





La solita cretinata, non è mica sua figlia ad esserci andata, tutto da appurare, ma sai hanno una famiglia perchè non le tengono a casa, forse perchè ci guadagnano, come si dice tale madre tale figlia, il consenso lo danno i genitori, a quanto pare non le guardano abbastanza.


La corte degli avidi al bancomat di Arcore
Tra assegni e regali, la corte degli avidi usò l’«amico Silvio» come un bancomat
Nessuno che fosse disinteressato. Tutti attorno al Grande Ricco generoso. Come cavallette assetate. Compresi quelli di cui il Grande Ricco si fidava. Un milione 200 mila euro in «prestito ». Ottocentomila a Lele Mora, che ne aveva bisogno. Quattrocento a Emilio Fede, come beneficio. Fede a Mora dice che chiederà al Capo Bancomat: «Uno e due, di cui 100 li dà a me in due rate che ho prestato 50 e 50, capito?». Mora capisce perfettamente: «Certo». Fede a Mora: «Vuol dire che possono diventare uno e mezzo: io ne prendo quattro e tu otto, va bene? ». Mora a Fede: «Benissimo, meraviglia, meraviglia, bravo direttore, bravo». Hanno trovato l’isola del tesoro. La cornucopia. La cassaforte sempre disponibile. Lo sportello da cui attingere senza remore. Una cresta collettiva. Un vortice di pagamenti, regali, doni, con un giro di persone che ha intravisto la «meraviglia» di cui ripetutamente, come incantato da una visione da Paese dei Balocchi, parla Lele Mora. Anche bonifici. Dicitura: «Bonifico o/c Silvio Berlusconi in favore di Alessandra Sorcinelli - prestito infruttifero ». O assegni circolari. Come nei colloqui intercettati: «Se facessimo dei circolari le andrebbero bene oppure...? ». «Benissimo anche quelli». Allora «busta chiusa a ritirare», «Mi fai un regalo, un regalissimo ». Il denaro come, secondo Marx, «equivalente universale». Un modo dotto di dire che, nella modernità, tutto ha un prezzo. Secondo Georg Simmel il denaro è il simbolo della riduzione dei valori qualitativi in valori quantitativi.
Le ragazze dell'inchiesta
Ma Simmel non deprecava. Descriveva. Avrebbe ricavato un supplemento di dettagli se avesse letto le intercettazioni in cui il «quantitativo », nei rapporti con il detentore di grandi ricchezze, soppianta il «qualitativo ». «Papi qua è la nostra fonte di lucro». «Mi devi dare una certa stabilità economica». «Amore per favore aiutami a trovare un lavoro per chiedere un mutuo che è uno dei miei sogni più grandi». Fino al terrificante: «Gli ho detto che ne voglio uscire almeno con qualcosa... cioè mi dà... però... 5 milioni a confronto del macchiamento del mio nome». Ecco l’equivalente universale: 5 milioni di euro («a confronto») per un congruo e sicuro «smacchiamento». Come un bancomat, o un biglietto della lotteria. O la cornucopia universale da spremere prima che sia troppo tardi, fino all’ultima stilla. «Va bene, non ti chiedo tanto, mille». «No, mille sono tanti». «Mille, ma sono 500 euro a testa, caro». Caro, in tutti i sensi. E ancora: «Torniamo a casa almeno con 4 mila euro e perciò domani ci devi essere per forza». «Cash! Eh, un cristiano normale lavora sette mesi per prendere quello che ho preso io». «Sono stata un po’ cogliona perché non ho beccato nulla». La nottata «è valsa nove scarpe». «Un braccialetto e 2.000 euro». «Dice alla madre di aver ricevuto 7». Un sms dice che la rivale «ha avuto 6,5, ok?». «Ho diviso in due una busta da 5». Un esercito di gente che acchiappa, arraffa, incassa, agguanta. Senza nemmeno un trasporto d’affetto per la fonte di tanta fortuna. Che anzi viene insolentito, sfruttato senza limiti, indicato come la risoluzione di ogni problema. «Cavolo Francesca, un diamantino piccino!
Le ragazze di via Olgettina
C’è scritto F di Francesca piccolino d’oro, preferivo i soldi». «Questi sono gli inizi dai». «Comunque c’è soltanto il trilocale, eh, libero ». «Gli aveva fregato la casa». Due cd di Apicella. Delusione? Aperti, ecco «quattro banconote da 500 euro». «Tutta la notte a 300 euro», altre cose, sempre «a 300 euro». «Lui ha regalato un anello e un bracciale a tutte, compresa Maria». «Basta che non siano 50 euro». E poi, se non arriva l’equivalente universale, se il flusso di denaro, appartamenti, creste, bonifici, assegni circolari, bracciali, collane, diamantini, buste, banconote si dissecca o appare sulla via dell’esaurimento, l’esercito vorace di chi si stringe al Grande Ricco trasformato in bancomat diventa crudelmente avido, sempre più esigente, sempre più disposto a lasciare solo chi è all’origine di tanti variegati benefici. Da «l’importante mi sta riempiendo di soldi» fino a «vado io a tirargli la statua in faccia», se il bancomat annuncia di non funzionare più secondo i ritmi di chi vuole approfittare e mettere le mani nel tesoro dei miracoli. Basta solo un annuncio e il Grande Ricco si ritrova solo, come il Rag. incaricato di saldare i conti e mettere ordine tra postulanti, finti amici e affamati di denaro. «Prestito infruttifero».
Pierluigi Battista
19 gennaio 2011
La corte degli avidi al bancomat di Arcore - Corriere della Sera
Beh, a me Re Silvio fa un po' pena.


Fa pena anche a me: sicuramente non è più molto in sè, e ha intorno una miriade di persone che se ne approfittano
Gladstone: " Se il popolo d'Inghilterra avesse dovuto attendere le libertà dal ricorso ai mezzi legali, esso le aspetterebbe ancora"


Tornando a parlare di cose serie,votate qui che dobbiamo stabilire se Ruby è gnocca o no.


Il tradimento dei leccapiatti
MATTIA FELTRI
E’ davvero così: a guardarlo dagli amici ci avrebbe dovuto pensare Dio. Il sapore della disfatta è tutto lì, nelle conversazioni miserelle dei compari, nelle valutazioni sguaiate e ginnasiali delle ragazze di cui Silvio Berlusconi credeva d’aver conquistato il cuore con fascino e munificenza. Il peggio sta nella risatina oscena di chi sa di avere realizzato la circonvenzione del vecchio famelico sempre col cuore e il portafogli aperto: il dialogo fra Emilio Fede e Lele Mora varrebbe un ultimo atto da ovazione.
L’agente dei divi - quello che in caftano bianco porgeva i piedi al massaggio dei tronisti e allo scatto del fotografo - si ritrova colmo di debiti e chiede soccorso al direttore del Tg4. E’ il direttore che per primo ostentò l’adulazione, la fascinazione incrollabile, la fedeltà incondizionata per lo stupor mundi. Fede ha la soluzione. Va lui da Berlusconi. Gli parla lui. Glielo dice: Lele non sta bene, è preoccupato, «una mano bisognerebbe dargliela, hai fatto tanto bene a tanta gente, lui poi se lo merita più degli altri...». Lele è felice, gli pare tutto perfetto, dice a Fede di spiegare a Berlusconi che poi lui metterà in vendita due o tre cose e restituirà il prestito... «Tanto poi campa cavallo che l’erba cresce...».
Un bella compagnia di giro. Si direbbe il gatto e la volpe, sebbene ora dicano di essere stati fraintesi. Fede ottiene un milione e duecentomila euro, ottocentomila vanno a Mora, quattrocentomila se li tiene lui per il disturbo, e figurarsi Mora: «Benissimo, meraviglia, meraviglia, bravo direttore, bravo». E ancora Fede: «Dimmi che sono bravo e sono un amico». «No bravo, di più», dice Mora, che sull’amico - sul termine - non si sbilancia: qui conta la riuscita del piano. I quattrini saranno spillati per mezzo di assegni circolari.
Poi ci sono le ragazze. Sono entrate nell’harem di Berlusconi, per lui si sono spogliate eccetera. Una legge al telefono la lettera che gli ha scritto nella speranza di ricavarne un impiego, si rivolge al suo amore, scrive amore di qui e di là, e quando arriva alla parola «amore» le viene da ridere. Meglio ancora sono le sorelle De Vivo, Eleonora e Imma, scafate frequentatrici dell’harem. In cambio di moine devono aver intascato gioiellini e banconote, ma ora il giochino sembra incepparsi, una dice all’altra: «L’ho visto un po’ ingrassato, imbruttito, l’hanno scorso era più in forma... Adesso sta più di là che di qua. E’ diventato pure brutto. Deve solo sganciare...». Insomma, niente più sta in piedi. La scenografia si sbriciola, gli amici raccattano le banconote da terra, le ragazze scansano il vegliardo, dicono che bisognerà mettersi a rubargli in casa, un po’ è il mondo che Berlusconi vagheggiava e che sfuma, un po’ è la storia dell’eterna ingratitudine umana che si realizza nei modi più desolanti.
In fondo è una vicenda che va avanti, plateale, da un anno. Il primo era stato Gianfranco Fini che si era emancipato dal fascismo e dal mussolinismo per Berlusconi e la rivoluzione liberale, attraverso cui non aveva guadagnato una presentabilità nei sacrari della democrazia, ma un posto dentro all’arco costituzionale sì. E poi, giunto alla maturità nei paraggi della sessantina, Fini ha scoperto che non soltanto il Duce e le leggi razziali, ma anche il Cavaliere e le leggi ad personam - tante volte da lui votate - erano il male assoluto. Poi c’erano stati Gianni Letta e Giampiero Cantoni, gli amici di una vita, e dai dispacci diffusi da Wikileaks era saltato fuori che in certe occasioni conviviali si erano lasciati andare nella descrizione del presidente del Consiglio che fa notte con le fanciulle, e alla mattina sta su per scommessa, e si appisola ad ogni occasione istituzionale. Non c’è sodale che non lo abbia abbandonato, alcuni con peccato mortale, altri veniale. Ma sono una pugnalata via l’altra. Anche il doppiogiochista Marcello Dell’Utri - se avesse ragione la procura di Palermo nelle motivazioni della condanna - che rassicurava Berlusconi sul contenimento delle minacce mafiose, e ai mafiosi diceva di averli introdotti nella fortezza del potere. La fotografia del crepuscolo è questa: è il generale nel suo labirinto, e attorno soltanto ombre di leccapiatti e traditori.
Il tradimento dei leccapiatti - LASTAMPA.it
Effettivamente un po' di compassione la suscita. Una persona anziana, compulsiva, che si circonda di parassiti. E poi dice che è divertito dalla situazione.
Teniamoci stretti, che c'è vento forte.
Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.
{;,;}


Aveva ragione la ex moglie, pare.


Mi dicono che sul blog del popolo viola sia diponibile la copia integrale dell'autorizzazione a procedere, tutte le 300 e passa pagine, da scaricare gratuitamente in pdfiaociao:


Ultima modifica di Lawrence d'Arabia; 19-01-11 alle 15:20
"Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
Gratteri: "L'Ue è una prateria per le mafie"