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Discussione: Mi diceva dunque...

  1. #1
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    Predefinito Mi diceva dunque...

    “Mi diceva dunque…”
    “Presso Agatone, che è buono al convito,
    i buoni vengono senza l’invito”
    Platone, Il Convivio (Socrate)


    “Mi diceva dunque Aristodemo che quella sera a casa di Agatone dopo che Socrate ebbe parlato un altro invitato ancora parlò. Non ne ricordava il nome; sapeva soltanto che era venuto con Aristofane e dal modo in cui si comportò lo giudicò poeta, come Aristofane stesso. Non rideva, però, e non scherzava anche se sapeva lievemente sorridere; Aristodemo, descrivendo la strana foggia dei suoi abiti, aggiunse che doveva essere venuto da molto lontano. Una cosa è certa: narrò cose che colpirono tutti ed in particolare modo Socrate”.

    “Non dilungarti, troppo, Apollodoro. Siamo impazienti di sentire quanto ti narrò Aristodemo circa le parole di quest’uomo venuto da lontano, tanto più che l’altra volta che ci intrattenesti non facesti alcun cenno a lui ed al suo dire”.

    “Devo, certo sforzarmi di ricordare e mi è difficile farlo. Aristodemo stesso non fu ben chiaro poiché quella sera molto avevano bevuto e la lingua e la mente di tutti erano un poco legate dal vino. Dovette certo dire cose strane poiché parlò dell’amore, del bello e di tante altre cose che a quanti ascoltavano non fu dato per intero di comprendere.
    Socrate solo io penso abbia inteso. Si era seduto sulla sponda del lettino, colle gambe incrociate ed il mento appoggiato ad una mano; così sistemato, col volto da satiro e lo sguardo arguto, pareva ascoltare non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi.
    Ecco cosa ricordo del discorso dello straniero:”
    *****
    “Il fatto che io non sia ateniese” egli disse “che io non parli la vostra lingua come voi la parlate, che io non dica parole che voi sapete dire vi farà apparire poco chiaro quel che io vado narrando.
    Finora non mi ero ancora posto certe domande. E’ la prima volta dacché sono nato che mi è dato ascoltare uomini così profondi capaci di parlare in modo così difficile di cose tanto semplici.
    Questo forse perché da noi non vi sono filosofi, ma solo musici. Musici del suono e della parola. Questa è la nostra sola arte. Non pietra da pietra, forma sulla pietra, colore sulla pietra. Ma suono nell’aria, parola su suono, parola nell’aria. Noi non ci fermiamo in alcun luogo e non abbiamo case o palazzi. Nostro solo elemento lo spazio, la libertà nello spazio. Nulla abbiamo di duraturo nel tempo, nulla che ci leghi gli occhi. Solo la terra verde o brulla, ricca o povera. Su essa girano le ruote dei nostri carri. Le ruote dei nostri carri sono rotonde, le pietre dei vostri muri sono quadre.
    Non ci siamo mai domandati cosa sia il bello, ma certo noi amiamo tutto ciò che è vivo, tutto ciò che ha ricevuto l’impronta della Creazione.
    Viva per noi è la cenere dei morti che portiamo in piccole anfore, quella poca cenere che è rimasta dopo che la legna accatastata bruciando ne ha dissolto i corpi. Viva per noi è la strada sulla quale battono gli zoccoli dei nostri cavalli. Viva per noi è ogni cosa che richiami alla mente lo spazio interminato in cui si muove la nostra carovana…”
    *****
    A questo punto l’uomo cessò di parlare e chiesto il permesso ad Agatone disse qualcosa nell’orecchio di un servo. Questi uscì e mentre tutti tacevano pensosi lontano dalle pendici dell’Acropoli, s’udiva a tratti e solo il lieve suono d’un flauto, col vento, accompagnato da una cetra. Passò un po’ di tempo.
    Quando il servo rientrò tutti rimasero veramente stupiti. Aristofane, in particolare, non trattenne uno scoppio fragoroso di risa, ma i più s’andavano tappando il naso con i lini della mensa e molti erano trepidanti. Su un gran vassoio d’argento, ancora fumante lo schiavo recava una gran quantità di sterco di cavallo. Posò il vassoio di fronte allo straniero il quale subito senza scomporsi tornò a parlare.
    *****
    “Ecco, amici Ateniesi, anche questo si può amare come cosa viva e bella. Ognuna di queste palle di sterco segna un punto nello spazio da noi percorso. Se noi ci volgiamo indietro a guardare, la strada si distingue per esse, frammezzo alla impronte delle ruote. In queste palle di sterco, poi, gli uccelli cercano cibo, la pioggia le scioglie e quando la carovana è scomparsa lontano ben poco ne rimane. Noi forse ripassiamo nello stesso luogo dopo essere stati in altre terre, ma non ce ne avvediamo. Gli uccelli e la pioggia hanno distrutto le tracce. Eppure, se voi pensate, Ateniesi, questo sterco di cavallo ha avuto lo stesso significato della vita d’uno di noi, di me stesso.
    Ha segnato una traccia nel tempo e nello spazio.
    Ho avuto agio di vedere oggi la grande statua di Athena sull’Acropoli, opera di Fidia. Grande opera, Ateniesi; dicono i naviganti che dal mare si vede molto bene e da lungi la punta d’oro della sua lancia.
    Ma ditemi…
    Per poco, per molto ch’essa duri lascerà più traccia e vi darà più gioia di quanta ne dia a noi il guardare indietro sul nostro cammino lo sterco dei cavalli che misura lo spazio percorso?”
    *****
    Da lontano, dalle pendici dell’Olimpo, una folata di vento molto più forte portò il rumore d’un tuono, segno dell’ira della Dea che il forestiero aveva di certo offeso con le sue parole.
    Ma l’uomo sorrise e riprese a parlare.
    *****
    “Comprendo, dalle vostre fronti corrugate quanto nessuno di voi mi ha detto. Eppure penso di essere nel vero anche se la Dea ha tuonato minacciosa. Acida e zitella ha da essere se s’indigna per le parole vuote e fugaci di un piccolo uomo come me. Strani veramente i vostri dei, le vostre istituzioni e la vostra arte, Ateniesi.
    Non sapete liberarvi dalla FORMA.
    E’ lei che muove lo scalpello dei vostri scultori, il canto dei vostri musici, i versi dei vostri poeti.
    Ho visto i vostri templi, le vostre fontane, le vostre biblioteche. In esse ogni linea è misurata, armonia di volumi e di masse.
    ARMONIA UMANA.
    Anche i vostri numi si saziano di quell’umana armonia quando voi li comprimete nel marmo in lisce e mirabili forme senza forza creatrice, senza sguardo, senza vita.
    Ma, di grazia, mettete uno dei vostri simulacri più belli di Venere o di Apollo accanto a questo vassoio di sterco o accanto a quello stesso sterco che è rimasto nella strada o nella stalla.
    Quella è immobile nel tempo, questo rievoca lo sciogliersi ed il ricomporsi, il ritmo delle stagioni e degli anni, il tempo e lo spazio.
    La vostra è arte: ricerca di bellezza per la bellezza immobile e di forma per la forma armoniosa.
    Si stava festeggiando qui Agatone che oggi ha avuto il premio del suo canto.
    Ma tu Agatone, che sei qui fermo immobile in questa casa, aedo fra i muri, sai bene che dalla pietra non si spreme la parola.
    Pensate al cammino di Omero, alle mura di Ilio ed al vagare del Laerziade. Poesia di vita, vita colma di misteri, tanto che misteriosa è la poesia stessa. Libero dalla forma il vostro poeta vagò, non in cerca della bellezza, ma alla ricerca del Vero, della Verità! Ed il vero gli dava la bellezza.
    Liberatevi dalla FORMA, Ateniesi. Il Vero sta al di sopra di essa. Ogni momento del giorno, ogni azione ad esso, al Vero, ci deve richiamare.
    Le pietre dei muri sono quadre, le ruote dei carri sono rotonde. Il poeta, il musico non può fermarsi che di rado nello spazio. Qualche volta lo fa per dire il vero. Qualche volta per compiere un gesto d’Amore. S’accomuna così a quello sterco di cavallo quando diventa cibo per gli uccelli.
    VERO AMORE, quello che governa il mondo.
    E’ ora che io vada. Per volgermi ogni tanto, camminando, a vedere fra le impronte delle ruote dei carri lo sterco dei cavalli che fuma. Punto nello spazio percorso”.

    f. l.
    Ultima modifica di vanni fucci; 05-02-14 alle 12:44

  2. #2
    esterno alla massa
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    Predefinito Rif: Mi diceva dunque...

    Citazione Originariamente Scritto da vanni fucci Visualizza Messaggio
    “Mi diceva dunque…”
    “Presso Agatone, che è buono al convito,
    i buoni vengono senza l’invito”
    Platone, Il Convivio (Socrate)


    “Mi diceva dunque Aristodemo che quella sera a casa di Agatone dopo che Socrate ebbe parlato un altro invitato ancora parlò. Non ne ricordava il nome; sapeva soltanto che era venuto con Aristofane e dal modo in cui si comportò lo giudicò poeta, come Aristofane stesso. Non rideva, però, e non scherzava anche se sapeva lievemente sorridere; Aristodemo, descrivendo la strana foggia dei suoi abiti, aggiunse che doveva essere venuto da molto lontano. Una cosa è certa: narrò cose che colpirono tutti ed in particolare modo Socrate”.

    “Non dilungarti, troppo, Apollodoro. Siamo impazienti di sentire quanto ti narrò Aristodemo circa le parole di quest’uomo venuto da lontano, tanto più che l’altra volta che ci intrattenesti non facesti alcun cenno a lui ed al suo dire”.

    “Devo, certo sforzarmi di ricordare e mi è difficile farlo. Aristodemo stesso non fu ben chiaro poiché quella sera molto avevano bevuto e la lingua e la mente di tutti erano un poco legate dal vino. Dovette certo dire cose strane poiché parlò dell’amore, del bello e di tante altre cose che a quanti ascoltavano non fu dato per intero di comprendere.
    Socrate solo io penso abbia inteso. Si era seduto sulla sponda del lettino, colle gambe incrociate ed il mento appoggiato ad una mano; così sistemato, col volto da satiro e lo sguardo arguto, pareva ascoltare non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi.
    Ecco cosa ricordo del discorso dello straniero:”
    *****
    “Il fatto che io non sia ateniese” egli disse “che io non parli la vostra lingua come voi la parlate, che io non dica parole che voi sapete dire vi farà apparire poco chiaro quel che io vado narrando.
    Finora non mi ero ancora posto certe domande. E’ la prima volta dacché sono nato che mi è dato ascoltare uomini così profondi capaci di parlare in modo così difficile di cose tanto semplici.
    Questo forse perché da noi non vi sono filosofi, ma solo musici. Musici del suono e della parola. Questa è la nostra sola arte. Non pietra da pietra, forma sulla pietra, colore sulla pietra. Ma suono nell’aria, parola su suono, parola nell’aria. Noi non ci fermiamo in alcun luogo e non abbiamo case o palazzi. Nostro solo elemento lo spazio, la libertà nello spazio. Nulla abbiamo di duraturo nel tempo, nulla che ci leghi gli occhi. Solo la terra verde o brulla, ricca o povera. Su essa girano le ruote dei nostri carri. Le ruote dei nostri carri sono rotonde, le pietre dei vostri muri sono quadre.
    Non ci siamo mai domandati cosa sia il bello, ma certo noi amiamo tutto ciò che è vivo, tutto ciò che ha ricevuto l’impronta della Creazione.
    Viva per noi è la cenere dei morti che portiamo in piccole anfore, quella poca cenere che è rimasta dopo che la legna accatastata bruciando ne ha dissolto i corpi. Viva per noi è la strada sulla quale battono gli zoccoli dei nostri cavalli. Viva per noi è ogni cosa che richiami alla mente lo spazio interminato in cui si muove la nostra carovana…”
    *****
    A questo punto l’uomo cessò di parlare e chiesto il permesso ad Agatone disse qualcosa nell’orecchio di un servo. Questi uscì e mentre tutti tacevano pensosi lontano dalle pendici dell’Acropoli, s’udiva a tratti e solo il lieve suono d’un flauto, col vento, accompagnato da una cetra. Passò un po’ di tempo.
    Quando il servo rientrò tutti rimasero veramente stupiti. Aristofane, in particolare, non trattenne uno scoppio fragoroso di risa, ma i più s’andavano tappando il naso con i lini della mensa e molti erano trepidanti. Su un gran vassoio d’argento, ancora fumante lo schiavo recava una gran quantità di sterco di cavallo. Posò il vassoio di fronte allo straniero il quale subito senza scomporsi tornò a parlare.
    *****
    “Ecco, amici Ateniesi, anche questo si può amare come cosa viva e bella. Ognuna di queste palle di sterco segna un punto nello spazio da noi percorso. Se noi ci volgiamo indietro a guardare, la strada si distingue per esse, frammezzo alla impronte delle ruote. In queste palle di sterco, poi, gli uccelli cercano cibo, la pioggia le scioglie e quando la carovana è scomparsa lontano ben poco ne rimane. Noi forse ripassiamo nello stesso luogo dopo essere stati in altre terre, ma non ce ne avvediamo. Gli uccelli e la pioggia hanno distrutto le tracce. Eppure, se voi pensate, Ateniesi, questo sterco di cavallo ha avuto lo stesso significato della vita d’uno di noi, di me stesso.
    Ha segnato una traccia nel tempo e nello spazio.
    Ho avuto agio di vedere oggi la grande statua di Athena sull’Acropoli, opera di Fidia. Grande opera, Ateniesi; dicono i naviganti che dal mare si vede molto bene e da lungi la punta d’oro della sua lancia.
    Ma ditemi…
    Per poco, per molto ch’essa duri lascerà più traccia e vi darà più gioia di quanta ne dia a noi il guardare indietro sul nostro cammino lo sterco dei cavalli che misura lo spazio percorso?”
    *****
    Da lontano, dalle pendici dell’Olimpo, una folata di vento molto più forte portò il rumore d’un tuono, segno dell’ira della Dea che il forestiero aveva di certo offeso con le sue parole.
    Ma l’uomo sorrise e riprese a parlare.
    *****
    “Comprendo, dalle vostre fronti corrugate quanto nessuno di voi mi ha detto. Eppure penso di essere nel vero anche se la Dea ha tuonato minacciosa. Acida e zitella ha da essere se s’indigna per le parole vuote e fugaci di un piccolo uomo come me. Strani veramente i vostri dei, le vostre istituzioni e la vostra arte, Ateniesi.
    Non sapete liberarvi dalla FORMA.
    E’ lei che muove lo scalpello dei vostri scultori, il canto dei vostri musici, i versi dei vostri poeti.
    Ho visto i vostri templi, le vostre fontane, le vostre biblioteche. In esse ogni linea è misurata, armonia di volumi e di masse.
    ARMONIA UMANA.
    Anche i vostri numi si saziano di quell’umana armonia quando voi li comprimete nel marmo in lisce e mirabili forme senza forza creatrice, senza sguardo, senza vita.
    Ma, di grazia, mettete uno dei vostri simulacri più belli di Venere o di Apollo accanto a questo vassoio di sterco o accanto a quello stesso sterco che è rimasto nella strada o nella stalla.
    Quella è immobile nel tempo, questo rievoca lo sciogliersi ed il ricomporsi, il ritmo delle stagioni e degli anni, il tempo e lo spazio.
    La vostra è arte: ricerca di bellezza per la bellezza immobile e di forma per la forma armoniosa.
    Si stava festeggiando qui Agatone che oggi ha avuto il premio del suo canto.
    Ma tu Agatone, che sei qui fermo immobile in questa casa, aedo fra i muri, sai bene che dalla pietra non si spreme la parola.
    Pensate al cammino di Omero, alle mura di Ilio ed al vagare del Laerziade. Poesia di vita, vita colma di misteri, tanto che misteriosa è la poesia stessa. Libero dalla forma il vostro poeta vagò, non in cerca della bellezza, ma alla ricerca del Vero, della Verità! Ed il vero gli dava la bellezza.
    Liberatevi dalla FORMA, Ateniesi. Il Vero sta al di sopra di essa. Ogni momento del giorno, ogni azione ad esso, al Vero, ci deve richiamare.
    Le pietre dei muri sono quadre, le ruote dei carri sono rotonde. Il poeta, il musico non può fermarsi che di rado nello spazio. Qualche volta lo fa per dire il vero. Qualche volta per compiere un gesto d’Amore. S’accomuna così a quello sterco di cavallo quando diventa cibo per gli uccelli.
    VERO AMORE, quello che governa il mondo.
    E’ ora che io vada. Per volgermi ogni tanto, camminando, a vedere fra le impronte delle ruote dei carri lo sterco dei cavalli che fuma. Punto nello spazio percorso”.

    v.f. gennaio 2011
    WOW !!! Vanni Fucci e qui mo debbo postare una scena memorabile di film cult .... una scena adatta adatta per tipe come melusine e gertrud
    aspè che la trovo .... una scena orgasmica

  3. #3
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    Predefinito Rif: Mi diceva dunque...

    Presso Agatone, che è buono al convito,
    i buoni vengono senza l’invito”
    Platone, Il Convivio (Socrate)

    però
    gli uomini di valore vanno sempre senza invito alle cene degli uomini da niente
    ma d'altro canto
    alle cene degli uomini di valore vanno lo stesso senza invito gli uomini da niente

    Ultima modifica di uqbar; 11-01-11 alle 18:45

 

 

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