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Discussione: Padania nel Mondo ...

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    .




















    Padania nel Mondo

    Padalpini Emeriti ke ne dan Lustro e Fama
    Lavoro - Kultura – Società
    .

    Un Grande Ligure
    dignità, onore, operosità e sentimento
    padalpino


    Amadeo Peter Giannini
    The World's Bigger Banker
    il più grande banchiere del Mondo



    Bankiere, Filantropo, Imprenditore

    L’inkredibile storia d'un emigrante Ligure
    ... fece dell’ altruismo la sua prima professione ...
    progenitore antelitteram del mikrokredito popolare
    .

    Oltre a far credito ai diseredati, oltre ad aver dato speranza a ki l’aveva perduta, Amadeo devolveva gran parte dei suoi guadagni ad opere sociali, ma senza dar fiato alle trombe della filantropia e del mecenatismo.

    "Bank of Italy… Bank of Amerika… Banca d’America e d’Italia”
    Dai kuartieri poveri di San Francisco sino a diventare la più grande banca del mondo




    operando oltre i limiti imposti dalla logica del profitto con l’ambizione di soddisfare le esigenze dei più deboli senza porre il denaro in cima alla scala dei valori e creare benessere per sé e per gli altri… profondamente padalpino tipikamente non italiano…
    possiamo ritenere ke il merito fu principalmente dei suoi genitori, ke lo allevarono nel profondo rispetto dei valori della tradizione.

    Ideatore del Mikrokredito - Nei primi del Novecento non era facile ottenere credito dalle banche, Giannini, dopo alcune domande, con la sua neonata Bank of Italy, primo al mondo, avviava la politika del “mikrokredito” concedendo prestiti a partire da 25 dollari e, come garanzia, guardava i calli sulle mani e la faccia del cliente.

    Promotore dell’azionariato popolare Il suo sogno era quello di una banca aperta a coloro che non erano mai entrati in una banca, una banca per gli emigranti. Fece sottoskrivere le azioni della sua Banka a fornai, pescatori, droghieri, idraulici, barbieri, tutta gente che non era mai prima entrata in una banca. offriva prestiti senza interesse e riempiendosi le tasche con foglietti firmati da immigrati di ogni nazionalità, talvolta contrassegnati da una croce

    Terremoto di San Francisco -
    Giannini fu l’emblema della ricostruzione di San Francisco,


    Amiko di Charlie Chaplin, lo finanziò per la realizzazione del film "Il monello" ke non riusciva a trovare un finanziatore per il suo soggetto apparentemente difficile, ma di alto valore morale.

    Walt Disney - Giannini strinse una profonda amicizia con Walt Disney, e dopo il modesto successo dei primi cortometraggi di Mickey Mouse, intuì le possibilità dei cartoni animati e lo lanciò definitivamente finanziandogli il primo lungometraggio di cartoni animati a colori dal titolo "Biancaneve e i sette nani".


    Frank Capra - nel 1934 Amadeo finanziò il primo film di successo di Frank Capra "Accadde una notte" e la collaborazione continuò nel 1936 con "E’ arrivata la felicità" e nel 1938 con "L’ eterna illusione".

    Golden Gate - Nel 1932, fu anke il finanziatore del Golden Gate kuando nessunoi voleva investire un soldo… il suo progettista Joseph Strass, ke non trovava finanziatori, konvinse Amodeo non per i profitti ke ne sarebbero derivati, ma la convinzione che il ponte avrebbe aiutato la popolazione di San Francisco a uscire dal clima di depressione economica che aleggiava sulla città. Giannini finanziò il progetto con sei milioni di dollari e impose che la Bank of America non percepisse alcun interesse.


    Finanziatore dello sforzo belliko amerikano - Durante la Seconda Guerra Mondiale la California divenne lo stato più impegnato nella produzione bellica. La Bank of America finanziò la costruzione di aerei, navi, armamenti pesanti e leggeri, gestì i pagamenti delle forze armate e del personale civile. Amadeo Giannini incaricò il figlio Mario di occuparsi degli italiani confinati nei campi di internamento, e di adoperarsi per cercare di evitare l’ internamento di altri italoamericani.

    Piano Marshall - Subito dopo la fine della guerra Giannini, che amava profondamente la sua Terra, al punto che anche in età avanzata parlava spesso nel dialetto ligure appreso dalla madre, volle che la banca partecipasse in prima persona alla ricostruzione dell’ Italia. Si accordò infatti con Arthur Schlesinger, responsabile della gestione del Piano Marshall, per accelerare l’ invio degli aiuti, e la sua banca anticipò senza interessi gli importi di tutte le spedizioni dirette in Italia.


    Aiutò kon finanziamenti e prestiti l'industria automobilistika italiana, FIAT in partikolare.

    .

    Articolo scritto da Guido Crapanzano
    Amadeo Peter Giannini: il piu’ grande banchiere del mondo. - FastPopularity.com

    Questa è la storia di Amadeo Peter Giannini, un emigrante Ligure che arrivò in America nel ventre della madre.
    Amadeo venne alla luce nel 1870 a San Josè, in California e, partendo da zero, in soli quarant’ anni creò la più grande banca del mondo.

    Nel 1902 Giannini era già direttore in una banca di San Francisco, dove molti emigranti italiani andavano per spedire in Patria i propri risparmi. Giannini si rammaricava che, per il trasferimento, gli italiani dovessero pagare un tasso del 5/6% e subire un cambio svantaggioso. Per due anni lottò per cambiare la politica della banca, che dedicava attenzione solo ai clienti abbienti.

    Visto inutile ogni sforzo, nel 1904 decise di aprire una nuova banca, che chiamò Bank of Italy. Da lì, mandare i soldi in Italia costava solo il 2 % e il cambio era onesto.
    Anche se può apparire incredibile, questa piccola banca, che ebbe la prima modesta sede in un saloon di North Beach - la zona povera di San Francisco dove risiedeva la comunità italiana - diventerà la più grande banca del mondo.

    Ma ciò che più sorprende, non è tanto quello che Amadeo Giannini ha fatto, ma come lo ha fatto. Per tutta la vita ha operato oltre i limiti imposti dalla logica del profitto con l’ ambizione di soddisfare le esigenze dei più deboli. E la sua vita ci dimostra come, anche senza porre il denaro in cima alla scala dei valori, si possano conseguire utili rilevanti e creare benessere per sé e per gli altri. Ma, ma come si usa per tutte le belle storie, cominciamo dall’ inizio.

    I genitori di Amadeo Peter Giannini erano due emigranti liguri. Come tanti altri, per cercare fortuna avevano lasciato il proprio paese natale: Favale di Malgaro, un borgo dell’ entroterra alpino in cui erano nati anche i loro nonni, ed i nonni dei loro nonni. Un paesino di duemila anime, arroccato tra i monti che si innalzano subito dietro Rapallo, nella Valle Fontanabuona. Favale conta oggi poco più di 500 abitanti, ma nel secolo scorso oltre tremila favalesi sono andati a cercare fortuna nelle Americhe, la maggioranza in California.

    La casa della famiglia Giannini era una modesta costruzione isolata e arrampicata nel mezzo di una collina, una casetta in pietra e ardesia con un’ unica grande camera posta sopra la stalla e il fienile. Appena sposati, i genitori di Amadeo Peter Giannini - Luigi di 29 anni e Virginia Demartini quattordicenne - decisero di partire per l’ America nell’ intento di fare fortuna, e quindi per sfuggire alla miseria - seppur dignitosa - in cui vivevano allora le popolazioni montane.

    Arrivati in California, con la ferrovia transcontinentale appena inaugurata, scelsero di avventurarsi subito verso nord e si fermarono a San Josè, una cittadina tra Los Angeles e San Francisco dove, con i pochi risparmi racimolati tra i parenti prima di partire dall’ Italia, speravano di acquistare una proprietà agricola.
    Ma le informazioni che avevano sul prezzo dei terreni non erano aggiornate, e si accorsero che non avrebbero potuto comprare un appezzamento sufficientemente grande per sopravvivere. Affittarono allora una casa con qualche camera, che trasformarono in una pensione.
    Dopo pochi mesi, lavorando sodo, la pensione diventò una locanda con venti camere. E qui, il 6 maggio 1870, nacque colui che sarebbe diventato il più grande banchiere del mondo: Amadeo Peter Giannini.

    Il flusso di emigranti che, da ogni parte del mondo arrivavano in California, attirati anche dal miraggio della scoperta dell’ oro, fece prosperare gli affari della Locanda Giannini che, in pochi anni, si ampliò e divenne Hotel.
    Per Luigi Giannini, l’ Hotel si rivelò una piccola miniera d’ oro, tanto che dopo pochi anni lo vendette e, con il ricavato, riuscì a comprarsi una tenuta di 40 acri a metà strada tra San Francisco e la baia. Una scelta quanto mai indovinata, perché quella zona si trovò, in seguito, al centro di una considerevole rivalutazione. Ma prima di poter godere dei frutti della sua scelta, sei anni dopo l’ acquisto, Luigi Giannini fu ammazzato da un bracciante per una discussione nata per un debito di un dollaro.

    Fu proprio Amadeo, che piangendo aveva assistito alla scena, a soccorrere il padre morente. E da quel momento intuì che il denaro poteva avvelenare e, talvolta, anche togliere la vita. Virginia si trovò così vedova a 22 anni, con tre bambini, il maggiore dei quali, Amadeo, aveva sette anni. Virginia era una bella donna e, oltretutto, all’ epoca in California le donne scarseggiavano, per cui ebbe la possibilità di scegliersi un nuovo marito tra molti pretendenti. E scelse bene.

    Sposò Lorenzo Scatena, di ventisei anni, il cui solo capitale pareva costituito da una pariglia e un carro col quale trasportava prodotti agricoli sui moli della baia di San Francisco. In realtà era anche dotato di grande intelligenza che sviluppò e mise a frutto con lo stimolo e la collaborazione dell’ amorevole consorte.
    Scatena era innamoratissimo di Virginia e, come tutti quelli che amano davvero, voleva molto bene anche ai suoi tre figli. In particolare al più grande, Amadeo, che pur continuando a studiare, aiutava il patrigno sia nel lavoro dei campi sia nella gestione dell’ impresa agricola.
    In pochi anni, però, Lorenzo Scatena, su suggerimento della moglie, verificò che il commercio di ortaggi rendeva più della loro coltivazione e nel 1882 trasferì la famiglia a San Francisco, dove ogni giorno tante navi si approvvigionavano di ortaggi e verdure fresche. Luigi comprava direttamente dai contadini delle vallate californiane, trasportava le derrate sulle banchine e le vendeva alle navi appena ormeggiate. Scatena diventò in poco tempo un affermato grossista di frutta e verdura. I contadini lo stimavano per la sua correttezza e anche al porto si era fatta fama di galantuomo.

    Amadeo dopo aver frequentato fino a 12 anni la scuola di San Josè, proseguiva gli studi a San Francisco, dove avrebbe poi seguito un corso di cinque mesi di economia e commercio ma, già mentre studiava, aveva iniziato a collaborare all’ attività del padre.

    Leggeva molto, ma soprattutto andava in giro a raccogliere informazioni sulle nuove tecniche agricole. Molti emigranti erano contadini che arrivavano dai più diversi Paesi e Amedeo si faceva spiegare i metodi innovativi utilizzati nelle diverse nazioni.
    Suggeriva poi agli agricoltori che cosa coltivare e spiegava le strategie per aumentare la produzione. E soprattutto consigliava la raccolta precoce, quando le primizie erano ancora fresche e tenere. Pesavano meno, ma valevano di più. Puntando sulla qualità del prodotto, spuntava i prezzi migliori. Inoltre, convinse il padre a fare prestiti agli agricoltori che volevano comperare nuove attrezzature, o attraversavano momenti difficili, ottenendo in questo il privilegio della fidelizzazione.

    Scatena era orgoglioso del figlio, non solo per la sua laboriosità ma soprattutto per i valori di integrità morale che gli aveva trasmesso e che Amedeo aveva fatto suoi.
    Ben presto diventò il perno dell’ azienda e, all’occorrenza, l’alter-ego di Scatena. Nessuno sapeva curare le pubbliche relazioni come lui.
    Per aumentare i clienti della Lorenzo Scatena & Company scriveva ogni giorno decine di lettere a mano indirizzandole a tutti i potenziali clienti e fornitori, facendo attenzione di non promettere nulla di quanto non potesse mantenere. E se il destinatario non rispondeva, metteva l’ abito elegante e andava a trovarlo, ottenendo di persona ciò che voleva.

    Sulla banchine del porto non bastava però essere convincenti e Amadeo - che a quindici anni era già più di un metro e ottanta e pesava 90 chili - quando serviva sapeva imporre le proprie ragioni anche a cazzotti.
    Gli affari andarono così bene che Scatena, per premiarlo, lo associò all’ azienda. Prima al 30%, poi al 50%.
    A vent’ anni, Amadeo Peter Giannini era già diventato uno dei giovani più affermati e ammirati della colonia italiana di San Francisco. Conosciuto per la sua correttezza e ammirato per il suo fascino. Era alto un metro e novanta, e molte ragazze lo consideravano uno degli uomini più avvenenti della città.
    Nel 1892, a ventidue anni, scelse per sposa una coetanea, Clorinda Flores Cuneo (famiglia genovese), figlia di uno dei più ricchi italo-americani di San Francisco. E questa scelta si rivelò uno dei molteplici eventi fortunati della sua vita.

    Se Giannini, nel corso della vita, imboccò il viale del successo, se si trovò spesso a camminare fianco a fianco con la fortuna,
    possiamo ritenere che il merito fu principalmente dei suoi genitori, che lo allevarono nel profondo rispetto dei valori della tradizione. Quella tradizione che è l’ esatto opposto della conservazione, perché fornisce quei valori basilari che consentono a ciascuno di percorrere il proprio itinerario, nella certezza di procedere nella giusta direzione.
    E per tutta la vita, Giannini proseguì in questa direzione, senza lasciarsi deviare, né dall’ euforia del successo né dal demone del denaro che, di solito, si impossessa dell’ animo dei ricchi.

    Nel 1901 pensò che non valeva la pena di continuare al lavorare per diventare ancora più ricco. Decise di vendere la sua metà dell’azienda ai dipendenti, che lo avrebbero pagato con i futuri guadagni, assicurandosi così un reddito che gli permetteva di sollevare la testa dagli impegni quotidiani e gli offriva l’opportunità di guardarsi attorno e riflettere.
    Al proposito, le sue biografie narrano che già a trentatré anni, un anno prima di fondare la Bank of Italy, aveva elaborato una sua teoria sul denaro: "Non voglio diventare troppo ricco", diceva, "Perché nessun ricco possiede la ricchezza, ma ne è posseduto". E, contrariamente a tanti che predicano bene ma razzolano male, per tutta la vita Giannini si attenne a questa regola.

    Nel 1902 la morte del suocero impresse una svolta alla vita di Giannini che, già benestante, in ragione della sua riconosciuta integrità e correttezza, venne invitato a amministrare l’intero patrimonio della famiglia della moglie, patrimonio che assommava a circa mezzo milione di dollari.
    Tra i beni amministrati da Amadeo Giannini, vi erano anche azioni di una delle principali banche di San Francisco, la COLUMBUS SAVING AND LOAN, che nel 1902 gli offrì di collaborare come dirigente. Giannini intravide la possibilità di intraprendere una attività di prestigio in cui avrebbe anche potuto operare con finalità sociali, e decise di impegnarsi anima e corpo.

    Abbiamo già accennato che Giannini non condivideva la politica finanziaria della COLUMBUS, soprattutto per l’ indifferenza nei confronti delle classi sociali più deboli e per gli alti tassi che essa chiedeva per il trasferimento dei risparmi degli immigrati. Per due anni Giannini vi prestò la sua opera nella speranza di modificarne le strategie finanziarie. I soci di maggioranza della COLUMBUS riservavano le loro attenzioni ai benestanti, e accordavano crediti solo a imprese e imprenditori già consolidati. Giannini affermava che un banchiere degno di questo nome non doveva negare credito a nessuno. Purché onesto.

    Il suo sogno era quello di una banca aperta a coloro che non erano mai entrati in una banca, una banca per gli emigranti. Giunti in California senz’ arte né parte, pronti a lavorare per sfamarsi, questi diseredati vivevano tra stenti e umiliazioni. Non conoscevano la lingua e gli americani di vecchio ceppo protestante li guardavano con diffidenza e li tenevano alla larga.

    Giannini, ricordando le sue origini, intuì che la gran parte degli immigrati italiani, e in particolare quelli armati non solo del coraggio della disperazione ma anche di sani principi, sarebbero presto diventati la colonna portante dello sviluppo della California. Diede le dimissioni e si dedicò a loro.

    Nonostante Amedeo avesse lasciato l’ azienda paterna, quando decise di aprire una propria banca, il patrigno Scatena si gettò con lui nella nuova avventura investendovi il proprio patrimonio e collaborando attivamente.
    Ma una volta deciso di fare la banca, bisognava trovare una sede. Giannini sapeva che l’emigrante Anania Quilici, che gestiva un bar situato in un incrocio strategico di North Beach, voleva ritirarsi, e rilevò il suo contratto di affitto per $1250.

    Il 17 ottobre 1904 Amadeo Peter Giannini aprì la Bank of Italy, investendovi tutti i suoi averi, il patrimonio della famiglia della consorte, oltre al sostanzioso contributo del patrigno Scatena e di alcuni soci di origine italiana.
    Ma, creata la banca, bisognava farla conoscere. E in questo Giannini fu insuperabile, anche perché era conosciuto da quasi tutti gli immigrati italiani. Giannini girava in tutte le case, offriva servizi, aiuto e prestiti, suggeriva di mettersi nel commercio, di acquistare terreni, case, di aprire aziende e, in ogni caso, di mettersi in proprio.

    Nei primi del Novecento non era facile ottenere credito dalle banche, soprattutto per gli emigranti. Gli istituti di credito non accordavano crediti inferiori ai $ 200 e, in caso di bisogno, gli immigrati dovevano rivolgersi agli usurai.
    Alla Bank of Italy, Giannini, dopo alcune domande, concedeva prestiti a partire da 25 dollari e, come garanzia, guardava i calli sulle mani e la faccia del cliente.
    Scelse personalmente i dipendenti che dovevano conoscere diverse lingue. In particolare, volle con sé il cassiere Pedrini (lombardo) della COLUMBUS. Per averlo si offrì di raddoppiargli lo stipendio.
    I suoi soci protestarono e lui rispose che Pedrini era bravo, galante con le signore, gentile anche con i clienti in difficoltà. Per superare gli indugi decise che metà del suo stipendio sarebbe stata interamente a suo carico. Clausola che venne presto annullata dagli stessi soci quando si resero conto che Giannini aveva visto giusto.

    Giannini non volle la presidenza della Bank of Italy, non aveva bisogno di un potere derivante da un ruolo, assunse la vicepresidenza e, un anno dopo l’apertura, fece nominare presidente il patrigno Lorenzo Scatena.
    Tra le norme che Giannini impose, vi era anche quella che gli amministratori avrebbero lavorato senza stipendio, sino a che la Bank of Italy non avesse cominciato a dare frutti.
    Decise per un azionariato popolare; volle che nessuno potesse possedere più di cento delle 3.000 azioni distribuite. E limitò il valore delle azioni a un massimo di $100.
    Si occupò lui stesso di farle sottoscrivere a fornai, pescatori, droghieri, idraulici, barbieri, tutta gente che non era mai prima entrata in una banca.
    Si dichiarò soddisfatto quando verificò che il grosso delle azioni era distribuito tra azionisti che avevano da una a quattro azioni.
    Dopo appena due mesi la Bank of Italy
    aveva depositi per $ 70.000, ma i prestiti superavano i $ 90.000. I soci erano preoccupati, ma Giannini sapeva che solo così poteva guadagnare la riconoscenza e la fiducia del pubblico. Come non essere riconoscenti verso chi ti permetteva di affittare una casa decente, o di mandare i figli a scuola?
    Ma Amadeo andò oltre: sovvenzionò i costruttori di case popolari, a condizione che agevolassero i compratori.
    All’epoca questa visione liberistico-sociale era diffusa negli USA, dove Ford, aumentando i salari dei propri operai, li trasformava in potenziali compratori di automobili. E anche in Italia (Padania), alcuni industriali illuminati costruivano case per i propri operai e sovvenzionavano scuole per i figli.
    Tanto crescevano i depositi, tanto più Giannini offriva prestiti e sovvenzioni. E che avesse ragione lo dimostrò l’ incredibile aumento di depositi, che in un anno raggiunsero $ 700.000.

    Ma agli altri banchieri di San Francisco la sua strategia liberal-etico-innovativa, apparve non solo rivoluzionaria ma anche pericolosa, e gli dichiararono guerra. Sparsero la voce che la Bank of Italy fosse in difficoltà e molti clienti si precipitarono a ritirare i propri risparmi. Amadeo, che aveva previsto anche i momenti difficili e aveva accumulato riserve in monete d’oro, fece montare immediatamente sul marciapiede davanti alla banca dei grandi tavoli su cui espose le ingenti riserve auree assieme a montagne di banconote e i suoi clienti si vergognarono allora, di fronte a tanta ricchezza, di chiedere i loro modesti risparmi.
    Nell’ aprile del 1906 i depositi superavano il milione di dollari. E qui scoppiò la tragedia.
    Il 18 aprile del 1906 un terremoto di proporzioni bibliche distrusse San Francisco.
    Le scosse telluriche si susseguirono per tre giorni, accompagnate da incendi che trasformarono la città in un ammasso di rovine fumanti. I superstiti giravano per le strade come spettri, piangevano, pregavano ma anche saccheggiavano. Giannini, assieme ai soci, usò i carretti della frutta del patrigno per trasportare al sicuro, sotto le verdure, il denaro e l’ oro della Bank of Italy, che nascose nel camino semidistrutto della sua abitazione. Le altre banche della città, che a causa degli incendi avevano perso non solo gran parte dei fondi, ma anche i libri contabili, non furono in grado di riaprire prima di un mese.

    Amadeo Giannini, che conosceva personalmente i suoi clienti e la loro situazione finanziaria, dopo soli sei giorni riaprì la banca, creando una sede di fortuna nella casa semidistrutta del fratello medico, su cui espose una insegna bruciacchiata che era riuscito a recuperare.
    Mise bene in vista anche un vistoso cartello che aveva pitturato nella notte con la scritta: "Prestiti come prima, più di prima".
    La nuova Bank of Italy venne letteralmente presa d’ assalto da una folla di sinistrati bisognosi di tutto, che ritiravano i depositi o chiedevano prestiti. Giannini distribuiva soldi a chiunque li chiedesse, senza domande, solo annotando nomi e cifre.
    Ma non gli bastava. Dopo due giorni di assalto lasciò la gestione della sede provvisoria ai soci e, accompagnato dal patrigno, si avventurò negli altri quartieri della città spingendo un carrettino con su una piccola cassa di banconote.
    Amadeo girava nelle zone devastate di San Francisco, negli accampamenti fatti di tende, offrendo prestiti senza interesse e riempiendosi le tasche con foglietti firmati da immigrati di ogni nazionalità, talvolta contrassegnati da una croce.

    Possiamo chiederci: come fece Giannini a prestare soldi a tutti? Come riuscì a andare avanti? Nel giro di qualche settimana si rifecero vivi quei clienti che, nei primi giorni avevano ritirato i propri depositi. E non appena riaprirono le altre banche, in molti prelevarono i propri risparmi per portarli a quel galantuomo di Giannini. Inoltre, molti emigranti che non erano mia entrati in una banca e conservavano i propri risparmi in oro nascosto nelle case, ora distrutte, si decisero a versarli alla Bank of Italy.

    Giannini fu l’emblema della ricostruzione di San Francisco, e non tanto per il denaro, quanto per la sicurezza che trasmetteva, per l’ ottimismo che ispirava e la fiducia che infondeva a coloro che avevano perso tutto. Amedeo fece germogliare la voglia e il coraggio di riprovare, soprattutto alle comunità degli immigrati che si saldarono in modo irreversibile con la Bank of Italy.
    Nel quartiere povero di North Beach la comunità italiana divenne protagonista della ricostruzione e North Beach si trasformò nel centro delle nuove attività commerciali e imprenditoriali di San Francisco. Questa esperienza convinse Amadeo Peter Giannini che avrebbe fatto il banchiere per il resto della sua vita. E fu un successo clamoroso.

    La fama di Giannini cominciò a entrare nella leggenda, le sue gesta venivano narrate lungo tutta la costa del Pacifico. La fiducia nel suo coraggio e nella sua integrità morale fece accorrere nuovi clienti da ogni dove. Tutti volevano depositare i propri risparmi nella Bank of Italy.

    La ricostruzione di San Francisco, che all’ epoca era il principale porto del Pacifico, attirò una massa di piccoli e grandi investitori, e una enorme quantità di denaro affluì nelle casse della banca di Giannini.
    Nel 1909 entrò in vigore negli USA la legge che autorizzava il sistema delle "branch banking", ossia di aprire filiali in altra città. Pochi banchieri sapevano come utilizzare la nuova legge. Giannini si recò sulla costa atlantica, e poi in Canada, dove il sistema delle filiali era già diffuso.

    Come sappiamo, fino a allora le banche USA operavano per i ricchi, escludendo gli immigrati e i piccoli coltivatori. Ma Giannini, che in gioventù aveva vissuto la realtà dei piccoli agricoltori della Santa Clara Valley, intuì che potevano esserci possibilità di reciproco interesse per una banca che fosse disponibile a incentivare i piccoli proprietari.

    Riuscì a convincere i soci della Bank of Italy a impegnarsi in questa direzione, ma chiese anche ci fossero forti legami tra la banca e la gente del posto, imponendo che tra gli azionisti delle nuove filiali ci fosse un buon numero di artigiani, commercianti e coltivatori locali. Anche gli impiegati dovevano essere del posto, e era loro richiesta la conoscenza di più lingue.

    Nel 1909 la Bank of Italy aprì la sua prima filiale a San Josè, la città in cui era nato.
    Nel 1910 acquisì due banche a San Francisco, nel 1912 un’ altra a San Mateo. Alla fine del 1912 i depositi ammontavano a oltre 11.000.000 di dollari e
    nel 1913 Giannini aprì una grande filiale a Los Angeles.
    Dal 1916 al 1918 aprì numerose succursali nelle vallate agricole della California, allargando il credito agrario anche ai piccoli agricoltori e ai nuovi emigranti.

    Molti banchieri, tra i più influenti degli USA, cominciarono a preoccuparsi seriamente per la nuova tendenza impressa da Giannini, e iniziarono una campagna di denigrazione allo scopo di isolarlo. Giannini comprese il rischio, prese decisamente in mano la situazione facendosi per la prima volta nominare presidente e attuando una serie di iniziative che rendessero più solidi lui e la banca.

    Nel 1919 la Bank of Italy comprò una banca di New York, e la chiamò Bancitaly Cooperation. Questa istituzione acquistò nove mesi dopo la "Banca dell’Italia Meridionale" che si trasformò poi in "Banca d’America e d’Italia".
    Nel luglio del 1919 la Bank of Italy si affiliò alla Federal Riserve Sistem e il primo marzo 1927 venne nazionalizzata.

    Nel 1920 Giannini intuì le possibilità di sviluppo dell’ industria cinematografica, che sino ad allora si era attivata principalmente a New York. Inviò qui il fratello Attilio Giannini che lasciò la professione medica per occuparsi sia della Bancitaly Cooperation sia del nascente mondo del cinema. Ma più che all’ aspetto finanziario, Amadeo aveva posto attenzione l’ importanza socio-culturale che avrebbero assunto i modelli proposti dalla cinematografia nello sviluppo della coscienza e del comportamento degli americani.

    Poiché i banchieri di New York che finanziavano i film chiedevano interessi da usurai attorno al 20%, decise di agevolare con tassi ragionevoli - attorno al 6% - autori meritevoli della sua stima, e quindi desiderosi non solo di divertire, ma anche capaci di proporre modelli sociali di qualità.

    Così, quando Attilio Giannini tornò da New York per raccontare al fratello che un giovane artista di talento, che già aveva avuto successo con le comiche, non riusciva a trovare un finanziatore per un soggetto apparentemente difficile, ma di alto valore morale, Amadeo decise di prestare 50.000 dollari First National Distributors per la realizzazione del film "Il monello" di Charlie Chaplin.
    Il film avrebbe potuto costare meno, ma Amadeo volle che Chaplin, che aveva voluto conoscere personalmente, non fosse costretto a troppe economie. In sei settimane rientrò del capitale e, in seguito, la sua banca ebbe enormi profitti.
    La cosa fece scalpore e molti altri registi e produttori cinematografici chiesero allora di essere finanziati, ma Giannini non si mostrò interessato a nuove avventure che avevano solo fini commerciali.

    Nel 1922, la Bank of Italy disponeva di 61 filiali. In considerazione della folgorante espansione, i consiglieri della banca proposero di offire a Giannini, oltre allo stipendio, un premio annuo di $ 50.000. Amadeo, che aveva già accumulato un fortuna di quasi $ 500.000, fedele ai propri principi rifiutò il premio, affermando che chiunque desiderasse di possedere più di mezzo milione di dollari, avrebbe dovuto correre dallo psichiatra.

    Tra il 1927 e il 1929 la Bank of Italy emise banconote NATIONAL CURRENCY che avevano corso legale in tutti gli Stati Uniti. Nel primo mese del 1928, in epoca di euforia finanziaria, Giannini ricavò dalla sua partecipazione alla Bank of Italy utili per un milione e mezzo di dollari ma, non volendo diventare troppo ricco, decise di devolvere l’ intero ammontare all’ Università della California per ricerche sulle tecnologie dell’ agricoltura.

    Sette anni dopo l’ esperienza de "Il monello", Giannini strinse una profonda amicizia con Walt Disney, di cui intuì la genialità e con cui trascorreva le serate scambiando opinioni sia sulla comunicazione non verbale sia sul potere dell’ immagine nella comunicazione.
    Giannini dopo il modesto successo dei primi cortometraggi di Mickey Mouse, intuì le possibilità dei cartoni animati e finanziò il primo lungometraggio di cartoni animati a colori di Disney dal titolo "Biancaneve e i sette nani". Ancora una volta i risultati andarono oltre ogni aspettativa. Walt Disney visse la sua consacrazione al successo in tutto il mondo, Giannini si stancò di incassare profitti e divenne il finanziatore esclusivo della azienda dell’ amico ormai famoso.

    Nel 1930 la Bank of Italy assunse il nome di "Bank of America National Trust and Saving Association". E’ significativo annotare che, quando la Bank of Italy chiuse i conti e esaminò i sospesi, ci si accorse che sui prestiti senza garanzia era stato rimborsato il 96% del totale sborsato, E quindi complessivamente, considerando gli interessi, la banca non aveva subito perdite sui prestiti concessi ai non abbienti.
    Al contrario, i grandi banchieri che accettavano solo clienti danarosi, in tempi di crisi si trovarono a subire perdite considerevoli. E non perdonarono a Giannini la sua lungimiranza.

    Nel 1931 Amedeo Giannini affrontò una delle prove più ardue della sua vita. Venne colpito dalla poliomielite, da cui si salvò non solo per le intense cure ma soprattutto grazie alla lotta che dovette sostenere per non essere estromesso dalla Bank of America.
    Appena si sparse la voce della sua malattia, un’armata di nemici - capeggiati dal presidente Transamericana Elisha Walzer, dal banchiere J.P. Morgan e da esponenti della Federal Riserve, a cui si associarono squallidi avvoltoi di Wall Street - cercò di impossessarsi della maggioranza delle azioni della Bank of America per estromettere Giannini.
    La reazione di Giannini fu assolutamente energica. Malgrado le condizioni di salute si gettò nella battaglia per riacquistare il controllo della banca e, miracolosamente, di fronte a questa prova, la sua salute migliorò in modo assolutamente inaspettato. Riprese le forze in tempi e in termini incomprensibili ai medici e, con l’ appoggio dei tanti che aveva beneficato, riconquistò il controllo della istituzione che aveva creato.

    Amadeo Peter Giannini non era particolarmente attratto dal cinema. Amava solo alcuni autori che attraverso i film raccontavano favole che miglioravano la gente. Egli diceva che la favole, o le parabole - oggi potremmo dire le fiction - erano lo strumento privilegiato per trasmettere i valori della tradizione alle nuove generazioni, e dopo Disney aiutò un altro creatore di favole: Frank Capra.
    Sulla base di una reciproca stima, nel 1934 Amadeo finanziò il suo primo film di successo "Accadde una notte" e la collaborazione continuò nel 1936 con "E’ arrivata la felicità" e nel 1938 con "L’ eterna illusione".

    Come abbiamo appena detto, Amadeo non corteggiava il mondo del cinema, ma da grande banchiere sapeva che questo mondo avrebbe portato alla banca grandi profitti. Richiamò allora al fratello Attilio da New York, affidandogli l’ amministrazione del settore cinematografico. Tra il 1936 e il 1952, la Bank of America finanziò oltre 500 film, investendo proficuamente oltre mezzo miliardo di dollari.

    Ma Amedeo Giannini non si lasciò affascinare solo dal sogno del cinema.

    Nel 1932, il "sognatore" Joseph Strass, progettista del Golden Gate,
    non riuscendo a trovare un finanziatore del suo progetto ebbe l’ ispirazione di rivolgersi a Giannini. E la carta vincente per convincere Amedeo non fu il possibile profitto, ma la convinzione che il ponte avrebbe aiutato la popolazione di San Francisco a uscire dal clima di depressione economica che aleggiava sulla città. Giannini finanziò il progetto con sei milioni di dollari e impose che la Bank of America non percepisse alcun interesse.

    Nei primi anni trenta Giannini si batté per cambiare il "Mc. Federal Act.", una legge che impediva a una banca di operare in più di uno stato. Nel 1934 la Bank of America aveva 423 filiali in 255 città della California. Il 14 gennaio 1936 il figlio Lawrence Mario Giannini, che Amadeo aveva educato con il suo esempio, successe al padre nella presidenza della Bank of America, e Amedeo, per restargli accanto, accettò la carica di presidente onorario.

    Giannini fece dell’ altruismo la sua prima professione. Oltre a far credito ai diseredati, oltre a aver dato speranza a chi l’ aveva perduta, Amadeo devolveva gran parete dei suoi guadagni a opere sociali, ma senza dar fiato alle trombe della filantropia e del mecenatismo.

    Nel 1930 creò la GIANNINI FOUNDATION of Agricultural Economics, affidandone la gestione alla Università della California. La fondazione aveva lo scopo di favorire la ricerca atta a sviluppare risorse rurali e incrementare le attività economiche degli agricoltori californiani. Nel 1945 Amadeo creò anche la GIANNINI FAMILY FOUNDATION con lo scopo di promuovere la ricerca medica
    (gianninifamilyfoundation.org).
    Durante la Seconda Guerra Mondiale la California divenne lo stato più impegnato nella produzione bellica. La Bank of America finanziò la costruzione di aerei, navi, armamenti pesanti e leggeri, gestì i pagamenti delle forze armate e del personale civile. Amadeo Giannini incaricò il figlio Mario di occuparsi degli italiani confinati nei campi di internamento, e di adoperarsi per cercare di evitare l’ internamento di altri italoamericani.

    Subito dopo la fine della guerra Giannini, che si era sempre sentito profondamente legato alla sua Terra, al punto che anche in età avanzata parlava spesso nel dialetto ligure appreso dalla madre, volle che la banca partecipasse in prima persona alla ricostruzione dell’ Italia. Si accordò infatti con Arthur Schlesinger, responsabile della gestione del Piano Marshall, per accelerare l’invio degli aiuti, e la sua banca anticipò senza interessi gli importi di tutte le spedizioni dirette in Italia.

    Nell’ ottobre del 1945, all’età di settantacinque anni, Amadeo Peter Giannini lasciò definitivamente la presidenza della Bank of America, lasciando aperti i cassetti della sua scrivania che, del resto, non aveva mai chiuso: " Non ho nulla da nascondere", disse "così come non ha nulla da nascondere la banca". Contemporaneamente, annunciò che la Bank of America era diventata la più grande banca del mondo. Amedeo Peter Giannini spirò serenamente, confortato dall’ affetto dei suoi cari, all’ età di ottant’ anni.

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    EL PRIMER VUELO SOBRE ALPES ECUATORIANOS


    .

    Precursor de la Aviación Nacional de Ecuador




    El Condor de los Andes
    Pilota Friulano, Primo Trasvolatore delle Ande
    Heroe de la Aviacion

    Elia Liùt



    pilote des Andis … eroi nasionâl
    .

    il 9, Dicembre 1919 battè il rekord mondiale di velocità ...

    Liùt fu il primo pilota ad effettuare voli notturni ...

    ad essere akklamato dal popolo andino;“El Cóndor de los Andes ... Hèroe Vencedor de los Andes" e "El Primer Vuelo Trasandino de la Historia Aerea" le sue spontanee e kommosse parole, da buon padalpino, furono:” Il più grande titolo d’onore ke abbia mai ricevuto e sperato d’avere in vita mia” ... eppure era intrepido aviere pluridekorato itagliano...

    fondò e diresse la prima Skuola Militare di Aviazione tutt’oggi attiva, in Duràn, kon il nome di “ Escuela de Aviaciòn Condor”, inaugurata 1l 30/7/21 kon la presenza di ben 22 allievi

    Avviò in Ecuador la prima linea aerea postale sulle Ande, realizzando il primo volo postale vero e proprio.

    In Friùli, nella sua kasa natale di Fiume Veneto (Pordenone), al n° 63 di via della Repubblica, a perenne suo rikordo, si trova una lapide di marmo ke dice:”
    In questa casa/ visse la sua adolescenza/ Elia Antonio Liut fu Felice/ antesignano e maestro del volo/ valoroso aquilotto della guerra vittoriosa/ primo audace trasvolatore delle Ande/ emerito fondatore dell’ Aeronautica dell’Ecuador/ lustro e vanto del paese natio/ morto a Quito cogli onori del trionfo./ Con memore affettuoso orgoglio/ i suoi concittadini./
    Fiume Veneto 6.3.1894 – Quito 9.5.1952”


    ELIA Antonio LIÙT

    2° di 8 figli (4 maschi e 3 femmine) di Felice Liut e Teresa Giust, nasce a Fiume Veneto (PN) il 6 marzo 1894. Frequenta la scuola fino alla terza elementare e nel 1904 raggiunge il padre in Argentina, colà emigrato un anno prima, imparando il mestiere di elettricista.

    A 17 anni, nel 1911, tutta la famiglia Liùt ritorna a Fiume Veneto ed Elia, data la buona esperienza maturata, viene assunto (assieme a suo padre e fratello) dalla Società Elettrica Trevigiana come installatore di rete ed impianti elettrici.

    I Suoi inizi

    A 20 anni, quando scoppiò la 1a GM, dopo aver prestato servizio da coscritto nei bersaglieri, in diversi Reggimenti di Fanteria, chiede di poter accedere all’aeronautica.
    Un anno dopo, nel 1915, ottiene il suo brevetto di pilota volando su un “Berliot” nel Campo Scuola di Pisa ottenendo una medaglia d’oro per l’abilità dimostrata nel superare le prove organizzate dalla "Pirelli".
    Fu poi assegnato alla 78a Squadriglia Aerea.

    Partecipa a numerose missioni di ricognizione e scontri nei cieli del Trentino e del Carso ed all’abbattimento di aerei austriaci dando prova di grande perizia.- L’abilità che dimostra nel volo lo porta ad ottenere il grado di Sergente Maggiore.

    Da lì in avanti guidò praticamente tutti i tipi di velivoli e proprio per la sua abilità venne assegnato, come istruttore di volo acrobatico, al Campo d’aviazione romano di Furbara.-

    Pilotò il biplano “MTV” Marchetti con il quale il 9, Dicembre 1919 battè il record mondiale di velocità sino ad allora detenuto dal francese Prevost, volando ad una media di 268,869 Km/H, superiore di ben 57 km/h.

    Alla fine del conflitto Liùt è un pilota affermato ma si ritrova senza lavoro e come accade per molti altri aviatori, il governo gli regala l’aereo, permettendogli così di esibirsi durante manifestazioni pubbliche, divenendo un maestro nell’acrobazia aerea. il volo diventa praticamente la sua vita e la sua professione, libero e disponibile a discutere qualsiasi proposta di lavoro.

    L’arrivo di Liut in Ecuador

    All’inizio del 1920, assistendo a una delle sue esibizioni nel Campo d’Aviazione di Centocelle, in Roma, l’allora console e ministro plenipotenziario ecuadoriano Miguel Valverde Letamendi, emozionato dalla bravura di Liùt decide di contattarlo invitandolo in Ecuador a divulgare le proprie conoscenze sul volo aereo (soprattutto in campo militare) ed a spiegare i grandi vantaggi che poteva assicurare ad un paese montuoso come il suo ed impiantare l’aviazione nel suo Paese.

    Con le credenziali offerte dal Console, Liùt invia in Ecuador un suo emissario, Adolfo Bossio, il quale viene ricevuto dal Presidente Baquerizo Moreno che però non dà molta importanza al tema, nonostante ci fosse un interesse preciso d’impiantare un’aviazione militare e sviluppare il trasporto aereo.

    Questa mancanza d’interesse induce Adolfo Bossio a rientrare a Guayaquil con la ferma intenzione di offrire i propri servigi al Perù. Destino vuole che lì, Bossio, si incontri con un italiano residente, che commercia nel porto e che a sua volta era molto amico del Dr. Josè Abel Castillo proprietario del giornale “ El Telegrafo” assieme al quale convengono di far propria l’impresa di portare Elia Liùt in Ecuador.

    Il proposito di Castllo era quello di riuscire a a distribuire il proprio Giornale quotidianamente su tutto il territorio Ecuadoriano estendendolo anche alla corrispondenza.-

    Accordi Previ e Obiettivi

    E’ così che il 23 di Gennaio del 1920 si formalizzano gli accordi tra il Signor Adolfo Bossio e Don Josè Abel Castillo, in virtù del quale la Società “El Telegrafo” compera l’aereo di proprietà dell’aviatore Elia Liùt -ribatezzandolo “El Telegrafo I°”- facendosi carico di tutte le spese inerenti il progetto, assumendo contrattualmente il Pilota Elia Liùt ed il meccanico di sua fiducia Giovanni Fedeli, sobbarcandosi l’onere del trasporto del biplano dall’Italia a Guayaquil.-

    L’incarico che il Dr. Castillo, finanziando l’imprese, affidò a Liùt, era quella di realizzare la prima linea aerea postale sulle Ande, volando là dove nessuno s’era spinto in Sudamerica ed è proprio per questo che molte persone “assennate” ritenevano che Elia Liùt fosse pazzo se non addirittura un suicida incosciente.

    Permanenza in Guayaquil

    Liùt accettò e s’imbarcò da Genova piroscafo “Bologna” con il meccanico Fedelli ed il collega Giovanni Ancilotto. Il viaggio si svolse senza contrattempi e giunse a Guayaquil Il 29 luglio del 1920.
    Subito iniziarono a montare il biplano Macchi-Henriot HO, dotato di un motore Gnome Rhome, de 120HP, con un ancho de alas de 8.52 metros, 5.84 metros de largo, 600 kilos de peso total, y que desarrollaba una velocidad máxima de 185 kilómetros y una altitud máxima de 4000 metros.

    Si ridipinse la fusoliera del velivolo che venne ribatezzato “El Telegrafo I°”. Pochi giorni dopo ci fu il volo di prova senza patire alcun contrattempo.

    Il primo volo pubblico fu annunciato con il dovuto anticipo alle autorità e cittadinanza tutta ed ebbe luogo
    il sabato 9 Agosto 1920, completati i preparativi per il primo volo del "Telegrafo 1°", alla presenza del Presidente eletto Dr. José Luis Tamayo e sua consorte Signora Esther Concha Torres (padrini della cerimonia) e del Signor Josè Abel Castillo (proprietario dell'aereo) nonchè funzionari del Governo Centrale ed Autorità locali
    alle 14h45 il "Telégrafo I" al comando di Elia Liut, si alzò in volo sino a raggiungere quota 1800 metri. Girò varie volte sopra il campo tra l'allegria dei presenti che non cessavano di complimentarsi col pilota ed issatolo sulle spalle lo trasportarono sino alla tribuna delle autorità.-
    Lo stesso Presidente e sua consorte vollero provare l’ebrezza del volo e fecero un piccolo giro di prova con Liùt.


    Il Presidente rimase talmente entusiasta della cosa che ottene dal Congresso un Decreto per fondare due scuole d’aviazione nel Paese, una a Guayaquil (Duràn, el 30-7-21) e l’altra in Quito.-

    Il Primo Volo Trasandino

    Antefatti

    Tale fu il successo della manifestazione del 9 di Agosto 1920,

    che la notizia venne ampiamente divulgata a livello nazionale ed
    i cittadini Andini di Cuenca, che si apprestavano anch’essi a festeggiare il 1° Centenario dell’Indipendenza, attraverso la “Giunta per il Centenario”, formata da eminenti personalità azuayas, richiesero a Liùt di effettuare voli ed esibizioni nella loro città proponendo di smontare l’aereo e trasportarlo per ferrovia fino Huigra e da lì, a dorso di mulo, con 50 guanderos (portatori indios), fino a Cuenca.
    La cosa non fu ben accetta da Liùt il quale, con forza, s’impose sul Comitato (e lo stesso proprietario Abel Castillo) affermando che il miglior modo per trasportarlo da una città all’altra, era di volare. Nacque così la decisione di effettuare il primo volo da Guayaquil a Cuenca sorvolando le Ande.
    Ottenuta l’autorizzazione da José Abel Castillo si iniziarono i preparativi fissandone l’arrivo per il 3 Novembre 1920.

    Si definì la rotta migliore,
    Guayaquil-Naranjal-Molleturo-Cuenca, si disposero i punti di riferimento geografico da sorvolare affinchè i telegrafisti potessero segnalare il suo passaggio e si preparò una pista per l’atterraggio, nel terreno d’una villa situata vicino al villaggio di “Jerico”, visualizzato con lenzuala bianche con su incisa la lettera “T” (Telegrafo).
    Nonostante tutto, però, le condizioni atmosferiche avverse non consentirono il prosieguo del volo e pochi minuti dopo la partenza, Liùt si vide forzato al rientro, accordandosi di voler riprovare il giorno successivo.

    Elia Liùt ed il Volo Guayaquil - Cuenca
    il 4 Novembre, così, s’infilò di nuovo nella carlinga,
    aperta e soggetta ad ogni intemperie, del suo “Telegrafo I°” vestito solo da un maglione di lana con sopra un giubbotto in pelle, gli occhiali protettivi ed una sciarpa,
    alle 09h34 AM partì, per questo volo storico, da Guayaquil; e


    alle 11h25 il telegrafista di Bibliàn comunica che il biplano passava in quel preciso momento sul quel posto di controllo. Superando la catena montuosa di circa 4.000 metri,
    dopo 30 minuti, verso nord, comparve la silhouette del velivolo che sorvolò la città per infilarsi poi, deciso verso quell’improvvisato “campo d’aviazione” e
    alle 11h45 atterrare tra gli sguardi attoniti di migliaia di Cuencanos che salutavano ed acclamavano agitando freneticamente fazzoletti e cappelli.-






    Venne poi condotto dalla moltitudine nel centro della città, dove le autorità, la società ed il popolo gli tributarono onori ed offrirono feste.


    I più raffinati salotti capitolini ben frequentati da bellissime signore gli aprirono le loro porte ed i poeti cantarono la sua impresa definendolo “El Cóndor de los Andes ... acclamandolo: “Hèroe ... Vencedor de los Andes".

    Le sue proprie e commosse parole furono:” Il più grande titolo d’onore che abbia mai ricevuto e sperato d’avere in vita mia... vi ringrazio immensamente...”

    Parole semplici, quelle del valoroso pilota, ma con questo volo si era appena conclusa “una delle gesta più importanti della neonata Aviazione Ecuatoriana”; un biplano di “legno e tela” riuscì ad attraversare le Ande Ecuadoriane ad una altezza superiore ai 4.000 metri.

    Non si conosceva ancora come avrebbe reagito il corpo umano “a temperature così basse e con tanta scarsità d’ossigeno”, né il motore e struttura stessa del biplano (mai l’uomo, né la meccanica -disse l’ambasciatore Pignatelli, allora - s’era spinto sino a questa critica situazione) tanto che, dagli esperti e meno spericolati addetti del settore lo si ritenne un po’ pazzo “con istinto al suicidio”.
    E nemmeno si conoscevano i limiti di tenuta strutturale del biplano di fronte alle forti correnti d’aria, né se il motore ed il combustibile avrebbero sopportato l'elevata rarefazione dell'aria ed il gelo delle Ande.

    Sino ad allora i voli effettuati in Europa non avevano superato i 1.500 metri d’altezza, però Liùt, temerario pilota della 1a GM, non si fece intimidire e nel suo periplo di più di due ore tra Guayaquil e Cuenca ruppe una nuova barriera dell’essere umano, una sfida ed un evento tecnologico rimarchevole di cui l’Ecuador ne può vantare merito nell’ambito storico dell’Aviazione Mondiale.-

    Liùt fu il primo pilota ad effettuare voli notturni ed a superare il primato di velocità dell’epoca … contesa questa che indusse il Governo, alla fine del conflitto mondiale, alla sua “smobilitazione coatta”… che Liùt, sempre percepì come “irriconoscenza”.

    La valorosa impresa, inoltre, ebbe un ulteriore e speciale significato per l’Ecuador; mediante l’impulso dato all’aviazione, un Paese separato dalle montagne, si riavvicinarono le popolazioni creando e rinforzando l’anima e nazionalità Ecuadoriana che non fosse solamente “costiera, serragna od amazzonica”.-

    Dopo questo successo, il governo lo incarica di fondare e dirigere la prima Scuola Militare di Aviazione tutt’oggi attiva, in Duràn, con il nome di “ Escuela de Aviaciòn Condor”, inaugurata 1l 30/7/21 con la presenza di ben 22 allievi militari, causando enorme aspettativa in tutta la Repubblica.-

    il 19 de Noviembre parti da Cuenca a Riobamba.
    il 28 dello stesso mese realizzó un terzo raid da Riobamba a Quito, atterrando a "el Batán", volando senza una cartina, orientandosi seguendo i binari della linea ferroviaria e consegnando alle autorità locali la posta, riesce ad assicurarsi un posto nella storia. Una Moltitudine di gente si era radunata per vedere per la prima volta il passaggio di un aereo.
    il 9 di Febbraio del 1921 voló da Quito a Ibarra in 52 minuti.
    il 16 da Ibarra a Tulcán in 2 ore e 3 minuti.
    il 6 Marzo realizzó el primer vuelo postal vero e proprio.

    Dopo il 1921 la vita di Liut diventa un po’ meno movimentata, sebbene continui ancora a rendersi protagonista di evoluzioni acrobatiche e abbia l’onore di formare i primi piloti militari dell’Ecuador.
    Disse di lui lo scrittore Luis Zúñiga:"Liùt sedusse l'Ecuador nel 1920, però l'Ecuador sedusse lui a sua volta. Si sposò con una quitegna; non ebbe discendenza, però lasciò le sue conoscenze ed esperienza in Terra Ecuadoriana nella Scuola d'Aviazione del Paese, di cui ne fu istruttore".

    Nel 1922, in Quito, sposa Doña Carmen Angùlo Tobar, vedova di Don Pedro Freile Donoso, tra le più ricche famiglie della Repubblica.- Nonostante che lei fosse più anziana di 6 anni, entrambi erano molto innamorati. La luna di miele la fecero in Europa con i 4 figli di lei, dove frequentarono le scuole elementari.
    Nel tragitto Guayaquil-Quito ci fu un contrattempo che per poco non faceva loro perdere il piroscafo che li doveva portare in Europa; passando il treno per Huigra, scesero a far visita al fratello di Liùt, Fiero, che si trovava lì, assieme alla sua famiglia, come elettrotecnico ferroviario.
    La visita si prolungò oltre il previsto tanto che fu necessario ritardare la partenza della nave da Guayaquil, compromettendosi, la Signora Carmen, a pagare le spese che quel contrattempo accasionò.

    In Friùli risiedettero per circa quattro anni ma nel 1926 rientrarono a Quito, dimorando nella casa di lei “… en la esquina suroriental de las calles Venezuela y Olmedo” che presto diventerà famosa per i banchetti e feste che Doña Carmen offriva con grande frequenza alla sua numerosa cerchia d’amicizie.

    Era considerata giustamente la più abile ed esperta matrona della capitale nell’arte culinaria, però l’eccesso di spese complicò l’economia famigliare a tal punto che, nel 1933, la sua casa fu data in locazione al Presidente Juan de Dios Martínez Mera, che la utilizzò come sua residenza privata.

    Tra il 1935 ed il 37 Liùt realizzó un raid aéreo turistico.

    In seguito la sua vita si svolse in assoluta tranquillità ma alterna fortuna; eroe capace di grandi avventure, ma impreparato per gli affari, se dedicó all’agricultura, specialmente in Huigra, dove sviluppò per alcuni anni un’azienda produttrice di pomodori.

    Non partecipò alla II GM e non venne dichiarato disertore in quanto eroe nazionale, ed anche perché, trasferendosi a Huigra, dedicandosi ai lavori agricoli nella sua piccola azienda dedita alla coltivazione di pomodori, per un lungo periodo si rese praticamente irreperibile.

    Nel 1948 si trasferì a Ibarra ed installò una fabbrica di salse e conserve di pomodoro, ma l’esito non fu dei migliori, vuoi per la non diffusione di quel tipo di conserva che del prodotto stesso inscatolato, vuoi per le difficoltà all’esportazione dovute ai costi di trasporto, principalmente; oramai però, non era più l’Eroe Famoso d’un Tempo ed anche fisicamente s’era un po’ ingrassato anche se conservava la simpatia e semplicità di sempre.

    Liùt fu sempre un Adone. Alto, molto bianco, capello taino e leggermente ondulato, naso spigoloso e bocca carnosa.-

    Quando giunse a Quito nel 1920 le dame impazzivano per l’Eroe italiano – così lo chiamavano- ma solo la Signora Angulo lo conquistò, sempre bella, affascinante e facoltosa, e però terminò la sua vita diventando incredibilmente obesa ed in ristrettezze economiche.

    Naturalmente è superfluo ribadire ke ella sempre conservò la sua simpatia e personalità.- Liùt le fu fedele sino alla fine… era, sostanzialmente, un semplice figlio del “pueblo llano” (padano) d’Italia, il cui merito era stato quello di realizzare voli incredibili e splendide prodezze in gioventù, incapace di superarsi però nel lavoro imprenditoriale.

    Agli inizi del 1952 le sue condizioni fisiche erano perfette , forte e grintoso. Il 12 Maggio subì improvvisamente un infarto fulminante, mentre si trovava nella villa “La Victoria” di proprietà della famiglia della sposa, che lo stroncò all’istante.

    Fu uno spirito affabile ed avventuriero
    con speciali caratteristiche fisiche ed atletiche che gli permisero di realizzare ogni genere di acrobazie senza pericolo apparente alcuno.

    In Friùli, nella sua casa natale di Fiume Veneto (PN), al n° 63 di via della Repubblica, a perenne suo ricordo, si trova una lapide di marmo che dice:”
    In questa casa/ visse la sua adolescenza/ Elia Antonio Liut fu Felice/ antesignano e maestro del volo/ valoroso aquilotto della guerra vittoriosa/ primo audace trasvolatore delle Ande/ emerito fondatore dell’ Aeronautica dell’Equatore/ lustro e vanto del paese natio/ morto a Quito cogli onori del trionfo./ Con memore affettuoso orgoglio/ i suoi concittadini./
    Fiume Veneto 6.3.1894 – Quito 9.5.1952”

    La sua vedova, Signora Carmen, con una lettera datata 20 Maggio del 1952, diretta a Roberto Crespo Ordoñez, donò al Museo Municipale di Cuenca (città che dichiarò Liùt, pochi mesi prima, nel 1951, cittadino onorario), le seguenti onorificenze:”
    1°) - Medaglia della Municipalità di Quito del 1920,
    2°) – Medaglia della Colonia italiana di Guayaquil, e
    3°) – Croce di Guerra insignita da Vittorio Emanuele III d’Italia, durante la 1° GM in riconoscimento delle sue gesta.
    Quest’ultima le era stata romanticamente ossequiata da Liùt a doña Carmela il giorno del suo matrimonio e che lei conservava come “ricordo imperituro di grande valore ed amore”.
    (preso da EL TELEGRAFO, P-4)


    Liùt fu tumulato, con tutti gli onori pubblici, nel cimitero FAE della “escuela el condor “di Daran che aveva fondata.-

    Molte vie e piazze gli sono state intitolate su tutto il Territorio Nazionale; una targa con busto in bronzo si trova anche all’aeroporto internazionale di Quito. Documenti e reperti si trovano nel Museo Municipal de Cuenca e Museo Remigio Crespo Toral di Quito.

    Tra le tante testimonianze tangibili di riconoscenza degli ecuadoriani a Liùt c’è la serie di francobolli che l’Ecuador gli ha dedicato per celebrare il 25° anniversario del primo volo postale del Paese, e successive celebrazioni.-



    Prima cartolina postale aerea



    Francobollo commemorativo



    cartolina postale


    Relato novelado sobre Elia Liut
    se lanza hoy 14 diciembre, 2010



    Un último acto, el lanzamiento de un libro, en el Museo Municipal Remigio Crespo, cierra hoy los festejos por lo 90 años del primer vuelo transandino, que protagonizara el piloto Elia Liut, a bordo del avión Telégrafo I, “Un as de alto vuelo”, es la historia novelada de Liut, trabajo del escritor Luis Zúñiga.
    No se trata de una novela histórica, ni de un relato histórico, sino de una historia literaturizada cuyo fuerte reside en la aventura de un sargento piloto italiano que, terminada la Primera Guerra Mundial, emprendió viaje a un país extraño y desconocido, para otra vez prestar servicios como aviador, dejando en su Tierra, al amor.

    Fonti

    Reseña Bibliográfica - Elia Liut

    .: Foro de aviación real y virtual del Ecuador :. • View topic - Elia Liut y su vuelo

    Pioneros de la Aviacion Nacional — fuerzaaerea.net

    Elia Liut, el piloto que desafió a los cóndores hace 90 años

    http://www.ambitalquito.org/Los.ital....del.mundo.pdf

    :: Bienvenidos al web de Rodolfo Pérez Pimentel - Escritor Ecuatoriano ::

    PROYECTO CLUBES DE COMUNICACIÓN ESTUDIANTIL DEL ECUADOR: Elia Liut y Huigra Tras las huellas de una historia

    N´Boga - Museo Testimonial Elia Liut
    video Museo Remigio Crespo de Cuenca testimonial de Elia Liùt

    http://www.elmercurio.com.ec/wp-cont...5a-204x300.jpg

    El Correo Aéreo Ecuatoriano, Guayaquil - Cuenca
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    La SQUADRA dei PIEMONTESI
    .
    Un gruppo di padalpini liguri-piemontesi, in prevalenza genovesi, stabilitisi nella colonia spagnola nei dintorni di Buenos Aires, decisero, intorno al 1827, di guardare oltre il fiume Uruguay verso “i territori della Banda Oriental”per addentrarsi in quelle vaste terre (oggi conosciute, appunto, come Uruguay) ancora dominate dai Charrua, combattivi ed indomabili indios indigeni, da kui poi nasceranno i Gauchos

    Dallo spirito di avventura di pionieri, che affiancarono Bruno Mauricio Zabala, spinti dalla sete di terre e di futuro e la strenua lotta degli indigeni che si opponevano alla loro avanzata ed espansione, nacque Montevideo
    (1724), splendida mediazione tra le due anime di quest'angolo del continente americano, che si fusero esaltandone le peculiarità.

    Quando nel 1730 nacque Giovan Battista Crosa, , figlio di Francesco, eminente medico di Pinerolo , quella città americana destinata a diventare la capitale dell'Uruguay (1825 indipendenza) era ancora un insieme di pochi agglomerati.

    In Piemonte il fermento culturale ed il desiderio di scoprire altri mondi, all'infuori del proprio ristretto, era all'epoca abbastanza diffuso, vuoi per necessità o per spirito d'avventura, talchè molti giovani emigrarono e tra questi anche il giovane Crosa, músicista e direttore di coro.
    Certamente non lo fece per necessità, sognava per sè, però, un futuro diverso; fatto stà che scelse di abbandonare tutto, nonostante il tenore e condizioni di vita agiata che avesse a Pinerolo ed in famiglia.

    Giovan Battista Crosa –spinto da questo suo impulso d’avventura- si allontanò da Pinerolo nel 1764 e arrivò a Genova per imbarcarsi alla volta della Spagna. Fece tappa a Maiorca, dove incontrò la gallega Francesca Perez Bracaman e fu amore a prima vista tanto che, subito dopo, si sposarono, ed assieme, l’anno successivo, decisero di trasferirsi in Sudamerica per iniziare una nuova vita lontano da quel mondo che oramai non li soddisfaceva più.-

    Fu così che nel maggio del 1765 la coppia sbarcò nella Baia di Montevideo.-


    Presentatosi al Governatorato di Montevideo, al fine di legalizzare la sua presenza, prestò servizio militare e venne assegnato al 2° Battaglione del Reggimento di Mallorca ed inviato alla frontiera col Brasile, a Cerro Largo.-
    Due anni dopo, completato il suo servizio, ritorna a Montevideo dove gli viene assegnata un lotto di terra di 10 acri, 13 Km. a nord della città, in campo aperto, in un luogo posto all’incrocio di due “caminos” (strade bianche) uno che veniva da Las Piedras ed andava verso la città e l’altro, dal Cerrito de la Vitoria, verso Colon.-
    (Attigua alla sua azienda agricola c’era la proprietà di Manuel Francisco Artigas, fratello del Padre della Patria Josè Gervasio ... amico di Giuseppe Garibaldi).

    Recintato il suo terreno, si costruisce una gasa a due piani, avvia la coltura di vitigni piemontesi, alleva bestiame ed apre una PULPERIA (Almacen/Store... dove si poteva trovare di tutto... drogheria, ferramenta, farmacia, abbigliamento, armeria, esplosivi, utensileria, vendita liquori, ecc. ), commerciando principalmente in carne e pelli, attività che gli consentirono di vivere dignitosamente, divenendo punto d’incontro e ritrovo, stimato e benvoluto del circondario;
    ed è proprio “nell’Atto di proprietà della terra ed autorizzazione all’esercizio commerciale” che compare per la prima volta il nome Pinerol, giacchè si firmò, appunto: JUAN BAUTISTA CROSA PINEROL “… la nostalgia per il suo paese natio la impresse indelebile in una vera e propria firma: tanto che, nell'arco degli anni, Crosa perse il suo cognome e si firmò sempre più "Pinerol" che col tempo si deformò in "Piñerol" e quindi in "Peñarol”.

    e fu così che dal 1770 circa, intorno ai poderi ed alla fattoria de “el pulpero Giovan Battista Crosa”, maestro della corale di Pinerolo, crebbe presto un quartiere residenziale, il Barrio Peñarol che di quelle origini e la buona fama del piemontese prese il nome, trasformandolo nello slang ispano-piemontese "lo de Peñarol".
    Padre di due figli (ebbe parecchi nipoti), Crosa poté raccontare che Narciso combatté con eroismo nella battaglia di Sarandì e Ituzaingò durante la guerra d'indipendenza, e con tutti, orgoglioso, se ne vantava di quel "pinerolese" che, nel 1801, sposò Maria Petrona Artigas nipote del Padre della Patria Uruguya, con cui s’intrecciò varie volte.

    Giovanbattista Crosa morì nel 1790, in “en lo de Pinerol” che aveva fondato e che diventerà in seguito Comune e quindi il Quartiere Peñarol di Montevideo.

    Negli anni il sobborgo crebbe prospero, tanto che nel 1890, la britannica Central Uruguay Railway, che aveva rilevato l’esistente “Ferrocarril Central”, decise di comperare diverse ettaree di terreno per dare impulso alle attività ed installare le proprie officine di manutenzione (anteriormente dislocate nel quartiere Bella Vista), nonchè la costruzione ed insediamento della sua nuova Stazione Centrale.
    Il 1° Maggio del 1891, gli inglesi, inaugurando il loro insediamento industriale, proposero di rinominare il luogo in “NUEVA MANCHESTER” però tali furono le sollecitazioni popolari che le Autorità non potettero fare altro che ribadirlo ed ufficializzarlo“Peñarol”, nome originario di quel luogo appartato, rendendo omaggio a Giovanni Battista Crosa Pinerol.

    Da questo momento in poi ci fu un importante sviluppo urbano. La popolazione aumentò con una velocità inusitata per l’epoca. Fu infatti proprio la manodopera arrivata per la costruzione e la gestione della stazione a portare con sé, dopo circa un secolo dalla morte di Crosa, la passione del calcio.

    Il 28 settembre del 1891 questa passione si concretizzò nella nascita della prima squadra di calcio dell'Uruguay, che prese il brutto nome di Curcc, l'acronimo di Central Uruguay Railway and Cricket Club.
    Patrocinata da Roland Moore e dalla dirigenza della Compagnia Ferroviaria, 118 dipendenti della stessa, impiegati ed operai, (di cui 72 erano inglesi, uno tedesco e 45 uruguayani e liguro-piemontesi), il 28 de setiembre de 1891, convocarono una riunione con lo scopo di fondare la Central Uruguay Cricket Club (CURCC), nome che mantenne fino al 13 Dicembre 1913, quando lo cambiò adottando definitivamente quello più consono alle sue origini, e regalando alla storia dello sport un magnifico team delle meraviglie: il Club Atletico Peñarol.

    Guidato attualmente da Josè Pedro Damiani, altro padalpino affezionato alle origini piemontesi del team, precisa al riguardo: "la sua denominazione anteriore potrebbe paventare equivoci; il Penarol è entrato nella storia anche come la squadra simbolo dei "ferrovieri", avendo proprio una locomitva come emblema societario. I colori sociali, il giallo e il nero, sono ispirati alla colorazione dei segnali e delle barriere ferroviarie e la sua denominazione anteriore poteva portare a degli equivoci; furono detti anche “i Carboneros”, ma giammai nessuno senti gridare altra cosa che “Peñarol”... “gol de Peñarol” e “Peñarol Campeòn” x tutto il secolo; nessuno mai disse Central, nè Central Uruguay, nè CURCC".

    Ernesto Mascheroni, Juan Alberto Schiaffino, Alcide Ghiggia, Maspoli, Riccardi, Pasculli, Silva, hanno lasciato il segno nella storia del Peñarol e del calcio mondiali.
    Su tutti sicuramente Schiaffino, oriundo ligure, cui l'Italia diede gloria e onori e che impressero per sempre nella mente degli appassionati quel
    nome di una squadra nata non si sa bene se sulla riva del Rio de la Plata o se vicino Torino e la Francia…
    SICURAMENTE è pregna dello spirito intraprendente e sportivo dei padalpini !

    Il Penarol ha vinto 40 titoli nazionali
    Una delle più gloriose istituzioni al mondo,
    il Club Atletico Peñarol nacque spinta dal fervore delle famiglie che lavoravano in ferrovia.- Una storia forgiata da gente umile e forte, romantica e sognatrice, che mai s’immaginava che quel sentimento così genuino potesse trascendere il tempo ...

    Per il piccolo Uruguay, appena tre milioni di abitanti schiacciati tra i colossi Brasile e Argentina, il Peñarol rappresentò la punta di diamante di un ego nazionalistico difficilmente domabile. E di quella squadra che vestiva la camiseta colore "amarilla y negra" nell'arco degli anni e di trionfo in trionfo, fecero parte moltissimi liguri, piemontesi e padani.

    Il primo a lasciare un segno indelebile nella storia del calcio uruguayano fu Jose Antonio Piendibene (emiliano), vero e proprio talento cresciuto nel quartiere e diventato idolo della squadra a soli 17 anni.
    I suoi tunnel e le sue finte entrarono di prepotenza nella galleria delle estrosità sportive. Dal 1911 divenne per tutti "il maestro" e le sue funamboliche giocate trovarono estimatori anche tra i più accesi rivali. Nel corso di una partita con l'Argentina, dopo aver ubriacato di dribbling e di veroniche gli allibiti avversari, uno di questi, Jorge Brown, gli si avvicinò per stingergli la mano: «lo felicito, es usted un verdadero maestro». Parola di argentino!

    Piendibene fece coppia di attacco con Canavessi, altro estroso giocatore di origini piemontese, e insieme portarono in alto una formazione che nel corso di più di cento anni di vita ha raccolto 47 titoli nazionali, cinque Coppe "Libertadores de America", tre titoli mondiali per club e una Supercoppa, guadagnandosi il diritto di squadra tra le più titolate del Mondo.

    In quegli anni giocati su terreni gibbosi e, con il pubblico assiepato ai bordi e con arbitri spesso impreparati, nacquero numerosi altri talenti padalpini ed italiani che nel Penarol si identificavano per le origini nonostante la grande avversaria, il National, fosse stata anch'essa fondata da un piemontese.

    Infatti, di domenica, il 14 maggio del 1899, nella casa della famiglia dello studente di medicina Ernesto Caprario, in via Soriano, n° 99 (oggi 922) a lato dell’allora “Istituto Verdi”, si tenne la storica riunione che formalizzava la fusione dell'Uruguay Athletic Club -frutto di una scissione dall'Albione- ed il Montevideo Football Club da cui ne scaturì il

    Club Nacional de Football


    El Nacional
    .


    Fonti Utilizzate

    Club Atletico Peñarol

    http://es.wikipedia.org/wiki/Club_At...o_Pe%C3%B1arol

    Juan Alberto Schiaffino

    Peñarol - Uruguay - Taringa!

    José Gervasio Artigas - Taringa!
    JOSE GERVASIO ARTIGAS (Garibaldi e Mazziniani) Revolución del Río de la Plata

    http://es.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Garibaldi
    GARIBALDI in AMERICA ... la bandiera kalabrese ke vi appare a margine è una palese forzatura... non ci sono notizie di kalabresi nelle fila delle truppe Garibaldine a Rio Grande do Sul.

    El Gaucho- karattere e kultura

    GAUCHO IMMAGINI

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    Padania nel Mondo
    Padalpini Emeriti ke ne dan Lustro e Fama
    Lavoro - Kultura – Società

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    IL PADALPINO che INSEGNÓ agli USA a MANGIARE il CIOCCOLATO





    La storia del più famoso marchio americano del cioccolato
    scritta da un pasticciere del Tigullio e dal suo pappagallo






    di lui si potrà sempre dire che
    “fu capace di trasformare il desiderio dell’oro giallo in oro nero, e dolce”


    Rivoluzionario in gioventù, Carbonaro, Repubblicano e Mazziniano, Garibaldino per amore alla libertà, Gran Combattente che mai s’arrese alle avversità, Massone, Membro della Società Operaia di Mutuo Soccorso e della Società di Mutuo Soccorso ed Istruzione tra Operai e Operaie, fondatore della Lega Anticlericale Rapallese, industriale e padre di famiglia esemplare


    Un Grande Padalpino
    Un benefattore universale
    Un Eroe del lavoro
    Un esemplare padre di famiglia

    Glorioso senza vanità
    Umile senza ribassamento
    Valoroso senza codardia
    Idealista senza fanatismi

    genio del cioccolato
    a tutti ha saputo dare
    dolcezza e salute


    GHIRARDELLI DOMENICO



    Ghirardelli nel 1890
    (1817-1894)

    Domenico Ghirardelli a Rapallo oggi è un nome sconosciuto: eppure negli Stati Uniti con il marchio Ghiradelli viene commercializzato un noto cioccolato. La sua storia è la storia comune di molti liguri e padano-alpini che sono arrivati negli USA nell’Ottocento e hanno fatto fortuna.
    Ma la storia di Domenico Ghiradelli è anche qualcosa di più: non è solo la storia di chi ha fatto fortuna dall’altra parte dell’Atlantico, ma è anche la storia di chi è rimasto fedele alle sue origini, agli incontri della sua giovinezza, e che per questo - molto probabilmente - dopo la sua morte è stato dimenticato.
    Nato a Rapallo nel 1817, figlio di Giuseppe, un panettiere, da ragazzo, come molti rapallesi del tempo, era stato mandato a Genova ad imparare un mestiere.- Domenico finì nel laboratorio dei Romanengo, noti artigiani pasticcieri e lì apprese i segreti e le tecniche per preparare torte, pasticcini e biscotti.
    Erano gli anni trenta dell’Ottocento, i primi anni del regno di Carlo Alberto, un re che - dopo essere stato coinvolto nel moto del 1821 - assunto al trono, non si era dimostrato meno reazionario del cugino, Carlo Felice. Nel 1833 la prima cospirazione della Giovine Italia si era conlsusa con il suicidio in carce di Jacopo Riffini e una serie di condanne a morte. Tre vennero eseguite, e la lapide che le ricorda sul lugo dell’esecuzione si trova ancora oggi tra via Corsica e corso Saffi, la dove c’era una cava.

    Nel 1834 Mazzini tenta la seconda invasione della Savoia ed a Genova tenta anche una sollevazione. E’ in questa circostanza che Giuseppe Garibaldi – coinvolto negli avvenimenti – diserta dalla marina sarda e si rifugia in Francia.

    Noi non sappiamo se Ghirardelli è partecipe, in qualche modo, di questi avvenimenti, d’altra parte aveva solo 17 anni, quello che è certo però è che tre anni dopo, nel 1837, si sposa con Elisabetta Corsini e lascia Genova per emigrare a Montevideo. Con sé aveva soltanto la sua passione per il cioccolato, la pasticceria, l’amore della sua Elisabetta ed i suoi 20 anni, ma era un giovanotto intraprendente e un mestiere in tasca ce l'aveva … chi emigrava, allora, sapeva cosa lasciava ma non ciò che avrebbe trovato, ed erano tempi in cui non si sapeva se sarebbe mai più rivista la terra che si lasciava.

    I motivi del suo espatrio non sono molto chiari, ma è probabile che (come lo lasciano ad intendere la sua vita e suoi interessi culturali), nel 1834 fosse stato coinvolto in una sollevazione di affiliati alla Giovane Italia, cercando poi rifugio nella capitale uruguayana, dove risiedevano già molti patrioti italiani.

    La destinazione non è casuale:prima del 1840 l’emigrazione verso le Americhe non era ancora un movimento di massa, d’altra parte Montevideo era stata la destinazione preferita di chi aveva partecipato alle rivolte del 1821 e da chi negli anni seguenti aveva dovuto abbandonare l’Italia per i legami con la Carboneria o con la Giovane Italia. Anche Garibaldi dopo Marsiglia arriverà a Montevideo.

    Sulla riva del Rio della Plata però Ghiradelli si ferma poco tempo: avendo assistito impotente alla morte prematura della sua giovane moglie genovese, provato dalla sua scomparsa, dopo un anno, nel 1838, si imbarca di nuovo e dopo un viaggio avventuroso che doppiava Capo Horn, raggiunge il Perù.
    A Lima c’era una florida colonia di liguri, veneti, piemontesi e lombardi e lì intraprende un’attività di lavorazione del caffè e produzione di cioccolato, aprendo un negozio di dolci proprio accanto a quello James Lick, ch’era un costruttore di pianoforti statunitense, di cui ne diventò amico.

    Degli anni sudamericani restano poche pagine nel diario della vita straordinaria di Ghirardelli, ma saranno fondamentali ; a Lima incontrò il secondo amore della sua vita, Carmen Alvaredo Martin, una peruviana, vedova, con cui si ripososa e dalla quale, ebbe una nidiata di figli:”Joseph, Elvira, Louis, Angela e Eugene”; cambiò anche il suo nome, che da Domenico divenne Domingo.
    Sono anni, questi di Lima, che sembrano prefigurare un tranquillo futuro borghese, come tanti emigranti; un lavoro sicuro, un discreto successo ma senza arricchirsi.

    Ma negli anni 1848/49, nelle valli della California Centrale, vengono scoperte le pepite e parte l’Epica Corsa all’Oro Americana. Non sorprende perciò che quando cominciarono a diffondersi le notizie dell'oro trovato in California, anche il suo amico Lick ne rimase fortemente contagiato tanto che chiude la sua attività, vende tutto e parte per gli Stati Uniti, portando con sé 600 libbre di cioccolato prodotto da Domenico, che, rivenduto sul posto, gli avrebbero garantito la riconversione in dollari del prodotto, avendone pure un maggior guadagno.
    La corsa all'oro aveva attratto in California orde di uomini accorsi dai quattro angoli del mondo per setacciare le sabbie aurifere o per scavare nei fianchi delle montagne con il miraggio dell’arricchimento facile.
    Lick, subito dopo il suo arrivo in California, invita l’amico Domingo a raggiungerlo; si lascia convincere e decide di tentare a sua volta la fortuna nella terra dell’estremo Ovest nordamericano e così, dopo undici anni, lasciò in Perù la famiglia ed arrivò in California ammaliato dal sogno dell’oro, inventandosi cercatore di pepite.

    Lavora alcuni mesi nei giacimenti di Sonora e Jamestown , ma di fronte ai primi insucessi,
    costatando che pochi si arricchivano e che la maggior parte di loro spendeva tutto nei rifornimenti di viveri ed attrezzature (quando non si rovinavano giocando nei saloon tutto quello che possedevano),
    visto che, saggiamente, molti si improvvisavano mercanti e guadagnavano bene rifornendo “il circo di cercatori, biscazzieri, bellone e avventurieri” di tutto quello che necessitavano, anch’egli si convinse che quella era la strada migliore.-
    Aveva capito che il cioccolato, in barrette, aveva il vantaggio di poter essere conservato senza troppe complicazioni, costava relativamente poco e aveva un potere nutriente eccezionale per chi spendeva tantissime energie con i picconi e i setacci.

    D’altro canto, agire nei “servizi” è sempre stata una prerrogativa dei genovesi in California,e così, se gli “orti italiani” divennero presto famosi (Giannini Amodeo – Bank of Amerika), anche Ghiradelli si dedicò a ciò che sapeva fare da sempre: “dolci e cioccolato” mettendo questa sua passione al servizio delle migliaia di uomini arrivati da tutto il mondo.
    Si trasformò in pochi giorni in un commerciante di cioccolato e la sua intuizione fu premiata dalla fortuna.

    Il suo primo negozio fu in realtà una tenda,
    poi si attrezzò meglio ed aprì, nello stesso anno, il primo "General Store" Ghirardelli, a Stockton, una di quelle cittadelle che sarebbero diventate in futuro “le Ghost Town minerarie americane”, nate per dare conforto alle tremende giornate dei minatori, poi svanite quando la corsa all’oro terminò.

    Domingo però, ampliò il suo commercio e cominciò a percorrere il fiume San Joaquim su battelli carichi di merci ed infine, alcuni mesi dopo, finalmente riunito alla moglie ed ai figli, che lo avevano raggiunto dal Perù, Ghirardelli apre un secondo negozio di dolciumi e cioccolato, con un socio, a San Francisco in Battery Street, che chiamò “Ghiradely & Girard” inaugurando la presenza nella città della sua industria.

    Dopo un iniziale successo però, gli affari si misero male;
    Il 3 maggio 1851, un’incendio distrugge il suo negozio di Battery Street (cessando la società con Girard) e tre mesi dopo un incendio distrusse gran parte di Stockton Town mandando in fumo anche i suoi Ghirardelli Store e laboratori.

    Ghirardelli, con la sua solita tenacia, riesce a sopravvivere al disastro e nel mese di settembre apre la “Cairo Coffee House” a San Francisco, in Commercial Street; e da lì l’ascesa fu rapida.


    Rafforzò negli anni seguenti la sua presenza a San Francisco e nel 1852 avvia una nuova azienda per la produzione del cioccolato, la “Mrs Ghiradelli & Co.” la quale, l’anno successivo, acquistò un grande lotto di terreno sul mare con vista sull'intera baia di San Francisco, dove fu costruita la fabbrica di cioccolata che doveva diventare la più famosa d'America.

    E’ nata la “Ghirardelli Chocolate Company” che grazie alla tenacia di Domingo e alla scoperta di uno speciale procedimento brevettato (processo BROMA) per la lavorazione del cacao in polvere s’imporrà sul mercato dolciario alimentare americano e mondiale, esportando i suoi prodotti persino nella terra natale del «cibo degli dei»: il Messico.


    L’innovazione che fece la fortuna di Ghirardelli, si ebbe nel 1865; scoprì, sollevando un sacco di semi di cacao che era stato custodito al caldo, che il burro di cacao fuoruscito poteva essere convertito in cioccolato. Brevettò subito questa tecnica, conosciuta come “Processo BROMA” (separazione del burro di cacao dalla pasta) che ben presto divenne il più comune ed universale sistema per la produzione del cioccolato, utilizzato da tutte le aziende americane di cioccolato.

    La «Ghirardelli chocolate» era ormai una leggenda



    ma gli americani si ostinavano ancora a chiamarla «Girardelli chocolate» così Domingo, che aveva già dovuto rinunziare al suo nome di battesimo ormai spagnolizzato, corse ai ripari: «assoldò» un pappagallo che fu ammaestrato a ripetere monotonamente «Ghi-rar-delli» all'esterno della fabbrica e poi creò un'insegna che ribadiva la pronunzia anche per i più testoni.

    La leggenda di Ghirardelli si arricchì nel 1884 con l’ingresso di tre figli di Domenico nell’azienda.che aprirono una nuova sede nella Pioneer Woolen Mill
    Il marchio divenne un vero brand di successo e i suoi prodotti viaggiavano su una flotta di 30 navi, esportando in Cina, Giappone e Messico non solo cioccolato ma anche vini, aperitivi, liquori, caffè e spezie.

    Nel 1866 Ghirardelli importa 500 kg di semi di cacao all’anno; nel 1885 arriva ad importarne 500.000.

    Nel 1892 Domingo, lascia definitivamente la direzione della fabbrica
    ai suoi tre figli ritirandosi nella sua villa costruita ad Oakland.
    Mai dimenticò le sue origini tanto che nei giardini della sua villa fece collocare le statue di Colombo, Garibaldi e Cavour.
    Nè, in tutti quegli anni, dimenticò le sue radici liguri e le sue Alpi, infatti mandò a Genova i figli per completare gli studi.

    Ritiratosi dall’Azienda, sperava in un meritato riposo ma era sempre forte in lui il richiamo della terra natia e il desiderio di ritornare, da uomo di grande successo, al paese che aveva lasciato oltre mezzo secolo prima da povero emigrante.; e fu così che nel 1893 ritorna finalmente a Rapallo.
    Tornò forse solo per quella che doveva essere una vacanza,
    in realtà partecipò alla vita cittadina intensamente:
    divenne presidente Onorario della Lega Anticlericale Rapallese,
    si associò alla loggia massonica La Concordia (era già massone a San Francisco, nella loggia La Parfaite Union n. 17), troviamo il suo nome tra i promotori del comitato per la festa del XX Settembre del 1893.

    C’è un aneddoto che va ricordato e che può spiegare l’anticlericalità convinta del Massone Rapallese:” Nel 1879, moriva di difterite sua nipote Amelia, figlia di Virginia e del genovese Angelo Mangini (mazziniano e rivoluzionario) che, oramai vedovo, deluso dal fallimento dell’ospedale che aveva aperto per la “Società Operaia per il Mutuo Soccorso, dopo qualche giorno affidò la figlia ai nonni e sparì. Fu anche l'ultimo atto di Mangini, Non se ne ebbe più notizie e da allora il suo destino è rimasto un assoluto mistero. Angelo Mangini, un genovese a San Francisco

    Ghirardelli, di fronte alla nipotina morente, essendo stata battezzata con rito cattolico la bambina, chiamò un prete perché le desse l’estrema unzione, ma il prete non arrivò mai. Domingo rispettò sempre le convinzioni religiose della moglie peruviana, tant'è che agiva su sua richiesta; questo fatto, però, accentuò il suo anticlericalismo e da allora vietò ai suoi familiari di entrare in Chiesa.

    Era destino che dalla sua Rapallo non facesse ritorno,
    infatti vi morì nel gennaio del 1894 e sull’Avvenire di Chiavari (giornale popolare liberale democratico) del 28 gennaio 1894 troviamo la cronaca dei suoi funerali. Funerali civili, naturalmente, come si conveniva ad un vero anticlericale e massone (apparteneva alla loggia La Concordia) con la bandiera – tra le altre - della Società Operaia della Lega Anticlericale.

    http://utenti.multimania.it/tigullio...icano/BUCH.PDF

    La salma venne inviata per la tumulazione nella tomba di famiglia a Oakland.

    il suo discendente a Sant’Anna, là dove sorgeva la casa natale del suo avo


    Lawrence Sidney

    La città di San Francisco non dimenticò mai “il grande genio del cioccolato”, l’imprenditore che seppe puntare sul cioccolato in un’epoca segnata dal miraggio dell’oro.
    Gli ha dedicato una delle piazze più importanti dell’area portuale, piazza su cui ancora oggi affacciano gli uffici della Ghiradelli Chocolate Company, che nel corso degli anni è stata acquistata dalla multinazionale svizzera del cioccolato di qualità Lindt & Sprüngli.

    http://en.wikipedia.org/wiki/Ghirardelli_Square

    Mentre nella sua patria natale il suo nome venne presto dimenticato (purtroppo verso i padalpini c’è l’ostracismo degli italiani, moderni invasori ed oppressori da kombattere e disfarcene, esaltatori d’immonde storie di violenza, mafie e korruzione), in America il successo della sua impresa gli sopravvisse.
    Tipica di San Francisco quanto il Golden Gate Bridge, la Cioccolata Ghirardelli si aggiudicò premi ed ambiti riconoscimenti finché negli anni '60 la fabbrica venne acquistata da una multinazionale e trasferita a San Leandro da dove continua a diffondere la sua produzione anche sui mercati stranieri.

    Il luogo dove sorgeva a San Francisco era però ormai entrato nella storia della città e due magnati acquistarono l'intero complesso sulla baia e con una ambiziosa opera di rifacimento lo trasformarono in una zona di caffè, ristorantini e boutique attorno all'antico laboratorio dove, con una macchina oggi quasi preistorica, Domingo creava la cioccolata più famosa d'America.
    Sulla piazza campeggia oggi la gigantesca scritta «Ghirardelli Square» che, incredibile a dirsi, qualcuno ancora pronunzia «Girardelli». Purtroppo il pappagallo, per quanto longevo, non è più lì a insegnare ai passanti il nome del rapallese più dolce del mondo.




    La Storia di Domenico Ghirardelli
    The Ghirardelli story - page 15 | California History

    Sito internet della Società
    Welcome to Ghiradelli.com offering free information on San Francisco's historic Ghirardelli Square

    Rapporti con la Massoneria Americana
    http://www.freemasons.org]Welcome to FREEMASONS.ORG

    Origine Cognome Ghirardelli
    La storia di Domenico Ghirardelli | PiazzaCavour

    Immagini Ghirardelli Square
    Ghirardelli]Error Square - FoundSF

    Sito Ufficiale
    Welcome to Ghiradelli.com offering free information on San Francisco's historic Ghirardelli Square


    __________________________________________


    C'è un pikkolo partikolare ke va aggiunto, ke rende appieno la perfetta aderenza dell'uomo, agli ideali libertari ke perseguiva e ke, nel suo opificio, si evidenzia;


    in aperta e stridente opposizione al "tempio religioso ... kiesa", trasferisce, da buon Muratore, nel "Tempio del Lavoro ... stabilimento" la stessa sakralità, infatti, nell'arkitettura stakka solenne la "Torre dell'Orologio" ke kome un kampanile, kiama tutti al dovere e lo stabilimento, dai grandi finestroni, evoka la kiesa al kui interno i fedeli (Operai) pregano kon profitto e morale vera, kuella del lavoro, in antitesi al lavoro ozioso dei jakulatoristi negli "stabilimenti dell'ozio improduttivo ... templi religiosi".-







    .
    Ultima modifica di Padania Stato; 08-03-11 alle 15:29
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  5. #25
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    Predefinito Rif: Padania nel Mondo ...

    Intervengo solo per dirti che stai facendo un lavoro interessante, certo che ne hai di pazienza.



  6. #26
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    Predefinito Rif: Padania nel Mondo ...

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    Storia di @
    simbolo kommerciale indikatore di kuantità





    ... Venezia c’è ...

    PADANIA pure


    ************

    Ma da dove viene il segno @ e come era arrivato sulla tastiera del computer e dove Tomlinson lo pescò? I linguisti sono divisi.

    Alcuni pensano che il segno @ abbia origine nel primo medioevo, quando i monaci copisti che riproducevano manoscritti lo avrebbero creato contraendo (a vantaggio della rapidità) la parola latina ad. Si tratta di una parola piuttosto versatile, e quindi molto usata, che può significare “a”, “verso” o “presso”. Questa teoria fu enunciata per la prima volta settant’anni fa dallo studioso americano Berthold Ullman in un libro sulla storia della scrittura, ma senza produrre prove che potessero sostanziarla.

    La maggioranza dei linguisti ritiene che il segno @ sia di concezione più recente, e che sia apparso durante il XVIII secolo in ambito commerciale come simbolo indicante il prezzo per unità di un prodotto, come in «5 mele @ 10 centesimi».
    Il ricercatore francese Denis Muzerelle pensa che sia il risultato di un aggiustamento nella calligrafia della lettera à, usata dai mercanti francesi e tedeschi per lo stesso scopo, e scritta rapidamente @.

    Più recentemente tuttavia, a trovare le prime testimanianze documentate e a gettar luce sulla faccenda è il professor Giorgio Stabile, docente di Storia della Scienza all’Università “La Sapienza” di Roma. Incaricato di curare una raccolta fotografica per l’istituto Treccani, ha prodotto alcuni
    documenti veneziani del Cinquecento dove il segno @ appare come un’icona rappresentante un’altra unità di peso e capacità, l’anfora. Si tratta di documenti commerciali e lettere mercantili.

    Stabile ha anche trovato un dizionario latino-spagnolo del 1492 dove anfora è tradotto in arroba, un’unità di misura di peso che indica circa 12,5 chilogrammi. La parola viene presumibilmente dall’arabo ar-roub, che, ancora, è usato come unità di misura, significando “un quarto”.

    Ciò tenderebbe a dimostrare che il segno @ esisteva, almeno a partire dal XV secolo, in tutto lo spazio mediterraneo. Tanto nel mondo ispanico-arabo quanto in quello greco-romano, era utilizzato come simbolo commerciale per indicare delle quantità – anche se l’equivalente unità di misura sembra essere diversa a seconda delle regioni.

    È quindi per un percorso naturale che questa “a commerciale” sia stata poi inclusa nelle tastiere delle prime macchine per scrivere (la Underwood del 1885) da dove, ottant’anni più tardi, migrò verso i caratteri informatici standard (chiamati ASCII9) e verso le tastiere dei computers.

    Il principale dilemma legato al segno @, oggigiorno, è di decidere come chiamarlo. È probabilmente l’unico carattere di largo uso che non ha un vero e proprio nome.
    Chiunque abbia provato a dettare il proprio indirizzo e-mail in una lingua diversa dall’inglese conosce il problema.
    Gli spagnoli e i portoghesi usano ancora arroba, che i francesi hanno preso in prestito e trasformato in arobase. Americani e inglesi usano naturalmente at-sign (“il segno at”), che è stato importato e assorbito in altre lingue in forme derivate come il tedesco at-Zeichen, l’estone ät-märk, o il giapponese atto maak, oppure nella forma semplice at.

    In molte lingue, tuttavia, il segno è descritto usando svariate metafore tratte dalla vita quotidiana.
    I più comuni sono i riferimenti agli animali.

    Tedeschi, olandesi, finlandesi, ungheresi, polacchi e sudafricani vedono l’@ come una coda di scimmia. In francese (petit escargot), italiano (chiocciola), ma anche in ebraico, coreano e esperanto (heliko) si è scelta la lumaca (paradossalmente, in quanto snail-mail, “posta-lumaca”, è spesso usato per identificare la lentezza del servizio postale, in contrapposizione quindi alla velocità dell’e-mail).
    I danesi e gli svedesi lo chiamano snabel-a, cioè “la a con la proboscide”. Gli ungheresi vi vedono un bruco. I norvegesi e i danesi una coda di maiale. I cinesi un topolino. I russi un cane.

    Il cibo offre un’altra varietà di metafore.
    Gli svedesi vedono nell’@ l’arrotolato alla cannella (kanelbulle), i cechi si sono lasciati ispirare dalle aringhe arrotolate servite nei pubs di Praga
    (zavinac), mentre gli spagnoli lo chiamano talvolta ensaimada, che è un panino dolce a forma di spirale tipico di Maiorca. E in ebraico naturalmente si parla di strudel.

    i NOMI de

    Lingua - Nome - Significato

    Afrikaans - aapstert - coda di scimmia
    Bielorusso - sabaka - cagnolino
    Bulgaro - maimunsko-a - la a della scimmia
    Catalano - arrova - (unità di misura)
    Ceco - zavinac - aringa
    Cinese (Cantonese) - siu lo tsu - topolino
    Cinese (Mandarino) - xiao lao shu - topolino
    Coreano - dalphaengi - lumaca
    Danese - grisehale - coda di maiale
    Ebraico - shablul - lumaca
    Ebraico - strudel/shtrudl - tipico dolce arrotolato
    Esperanto - heliko - lumaca
    Estone - ät_märk - segno at
    Finlandese – miukumauku- il segno del miao
    Finlandese - apinanhäntä - coda di scimmia
    Finlandese - kissanhäntä - coda di gatto
    Francese - arobase/arrobe - (unità di misura)
    Francese - petit escargot- lumachina
    Giapponese atto - maak - segno at
    Inglese - at-sign - segno at
    Italiano - chiocciola/chiocciolina
    Norvegese - krullalpha - la a arrotondata
    Norvegese - grisehale - coda di maiale
    Olandese - apestaartje - coda di scimmia
    Polacco - malpa - scimmia
    Portoghese - arroba - (unità di misura)
    Rumeno - arond - la a con il cerchio
    Russo - sobachka - cagnolino
    Serbo, macedone - majmunce - piccola scimmia
    Spagnolo - arroba - (unità di misura)
    Spagnolo - ensaimada - tipico dolce arrotolato
    Svedese - kanelbulle - dolce arrotolato alla cannella
    Svedese, danese - snabel-a - la a con la proboscide
    Svizzero-tedesco - Affenschwanz - coda di scimmia
    Tedesco - Klammeraffe - scimmia
    Tedesco - at-Zeichen - segno at
    Turco - gul - rosa
    Ungherese - kukac - bruco/verme
    Ungherese - majomfarok - coda di scimmia

    Fonti
    SIGNIFICATO e ORIGINE SIMBOLO @
    STORIA di @
    .
    Unione Konfederale Cisalpina

  7. #27
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    Predefinito Rif: Padania nel Mondo ...

    Citazione Originariamente Scritto da Padania Stato Visualizza Messaggio
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    .
    ************

    OPERAZIONE WALKYRIA



    Hitler deve morire




    un friulano che tentò di fermare Hitler
    Il Padalpino dell’Operazione Walkyria

    Robert Bernardis



    Offizier, Widerstandskämpfer
    * 7. 8. 1908, Innsbruck (Tirol)
    † 8. 8. 1944, Berlin-Plötzensee (Deutschland)
    hingerichtet


    Eroi Resistent Todesk
    un uficiâl furlàn tal komplòt par kopâ Hitler
    un cjarnjel di Raveo ... il furlàn de “Operasiòn Valkyria”
    .

    Robert Bernardis, figlio di Carlo, un piccolo impresario edile carnico, originario di Raveo (UD) emigrato in Austria a fine Ottocento, nasce nel 1908 a Innsbruck e il 20 luglio del 1944 partecipò all’attentato contro il Führer». L’8 agosto fu condannato a morte e fucilato nella prigione berlinese di Plotzensee: «Il giorno prima aveva compiuto 36 anni».

    Colonnello e gentiluomo
    È un militare austriaco, ufficiale della Wehrmacht. La sua biografia è oggi registrata nel German Resistance Memorial Center, l’archivio storico della Resistenza tedesca consultabile anche su internet.
    • Nome: Robert Bernardis
    • Nazionalità: austriaco
    • Data Di Nascita: 7 agosto 1908
    • Luogo Di Nascita: Innsbruck
    • Attività: militare
    • Inoltre: , ufficiale della Wehrmacht, coinvolto nell'attentato, del 1944, per uccidere Hitler denominato “Complotto del 20 luglio”

    Iniziò la sua carriera militare come tenente a Enns in Austria. Dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich nel 1938, accetta il nuovo regime. Dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, con l’esperienza maturata al fronte e l’essere testimone dell’uccisione di civili inutilmente assassinati, cambia idea e si unisce alla Resistenza contro il Terzo Reich ed il Nazismo.

    A partire dal 1938 sono attivi vari gruppi di oppositori a Hitler appartenenti all’esercito tedesco, i servizi segreti militari e ai circoli diplomatici. Purtroppo però l’incertezza dei vertici militari e l’incapacità delle potenze occidentali di porre un freno alle mire espansionistiche tedesche resero quasi impossibile il tentativo di rovesciare il regime.

    Già dal 1943 partecipava al Piano Walkyria, assieme all'ideatore Claus von Stauffenberg, il cui intento era quello di eliminarte fisicamente il Fuhrer rovesciandone il regime, impiantando, assieme ad esponenti militari e civili, aristocratici ed industriali della Germania nazista, un nuovo governo che ponesse fine alla guerra ed ai suoi orrori.

    Nel 1944, Bernardis viene promosso “Oberstleutnant”, e assegnato allo Stato maggiore generale. Il 20 luglio di quell'anno scattò "l'Operazione Valkiria"; circostanze impreviste fecero però fallire l’attentato. Hitler anticipando di mezz’ora una riunione per incontrare Benito Mussolini e si salva dall’esplosione di una bomba.


    Hitler e Mussolini sul luogo dell’attentato

    «OPERAZIONE WALKIRIA HITLER DEVE MORIRE»

    Il 20 luglio 1944 la Resistenza antinazista tedesca tentò di uccidere il Führer: l’attentato – com’è noto – fallì, e Il fallimento dell'attentato scatenò una spaventosa repressione con oltre settemila vittime; i protagonisti del complotto, figli migliori della Germania, perirono kuasi tutti, pochi scamparono alla vendetta di Hitler...

    Von Stauffenberg, giovane ufficiale di antica famiglia nobile sveva, legato fin dai tempi del liceo all’opposizione antinazista, era un patriota integerrimo d'idee liberali ed antinaziste.
    In Nord Africa aveva perduto un occhio, la mano destra e due dita della mano sinistra, per cui era stato richiamato a Berlino con l’incarico di capo di Stato Maggiore dell’Esercito territoriale. Qui egli poté mettere a punto il suo piano, appunto l’«Operazione Walkiria».
    Il destino di Bernardis è strettamente legato all’ideatore dell’attentato,


    Claus Schenk von Stauffenberg

    unitamente ad altre personalità di spicco L'Operazione Walkure (LINK vedi elenco di membri del complotto del 20 luglio) tra cui anke Erwin Rommel (la “Volpe del deserto”).

    Robert doveva infatti intervenire nel diciassettesimo distretto militare di Vienna per prendere il comando dopo l’attentato.

    Fu lo stesso Von Stauffemberg a incaricarsi di trasportare il pacco bomba destinato al Führer. L’attacco però non ebbe l’esito sperato, Hilter la scampò, mentre Stauffemberg venne raggiunto e fucilato insieme al suo aiutante Werner von Häften, Albrecht Ritter Maertz von Quirnheim e Friedrich Olbricht, la sera stessa dell’attentato.

    Bernardis viene arrestato dalla Gestapo il giorno stesso e ritenuto colpevole di aver dato il via all’esecuzione del resto del piano dell’”Operazione Valchiria” ed imprigionato nel Carcere berlinese di Plötzensee segnò anche la fine della audace e celebre “attentato eversivo” contro Hilter del 20 luglio del 1944.


    ex carcere berlinese di Ploetzensee

    Alcuni giorni dopo, tra il 7 e l’8 agosto, furono processati gli altri congiurati, tra cui: il Feldmaresciallo Erwin von Witzleben, il Tenente Peter Graf Yorck von Wartenburg, il Colonnello Erich Höpner, il Comandante di Divisione Paul von Hase, il Comandante di Birgata Hellmuth Stieff, il Comandante Principale Assaltatore Karl Friedrich Klausing, il Comandante Superiore Assaltatore Albrecht von Hagen e il

    Comandante Superiore Unità d’Assalto Robert Bernardis



    Defendant Bernardis in the People's Court
    One of thousands of suspected conspirators tried and executed by the infamous Nazi People's Court for their supposed role in the failed July 20, 1944 assassination attempt on Hitler's life. Berlin, Germany, ca. August 1944. (guardate la foto e pensate alla fierezza konsapevole del nostro Padalpino di fronte alla morte certa … grande valore)

    L’8 agosto il processo sommario, la condanna a morte e l’impiccagione immediata nella prigione berlinese di Plotzensee.



    The eight fitted for those nooses were:
    Robert Bernardis
    ( German)
    Albrecht von Hagen (German)
    Paul von Hase (German)
    Erich Hoepner (German)
    Friedrich Karl Klausing (German)
    Helmuth Stieff (German)
    Erwin von Witzleben (German)
    ExecutedToday.com

    Furono tutti giustiziati il giorno stesso nel carcere di Plötzensee.La foto illustra gli 8 cappi utilizzati per l’impiccagione dei sumenzionati cospiratori; Il sistema di cappi collegati tra loro, utilizzato e concepito in modo tale che il peso li soffocasse progressivamente, a uno a uno.

    In questo stesso carcere berlinese, morirà poi, fucilato, anche Ulrich von Hassel, l’ambasciatore tedesco a Roma, padre di Fey von Hassel, la nobildonna moglie del friulano Detalmo Pirzio Biroli (della Famiglia friulana dei conti di Brazzà… di cui Pietro ne darà lustro particolare, e che racconterò)
    Bernardis il giorno prima aveva compiuto 36 anni.

    Altri cospiratori subiscono un processo simbolico e vengono fucilati o impiccati in un magazzino abbandonato di Berlino con lo stesso sistema di cappi collegati tra loro (vedi foto sopra), utilizzato per concepito in modo tale che il peso li soffocasse progressivamente, a uno a uno.

    Oggi quel magazzino è diventato un dolente museo commemorativo. Le esecuzioni vengono filmate e trasmesse alla popolazione per mostrare la fine di quelli che avrebbero cercato di attentare alla vita del Führer.

    La biografia di Robert Bernardis è registrata nel German Resistance Memorial Center, l’archivio storico della Resistenza tedesca.

    La famiglia Bernardis, malgrado fosse stata deportata in un campo di concentramento è sopravvissuta alla guerra; la moglie Hermine, oggi centenaria, e i figli Heinz e Lore risiedono a Linz.

    Nel 2004 il governo austriaco gli ha reso omaggio sostenendo che “Robert Bernardinis al à onorât la resistence kuintri il regjim nazist”.

    Il ruolo nella congiura
    Il destino del friulano Bernardis è, dunque, strettamente collegato all’ideatore dell’attentato a Hitler, Claus von Stauffenberg. Attentato che fu messo in atto il 20 luglio del 1944 con lo scopo di assassinare il Führer e di porre le basi per l’attuazione del piano Valchiria, ordito da esponenti militari e civili, aristocratici e industriali della Germania nazista per colpire e rovesciare il regíme.

    La ricostruzione storica ormai consolidata attesta che l’appoggio incondizionato alle politiche hitleriane si incrinò quando le pretese territoriali del dittatore fecero temere ai militari che la Germania avrebbe dovuto fronteggiare presto un nuovo conflitto senza che le forze armate fossero pronte.

    A partire dal 1938 furono attivi vari gruppi di oppositori appartenenti alla Wehrmacht, cioè all’esercito tedesco, all’Abewehr, i servizi segreti militari e ai circoli diplomatici - il dato è consultabile anche su Wikipedia -. Ma l’incertezza dei vertici militari e l’incapacità delle potenze occidentali di porre a freno le mire espansionistiche di Hitler resero quasi impossibile il tentativo di rovesciare il regíme.

    Fu solo dopo la terribile campagna invernale di Russia che l’ipotesi di una congiura riprese forza. L’uomo materialmente deputato a compiere l’attentato fu il colonnello Claus von Stauffenberg, ma tra i sospetti di aver partecipato e pianificato alla congiura ci furono anche personalità di spicco come Erwin Rommel, la volpe del deserto.

    Il piano prevedeva l’uso di due chilogrammi di esplosivo al plastico innescato a orologeria e occultato in una valigetta.
    Von Stauffenberg avrebbe piazzato l’ordigno sotto il tavolo intorno al quale Hitler teneva la riunione quotidiana con il suo Stato maggiore in un’area militare denominata Wolfsshanze, tana del lupo, a Rastenburg nel cuore di una foresta della Prussia orientale.
    Dopo l’esplosione von Stauffenberg avrebbe lasciato la riunione e dato avvio al piano Valchiria, fase decisiva del colpo di Stato, raggiungendo i complici a Berlino.
    Ma circostanze impreviste fecero fallire miseramente l’attentato. Von Stauffenberg e il complice von Haeften furono disturbati durante la preparazione dell’ordigno.
    Tutto congiurò contro gli attentatori: Hitler, infatti, anticipò di mezz’ora la riunione perché doveva incontrare Benino Mussolini.

    I complottisti riuscirono a preparare solo uno dei due chilogrammi di esplosivo. Al momento dovuto l’ordigno esplose, ma il Führer uscí quasi incolume. Il dittatore, infatti, era molto distante dalla bomba e il massiccio tavolo di quercia su cui aveva steso le pesanti mappe militari attutí il colpo. La deflagrazione causò quattro vittime, Hitler riportò solo lievi ferite.

    Von Stauffenberg seppe del fallimento dell’attentato solo quando era già riparato a Berlino. Al suo fianco, per tutta l’operazione, ci fu Robert Bernardis che - recita il German Resistance Memorial Center - aveva preparato accuratamente il piano nel diciassettesimo distretto militare di Vienna.

    La notte stessa il colonnello insieme con altri tre congiurati fu catturato e fucilato nel cortile del Bendler-Block.


    La parentela friulana di Robert Debernardis

    LINK - Un Ufficiale Friulano nel Complotto per Uccidere Hitler

    Robert Bernardis ... una preziosa pagina familiare che riaffiora alla memoria collettiva… i Bernardis sono friulani carnici originari di Raveo e vantano una discendenza affermata e autorevole.

    La nonna di Andrea Puritan, 44 anni, avv. civilista di Udine, era la nipote di Carlo Bernardis, impresario edile emigrato in Austria e cugina di Robert Bernardis, figlio di Carlo.-

    Lodovico Bernardis, padre di Romana (nonna di Putitàn) era fratello di Carlo, padre di Robert Bernardis, ed erano entrambi imprenditori édili ed entrambi, come abitudine friulana era allora, impegnati all’estero. Carlo approderà in Austria, si sposerà e nel 1908 avrà un figlio. Robert.

    Le ricerche di Andrea Puritàn per sapere quale destino avessero avuto gli eredi di suo cugino Robert, lo portarono alla Fondazione di Francoforte e ben presto ebbe conferma che i discendenti di Roberto Bernardis erano ancora vivi e che la moglie Hermine, oggi (2010) centenaria, e i figli Heinz e Lore risiedono a Linz.




    . .



    . .



    FONTI

    Wikipedia - Robert Bernardis

    LINK ALBUM FOTO di BERNARDIS da vedere

    Foto dell'Attentato

    Bernardis, Robert - Austria-Forum : AEIOU

    LINK foto

    SGM - La Segunda Guerra Mundial

    Attentato contro Hitler

    Il carcere di Ploetzensee

    wikipedia - Robert Bernardis

    ALBUM FOTO


    .
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  8. #28
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    Predefinito Rif: Padania nel Mondo ...

    Citazione Originariamente Scritto da venetoimpenitente Visualizza Messaggio

    karo venetoimpenitente,
    mi fa piacere ke il 3D ti dia fastidio ... il valore dei padalpini ti dà fastidio... ciò ke mi konferma ke la tua espressione:" I "sud tirolesi":"Noi non ci sentiamo padani perché abbiamo un patrimonio genetico basato sulla legalità, sulla convivenza, sul rispetto delle diverse tradizioni culturali purché non lesive della libertà altrui..." sia pretestuosa e posticcia... hai sostituito italiani kon padani ... noi li rikonosciamo Tirolesi (Austriaci... miei buoni vicini), siete voi duosikuli ke pretendete ke siano italiani ...
    mi pare kiaro.-

    'sto Zio Tom Ponzi Carlo, ankorkè padano e truffatore mi pare un eccentriko e certo non è portatore di geni d'intolleranza e violenza mafioso_kamorrista, di degrado sociale e lerciume morale variegato ke voi esprimete kon geni storici ed konklamati d'inaudita violenza e barbarie...

    kome sempre, l'italiano si distingue, vuol fare il furbo, si krede intelligente... poveraccio ... pretendi forse ke non sappia ke ci siano padalpini ke poko lustro hanno dato alla ns Terra !? ...
    tanta e tale è la tua bile ed impotenza ke, postando il "Ponzi di Lugo" kredi d'averne, kon ciò, fatta una foto dei nostri popoli !? ... la foto vera kriminale resta sempre kuella italiana_duosikula mafioso_kamorrista mortifera, bastarda, vile ke annida sin dentro l'anima vostra xkè espressione popolare della vostra kultura degradante ke sukkiate sin dal latte materno e fortifikate nello stile di vita e kostumi delle vostre società...

    x tua konoscenza, sikkome so ke ci sono anke i Padalpini furfanti (ma non è nostra regola) avevo aperto un 3D apposito x kuesto tipo di komunikazioni padalpini ke disonorano Padania ke ti prego di voler usare x kuesto tuo tipo di komunikazione e polemike, inadatte allo skopo di kuesto.-

    ti prego quindi di kogliere l'invito e kontinuare la konversazione là ...
    invito anke il Moderatore a spostare kuesti msg nel medesimo ...
    tku
    Ultima modifica di Padania Stato; 16-03-11 alle 00:58
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  9. #29
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    Predefinito Rif: Padania nel Mondo ...

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    Spigolature & Kuriosità


    MILANO & UDINE
    Primato Europeo di Modernità
    Due Città Padane ai Vertici d’Europa

    Milano 1884 - Udine 1888
    I primi impianti elettrici di illuminazione pubblica a incandescenza

    ************
    Nel 1878 Thomas Edison ideò la prima lampadina a incandescenza ,ed anticipando di qualche giorno il piemontese Alessandro Croto, la brevettò per primo. L'affermazione di questo sistema di illuminazione è dovuta sia alla facilità di impiego, alla tonalità e alla costanza della luce, sia al rapido progredire dell'industria elettrica che ha consentito di portare ovunque l'energia elettrica.
    Il primo impianto di illuminazione pubblica a incandescenza fu montato a New York nel 1882.
    In Europa, a Milano nel 1884, cui seguirono Londra 1886 e Udine 1888.

    MILANO
    Il primo impianto Europeo di illuminazione pubblica a incandescenza

    Per assistere ad un primo significativo esempio di utilizzo a Milano di correnti elettriche “di potenza”, bisogna arrivare al 1877, quando, la sera del 18 marzo, fu fatta la prima dimostrazione di illuminazione pubblica elettrica con una potente lampada ad arco posta in cima ad una torre appositamente eretta in piazza del Duomo.
    Questo episodio non ebbe seguito fino al giugno del 1881, quando in occasione della grande Esposizione Nazionale allestita nell’area dei Giardini Pubblici, la Galleria Vittorio Emanuele venne illuminata con 25 lampade ad arco della Siemens, per una potenza complessiva di 20.000 candele.



    Milano - Piazza del Duomo 1881, la sera del 18 marzo


    A quanto sembra la dimostrazione non fu però pienamente convincente
    perché il flusso luminoso non era costante ed ogni otto ore bisognava sostituire i carboncini delle lampade ad arco.

    Un utilizzo dell'elettricità per l'illuminazione pubblica sembrava ancora lontano, ma gli eventi stavano maturando rapidamente.
    In Occidente si era negli anni di quella che gli storici hanno definito la "seconda rivoluzione industriale", e l'Italia del Nord si apprestava ad entrare nella sua prima, consistente fase di industrializzazione.

    Le informazioni circolavano veloci a livello mondiale, e grazie all'opera di figure lungimiranti quali l'ingegner Giuseppe Colombo del Politecnico, Milano sarebbe presto diventata una della prime città europee dotata di illuminazione pubblica elettrica.

    Nell'autunno del 1881, proprio ad opera di Colombo, si costituì a Milano, con l'appoggio di grossi istituti di credito, il “Comitato promotore per le applicazioni dell'energia elettrica in Italia”.

    Il Comitato, con l’aiuto di A.G. Acheson, uno dei collaboratori di Edison distaccato in Francia, promosse nel 1882 alcune iniziative dimostrative usando le macchine acquistate a Parigi (la dinamo usata in quell’occasione è ancora conservata nell’atrio del palazzo della Edison Spa, in Foro Bonaparte).

    Per il Carnevale del 1882 fu illuminato il ridotto della Scala e, nel novembre dello stesso anno, i portici e i negozi del palazzo settentrionale di piazza del Duomo in occasione della loro inaugurazione.
    Fu un grande successo, ed in quei giorni il "Corriere della Sera" scrisse: "Dell'illuminazione non esageriamo punto dicendo che ha veramente meravigliato. Coloro che si propongono di applicare l'illuminazione elettrica su grande scala nella nostra città hanno vinto iersera una grande battaglia."

    Così fu rapidamente decisa la costruzione di una centrale elettrica, utilizzando il sistema Edison. Il progetto della Centrale fu approvato da Edison stesso in occasione del viaggio che Colombo fece a New York per studiare da vicino l'organizzazione della costruzione ed il progetto della Centrale Elettrica di Pearl Street (fu la prima al mondo), che Edison stava là realizzando.

    Ritornando dall'America egli portò con sé un altro dei migliori assistenti di Edison, J.W. Lieb, che fu il direttore responsabile dei lavori di costruzione della centrale milanese di Santa Radegonda che concettualmente era assai simile a quella di New York.

    Superata rapidamente la fase del "Comitato", nella gestione della centrale subentrò la “Società Generale di Elettricità sistema Edison”, costituita nel gennaio 1884 con apporti di capitale dai più bei nomi della Milano industriale e finanziaria, società con la quale sarebbero stati da allora fortemente intrecciati i destini dell'elettricità a Milano e in Italia.



    la dinamo usata nel 1881 conservata nell’atrio del palazzo della Edison Spa
    in Foro Bonaparte





    Giuseppe Colombo


    UDINE
    Il terzo impianto in Europa, il secondo in Padania
    ma kon la luce più brillante di tutte, New York kompresa !

    Brevetti e Produzione di Lampade per l'Illuminazione Elettrica

    Arturo Malignani sviluppò una produzione di lampade ad incandescenza, registrando diversi brevetti, tra cui il sistema per creare il vuoto nel bulbo della lampada e la veloce (e meno nociva per i lavoratori) produzione in serie di lampadine. Malignani brevettò questo sistema solamente nel 1894 in quanto lo riteneva non necessario: era infatti certo che all'estero inventori come Edison e Philips avessero certamente fatto meglio di lui.

    In realtà Udine, terza città in Europa con l'illuminazione elettrica dopo Milano e Londra, aveva grazie a Malignani le lampadine migliori al mondo per qualità e le più luminose.


    La Edison italiana acquisì il brevetto da Malignani e fece da intermediaria con la Edison statunitense per la cessione del brevetto. Nel 1896 Malignani si recò a New York, e lo stesso Thomas Alva Edison rimase meravigliato della qualità del brevetto del giovane friulano, che divenne con la cessione l'uomo più ricco di Udine.

    Il suo metodo per produrre il vuoto nelle lampade ad incandescenza è tutt’oggi impiegato sia in tutte le lampade a vuoto che in tutte quelle a gas rarefatti, perché è necessario togliere tutti i gas atmosferici prima di introdurvi l'argon o l'azoto.

    Seguirà pagina dedikata a kuesto uomo di grande ingegno, d’instankabile fervore kreativo e poliedriko Scienziato, Inventore, Metereologo, Astronomo, Geologo, Imprenditore friulano.

    FONTI
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    Predefinito Rif: Padania nel Mondo ...

    Citazione Originariamente Scritto da Padania Stato Visualizza Messaggio
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    Padania nel Mondo
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    Spigolature & Kuriosità

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    Immigrazione e Costume
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    In Uruguay il Peñarol parla Piemontese
    in Argentina il Boca e River Plate parlano Genovese





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    Buenos Aires



    River Plate & Boca Juniors

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    alla Boca vennero fondati il River Plate ed il Boca Juniors
    le due grandi rivali bonaerenses sono effettivamente nate nello stesso quartiere ed entrambe da emigranti Genovesi.

    a Buenos Aires si parla “zeneize” e Zeneizì , si chiamano
    - gli abitanti del vecchio quartiere ligure, la Boca, ed
    - i tifosi della principale squadra di calcio argentina, il Boca Juniors,
    ma oramai, la grandissima maggioranza di quegli abitanti del vecchio quartiere, tifosi inclusi, non sanno neppure che zeneize significa genovese.

    Questo dice molto sulle caratteristiche della presenza ligure in Argentina: niente che somigli alla conservazione gelosa ed esclusiva del passato dì una parte isolata e arroccata su se stessa.

    Ma dal vocabolario alle cucine la “genovesità” appartiene a tutti senza distinzioni di radici… è proprio una peculiarità insita nell’animo e cultura dei popoli padalpini.

    L’emigrazione di massa è stata un grande fenomeno sociale e non meraviglia che le sue reliquie si trovino soprattutto sia nelle lingue che nell’abito della gente e persino nelle sue abitudini culinarie… segni lasciati nella cultura comune dell’immigrazione ligure; basti pensare che su un elenco di 100 parole straniere adottate, ben 70 hanno origine padalpina di queste ben 38 risultano nate a Genova.

    L’integrazione è stata profonda e la “genovesità” che si è diffusa, fa parte (quasi sempre inconsapevole) del bagaglio culturale e sentimentale di ognuno, senza forzature.

    A riaffermare e capire l’incidenza non solo culturale dell’immigrazione padalpina nel mondo, ed in Argentina in specie, possiamo dare uno sguardo allo sport, ed attraverso i Liguri e Genovesi scopriamo che i più rinomati, amati e gloriosi club sportivi e calcistici hanno origini, carattere e tradizione Ligure- Genovese.

    Ecco, parlare del Boca Juniors e del River Plate significa non dimenticarne mai le origini. Xeneizes, genovesi, anche di là dell’Atlantico.

    Tempi duri, quei tempi, storie di emigranti, di uomini in cerca d’autore, di un futuro, di una nuova casa.


    Il Club Atlético River Plate
    noto semplicemente come River Plate o River, è una società polisportiva con sede a Buenos Aires. Fondato nel 1901, è famoso soprattutto per la sua sezione calcistica, una delle più titolate d'Argentina.

    Origini e fondazione
    Negli ultimi anni del 1800 gli equipaggi delle navi inglesi ancorate nella Darsena di Buenos Aires furono i primi a giocare a calcio negli spazi vuoti vicino al Riachuelo. Presto i porteños (gli abitanti
    di Buenos Aires) impararono a praticare questa nuova disciplina. Tra gli altri, i fratelli Brown fondarono il club Alumni, che ben presto diventò famoso in tutta Buenos Aires.

    Anche alla Boca i giovani emigranti genovesi che giocavano a calcio nello spazio vuoto vicino all’edificio della società carbonifera Wilson, iniziarono a gareggiare con i marinai inglesi ("padri" del football) e a vincere. Il gioco diventava sempre più popolare finchè, un gruppo di loro, decise di farne, della loro squadra, un club sportivo.

    All’inizio pensarono di chiamarlo Juventud Boquense ("Gioventù della Boca"), ma vi furono membri che non erano d'accordo in quanto l’identità padalpina escludeva la rimanente colonia italiana, specie del sud presente con suoi rappresentanti, per cui decisero di sacrificare la loro identità per favorire una maggior integrazione; sorse però una diatriba sul nome e si formarono due correnti, una propensa al “Santa Rosa” e quelli che proponevano “Rosales”, in omaggio ad un veliero che era affondato in quei giorni.-

    In questo stallo rimasero per qualche mese finchè i Rosales ed i Santa Rosa si unirono in un’unica società e decisero, su proposta del socio Livio Ratto di chiamarla con il nome attuale River Plate.

    La leggenda narra che uno dei fondatori, Martínez, stesse guardando dei marinai giocare a pallone nel porto della Boca, quando notò delle casse ammassate vicino agli inglesi, con sopra scritto "The River Plate" (trasposizione inglese di "Rio de la Plata").


    nacque il
    Club Atletico River Plate


    che secondo la targa posta nel portico della chiesa di San Juan alla Boca, fu fondato il 25 maggio 1901 da E. Salvarezza, E. Balza, L. Bard, G. Pita, L. Ratto, P. Martinez, E. Zanni e G. Bonino.

    Come colori del club furono presi il bianco e il rosso. Presidente fu eletto il genovese Salvarezza, precedentemente rappresentante del Santa Rosa, e tesoriere un altro genovese, Ratto.

    La prima formazione fu: Moltedo, Ratto, Cevallos, Peralta, Carrega, Bard, Kitzler, Martínez, Flores, Zanni e Messina (la formazione annoverava ben 6 giocatori originari di Genova).

    La prima partita ufficiale di cui si hanno notizie risale al 30 aprile 1905,

    Alcuni anni dopo, il consiglio del River decise di trasferirsi dal Boca al barrio Palermo, zona di immigrati italiani (e poi, nel 1923, nel ricco quartiere di Núñez, nella Buenos Aires nord, dove ha la sede tuttora) dandosi via via un assetto sempre più professionale (furono chiamati poi “los Millonarios”), tant’è che, assunse un carattere cosmopolita che, pur sempre “genovese”, sempre più si staccava dall’identità e carattere del Boca e degli Zeneizes per i quali era difficile scindere la squadra dal barrio, quel lembo di terra a sud di Buenos Aires bagnato dal Riachuelo, approdo argentino, alla fine dell’Ottocento, dell’immigrazione genovese soprattutto (ma anche piemontese, veneta, e friulana).

    Bisogna ricordare che in Argentina si sono radicati i quattro quinti dell’emigrazione arrivata dalla Liguria. Nel (1876-1913) gli espatri furono di 5,6 per mille abitanti in Liguria. Buenos Aies resta la capitale americana dei liguri.
    Genova ha avuto un ruolo discreto ma importante nel sistema coloniale spagnolo; nei primi decenni ‘800 la costa dell’Atlantico meridionale prende l’aspetto di una “magna Grecia” genovese. Ci sono colonie commerciali liguri a Salvador (attuale Bahia) a Rio de Janeiro, Rio Grande, Montevideo, Buenos Aires.

    Ebbene, da gente così non poteva che nascere una squadra di lotta e di popolo, ben lontana dai rivali di sempre, i millonarios del River Plate.


    Il mito può cominciare

    BOCA JUNIORS

    Genova_Boccadasse … Xeneizes
    Baires_Boca … Zeneizì




    STORIA del BOCA
    Ecco, parlare del Boca Juniors significa non dimenticarne mai le origini. Xeneizes, genovesi, anche di là dell’Atlantico.
    Tempi duri, quei tempi, storie di emigranti, di uomini in cerca d’autore, di un futuro, di una nuova casa.

    ORIGINI
    Il Boca Juniors fu fondato lunedì 3 aprile 1905 da Esteban Baglietto, Alfredo Scarpatti, Santiago Pedro Sana ed i fratelli Juan e Teodoro Farenga, emigrati da Genova Boccadasse e trasferitisi in Argentina, a Buenos Aires, nel quartiere della Boca (che da Boccadesse prese il nome); desiderosi di riaffermare l’identità loro (in opposizione a quella inglese) e del loro kuartiere, in opposizione agli altri della Capitale, si ritrovarono, secondo la tradizione, in Plaza Solis, alcuni genovesi ed abitanti del porto, per discuterne.
    Il nome fu tratto appunto dal “barrio” che abitavano aggiungendo il termine inglese "Juniors" per dare una connotazione più prestigiosa e qualificante che riprendeva l’idea iniziale “Juventud Boquense” (la Juventus di Genova), vista la fama intrigante e nomea ”portuale” che distingueva la Boca a quel tempo.-
    I colori assunti furono il giallo e il blu, gli stessi colori della bandiera del paese della prima nave che i cinque emigranti videro arrivare nel porto di Buenos Aires, che fu un'imbarcazione Svedese.
    Il Boca Juniors cominciò a giocare in leghe locali a nella seconda divisione (torneo amatoriale) finché fu promosso in prima divisione nel 1913, quando il massimo campionato fu allargato da 6 squadre a 15. Il Boca non retrocesse mai e vinse poco dopo sei campionati amatoriali (1919, 1920, 1923, 1924, 1926 e 1930). Con l'introduzione del professionismo in Argentina, il Boca vinse il primo titolo nel 1931.



    Fonti

    Storia del Boca

    Emigrazione Liguri - i Genovesi


    Los Millonarios (I Milionari)

    l'attraente e offensivo stile di gioco del River guadagnò alla squadra nei primi anni '40 il soprannome di La Máquina ("la Macchina"). I nomi dei cinque attaccanti (Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna, Loustau) sono notissimi ai tifosi argentini.
    La Máquina è spesso considerata il predecessore del calcio totale dell'Olanda, concezione del gioco che si espresse ai Mondiali 1974, più di trent'anni dopo (l'Olanda raggiunse la finale, perdendo contro la Germania Ovest).
    A testimonianza della grandezza del River e della sua notorietà a livello mondiale, andò in Italia alcuni giorni dopo la tragedia di Superga, presso la città di Torino,il 4 maggio 1949, dove perì in un terribile incidente aereo tutta la squadra PentaCampione D'Italia del Torino Football Club, chiamato anche "Grande Torino",per partecipare ad un incontro amichevole con una squadra , il "Torino Simbolo", composta da una selezione di Lega Italiana.
    L'incasso venne devoluto alle famiglie dei caduti.
    Da allora il River gioca la partita in prossimità del 4 maggio, con la maglia granata del Torino in ricordo di quella grande squadra e parimenti il Torino ha adottato come seconda maglia la divisa del River Plate con la banda trasversale in granata, in un gemellaggio riconoscente.

    Boca Juniors - Argentina
    River Plate - Argentina
    Penarol - Uruguay
    Racing - Uruguay
    .
    Ultima modifica di Padania Stato; 25-03-11 alle 22:53
    Unione Konfederale Cisalpina

 

 
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