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    Predefinito Il sacro femminino e la Dea Madre

    La premessa è che preferisco interagire con le donne...nelle dinamiche (illusorie o meno) degli affetti emozionali e passionali e delle complicatissime () relazioni mentali... e se esse si identificano in una Madre molte rsistenze tendono a dissolversi nei percorsi spirituali...




    Il culto della Dea Madre in India

    di Lawrence Sudbury - 25/10/2010



    Dea-Madre in terracotta dalla Valle dell'Indo

    Il culto di una “dea madre” è uno dei tratti che accomuna praticamente tutte le grandi religioni del mondo, derivando da un archetipo primario universale. Spesso, in aree in cui la religiosità ha assunto una fisionomia più strutturata e monodirezionale, tale culto ha finito per essere velato da tratti sempre più profondamente simbolici o dalla necessità di inserirsi in un contesto predefinito e “a tema”, fino a risultare quasi o totalmente irriconoscibile.

    Ciò, ovviamente, non è avvenuto per una religione per molti versi “anarchica” come quella indù, in cui la caratteristica forma sincretica e aggregativa di tratti cultuali differenti[1] ha permesso il mantenimento di una chiarezza di delineamento del sistema prototipico di riferimento, tale da fungere quasi da paradigma della significazione primaria del culto stesso.

    All’interno dell’Induismo, infatti, Devi, la “Femmina Divina”, riverita da qualsiasi scuola filosofico-religiosa della eterogenea tradizione indiana, è venerata come una divinità maternale, e, anzi, è addirittura meglio conosciuta proprio con il suo appellativo di “Dea Madre”. Tale culto universale viene spiegato dai Bramini come istintuale, insito in ogni essere generato che ha come primo impulso quello di amore verso chi lo genera. Così il primo uomo, a quanto pare, contemplando l’idea di divinità invisibile, guardò il volto della donna che lo aveva dato alla luce, la madre protettiva, attenta e amorevole, e scoprì in lei la “divinità assoluta”‘ e la forma manifesta dell’invisibile[2].

    Conseguentemente diede a Devi, epitome celeste della maternità, un ruolo superiore nel pantheon degli dei, le eresse miriadi di templi e intesse intorno a lei innumerevoli miti ed elementi devozionali per invocare la sua protezione e il suo amore verso i “figli”. Per certi versi, questo impulso di cercare di coniugare il Divino con la madre sembra essere stato la prima esperienza dell’uomo spirituale[3].

    A un certo punto della storia, forse per un più efficace svolgimento dei riti del culto, questa percezione della mente è stata trasformata in un supporto materiale: le figurine in terracotta della Dea Madre, recuperate in scavi in vari siti indù (ora in gran parte in Pakistan), sono non solo tra le prime manifestazioni tangibili di una fede resa manifesta, ma sono indicative di un ben sviluppato culto della Dea Madre databile dal 3000 a.C. al primo secolo a.C., con statuette che continuano ad essere prodotte fino all’inizio dell’era cristiana. Queste figure, fatte di argilla in modo da definire la loro parentela con la fertilità del suolo, di cui sono espressione, rappresentavano la Dea Madre come Madre Terra, con una iconografia significativa e suggestiva che comprendeva i grandi seni pieni di latte, gli organi genitali scoperti, i capelli splendidamente velati e un buon numero di braccialetti ai polsi[4]. Il significato simbolico è piuttosto chiaro: questo è l’Essere che dona, alimenta, prende tutte le calamità sulla propria testa e copre il proprio nato sotto il suo ombrello protettivo ma, al stesso tempo, definisce nel modellamento della proprie forme una assoluta bellezza estetica. Come suggeriscono i suoi bracciali, emblema tradizionale dello stato civile, oltre ad essere una madre è anche una consorte: così, nella sua manifestazione materiale, non solo viene a rappresentare la maternità assoluta ma anche, includendo il ruolo di sposa, la femminilità assoluta. In questo modo la dea diviene causa della vita e suo sostentamento e, in una estensione mistico-filosofica di tale concetto, come madre della vita diviene anche ispirazione della vita stessa e motivo di vita per i suoi fedeli.



    Nella sua contemplazione nel Rig Veda, che sembra nel suo complesso avere una forte propensione per l’idea del Femminile Divino[5], la Dea Madre prende due diverse linee interpretative, una mistica e l’altro tradizionale. La linea tradizionale è la stessa che era prevalsa tra le antiche comunità induiste e che, come accennato, percepisce la Divina Femmina come divinità materna: il Rig Veda chiama il potere femminile “Mahimata”[6], termine che letteralmente significa “Madre Terra”, a tratti la letteratura vedica allude a lei come “Viraj”, la madre universale, come “Aditi”, la madre degli dei, e come “Ambhrini”, colei che è nata dall’oceano primevo. Allo stesso tempo, il Rig Veda adotta anche una linea descrittiva mistica, allorché ne tratta in congiunzione con il Proto-Maschio o “Vak-Vani” nella descrizione del processo creativo: nel misticismo vedico il cosmo e tutte le cose sono pre-esistenti ma non manifeste e il Vak-Vani le rende manifeste. Allo stesso modo, però, anche la Proto-Femmina è percepita come “Ushas”, la luce splendente delle prime ore del mattino, che rende manifesto ciò che il buio della notte rende non manifesto. Conseguentemente, nella teorizzazione metafisica della letteratura vedica si enuncia, un po’ cripticamente: “tutte le cose esistono, ma si manifestano in lei, che è, nel Proto-Maschio“[7]. L’Upanishad chiarisce questa proposizione: nella sua visione esso identifica questa Proto-Femmina vedica come “Prakriti”, la natura manifesta, che è l’aspetto materiale delle cose e che tutto pervade di quella energia cosmica che è intrinseca in ogni entità. Così, essa può essere vista come l’energia potenziale del creato, che viene posta in atto dall’azione Proto-Maschile, con un chiaro riferimento simbolico e astratto estrapolato dall’osservazione dell’atto generativo umano[8].

    Per quanto parzialmente i Veda e in modo più massiccio l’Upanishad costruiscano intorno a Devi una sorta di corpo mistico, è, comunque, fondamentale che, di fatto, il radicamento del culto sia antichissimo e, come suggerisce l’”Harivansha Purana”, un trattato religioso del IV-V secolo, si radichi nel sentimento emotivo dell’uomo primitivo che vede la dea come signora della giungla, della natura che continuamente rifiorisce e come protettrice del villaggio a cui fornisce cibo.

    Solo in un secondo tempo si avrà una sistematizzazione di tale culto naturale, una sistematizzazione che avrà il suo apice con il Mahabharata, il quale, mantenendosi in linea con il misticismo vedico, allude a lei come la fonte sia spirituale che materiale di tutte le cose. L’epopea enuncia che tutto, entità materiali e astratte, manifeste e non manifeste, sono solo manifestazioni del Divino Femminile. Secondo il Mahabharata, infatti, la Dea Madre diventa radice metafisica dello stesse esistere: lei è l’eterna difenditrice del Dharma e della verità, la promotrice di ogni felicità e colei che dona salvezza e prosperità, ma che può essere anche fonte di dolore e sofferenza[9].



    Questo processo di metafisicizzazione di una istanza spontanea probabilmente finisce per rendere molto complessa l’assunzione cultuale di una divinità onminglobante all’interno del pantheon induista e, infatti, troviamo che, subito dopo il Mahabharata, al sorgere dell’era Puranica, verso il V secolo d.C., quello della Devi diventa un tema poco citato nella letteratura e l’arte d’élite. Certamente il suo resta un culto diffuso ma, fino alla elevazione della Dea Madre al rango di una divinità puranica, tale culto rimane limitato solo, o principalmente, agli angoli più remoti del mondo primitivo delle tribù, in tribù come i Santhal, i Bhumia e altri gruppi del Bihar, dell’Orissa e del Bastar che continuano, ad esempio durante le cerimonie nuziali, a definire il loro lignaggio come derivante da Devi nel suo avatar “Mahimata”, di “Terra Madre”, a seconda delle trazioni accoppiato alla divinità protettrice Shiva visto nell’avatar di “Dharini”, “il sostenitore” (in realtà, spesso è l’unione di Shiva e Devi a divenire, in una sorta di congiunzione simbiotica, emblema del sostentamento) ma, a volte, anche a Shiva visto nell’avatar di “Mahayogi”, che rappresenta il Male Divino, dando così conto di una sorta di ambivalenza ben chiara nell’inconscio collettivo dell’istanza naturale[10].

    Come detto, solo dopo che viene ospitata nel pantheon brahmanico, la Dea Madre diviene oggetto di culto anche nel mondo delle élite: siamo intorno al V secolo e, in questo periodo, si nota una sorta di esplosione del tema “maternale” nella letteratura puranica: praticamente ogni testo dei Purana finisce per mettere in luce un aspetto o un altro della Dea Madre, non soltanto ragionando sulle sue qualità astratte, ma anche istituendone un culto formalizzato, nel quale essa viene invocata sì come solo Potere supremo regnante sul cosmo, ma, soprattutto, riprendendo e portando a compimento la concezione già insita nella raffigurazione della dea come “Prakriti”, come incarnazione dell’energia (procreativa) cosmica, così come appare evidente nella formula d’invocazione, “sì, o Dea che riempi e dai forma al’intero cosmo con la tua energia, noi rivolgiamo a te i nostri saluti perché tu sei oltre la nostra comprensione e così più grande di noi“[11], che le viene rivolta nel Markandeya Purana, tra tutti i testi puranici forse il più elaborato nella sua concezione della Devi e dei riti a lei connessi, tanto da essere considerato ancora oggi il documento più autentico sul culto della dea.

    Di primo acchito, il Markandeya Purana sembra, dunque, allontanarsi dalla prima manifestazione della Devi come Dea Madre, o Madre Terra, ma, in realtà, la sua visione è perfettamente in continuità con la più antica tradizione della valle dell’Indo. Si tratta, al massimo, di una “fuga metafisica” dalla pura manifestazione iconica della Dea Madre come principio passivo del proto-induismo per focalizzarsi su un’ottica in cui si sottolinea il suo status attivo e operativo così come, in fondo, proprio dei miti d’origine legati alla comprensione del femminino maternale divino.



    La funzione di Dea Madre Terra è, simbolicamente, molto facilmente rinvenibile soprattutto leggendo il trattato “Devi Mahatmya” del Markandeya Purana, laddove si narra di come il re Suratha e il mercante Samadhi, avendo perso rispettivamente il proprio regno e la propria attività commerciale, si rivolgano al saggio Markandeya per sapere da lui come recuperare il loro stato precedente. Dopo aver narrato il significato della Madre divina e la sua grandiosa potenza, il saggio Markandeya chiede loro di preparare un’immagine di terra della Madre Divina e di adorarla: proprio questa necessità di ricostruire il legame con la fisicità della terra ci dice di come la concezione della Devi come Madre Natura non si sia persa ma, unicamente, sia rimasta alla base di una sorta di “balzo spirituale” che estende il concetto di maternità a prospettive più astratte, metafisiche e, in fin dei conti, omninglobanti, retaggio ultimo della lettura del Mahabharata.

    In questo quadro, sebbene nella letteratura puranica le convenzioni religiose, l’iconografia antropomorfa e le pratiche rituali legate alla Dea Madre siano state concepite variamente e persino variamente denominate, esiste una meravigliosa unanimità nella sua visualizzazione metafisica e nella sua percezione cosmica. Per quanto riguarda la sua percezione metafisica, sia che si incontri la sua figura in miti o leggende, in rituali o in trattati di retorica, in testi classici o nelle tradizioni popolari, o nella visione di un pittore, uno scultore o un poeta, lei è l’”Adi Shakti”, la proto-energia che comprende tutte le forme di vitalità, forza, potenza, abilità, dinamismo e facoltà operative. E’ in questa accezione, come “Adi Shakti”, che la Devi presenta nell’avatar “Prakriti”, che opera in e su tutte le cose, manifeste o meno che siano. Così essa è puro fattore dinamico del cosmo ma, al tempo stesso, come pura energia che informa l’ente, è “Dhatri”, la titolare di tutte le cose, sia statiche che in movimento, potendo anche, così, essere forza costante e ferma. In definitiva, Devi è, conseguentemente, la natura manifesta e quindi è materialmente presente, ma è anche la proiezione dell’entità possibile, come coscienza assoluta, mente pensante, Intelletto universale e potenza che controlla tutti i sensi. Essa è, così, a seconda del volto con cui presenta la propria energia universale, colei che governa il sonno, la sete, la fame, la luce, l’ombra e il buio, il pudore, la gioia, la compassione, la misericordia, la bellezza, il fascino, la fede, la pazienza, la violenza, la quiete, l’attività, il movimento e, persino, la vendetta[12].

    E, sopra ognuno di questi aspetti, ciò che più di ogni altra cosa emerge è che essa è, in una percezione cosmica che deriva da una mescolanza di metafisica e mitologia, la Madre Universale di qualunque realtà visibile o pensabile: la Devi è la più pura rappresentazione formalizzata del principio di generatività e ciò si esplica apertamente proprio nella cosmologia indù. In India la percezione metafisica della creazione avviene, come si è accennato, attraverso la composizione di due fattori, variamente definiti come “Prakriti” e “Purusha”, “Shiva” e “Shakti”, “Materia” e “Conscio” maschio e femmina o simili . “Prakriti” è la materia, che in area metafisica equivale al femminino e che rappresenta l’aspetto manifesto della creazione, mentre “Purusha” è lo “spirito conscio” che rappresenta il suo aspetto non manifesto. Nella percezione più popolare, a volte questa strutturazione mitologica subisce un cambiamento: Shiva viene visto con il suo avatar “Shava”, cioè come l’entità inanimata, e Shakti viene a incarnare l’energia, che anima l’inerte con il suo potere operativo. Senza Shakti Shiva non sarebbe che massa morta, cosicché simbolicamente Shakti diventa l’energia intrinseca di tutte le cose di cui si parlava in precedenza[13]. Ancora una volta, è palese il richiamo all’atto generativo umano come atto cooperativo tra uomo e donna, semplicemente osservato da due ottiche differenti: con il principio maschile che instilla il seme primario poi sviluppato dal principio femminile nel primo caso e con il seme visto come inerte se non nutrito dal principio femminile nel secondo.

    In secondo piano rispetto a questo ruolo generativo assoluto, ma pur sempre chiaramente presenti, sono altri aspetti della Devi legati al suo essere “puro femminino”.

    Già il concetto primitivo della “femmina divina” sembra essere legato alla sua capacità di donare che di generare. Al dì là degli aspetti metafisici, essa appare una sorta di divinità antropomorfizzata in cui si sommano, attraverso storie leggendarie, vari aspetti della personalità che, in linea assoluta, appaiono legati dalla caratteristica di arrecare abbondanza agli uomini. Non per nulla, nei miti che la circondano, i tratti più ricorrenti sono quelli relativi alle sue azioni di carità e benevolenza[14].

    Anche per quanto riguarda la sua origine, esistono innumerevoli tratti mitologici, ma due di loro sono sicuramente più diffusi e hanno assunto una maggiore rilevanza nel culto. Il primo si riferisce al suo essere sorta per vincere il male e ristabilire la giustizia e il secondo la concepisce in forma triadico/trinitaria come tutti i grandi dei centrali (sul calco della triade Brahma, Vishnu, Shiva). Conseguentemente, nel primo caso essa viene creata dalla potenza celeste degli dei, mentre nell’altro essa è sempre esistita. Vediamo come si esprimo le due leggende.



    Secondo la tradizione più antica, inizialmente il demone bufalo “Mahishasura” governava la terra, ma era un demonio tirannico e infliggeva grandi sofferenze a tutte le creature, rendendone la vita miserabile. Aveva anche invaso il cielo, sede di Indra e degli altri dèi, cacciandoli dal luogo sacro ma, per un dettame di Brahma, egli era invincibile contro ogni essere maschile, animale o umano che fosse. Sapendo ciò, gli dèi decisero di cercare una femmina guerriera per eliminarlo e, non trovando nessun modello che si prestasse all’uopo, decisero di usare le proprie caratteristiche per realizzare una nuova divinità che assommasse i loro poteri. Di conseguenza, la nuova creatura venne formata con la testa modellata su quella di Shiva, i capelli ripresi da Yama e braccia, seni, vita, piedi, artigli, unghie, naso, denti, occhi, sopracciglia e orecchie, rispettivamente copiati da quelli di Vishnu, Luna, Indra, Brahma, Sole, Vasu, Kuber, Prajapati, Agni, Vayu e Alba. I suoi gioielli e ornamenti scintillanti erano dono dell’Oceano e la sua collana intarsiata di gemme celesti era quella del grande serpente Shesh. La Devi emerse con tre occhi e diciotto mani che impugnavano varie armi celesti: il tridente di Shiva, lo scudo di Vishnu, la corazza di Varuna, l’arco di Vayu, il dardo di Agni, la lancia di ferro di Yama, la faretra di Surya, il fulmine di Indra, il macete di Kuber, il rosario di Brahma, la spada di Kala, l’ascia da battaglia di Vishwakarma, etc. Himvana le diede un leone da cavalcare e tutti gli dei le si prostrarono innanzi. Dopo che Mahamuni Narada le narrò la difficile situazione degli dei, ella affrontò Mahishasura e lo uccise in poco tempo e ciò la pose al di sopra di tutto il pantheon che aveva difeso[15].



    Il secondo mito appare per la prima volta nel testo chiamato “Devi Bhagawat”. Dopo il Grande Diluvio Vishnu emerse come un bambino che galleggiava su una foglia di fico. Sgomento si chiedeva quale fosse la sua origine, chi lo avesse creato e perché si trovasse lì. Improvvisamente si udì una voce celeste che gli annunciò di essere la sua origine e la sola creatura eterna. Vishnu, perplesso, si guardò intorno e vide emergere davanti a sé una donna celeste con quattro mani che sostenevano una conchiglia, uno scudo, una mazza e un loto. La donna indossava abiti e gioielli divini ed era partecipe dei poteri di ventuno dei, i più importanti dei quali erano Rati, la dea dell’amore e dell’erotismo, Bhuti, la dea della ricchezza e della prosperità, Buddhi, la dea della saggezza, Kirti, la dea della credibilità, Smriti, la dea della memoria, Nidra, il dio del sonno, Daya, la dea della compassione, Gati, il dio del movimento e del ritmo, Tusti, il dio della gioia, Pusti, il dio della crescita e dell’affermazione, Kshama, la dea della tolleranza, Lajja, la dea della grazia e Tandra, il dio della letargia. Vishnu allora capì che lei era la “Adi Shakti Mahadevi” e le s’inchinò in segno di riverenza[16].

    Cerchiamo di comprendere quali simbolismi sono sottesi a queste leggende.

    Nella prima tradizione mitologica, l’emergere di Devi viene collegato a Mahishasura, che rappresenta non tanto la bestia insita nell’uomo, ma piuttosto il volto umano della bestia (il bufalo) che risiede nell’animo dell’uomo, compendio ultimo del male. Ciò suggerisce il totale fallimento umano, che nessuno degli dei, dotato solo di questo o quell’attributo, rappresentanti solo di questa o quella virtù, è in grado di sanare. Solo Devi, la virtù suprema dotata di tutte le “armi”, divinità “totale”, può cambiare tale stato di cose. Lei non solo ha annientato il male e ha aperto la strada perché la virtù e il bene prevalgano, ma ha anche rivelato il mistero cosmico. Il suo essere dotata di molte armi suggerisce il suo ruolo protettivo multiforme, mentre il suo opporsi a Mahishasura, il maschio per eccellenza, portatore di energia malevola, auto-centrato e mosso dalla brama di acquisire e conquistare, sta ad indicare il ruolo di moderazione femminile che è celeste, così come dimostrato dal fatto che pur avendo diciotto braccia, la Devi ha una sola testa, ad indicare la facoltà divina di guidare ogni razza secondo il volere unico e benigno del cielo.

    Il secondo mito è ancora più evidente nel suo significato: il principio maternale risulta primigenio e increato e assomma in sé una quantità di caratteristiche divine che si fondono in un unicum creativo/protettivo del genere umano che alla divinità che ne deriva deve gratitudine e riverenza.

    Si è parlato di forma trinitaria della Devi: ciò riguarda soprattutto le caratteristiche attribuitele nel Purana Markandeya. Così essa è “Mahakali”, la distruttrice che sradica il male, i malvagi e i torti per ripristinare il bene e la giustizia. Come sostenitrice, essa è “Mahalakshmi” che dà felicità, prosperità, ricchezza e benessere materiale. Infine, come saggezza suprema, essa è “Mahasaraswati”, che nutre tutte le facoltà creative, l’arte, la musica, la danza e la creatività. Come Mahakali, essa viene antropomorfizzata come “Shaktirupa”, l’energia dalle molte braccia (da quattro a diciotto) che portano armi, ognuna delle quali è strumento di distruzione del male e di protezione del bene. Ma quelle stesse braccia portano, nell’avatar Mahalakshmi, anche il loto che è dono dell’acqua e della terra ed è simbolo dell’abbondanza e della vita ma che è, a sua volta, tratto distintivo dell’avatar Mahasaraswati, che proprio il loto cavalca, rendendolo anche simbolo di purezza, castità e conoscenza individuale.



    E’ interessante, infine, notare come solo in epoca post-puranica, quando si diffonde maggiormente l’idea di una ricerca ascetica della verità che non debba necessariamente essere legata alla vita sociale, famigliare o al ruolo di propagazione della specie, comincia una sorta di assimilazione della divinità suprema Devi con principi maschili. Tale assimilazione avviene, nella maggioranza dei casi, nella forma classica induista dell’assunzione di una divinità come avatar di un’altra, cosicché, nella letteratura più tarda, in numerosi casi avviene che gli avatar triadici di Devi vengano attribuiti alla triade divina principale: Mahakali diventa avatar di Shiva, Mahalakshmi di Vishnu e Mahalakshmi di Brahma. In elaborazioni meno spirituali e più folkloristiche, tale processo avviene, invece, per abbassamento a divinità di livello inferiore, cosicché, ad esempio, in alcune leggende popolari Devi viene ad essere identificata con Parvati, la bianca sposa himalayana di Shiva. In ogni caso, si tratta, evidentemente, del seme di un processo di passaggio verso una società fortemente patriarcalizzata, in cui il principio del femminino sacro perde la sua valenza centrale, per essere degradato ad un ruolo secondario[17].

    Resta il fatto che in una religione politeista e fortemente sincretico-inglobante come quella induista, tale processo non può svilupparsi in forma completamente compiuta, restando sempre lo spazio per la sua riemersione o per la sua riproposizione nel pantheon divino allorché i principi sia generativo che difensivo ritornano particolarmente necessari alla comunità. Non è, dunque, un caso che durante la lotta per la libertà dell’India gli induisti, prima di ogni manifestazione, usassero rivolgersi alla Devi, principio vitale della terra per cui combattevano, attraverso la recita del “Vande Mataram”, cioè del “Saluto Te, Madre”, che è la più diffusa preghiera alla dea[18].

    Ovviamente, una tale ciclica riproposizione non sarebbe mai potuta avvenire in religioni più fortemente strutturate, direzionate e monoteisticamente indirizzate verso principi maschili assoluti.


    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] S. Bhaskarananda, The Essentials of Hinduism: A Comprehensive Overview of the World’s Oldest Religion, Viveka Press 2002, p.28.

    [2]N.N. Bhattacharya, The Indian Mother Goddness, Manoharlal Publishers 2000, pp. 11-47 passim.

    [3] Ivi

    [4] D. Pattanaik, Devi/The Mother Goddess. An Introduction,Vakils Feffer And simons Pvt Ltd. 2000, pp.41 ss.

    [5] W. Doniger O’Flaherty, The Rig Veda: An Anthology of One Hundred Eight Hymns, Penguin 1982, pp.7-8.

    [6] Rig Veda 1.164.33.

    [7] Rig Veda 3.703.11.

    [8] E. Easwaran, The Upanishads, Nilgiri Press 2007, pp. 108-121.

    [9] W. Buck, Mahabharata, University of California Press 2000, pp.19-23.

    [10] N.N. Bhattacharya, Citato, pp. 136 ss.

    [11] Markandeya Purana, “Mahatmya Devi”, 1.31.

    [12] H. T. Bakker, Origin and Growth of the Puranic Text Corpus, Motilal Banarsidass 2004, passim.

    [13] S. Krsna-Dvaipayana Vyasa, D. Goswami, Puranic Cosmology, Volume 1, Rupanuga Vedic College 2007, passim.

    [14] N.N. Bhattacharya, Citato, pp. 161 ss.

    [15] F. Ramen, Indian Mythology, Rosen Central2007, pp.46-49.

    [16] A. Pai, Stories from the Bhagawat, India Book House 2001, pp. 38 ss.

    [17] N.N. Bhattacharya, Citato, pp. 207 ss.

    [18] J. Hornbay, Spirituality and Freedom. The Religious Base of the Indian Liberation Movement, Oxford U.P., 1991, pp. 87-88.

    http://www.ariannaeditrice.it/artico...articolo=35325
    Ultima modifica di RAYO; 24-01-11 alle 12:06
    Gioia e dolore hanno il confine incerto...

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il sacro femminino e la Dea Madre

    [QUOTE=ELROJO;1824999]La
    Ovviamente, una tale ciclica riproposizione non sarebbe mai potuta avvenire in religioni più fortemente strutturate, direzionate e monoteisticamente indirizzate verso principi maschili assoluti.

    QUOTE]

    Ma questo non è vero.

    Il culto di una donna archetipa c'è sempre stato: ovunque, in ogni tempo, dal momento che rispecchia realtà metafisiche oltre che cosmiche.

    E anche nelle religioni monoteiste a carattere più spiccatamente maschile si affaccia e si propone la figura femminile cultuale, seppre in modo a volte meno visibile.

    Il Corano narra di Maria in ben tre sure. L'ebraismo antico considerava la figura della Shekinah, l'aspetto femminile e creativo di Dio, seppure all'interno della Tradizione Kabbalistica, più riservata e patrimonio di pochi.

    Nel Cristianesimo poi è evidentissima la riproposizione del culto alla Dea nella figura della Madre di Dio, Maria, che è Vergine e Madre, generatrice e paredra del Figlio. Più trasparente di così....
    Ultima modifica di primahyadum; 24-01-11 alle 12:55
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il sacro femminino e la Dea Madre

    Nel Cristianesimo poi è evidentissima la riproposizione del culto alla Dea nella figura della Madre di Dio, Maria, che è Vergine e Madre, generatrice e paredra del Figlio. Più trasparente di così...
    Non mi ricordo dove l'ho visto (forse in un documentario televisivo?), ma mi incuriosi' molto una icona (probailmente russa) della vergine col bambino appesa nella casa indiana di una studiosa di antichi testi induisti.

    Era vicino ad una immagine di Kali, entrambe scure...

    ...comunque qui un interessante elenco (probabilmente non completo):


    DAMONA (lett. "Vacca Divina", era per i galli la Dea della fertilità e della guarigione), DANU (in Irlanda era la nutrice di tutti gli Dei e progenitrice dei Túatha Dé Dánann, popolo di esseri semidivini), MORRIGHAN (o CAILLEA, Dea celtica del destino e della guerra: si trasformava in corvo o cornacchia per annunciare la vittoria o la disfatta delle parti), BRIGIT (dea celtica dell'amore, della fecondità, dei sentimenti e anche Dea della saggezza), CERRIDWEN (Signora assoluta della magia e della trasformazione; madre di Merlino o del bardo Taliesin), HATHOR (lett. "Tempio di Horo", in Egitto era la Dea eccelsa della musica, della danza, della poesia e dell'amore; raffigurata come una vacca immensa che rappresenta il cielo nell'atto di offrire generosamente il suo latte alle stelle), INANNA (Dea sumera dell'amore, della procreazione e della guerra, oggetto di particolare culto nella città di Uruk), ISHTAR (importantissima divinità babilonese, Dea della Luna, madre di Tammuz, la vegetazione di tutta la terra; era conosciuta come Attar in Mesopotamia, Attis in Etiopia, Athtar nell'Arabia Meridionale, Astar in Abissinia, Atargatis in Siria, Astarte in Grecia Astaroth nell'antica Palestina), FREYA (lett. "La Signora", una delle più alte divinità di Asgard, Dea dell'amore e della fertilità, da lei prende il nome il giorno del venerdì in inglese "friday"), ADITI (l'Infinità, nei Veda è la Dea madre di tutti gli dei, Devamatri, principio astratto della creazione primordiale), PRITHVI (nel pantheon indiano è la Dea della Terra, della Natura in tutte le sue forme, materiali e benefiche, Madre di tutti gli esseri e Dea dell'abbondanza), PARVATI ("Figlia della Montagna", adorata nella tradizione Hindu come Dea dell'Amore, della Bellezza, della Fecondità, sposa dell'onnipotente Dio Shiva), RHEA/ CIBELE, GEA/ GAIA, DEMETRA/CERERE, PERSEFONE o CORE/ PROSERPINA, ERA/ GIUNONE, ARTEMIDE/ DIANA, ATHENA/ MINERVA, ESTIA/ VESTA, ECATE (famose dee greche/ latine, rispettivamente la Madre degli dei, la Madre Terra, la Dea delle messi, la Dea dell'Oltretomba e della fruttificazione, la Dea del matrimonio, la Dea della caccia, la Dea dell'intelligenza, la Dea del focolare, la Dea dei regni sotterranei), ARIANRHOD (nella mitologia celtica era la Dea che presiedeva all'aurora, alle fasi lunari e per associazione a tutte le questioni femminili, aveva una connotazione fortemente sessuale), BRANWEN (Dea celtica "dai bianchi seni" che incarna la Madre Universale, dal culto molto diffuso in gallia), HOLLE (dea germanica), ISIDE (Dea egizia consorte di Osiride - lo resusciterà - rappresentata tra due colonne con il viso coperto da un velo: solo a chi merita di conoscere i suoi misteri svelerà il suo vero volto), MARIA, (la Madre di Dio nella persona di Gesù Cristo), SOPHIA (Dea della saggezza nella Cabala e nell'esoterismo cristiano) , LILITH (è la Luna nera dei popoli semiti, demone infernale e protettrice delle streghe), KALI (emanazione terribile e punitiva della dea DURGA, di norma misericordiosa e dotata di poteri infiniti, sposa del dio Shiva), ANAT (divinità sirio-palestinese bellicosa e sanguinaria ma anche apportatrice di vita), HEPATU (Dea ittita collegata al Sole), MA (Dea hurrita), ANAHITA (per i persiani Dea delle acque, della fecondità e della procreazione), AMATERASU (il vero nome è Ama-Terasou-Oho-Mi-kami, "la grande ed augusta dea che brilla in cielo", dea solare per eccellenza dello shintoismo giapponese), YEMANJA (Dea afro-brasiliana del mare, delle acque e della vita), OSHUN (Dea afro-brasiliana dell'amore e della bellezza), SHAKTI (nell'induismo "la Splendente", la divina energia femminile e il potere creativo per eccellenza; prende anche il nome di DURGA), SARASWATI (Dea indiana della conoscenza, delle belle arti, della sensualità), TARA (lett. "Stella", Madre di tutti i Buddha, Dea del karma nel Buddhismo tibetano, molto venerata nei suoi 22 aspetti), KUAN YIN (o Kwan Yin; Dea cinese della misericordia, della compassione e del perdono), PACHA MAMA (in Perù la Grande Madre Terra), TANIT (Dea fenicia-cartaginese dell'amore, della fertilità e della morte, chiamata anche Baalat "volto di Baal" e nota a Roma come Dea Caelestis, era Dea della Luna e consorte di BA'AL, Dio del Sole, a lei talvolta venivano offerti in sacrificio i figli primogeniti; nel mediterraneo sono luoghi a lei sacri Erice in Sicilia, Nora in Sardegna, l'isola di Ibiza, Pantelleria - con il cui vino Tanit fece innamorare Apollo - Tanit aveva al suo servizio giovanissime sacerdotesse che esercitavano la prostituzione sacra, il suo sigillo era un triangolo sormontato da una linea orizzontale e da un disco).
    Ultima modifica di RAYO; 24-01-11 alle 13:38
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    Predefinito Rif: Il sacro femminino e la Dea Madre

    KALI MAA, MITO E SIMBOLO


    Il nome Kali deriva dalla parola radice sanscrita Kal, tempo. Nulla sfugge al tempo.

    Kali Maa è una Rupa (forma) di Durga Maa. Creata da Durga Maa per lottare contro i demoni, l’aspetto feroce di Durga. Secondo i Purana, l’ immagine di Kali, ampiamente venerata nelle regioni orientali dell’India, deve la sua origine alla battaglia di Durga con Shumbha e Nishumbha. E’ anche nota come colei che uccise il demone Raktabija bevendo le gocce del suo sangue, per impedire che queste cadessero a terra.

    Nelle immagini popolari, Kali è rappresentata come un essere femminile molto nero, con quattro braccia. In una mano ha una scimitarra, in un’altra la testa di un demone, che tiene per i capelli, la terza mano si apre a elargire benedizioni e la quarta regge un’altra arma, di solito una lancia o un tridente. Ha una collana fatta di teschi e due teste di demoni come orecchini. La sua lingua è rosso sangue ed è esposta fino al mento. Il sangue sgocciola anche dalla lingua e sul corpo. Sovente è rappresentata in piedi sul corpo di Shiva, con un piede sul petto e l’altro sulla coscia. In alcune statue è nuda, tranne che per i suoi ornamenti, quali una specie di gonna fatta di mani e arti mozzati attorno ai fianchi.

    Kali indossa una ghirlanda di 52 teschi e una gonna fatta di braccia smembrate perché l’ego abbandoni l’identificazione con il corpo, per riconoscersi nello spirito. Se il nostro attaccamento al corpo giunge al termine, la liberazione non può che prevalere. Pertanto la gonna e la ghirlanda dei trofei sono indossati dalla Dea per rappresentare la liberazione dei suoi figli dall’attaccamento al corpo materiale.



    Con due mani tiene una spada e una testa mozzata di fresco, grondante sangue. Questo particolare rappresenta la celebre battaglia in cui sconfise il demone Raktabija.

    Il nero (o talvolta blu scuro) della pelle rappresenta il grembo del non manifesto, da cui tutta la creazione è nata e in cui tutta la creazione alla fine farà ritorno. Dea Kali Ma è raffigurata in piedi su uno Shiva dalla pelle bianchissima, che è sdraiato sotto di lei. La sua pelle bianca è in contrasto con la nera o blu di Lei. Lo sguardo di Shiva esprime distaccata beatitudine. Shiva è pura consapevolezza senza oggetto Sat-Chit-Ananda (essere-coscienza-beatitudine), mentre Lei rappresenta la “forma” eternamente sostenuta dal principio di pura consapevolezza.

    Come Kali, Durga trova la sua espressione più feroce, inesorabile. Sotto questo aspetto non ha né marito né figli. Kali è vincitrice del tempo. È lei che può distruggere l’universo. Quale vincitrice di Chunda e Munda, è conosciuta come Chamundi.

    L’utilizzo di animali sacrificati, anche in alcune zone dell’India di oggi, è ritenuto apprezzato da Kali. Lei è considerata la dea preferita dei briganti, che credono di potersi salvare da tutti i pericoli per grazia particolare di Kali. Al Kali Ghat, vicino a Calcutta, si trova l’immagine più celebre di Kali. Altre forme di Kali sono Chamunda, Shamshan Kali (dea del suolo di cremazione), Bhadra Kali, Ugra Chandi, Bhima Chandi, Sidheshvari, e Sheetla (la dea del vaiolo). Il suo culto è praticato anche per proteggere i bambini da malattie particolarmente temute e le case dal malaugurio.

    Ci sono due storie sull’origine Kali Maa, la più conosciuta è quella del Saptashati Durga (un poema in onore di Durga Maa), parte del Puran Markandeya.

    L’Origine di Kali Maa

    Tanto tempo fa esistevano due demoni potenti e temibili chiamati Shumbhu e Nishumbhu. La loro forza cresceva a tal punto che riuscirono a usurpare il vasto impero del re degli dei, Indra, e poi fino a esiliare tutti gli dèi:Surya, Chandra, Yama, Varuna, Pawan e Agni. Esiliati e afflitti, gli dèi si ritrovarono nel regno dei mortali (la Terra) alla ricerca di una strategia per sbarazzarsi dei demoni definitivamente. Raggiunsero quindi l’Himalaya, per compiacere il cuore gentile di Parvati, la moglie di Shiva, pregandola di aiutarli nell’impresa. Accettando di aiutarli, dal corpo della Madre Parvati emerse una luce brillante che assunse la forma di una donna chiamata Ambika. La sua uscita dal corpo di Devi Parvati fece sì che essa si trasmutasse in color scuro e nero. Divenne poi nota come Kaushiki, o colei che abita sopra le catene montuose.

    Quando il sicofanti dei demoni, Chand e Munda videro la luce abbagliante e poi la bella forma di Ambika, furono incantati dalla sua bellezza superba. Si recarono allora dai demoni Shumbhu e Nishumbhu e dissero: “Vostra Signoria! Questa donna è la più bella in tutto l’Universo.” Descrissero la sua bellezza in termini superlativi tanto che Shumbhu e Nishumbhu non esitarono e inviarono subito il loro messaggero Sugreeva con ordine di portarla a loro.

    Sugreeva, giunto da Ambika, esaltava le virtù dei suoi padroni Shumbhu e Nishumbhu al fine di convincere la Dea a seguirlo. Ma lei sorrise con indulgenza e rispose: “Forse hai ragione a proposito dei tuoi padroni, ma non posso rompere il mio giuramento. L’ho fatto quasi inconsciamente, ma il fatto è che ora mi trovo impegnata al mio giuramento: solo colui che mi sconfiggerà in battaglia e dimostrerà di eguagliare il mio potere, solo lui sarà il mio padrone. Quindi andate a dire ai vostri padroni di mostrare la loro forza e la loro superiorità nella battaglia. ”

    Il messaggero rispose: “Ascolta,Signora, tu sei molto arrogante e dura. Non sfidare i miei padroni, la cui forza fa tremare l’universo di spavento. Essi, che hanno battuto gli dèi e li hanno esiliati dal cielo, sono molto potenti. Sei solo una donna, e non è possibile che tu possa eguagliare la loro forza. Segui il mio consiglio, vieni con me ad accettare la loro proposta. Oppure sarai tratta con la forza per i capelli e per i piedi. ”

    La Dea rispose: “Forse quello che dici è vero. Forse il vostro Shumbhu è così potente e il tuo Nishumbhu così virile, ma io sono legata al mio giuramento. Dunque vai ora a spiegare tutta la situazione ai tuoi demoni signori. Che essi vengano a sconfiggermi! ”

    Sugreeva andò perciò dai suoi padroni Shumbhu e Nishumbhu e raccontò tutta la situazione in ogni dettaglio. Shumbhu e Nishumbhu, infuriati, mandarono allora un altro demone -Dhoomralochan a prenderla. Ma fu sufficiernte un solo grido e uno sguardo aditaro della Dea a incenerire il demone Dhoomralochan. Il leone della Dea sgozzò invece i demoni che lo seguivano. Allora il re Demone inviò Chanda e Munda, accompagnati da un grande esercito, per catturare la Grande Dea circondando l’Himalaya. La Dea aveva però prodotto una figura nera di forma spaventosa, chiamato Kaali-Devi o Kaalika Devi. Questa sconfisse i demoni facilmente, tagliò le teste di Chanda e Munda e le portò ad Ambika Devi. Poichè aveva tagliato le teste di Chanda e Munda, divenne famosa come Chamunda Devi.

    All’udire della morte di Chanda e Munda, il Re Demone formò un altro enorme esercito guidato da sette comandanti, così da far corrispondere la loro forza combinata delle sette divinità: Brahma, Vishnu, Shiva, Indra, Mahavaraah, Nrisingh, Swami Kartikeya che erano già pronti a combattere. Vedendo la temerarietà dei demoni, un altro fascio di energia prese forma di una donna dal corpo della dea, e inviò Signore Shiva come il suo messaggero a Shumbhu e Nishambhu con questo ammonimento: “Se volete la salvezza, restituire il regno dei cieli agli dèi insieme con il loro diritto di eseguire gli yagyas, e ritiratevi nei mondi inferiori”

    Shumbhu e Nishumbhu rifiutarono di accettare la proposta della Dea e spiegarono un enorme esercito di demoni sul campo di battaglia. Grazie ai poteri divini, la Dea incomincò a sterminare i demoni. La guarnigione dei demoni era guidata da un demone, Raktabeeja. Aveva il potere di moltiplicarsi, come molti demoni della sua forma e dimensione, con le gocce del suo sangue, cadendo a terra. Dopo una feroce battaglia la Dea chiama allora Chamunda (Kali Maa) per spalancare la bocca tanto da ingoiare Raktabeeja insieme al suo sangue. Chamunda esegue e sconfigge il capo dei demoni.

    Kali Maa divora infine i corpi di uccisi degli Asura e e incomincia una danza feroce per celebrare la vittoria. Questa danza di distruzione iniziata da Kali e il suo seguito continuava e nessuno riusciva a fermarla. Dunque, Shiva si mescolò tra gli Asura da uccidere. Fu così che Shiva le permise di calpestarlo durante la danza di vittoria, perché questo era l’unico stratagemma rimasto per riportarla alla ragione e prevenire il mondo dalla distruzione totale. Kali Maa, quando vide che stava ballando sopra il corpo del marito, espose la lingua fuori dalla bocca in una smorfia di dolore e sorpresa.

    Durga Maa vinse il demone Nishumbhu, senza perdere tempo. Allora Shumbhu decise di affrontare la Dea (Durga Maa) lui stesso. Raggiunto il campo di battaglia,disse alla Dea: “Tu costruisci il tuo orgoglio sulle forze altrui. Perché non mostri il tuo potere!”

    La Dea rispose con un sorriso: “Sciocco! Il mondo intero è solo mio. Tutta la creazione è la mia forma, secondo diversi gradi. Io sono la causa e l’effetto di tutto: tutto ciò che esiste emerge da me e in fine in me rientra. Il mondo intero è in armonia con il mio essere. ”

    Poi, le nove potenze celesti (Kali Maa era una di loro), che erano uscite dalla Dea (Durga Maa) tornarono in lei e lei personalmente uccise il demone Shumbhu.

    Un’altra fonte sulle origini di Kali Maa è il Ramayana Adhyatma. Questo testo fornisce un’altra storia. Si dice che quando Rama tornò a casa con Sita dopo aver sconfitto Ravana, si face vanto di narrare le storie delle sue vittorie a Sita. Sorridendo lei disse: “Tu gioisci perché hai ucciso un Ravana con dieci teste. Ma che cosa avresti fatto con un Ravana dalle migliaia di teste?” Rama assicurò con orgoglio che avrebbe distrutto anche quel demone. Dunque Rama acettata la sfida di sua moglie e raccolto l’esercito dei suoi alleati, si diresse a Shatadvipa, la dimora del demone dalle mille teste, che era certamente potente. Quando Rama fu attaccato lanciò tre frecce magiche dal suo arco. Una di queste la mandò alle scimmie a Kishkindhya, ove risiedevano, un’altra all’esercito di Vibhishana, un alleato di Rama, verso la regione al di là del mare, mentre la terza freccia fu rivolta a tutti i soldati di Rama ad Ayodhya, capitale dell’impero di Rama. Rama si sentiva umiliato e allora ridendo Sita assunse la forma della terribile Kali. Dopo una lunga battaglia fu lei a sconfiggere il demone e ne bevve il sangue, poi cominciò a ballare dimenando le membra del suo corpo. E solo Shiva riuscì a calmarla.



    E’ parzialmente esatto dire la Dea Kali Ma è una dea della morte. Tuttavia, la morte che rappresenta è quella dell’io, della delirante visione ego-centrata della realtà. In nessun punto delle Scritture La si vede uccidere altro che demoni, e neppure è associata in modo particolare la morte umana, come invece è Yama, dio indù della morte. Dea Kali Ma e Shiva si dice che abitino i terreni consacrati alla cremazione e i devoti vanno spesso in questi luoghi per meditare. Lo scopo non è quello di glorificare la morte, ma superare l’idea “io sono il corpo”. I campi di cremazione rafforzano l’idea che il corpo è temporaneo. Kali e Shiva si dice che abitano in questi luoghi perché è il nostro attaccamento al corpo che dà luogo all’ego. Kali e Shiva concedono la liberazione sciogliendo l’illusione dell’ego. Così noi siamo il sempre-esistente “io sono” e non il corpo impermanente. Ciò è enfatizzato dalla collocazione nel campo di cremazione.

    Di tutte le forme divine femminili, Kali è la più compassionevole perché Lei conferisce la liberazione – moksha, ai suoi figli. Lei è la controparte di Shiva. Sono i distruttori dell’illusione, dell’irrealtà. Quando l’ego incontra Madre Kali trema di paura, perché l’ego vede in lei la sua prossima scomparsa. Un individuo che è attaccato al suo ego non sarà in grado di ricevere la visione di Madre Kali e lei appariràspaventosa o in una forma “adirata”. Un’anima matura che si impegna nella pratica spirituale per rimuovere l’illusione dell’io vede Madre Kali molto dolce, affettuosa, e traboccante di amore incomprensibile per i suoi figli.

    L’associazone tra la sessualità e la Madre Kali non è fondata sulla tradizione. Nelle storie indù non c’è nulla che la associa alla sessualità. E’ esattamente l’opposto. Kali è una delle poche dee nubili e dedite all’ascesi.

    Kali Mantra:
    Aum Hring Kalikaye Namaha
    Om, saluto a Colei che è Oscura e Potente

    Il mantra seguente protegge contro la violenza e aiuta a migliorare la vita in generale:

    Jayanti Mangalaa Kaali Bhadrakaali Kapaalini
    Durgaa Shamaa Shivaa Dhatri Swahaa Swadhaa namostute

    Om Jayanti Mangaala Kali Badhra Kali Kapalini Durga Kshamma Shiva Dhatri Swaha Swadha Namoustay

    Shri Mata Kali-Mantra:

    Aum Eim Hreem Kleem Sheem Kaaleeshwari
    Sarva Jana Mano haarini Sarva Mukha Stambhini
    Sarba Raaj vash karee sarva dushta Nirdalani
    Sarva Stree Purushaa Karshinee
    vadhee Shrinkhalaa Strotaya Trotaya
    Sarva Shatroon Bhanjaya
    Bhanjaya Dvesheen Nirdalaya Sarvaan
    Stambhaya Stambhaya Mohnaa Strena
    Dveshina Muchaataya Uchaataya
    Sarvam vasham karu karu svaaha
    Dehi dehi sarvaa Kaal raatri Kaamini
    Ganeshvaryei Namaha



    Kali Maa, mito e simbolo | Turiya, il Blog che Osserva
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    Predefinito Rif: Il sacro femminino e la Dea Madre

    Il concetto Indù della Madre Divina

    La prima parola che un essere umano pronuncia nell’infanzia è “Maa”.

    La nostra prima relazione con il mondo si instaura attraverso la madre. Ella è l’incarnazione dell’amore, della tenerezza, della sicurezza e della tranquillità, ed è l’origine del nutrimento. Per un bambino lei è Dio.

    Le culture delle origini si spinsero a trasformare il concetto in quello di Essere Cosmico, Madre di tutti gli esseri, che nutre e cura tutti. Perciò il concetto di divino come Madre è antico come la vita stessa.

    Lei è il grembo eterno di tutte le creature, umane e animali. Ogni volta che vediamo l’amore materno, negli animali come negli uomini, possiamo riconoscervi il riflesso dell’amore della Madre divina per la sua creatura. Lei ci ha donato la vita, e lei può liberarci dall’esistenza mondana.

    Nel suo aspetto trascendentale è Para Brahma Swaroopini, la forma del Para Brahman o Assoluto. Essi non possono esistere separatamente, uno senza l’altro, come la dinamo e la batteria.

    Il Brahman Assoluto è impossibile da pensare o immaginare. Tutto ciò che possiamo apprendere con i sensi o con la mente non è altro che manifestazione della Madre. Tutte le forme intelligibili sono forme della Dea.

    Nell’essenza la sua natura è Nirguna, o priva di attributi, ma quando manifesta l’universo è Saguna, o dotata di attributi. E’ Mula Prakriti, ovvero la forma originaria della natura.

    Lei è il punto centrale dell’energia, la sorgente primaria di tutti i campi, che la scienza occidentale lentamente sta trovando – il campo gravitazionale, il campo elettromagnetico, il punto zero. Perciò è detta Parashakti o energia suprema. Sebbene Einstein non conosceva la Madre Divina, ne percepiva il potere e diceva: “Il campo è la sola realtà”.

    Mataji Vanamali
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Il sacro femminino e la Dea Madre





  7. #7
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    Predefinito Re: Il sacro femminino e la Dea Madre

    La Vergine Maria ha assunto vari nomi: Maria, Miriam fino ad arrivare alla Dea Iside, è vero?
    S.E. Barnaba El Soryany: Non c’è nulla di vero in tutto questo. Perché Maria o Miriam viene dall’ebraico. Iside invece dall’antico egizio. Ad esempio, Barnaba ad Atene si dice Barnabas. Maria in Russia viene chiamata Mascia.
    https://conexion.casaumanista.org/co...di-torino.html

 

 

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