Oggi, nel fango pre elettorale che caratterizza permanentemente la volgare politica parlamentare, in Italia, tra le tante accuse che il sempre pericolante ma non pericolato governo Berlusconi riceve da “destra” e da “sinistra”, ve ne sono alcune che meritano la nostra attenzione.

La continuità dell’attuale politica da rotocalco hard e le precedenti numerose leggi ad personam varate dal governo, avrebbero macchiato l’immacolata e cristallina figura dello Stato, che non solo non apparirebbe più come un candido arbitro imparziale, ma avrebbe perso la sua patina di credibilità non rappresentando tutto il popolo, ma solo una sua ristretta porzione.

Con questo inedito e suicida atteggiamento il governo avrebbe quindi indotto il popolo, di cui il proletariato è solo una parte, a perdere, ahimè, la innata fiducia riposta nelle istituzioni statali, e di conseguenza verso tutto l’ordinamento democratico. Insomma il Piccoletto avrebbe la colpa di aver demolito, siccome un Titano, tra un festino e l’altro, le integerrime basi stesse dello Stato.

Il misfatto più grave, per gli accaniti contestatori del governo, sarebbe quello di attentare quotidianamente alla Divina Costituzione, e quindi di attaccare la Santa Democrazia, sbilanciando l’Italia verso una dittatura, progettando magari un ritorno al fascismo.

Ai veri comunisti poco importa quale sarà il futuro di Berlusconi e dei suoi governi, non per una istintiva e morale repulsa nei confronti della vergognosa politica nazionale, ma per la nostra, da sempre, ortodossa posizione marxista. La vicenda infatti è indecifrabile senza ribadire alcuni concetti essenziali del marxismo rivoluzionario, punti fermi che riguardano, in maniera strettamente connessa fra loro, lo Stato, la democrazia, il fascismo. Che sono i seguenti.

Fin dal suo sorgere il marxismo si è distinto per la sua teoria scientifica dello Stato, in netta contrapposizione alla propaganda ideologica borghese che vede il comitato d’affari della borghesia al di sopra delle classi, in posizione neutrale, saggia e pacificatrice. Un ente fisico e morale che si eleva sopra tutto e tutti, a tutela dei diritti inviolabili di ogni cittadino e a difesa perenne e solenne della democrazia. “Lo Stato siamo noi”, osavano dire qualche decennio fa, o per lo meno, è “di” tutti noi, e lo dobbiamo difendere brandendo una questione morale dopo l’altra.

Al contrario, quand’anche lo Stato e le sue istituzioni funzionassero davvero secondo i principi e le regole della democrazia elettorale e rappresentativa ed i suoi funzionari ad ogni livello davvero si atteggiassero ad incorruttibili difensori della res publica, ugualmente noi comunisti denunceremmo tale perfetta macchina come organo politico della sola classe borghese e ne prevederemmo la distruzione.

Ma, per necessità della evoluzione storica, tale apparato di forza non è più quello delle sue origini rivoluzionarie. Il cuore della struttura effettiva dello Stato borghese non è più il Parlamento e i burattini che lo abitano, e, personalmente, nemmeno i ministri e il capo dei suoi variopinti governi. Quel centro dirigente la macchina statale della classe borghese risiede ormai direttamente nello Stato stesso, essenzialmente nella sua burocrazia, nelle polizie più o meno visibili, nell’esercito, e nella loro democratica magistratura. Questi sono gli strumenti principi della classe dominante, il vero governo, apparati di tecnici della politica che non sono né democratici né antidemocratici ma, semplicemente, gli attuatori della dittatura della classe che oggi in tutto il mondo nazionalmente domina.

Questo è un fatto storico irreversibile, e quando il proletariato ne avrà la forza non si muoverà certo, contro i filibustieri di turno, per il ritorno ad uno Stato onesto ed efficiente o, come richiesto dai nuovi inutili bonzi della sinistra parlamentare, in difesa dei valori democratici della Costituzione, ma si organizzerà e lotterà per sbarazzarsi una volta per tutte del potere della classe borghese, democratico o no, con tutti i suoi Istituti e le sue ipocrite Carte, e del modo di produzione capitalistico.

In Italia la borghesia, dopo la sua unificazione e formazione dello Stato nazionale e fino al macello di proletari nelle Prima Guerra mondiale, ha realizzato l’aggiogamento dei lavoratori al regime borghese con l’ideologia nazionalista e col piombo dei carabinieri. Già prima della “televisiva” Marcia su Roma i fascisti incendiavano le Camere del Lavoro, ma erano armati dai padroni, dalla classe borghese, e ben difesi dallo Stato liberale. Solo in seguito la borghesia è ricorsa, per venti anni, al mono-partitismo e al governo fascista. Successivamente alla Seconda Guerra ha governato, sotto supervisione statunitense, tramite esecutivi di coalizione “antifascista” formati “trasversalmente” da partiti di “destra” e di “sinistra”, che comprendevano sempre i democristiani.

I borghesi potevano rimanere tranquilli poiché il degenerato Partito Comunista Italiano, oltre ad essersi fatto tramite dell’avallo cominformista e della tutela dell’inquadramento democratico, garantiva che la classe operaia, ingenuamente e massicciamente organizzata in quel partito e nei sindacati da esso diretto, non si sarebbe ribellata. Il partito anticomunista italiano ha consapevolmente ubriacato i lavoratori servendo fedelmente la democrazia, giurata assoluta fedeltà allo Stato borghese.

Il PCI è stato la più solida stampella del capitalismo italiano, perfetto garante dell’asservimento del proletariato agli interessi del capitale. Ha allontanato i lavoratori da impostazioni di classe e dai sentimenti rivoluzionari presenti ancora tra gli operai nell’immediato dopoguerra, soffocati nella palude dell’elettoralismo. Nei successivi decenni li ha illusi sulla irreversibilità di un benessere che nel capitalismo è falso e passeggero e in questo spirito di collaborazione nazionale ha diretto il sindacato da esso controllato, la Cgil.

I nuovi sinistri che appaiono oggi sulla scena della politica italiana, figli di quel padre degenerato e traditore della rivoluzione, hanno scelto da tempo da che parte stare e sanno benissimo che le loro sorti sono legate a quelle del regime capitalistico.

Le voci moralizzatrici che si levano a sinistra seguono questa obbligata direzione: salvare, difendere lo Stato borghese, impedendo alla classe operaia di individuare il suo vero nemico. Per i comunisti, invece, l’immoralità dei rappresentati di questo regime non dispiace: è indice di debolezza e di decadenza di questa putrida società.

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Oggi, la falsa e mielosa retorica che avvolge le celebrazioni e gli stanchi dibattiti che precedono i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia inevitabilmente si incagliano su quella che per loro è stata la parentesi fascista. La propaganda si riduce solo ad avvalorare la tesi della continuità democratica nazionale al di sopra di quel brutto sogno, senz’altro da dimenticare.

Nel capitalismo ogni combinazione politica è tesa a realizzare al meglio il controllo sulla classe lavoratrice e in base a questo dogma deve essere giudicata. È falsa quindi l’opposizione fra la moderna democrazia e il vecchio fascismo, non separati da un muro invalicabile, essendo entrambi piani di difesa della borghesia per il mantenimento degli attuali rapporti di forza. Il fascismo è stato uno dei moduli di difesa del capitale dalla rivoluzione comunista e, in quanto tale, non è incompatibile col metodo democratico. Oggi possiamo notare come il nuovo fascismo si presenta più “borghese” che mai, democratico, parlamentare, nazional popolare, insomma come ciò che l’opportunismo di sinistra pretendeva rappresentare.

Il fascismo è la sintesi di democrazia liberale e riformismo socialdemocratico. Lo stalinismo ne è stato una variante.

Il proletariato non ha quindi alcun “diritto di scelta” tra democrazia e fascismo, due complementari facce della stessa medaglia.

Un vero antifascismo implica l’anticapitalismo, ovvero l’internazionalismo proletario. Quello che si denomina antifascismo marcia come quello sui binari della collaborazione tra le classi. Domani i lavoratori – che dovranno inevitabilmente riportarsi sul terreno della lotta classe, abbandonare il sindacalismo di regime e la solidarietà nazionale in difesa della capitalista economia nazionale, e quando avranno ritrovato il loro partito comunista – si troveranno a dover combattere i nemici di sempre: democrazia, opportunismo e fascismo accomunati.

Scrivemmo nel 1960: «La democrazia nata dalla guerra “liberatrice” è mille volte più accentratrice, totalitaria, statolatra, poliziesca, sfacciatamente borghese, conservatrice e codina, dello stesso fascismo ufficiale». L’unica possibilità che hanno i lavoratori di non ritrovarsi di fronte a un nuovo o vecchio fascismo è quello di strozzare la democrazia, dal cui seme il fascismo inevitabilmente germoglia.

La parola d’ordine che rivolgiamo ai giovani è: evitare la trappola democratica. Difendere la democrazia non è nient’altro che schierarsi con l’ala sinistra del capitale. Occorre riflettere e studiare per fuggire le facili apparenze, e unirsi al comunismo rivoluzionario contro tutte le forze che opprimono la classe dei lavoratori, insieme contro il fascismo e contro la democrazia.

Il fascismo, necessaria espressione borghese, potrà essere sepolto soltanto con la distruzione del potere capitalista, che lo alleva e lo nutre. Può adempiere a questo compito solo il proletariato, guidato dal suo partito comunista rivoluzionario.

Nulla cambia per la classe operaia. La democrazia non ha certo migliorato le condizioni di vita dei lavoratori, né promette loro un migliore futuro. Il proletariato in questa società ha una sola possibilità per sfuggire alla sottomissione al regime dei padroni: la sua organizzazione indipendente e la risoluta lotta per la difesa dei propri interessi di classe, in netta contrapposizione a tutte le fazioni borghesi, fasciste o democratiche che siano.

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