Mentre la crisi prosegue come il marxismo gli ha da secoli previsto, noi l’attendiamo al varco: il frantumarsi dell’unità nazionale fra le classi
Sono trascorsi quasi tre anni da che lo scoppio della “bolla dei derivati”, speculazione su titoli del tutto inaffidabili, con centro negli Stati Uniti, ha innescato la crisi più profonda alla scala mondiale dai tempi della Grande Depressione e, anche se governi ed autorità monetarie di tutto il mondo non cessano di ripetere la giaculatoria che il peggio è ormai alle spalle, ancora mettono in atto imponenti iniziative di stabilizzazione, ancora continuano ad accendersi focolai di profonda instabilità, tanto sul piano finanziario quanto su quello dei rapporti tra gli Stati, che tendono ad allargarsi e a configurarsi come scontri per ora monetari e commerciali.
È un dato di fatto che il governo del capitalismo abbia portato dentro i bilanci degli Stati i fallimenti della finanza, che aveva dilatato in modo abnorme i suoi utili di carta rispetto a quanto produzione e commercio avrebbero permesso. Operazione questa che è una caratteristica che precede tutte le crisi, a partire da quelle descritte ed analizzate nella V sezione de “Il Capitale”, tradotte nella versione italiana dell’opera in “bolle”. Tanto per rivendicare quanto la nostra scuola avesse visto lontano nel processo capitalistico e nei suoi ciclici sconquassi.
Ci dice un esperto che «Adesso (ottobre 2010) ci troviamo in una fase ancora più delicata. L’unico elemento in comune con quel periodo (l’anno 2007) è l’eccesso di liquidità. Con la differenza, però, che prima la liquidità si trasformava in credito mentre ora viene scaricata in modo semplicistico su speculazione, oro e valute». Tutto molto chiaro, viene però da chiedersi il perché. È forse solo “mancanza di fiducia”?
Viene il dubbio che, dopo la massa vertiginosa di moneta gettata in questa fornace insaziabile, dopo due anni di passione e terremoti, finalmente la creazione di valori di carta abbia avuto non diciamo fine, ma almeno una regolamentazione. Però la strada del capitalismo “finanziarizzato” non conosce svolte.
È solo un esempio, ma vogliamo riprendere quanto si legge in una pubblicazione di un importante centro studi bancario pubblicato da un giornale finanziario, secondo il quale nei bilanci delle grandi banche europee i ben noti “derivati” ed altri titoli “illiquidi”, cioè non convertibili in liquidità, «dopo essere scesi del 39% nel 2009» sono cresciuti nel primo semestre 2010 gli uni del 26% in media sul semestre passato e gli altri del 6%. «Gli attivi illiquidi hanno rappresentato al 30 giugno di quest’anno il 36% dei mezzi propri e il 38% del patrimonio di vigilanza del campione, ossia il patrimonio minimo a garanzia della solvibilità di una banca». In parole semplici il castello di carte, privo di valore, prodotto in Europa ha ripreso a crescere, ad una percentuale superiore ad un terzo del patrimonio delle Banche.
Inutile riportare i dati sull’omologa, ma ben più sostanziosa crescita alla scala mondiale. Negli Stati Uniti i mutui subprime, anche se in forma riveduta e corretta, sono di nuovo in opera. Del resto il mercato dei mutui è la parte più significativa del mercato dei capitali e continua ad operare solo come filiale del governo degli Stati Uniti. Le due agenzie di credito sui mutui immobiliari più importanti degli USA, Fannie Mae e Freddy Mac, sono al 90% in mano al Tesoro.
Ma il sistema finanziario non può abbandonare il meccanismo di creazione di valori “di carta”, che è di necessità mantenuto sino alla distruzione dei valori reali contenuti nella produzione materiale.
Perché questo sia accaduto e sia stato permesso, anzi incoraggiato con ogni mezzo, legale, normativo o fraudolento, solo la teoria marxista lo ha spiegato compiutamente; ed anche previsto. Ma a noi non serve comprendere per sanare e migliorare, per rendere il sistema di produzione capitalistico un processo controllato, disciplinato od etico. Lo scopo che muove il comunismo rivoluzionario è la liquidazione della struttura politica che lo sostiene, lo Stato borghese, e quindi per conseguenza, la sua sparizione.
La sequenza causale è chiara, anche se poi è tirato in ballo l’intervento distruttivo della cosiddetta finanza speculativa internazionale, descritta dalla stampa come il cancro che attacca gli organismi indeboliti. Ma questa è una descrizione dei fatti che non prendiamo nemmeno in considerazione: in altri tempi le turbolenze finanziarie si diceva fossero il prodotto delle malvagie attività speculative dei cosiddetti “Gnomi di Zurigo“, narrazioni assimilabili alle storie degli untori di manzoniana memoria.
Per spiegare questo gigantesco fenomeno, dalle diverse scuole e teorie sono stati ipotizzati i fattori più disparati, dai mutui non garantiti, ai derivati e via elencando tutto l’armamentario fuori controllo e con scarsa o inesistente regolamentazione che sta alla base dell’ingegneria finanziaria. Tutto il teorizzare spiega la crisi come un evento patologico che nasce da un uso sbagliato, truffaldino o azzardato della finanza, dall’impiego distorto del credito, che diffonde poi la “malattia” all’economia reale.
Per ogni teoria economica borghese, la crisi, tutte le crisi del capitalismo, nascono dalla finanza. Ogni scuola naturalmente individua in questo sterminato campo i fattori critici specifici, le particolari dinamiche, le distorsioni di questa o quella grandezza. La sovraproduzione verrebbe “dopo”, da un punto di vista causale e temporale, una volta inceppato il ciclo produzione-consumo. Invece per la scuola marxista la sovraproduzione, indotta dal meccanismo intrinseco del capitalismo e spinta all’estremo dalla legge della caduta del saggio di profitto (un’eresia innominabile per le altre teorie economiche) precede e determina la crisi del credito e della finanza.
Ogni sistema teorico propone i suoi “specifici”, i suoi interventi risolutori o stabilizzatori, in relazione alle cause individuate. Per il marxismo rivoluzionario la soluzione non può essere che una e radicale, l’eliminazione del modo di produzione capitalistico.
Tutti però convergono all’ovvia considerazione che alla fine, l’incepparsi dei mercati porta alla sovraproduzione, che si accompagna alla deflazione, il mostro da combattere con ogni mezzo.
«Ciò che alla fine tornò utile fare negli anni Trenta (spendere per la guerra) si rivelò di fatto distruttivo, una sorta di scherzo crudele giocato dagli dèi dell’economia. Sarebbe stato di gran lunga meglio se la Depressione si fosse conclusa spendendo per cose utili – come strade e ferrovie, scuole e parchi. Però non si raggiunse mai il consenso politico necessario a procedere a una spesa adeguatamente grande. Il mondo ebbe bisogno di Hitler e di Hiroito». Così scrive in un articolo dello scorso novembre un famoso economista dei nostri tempi di rigorosa scuola keynesiana, fautore del “deficit spending” e del “quantitative easing” ad ogni costo, spesa statale in deficit e stampa forsennata di moneta, tanto brillantemente messi in atto dalla Federal Reserve in questa lunga crisi: il Tesoro emette obbligazioni che la Banca Centrale acquista emettendo liquidità in contropartita. Così lo Stato finanzia se stesso, con sommo orrore per i seguaci della Scuola Austriaca, che vedono nel “fiat money“ e nel controllo dei mercati la radice di tutti i disastri per il capitalismo.
È vero, si può spendere per ricostruire ciò che è stato distrutto; si può spendere per costruire ex-novo quanto possa servire alla “pubblica utilità”, o a “rimettere in moto“ il processo di produzione. L’economista liberal ne fa una questione di spesa legata ad un consenso politico, cioè, in parole meno ipocrite, intende una decisione assoluta dell’imperialismo più forte; che però allora non ci fu né ci poteva essere, e non per colpa di una mancanza di guida indiscussa.
Se la leadership è forte, senza opposizione, il keynesiano crede che si “possa spendere senza distruggere”, altre scuole propendono per una “distruzione dolce” operata con la liquidazione che non necessiti della guerra. A quella gli economisti fingono di non arrivare, o non ne parlano. Ci penseranno gli Stati, al termine del disastro finanziario ed economico.
Lo schema della nostra teoria è pienamente verificato: la spesa fu per la “ricostruzione”, dopo quella necessaria ed inevitabile per la “distruzione”, un affare di ordine immenso, realizzato, ma solo a quel punto, dall’imperialismo vincitore, che impose di necessità il “consenso politico”, per oltre cinquanta anni guida indiscussa ed arrogante del mondo capitalistico.
La Grande Depressione dello scorso secolo si concluse con la Seconda Guerra mondiale, “bagno di giovinezza” del capitalismo nella fase imperialistica. Prima si provò con ogni mezzo ad arrestare il processo deflattivo e stabilizzare i corsi monetari, con tentativi forzati ed improbabili di riutilizzo del gold standard ed altri meccanismi di ancoraggio delle divise all’oro. Basti rammentare la serie di duri contrasti negli anni dopo il 1932 tra i governi degli Stati capitalistici, compresa la URSS, durante i quali ogni governo, ed in particolare gli Stati Uniti verso gli Stati europei, tentò in modo ora aperto ora diplomatico di scaricare i propri problemi finanziari e monetari sugli altri.
Da questo punto di vista le analogie di quel periodo con la fase attuale sono davvero significative, fatti salvi i volumi finanziari in gioco, le dimensioni del mercato mondiale, e l’estensione dello scacchiere internazionale. Certo condurrebbe fuori strada la pretesa di leggere rigidamente i fatti di questi anni secondo le fasi di allora, e pensare a una loro ripetizione. Ma lo schema generale sarà lo stesso, il paradigma delle crisi capitalistiche è per la nostra scuola dimostrato in via definitiva.
Anche in questa tornata, i piani su cui si svolge il processo di crisi sono due, come abbiamo accennato all’inizio: uno endogeno, relativo ai singoli sistemi economici, che si manifesta nell’ambito della finanza e dell’economia, l’altro esogeno, nel campo dei rapporti di forza tra gli Stati.
La crisi generale del capitalismo, come abbiamo definito la forma estrema delle crisi, porta sempre allo sconvolgimento totale degli assetti politici internazionali, al tramontare dei vecchi e all’affermarsi di nuovi. Se la Rivoluzione sociale in qualche modo non interviene a spezzare questo ciclo, di norma è un conflitto armato che lo conclude, nel quale, per altro, non è detto che i contendenti principali debbano di necessità trovarsi su fronti opposti.
Se la Grande Depressione segnò in certo modo il trapasso tra il ruolo centrale di dominio imperialistico dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, con l’Europa di Francia e Germania a subirne politicamente il peso, e toccò poi alla Germania, lo Stato più forte in Europa, ed al Giappone, potenza emergente nell’estremo oriente, dare inizio all’apocalisse della guerra mondiale, in questa Seconda Depressione la guerra valutaria ed il conseguente controllo dei mercati, essenziale per ogni prospettiva di ripresa (vana, per la nostra visione), prefigurano una nuova guerra per il predominio politico mondiale.
Per ora si assiste ad uno scontro valutario essenzialmente a tre, Euro-Dollaro-Yuan, che maschera il livello “più alto”, quello fra gli Stati. Non è un caso che quello che detiene il volume più alto di obbligazioni statali americane, la Cina, e quindi in certo qual modo ha sostenuto il pilastro centrale della finanza mondiale, rifiuti ora, pur sotto una pressione martellante, di rivalutare la propria divisa per alleggerire il debito pubblico del debitore. Né che, nell’ultima operazione di allentamento quantitativo operato dalla FED, i titoli del Tesoro non siano stati piazzati sul mercato ma direttamente assorbiti all’interno. Questi sono indici di una situazione di conflitto profondo. Sono onde lunghe di crisi che si presentano in punti specifici ma generano linee di rottura che si manifestano nelle strutture politiche.
Anche la condizione critica degli Stati più deboli della “chimera” europea ha nella attuale dinamica una duplice valenza. Il dato interno di una condizione produttiva e finanziaria oggettivamente fallimentare – questi sono vasi di coccio tra vasi di ferro brutalmente scossi dalla crisi – si lega all’elemento esterno dello scontro tra gli Stati.
Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna si possono permettere allentamenti quantitativi senza opposizioni interne che non siano quelle di alcune scuole teoriche; ma non per questo l’apparato politico nazionale fa una piega. Il loro sistema bancario può essere pieno di carta straccia che prefigura un valore insistente, assolutamente “illiquido”, come si dice. Ma questo è un problema che si può tentare di scaricare sugli altri, gli stati Uniti lo fanno da decenni con successo, dalla loro posizione di forza imperialistica, con qualche difficoltà nei tempi recenti.
Il sistema bancario europeo non sta meglio quanto a cartaccia degli altri ladroni, quello tedesco primo fra tutti, ma non possiede l’unità politica per operare allo stesso modo.
Da una pubblicazione finanziaria di novembre si legge: «Il caso più eclatante è quello di Deutsche Bank: il colosso tedesco impiega verso la clientela solo il 17% dei propri attivi, mentre il 54% lo destina ad altre attività ovvero ad attività finanziarie, come i derivati, che poco hanno a che vedere con il mestiere tipico della banca. Parliamo di una cifra gigantesca: quasi 1.050 miliardi di euro. Non a caso Deutsche Bank è tra gli istituti più a “leva”: il suo patrimonio netto tangibile (...) è pari a neanche il 2% dei suoi attivi (...) La maggior parte dei suoi attivi è in altre parole coperta dal debito: fa leva, appunto, sul debito per speculare in attività finanziarie ad alto rendimento ma a rischio altrettanto elevato». E questa sarebbe la sana finanza di Germania.
Senza poter approfondire l’argomento, si vede come si salda l’effetto politico per questa pseudo-federazione europea alla pressione della crisi finanziaria. “Salvare” piccole entità statali come Irlanda, Grecia o Portogallo continuando ad assorbire il loro deficit non sarebbe poi tanto più oneroso per la Banca Centrale Europea, succursale della banca centrale tedesca, di quanto non sia emettere divisa per la Banca Centrale Inglese a favore del proprio sistema finanziario.
Il rifiutarsi di farlo è questione esclusivamente di politica economica nazionale, della politica estera tout court, anche se si favoleggia di una improbabile “unità politica europea”. È un salvataggio che, alla luce delle reali condizioni finanziarie del più robusto, produttivo e benestante del reame, ha comunque un ampio margine di rischio.
Situazione più complessa per gli altri partners, Italia e Spagna che, con sistemi produttivi ben più sviluppati, accusano un debito statale enorme, almeno per le dimensioni delle loro economie. E tocca risentire la favola della speculazione internazionale che “prenderebbe di mira” le strutture più deboli, quasi fosse un gran risultato con guadagni stratosferici mandare in fallimento uno Stato, e rendere inesigibile il suo debito. Più semplicemente, ma più gravemente, «i creditori di un’azienda finanziaria o di uno Stato sovrano dovranno sopportare perdite legate ai rischi cui consapevolmente si espongono». E ad un certo punto si fa forte la decisione di non concedere più credito. Seguono gli effetti finanziari e si fa più vicino il rischio di fallimento.
Se vogliamo riassumere il tutto in una sequenza secca e senza sfumature, la tratteggeremmo così; crisi economico-finanziaria, crisi dei rapporti tra gli Stati, scontri sulle divise, rottura e crisi per le economie-finanze più deboli, frantumazione delle unità politiche.
Partito Comunista Internazionale




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