
Originariamente Scritto da
Edmond Dantes
Non so se è capitato anche a Voi ma accade frequentemente, forse in ragione dell’età matura, che, voltandomi indietro, talvolta spontaneamente, altre volte a cagione del richiamo occasionale di un certo episodio parlando con un amico, altre volte ancora ascoltando un brano musicale che evoca un lontano ricordo, io tragga, nitida, la sensazione che quel rimando della memoria appartenga al giorno prima.
I remoti ricordi, trasferiti nella ignota regione in cui sono collocate le testimonianze della mente costituiscono gli echi repertati dei fatti che abbiamo appreso, per esperienza diretta, durante la nostra esistenza.
Sopraggiunge allora un fenomeno che è legato indissolubilmente ad una riflessione.
Quale enigmatico scherzo dell’intelletto raffigura, richiamato dal luogo in cui è sepolto, un fatto, una emozione, un sentire, persino un profumo oppure un sapore, come fosse accaduto, vissuto, sofferto, ascoltato, annusato o gustato un momento prima?
Abbiamo coscienza dello spazio perché lo tocchiamo, lo visualizziamo.
Ma del tempo che passa?
Quella consapevolezza non è istantanea. E neppure si può misurare.
Ci accorgiamo, fisicamente, del nostro tempo che passa davanti allo specchio solo quando si chiude un certo lungo periodo, una certa epoca e se ne apre un’altra.
Ci rendiamo conto dello scorrere del tempo dai segni esteriori di un cambiamento del mondo intorno a noi. Dopo un certo periodo più o meno lungo.
Ma, come ho notato sopra, quando si rievocano fatti lontani ecco che prendiamo atto di una transitoria sospensione del tempo. Un accadimento lontano si presenta, anche nei dettagli, come fosse capitato ieri mattina.
Esiste il tempo? Oppure questa dimensione “prestabilita” nella quale siamo convinti di essere immersi è una illusoria percezione di cui ognuno assume una certezza persuasiva assolutamente convenzionale?