniera sempre più cosciente e sicura di sé, il suo imponente passato. Alla ricerca di un’identità e di una vicenda propria non certo semplice da ricostruire, da capire e da inquadrare, la Grande-Russia, cementava, nella sua frammentata e controversa unità politica, secoli di storia d’Oriente.

    Eppure, questa immensa nazione, talmente particolare, costituisce un caso unico nel mondo, capace di recare in sé la perfetta sintesi di un’area sterminata, sospesa tra Europa ed Asia, forse troppo europea per l’Asia, sicuramente troppo asiatica per l’Europa. Emblema nell’emblema di un continente ben più vasto che i cartografi, anche quelli recenti, chiamano e delineano con il nome di Eurasia, la Russia sembra quasi esserne una proiezione in scala, che ripropone al suo interno le stesse caratteristiche culturali poliedriche in essa presenti. Le racchiude in modo più stringente e coeso, ovviamente, riducendone le differenze: è così che il continente della Grande-Russia, sembra poter raccogliere intorno al faro rappresentato da Mosca, le diverse tradizioni di un’Eurasia millenaria e imponente.

    Qual’era la natura storica, etnica e politica della Russia? Come mai, una terra così vasta impiegò così tanti secoli per definirsi sul piano territoriale e identitario? Cosa legava il passato bizantino, il solco dell’Impero Romano d’Oriente agli Zar? Quello che avviene tra il 1453 e il 1546, sembra essere un passaggio fondamentale. È proprio la caduta di Costantinopoli, a consegnare nelle mani della nascente Moscovia, un testimone di portata storica. Spuntava così, quasi all’improvviso, l’idea suggestiva ancorchè concreta della Terza Roma[1], del mito imperiale della difesa e dell’ordine del territorio. Ivan III ne era convinto a tal punto da avviare una politica di ridefinizione territoriale e di espansione regionale, che con il successore Ivan IV, detto il Terribile, vedrà la sua massima applicazione.

    La progressiva consapevolezza di Mosca, erede di Roma e Costantinopoli, ma in un significato profondamente diverso da queste, cominciava a costruire il suo territorio, le sue imprese, le sue saghe e le sue vicende, proprio nella misura in cui, dall’altra parte del Mare del Nord, una nuova civiltà, territorialmente ed economicamente fiorente, aveva ormai messo a frutto le sue spedizioni e le sue fiorenti attività commerciali. Era una realtà completamente opposta: costruita sul fiume Tamigi, e prossima al mare, Londra era infatti capitale di un regno formato da un gruppo di isole, nettamente separate dal resto del territorio continentale. La Corona Britannica, nel XVII secolo aveva ormai posto le basi per un dominio navale e marittimo su larga scala. Schiacciata e costretta tra il Mare del Nord e l’Oceano Atlantico, la Gran Bretagna divenne ben presto la più imponente potenza di mare del mondo, giungendo nei più sconosciuti luoghi del pianeta, e battendo la concorrenza della Spagna, definitivamente ridimensionata dopo la disfatta del 1604[2].

    Con il completamento delle rotte esplorative e delle espansioni terrestri, databile attorno alla fine del XVII secolo, allorquando ormai anche il più recondito dei corni d’Africa e l’ultima porzione dell’emisfero australe, erano stati raggiunti dall’uomo europeo, secondo Halford Mackinder, si chiudeva un’epoca e ne iniziava una nuova. Era l’epoca della grande lotta per l’espansione e il mantenimento della potenza strategica, una lotta senza quartiere, tra due principi fondamentali e due diversi modi di approccio alla questione imperiale. Da un lato, l’approccio tellurocratico, tipico dei grandi Imperi di terra, e dall’altro quello talassocratico, fondato sulla supremazia marittima. Terra contro mare, mare contro terra, o – per usare l’espressione biblico-metaforica che Carl Schmitt utilizzerà qualche tempo dopo – Behemoth contro Leviathan.

    Questi studi, capaci di unire diverse analisi geografiche e storiche con suggestioni più o meno realistiche e concrete, sembrano quasi sovrapporsi, se non frapporsi, sul cammino di tutti gli storicismi fino ad allora espressi. Sin dagli albori della scienza storica moderna, attribuibili all’opera di Giovambattista Vico, nessuno aveva mai pensato ad una filosofia della storia talmente strutturata sulla dinamica degli spazi e dei continenti. Eppure, nel marxismo, in Engels in particolare, pare possibile ritrovare una certa considerazione per la geografia[3], specie nella sua diramazione antropologica ritteriana. Fu Karl Marx infatti a completare l’ultima e più concreta forma di storicismo, fuoruscita dal pensiero moderno. La lotta di classe tra oppressori e oppressi, ovverosia la lotta di classe tra borghesia e proletariato, veniva a determinare la macro-storia dell’intero corso della società, sul solco di un continuo processo di avanzamento, contraddistinto dalla dialettica che Hegel indicava nella contrapposizione dualistica “servo-padrone”, ora depurata di ogni involucro idealistico, metafisico o meccanicistico, e reinterpretata sul piano di un materialismo che Engels definiva moderno, inquadrandolo come un grimaldello gnoseologico di primaria importanza per uscire definitivamente dalle secche di un pensiero metafisico occidentale, saturato dal positivismo e dalle derive borghesi della tradizione illuminista. Era la chiave di volta della storia, l’individuazione della falla, l’evoluzione del Socialismo dall’utopia alla scienza, e la distruzione teorica del Capitalismo, concepito come l’alienazione, come il frutto di una serie di contraddizioni sociali talmente strutturate, da essere invisibili all’uomo oramai privo di una autentica coscienza.

    In questo scenario, la geografia irrompe come un fiume in piena, andandosi a incontrare o a scontrare con l’epopea novecentesca del Socialismo Reale, dei suoi tanti Paesi coinvolti, delle sue particolarità storiche, politiche ed in ultima istanza, pur sempre, economiche. Quando il Socialismo di Marx ed Engels si afferma in Russia, per Mackinder la storia sembra cominciare ad entrare nel proprio canale dialettico: è la cristallizzazione di un confronto che si ripete, costantemente e regolarmente, nell’evo moderno. La Terra contro il Mare: la Steppa contro la Manica, gli Urali contro l’Atlantico, l’Est contro l’Ovest, l’Unione Sovietica contro l’Occidente. L’illustre teorico britannico muore nel 1943, e appena tre anni più tardi, conclusasi la tragica II Guerra Mondiale, il nuovo assetto planetario fuoriuscito dalla Conferenza di Yalta, avrebbe cominciato a delineare tutto ciò che Mackinder aveva profetizzato.

    Alla dialettica “terra-mare”, che aveva contraddistinto il serrato confronto del Grande Gioco, si sovrapponeva la dialettica marxiana “socialismo-capitalismo”, andando non solo a confermare ma persino a corroborare i termini del confronto. Il Socialismo, forse per sua stessa natura e struttura, sembrerebbe quasi adattarsi alla Terra: la sua connotazione di classe proletaria ed operaia, la medesima categoria del lavoro come mito sociale e perno della realizzazione individuale all’interno del più ampio contesto collettivo e comune, e la sua strutturazione gnoseologica e ontologica[4] di tipo materialistico-dialettica, consegnano quasi naturalmente l’approccio socio-economico comunitario, autonomistico e produttivistico alla logica della terra. Inversamente, è proprio l’assenza di territorio a costringere all’espansione via mare, le potenze navali, a spingersi oltre i confini praticabili per raggiungere altre terre, a creare artifizi, nel tentativo di superare ambienti naturali che non pertengono all’esistenza dell’uomo: il mare e gli oceani.

    La precarietà e la continua ricerca affannosa di nuove risorse, induce queste realtà insulari o comunque isolate, all’affermazione su larga scala, se non all’annientamento indiscriminato di chiunque si frapponga sul loro cammino. Il colonialismo e l’imperialismo che per secoli hanno segnato le politiche espansionistiche di Inghilterra, Spagna e Portogallo dimostravano, già nella storia dei secoli passati, una tendenza difficilmente registrabile nell’azione politica delle nazioni terrestri.

    La forma e la posizione tornano dunque ad imporsi come criteri completamente determinanti anche nella geografia politica. La verticalità della Gran Bretagna, in questo molto simile al continente americano, e la sua insularità, la separano e la distinguono dalla gran parte dei territori limitrofi, composti da imperi o nazioni sviluppatisi in senso più che altro orizzontale (Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Austria, Jugoslavia ecc…). Gli Stati Uniti, potenza principale della regione settentrionale del continente americano, rispecchiano proprio una situazione simile, che ne isolano la posizione sia ad Est sia ad Ovest, separati in modo netto tanto dalla porzione orientale quanto dalla porzione occidentale dell’Eurasia, che invece si impone come continente esteso in senso orizzontale, da Ovest verso Est.

    Le estensioni da Nord verso Sud dei continenti africano e americano, fanno annoverare una serie di contraddizioni, appalesatesi nella totale diacronia tra gli sviluppi storici delle rispettive porzioni settentrionali e meridionali. Il Nord America e il Nord Africa si confermano, proporzionalmente, più sviluppati sul piano economico e sociale, del Centro-Sud America e del Centro-Sud Africa. Tali contraddizioni vengono profondamente meno, fino a ridursi al minimo, nel caso dell’Eurasia che, anzi, dimostra una effettiva omogeneità, ed una sostanziale capacità di avanzamento e sviluppo, proprio seguendo una linea orizzontale, avviata in Europa tra le due rivoluzioni industriali e affermatasi in sequenza, in Russia, in Asia Centrale, in Cina, in Giappone, in Medio Oriente, fino a sfiorare l’Asia Meridionale, ancora in attesa di crescita.

    Non sappiamo con precisione e rigore cosa abbia concretamente indotto Mackinder nelle sue conclusioni, sia in merito all’importanza strategica della Russia, sia in merito alla centralità dell’intero plesso eurasiatico, sul quale in seguito avrebbe puntato più precisamente l’obiettivo Nicholas Spykman[5]. Quel che è certo è che l’analisi scientifica odierna, soprattutto in relazione ai dati e alle stime di cui solo da alcuni decenni possiamo essere a conoscenza, confermano la sostanziale validità di fondo di quelle brillanti intuizioni, ancora incerte seppure rafforzate da precise analogie e dissertazioni storiche e geografiche. La divisione del mondo tra Nord e Sud non ha una valenza meramente politica ma sembra sempre più essere la risultante di una vera e propria diversificazione in termini di ricchezza e potenzialità energetica: pur non potendo affidarci a schematizzazioni rigide, un’immaginaria linea di separazione sembra poter essere tratteggiata orizzontalmente tra il Messico e le Isole più a Nord delle Filippine.

    La produzione di petrolio è sempre più nettamente stanziata nei Paesi a nord di questa linea, ed anche volendo escluderne dal novero l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, compresi proprio nel mezzo di un’area di confine tra Nord e Sud del mondo, la somma delle percentuali di produzione sul dato complessivo planetario dei principali protagonisti, ossia di Russia (12,1%), Stati Uniti (9%), Iran (5,2%), Cina (4,5%), Canada (4%), Asia Centrale (3,3%), Norvegia (3,1%) è pari al 41,2%. Il dato di Arabia Saudita ed Emirati Arabi è nel complesso pari a 15,8%. Al di sotto di questa linea immaginaria, nel Sud del mondo i soli punti di forza energetici sarebbero dunque il Messico e il Venezuela, rispettivamente con un dato del 4,2% e del 3,1%. Il restante 35,7% viene ad essere distribuito in maniera geograficamente proporzionale nel territorio mondiale in genere, con una netta prevalenza del Nord del mondo, ed in particolar modo del mondo asiatico[6].

    Per quanto riguarda il gas, il discorso non sembra cambiare ed è schiacciante. I principali Paesi produttori al mondo sono quasi tutti stanziati nel Nord del mondo: Russia, Stati Uniti, Canada, Iran, Norvegia, Algeria, Turkmenistan, Olanda e Regno Unito forniscono assieme il 62,8% dell’intera produzione mondiale[7].

    A questi dati, vanno aggiunte le stime relative alle previsioni sul futuro sfruttamento della zona artica, le stime sul carbone, che ormai fanno registrare il netto predominio di Russia, Cina, Canada e Stati Uniti, e le stime sull’uranio, che, al di là dell’indiscusso primato australiano (circa il 21% dell’intero giacimento mondiale) e del notevole dato di Nigeria e Tanzania, sembra per il resto concentrarsi quasi esclusivamente sul territorio russo, centro-asiatico e nord americano.

    Data per assodata la maggiore ricchezza terrestre della fascia settentrionale del pianeta, è dunque la maggior estensione al suo interno, a favorire l’Eurasia, che proprio in virtù della sua posizione decentrata verso nord e orizzontale, ricopre una fascia vastissima al di sopra della linea immaginaria che separa Nord e Sud del pianeta. Il Nord America e il Nord Africa presentano dunque la limitazione pesante di essere parte integrante di aree continentali disposte verticalmente, prolungate verso il più scarno e limitato Sud, mentre l’Oceania, pur lasciando in sospeso grandi interrogativi, è in ogni caso un continente troppo isolato e ristretto, per poter seriamente recitare un ruolo da protagonista sullo scenario internazionale.

    Il fatto che gli Stati Uniti, declinanti all’interno dei loro stessi problemi economici e della loro attuale mancanza di materie prime, sfruttate e abusate per decenni, nell’industria militare, nell’elevato consumo civile e nel mantenimento di standard produttivi molto costosi, stiano disperatamente ricercando l’apertura di nuovi scenari di espansione, dimostra l’importanza e la validità della Terra, smontando il sogno irreale del Mare e l’illusione stessa di poter costruire una civiltà sull’acqua. Tutto fa pensare che, prima o poi, affonderà.

    [1] L’idea della Terza Roma nasce negli ambienti del revanscismo bizantino e sostiene la sostanziale continuità, nella differenza, del ruolo-guida di un ordine imperiale che coinvolgerebbe gran parte dell’Europa e gran parte dell’Asia, ponendo Mosca quale faro della rinnovata e più estesa civiltà, dopo la caduta di Roma e di Costantinopoli.

    [2] La nefasta spedizione dell’Invincible Armada contro la Gran Bretagna, avviata nel 1585, fu uno dei passaggi storici fondamentali: la disfatta di Filippo II segnò per sempre la storia dell’Europa e, probabilmente, del pianeta intero, proprio nella misura in cui consentì alla Gran Bretagna di uscire nettamente vittoriosa ed egemone su tutta la costa continentale.

    [3] Nella Lettera a Walter Borgius del 25 gennaio 1894, Friedrich Engels annovera testualmente la base geografica, tra le condizioni che determinano l’economia, in riferimento al rapporto tra le condizioni sociali e il terreno su cui esse si manifestano: l’idea non era nuova e affascinava lo stesso Karl Marx, profondamente convinto della validità dell’approccio antropologico alla geografia.

    [4] Fu il filosofo Gyorgy Lukacs, a definire il marxismo come “ontologia dell’essere sociale”.

    [5] Nata come sviluppo della teoria dell’Heartland, la teoria del Rimland del geopolitologo statunitense Nicholas Spykman ne amplifica ed estende i temi fondamentali, individuando nell’intero cordone eurasiatico delimitato dalla lunga e discontinua fascia costiera che va dal Mar Nero al Mar Giallo, passando per il Mediterraneo, il Golfo Perisco, e l’Oceano Indiano, la zona fondamentale per il controllo e il dominio dell’intero pianeta.

    [6] World Oil&Gas Review 2008, dati riferiti alla produzione stimata nel 2007

    [7] ibidem

  6. #6
    Tringeadeuroppa
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    8,350
     Likes dati
    1
     Like avuti
    36
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Terra contro Mare


 

 

Discussioni Simili

  1. Cucina di mare o di terra?
    Di trilex nel forum L'Osteria
    Risposte: 66
    Ultimo Messaggio: 14-12-08, 00:56
  2. Terra e mare
    Di Harm Wulf nel forum Cattolici
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 29-11-02, 20:08
  3. Terra e mare
    Di Harm Wulf nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 28-11-02, 21:08
  4. Terra e mare
    Di Harm Wulf nel forum Tradizione Cattolica
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 28-11-02, 20:38
  5. Terra e mare
    Di Harm Wulf nel forum Esoterismo e Tradizione
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 28-11-02, 20:36

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito