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    Arrow In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier

    In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier




    Non più Hariri il giovane orfano, ma un altro: Najib Mikati, scelto come primo ministro da chi è pesantemente sospettato di avergli ucciso il padre. Più di quanto già non fosse il giorno prima, da ieri il Libano è nelle mani di Hezbollah. Un governo sotto il suo controllo, minaccia Hillary Clinton, «chiaramente avrà un impatto nelle nostre relazioni col Libano».
    Yasser Arafat che negli anni Settanta era il padrone di regioni intere del paese lo diceva sempre: chi ha i soldi e le armi ha il potere, ma i soldi senza le armi non servono a nulla. Saad Hariri, sunnita, tragico premier e figlio di Rafik, un altro premier ucciso nel 2005, è pieno di denaro. Ma non ha milizia e nelle cantine del suo partito non ci sono arsenali di armi. Hassan Nasrallah, sciita, leader di Hezbollah, il partito di dio accusato di essere mandante ed esecutore dell'eliminazione di Hariri padre, ha i soldi, ancora più armi e dunque il potere.
    Ieri i sostenitori di Hariri sono scesi in strada a Beirut, Tripoli, Sidone, la città della famiglia. Hanno protestato, hanno sparato in aria con quel poco che Hezbollah aveva lasciato loro nel 2008. Allora era stata una specie di esercitazione di golpe: Hezbollah aveva preso possesso del centro di Beirut, arrestato sostenitori di Hariri, sequestrato armi. E ora, se c'è qualcuno che può comandare o fare la rivoluzione, quello è sempre Hezbollah.
    L'ultimo atto della tragedia degli Hariri è stato molto breve, pochi mesi. In estate appare sempre più chiaro che il Tribunale internazionale incaricato d'indagare sulla morte di Rafik, sta per accusare alcuni importanti personaggi di Hezbollah. Nasrallah pretende che Saad, primo ministro, rifiuti di collaborare col Tribunale. Il giovane non accetta e il suo governo si sgretola. Due settimane fa perde la maggioranza e ora, con una rapidità folgorante per i tempi del Libano politico, c'è già un altro premier incaricato. Ieri mattina Najib Mikati si è presentato in Parlamento in place de l'Etoile, ha conquistato 68 voti su 128. È stato eletto, il presidente Michel Suleiman ha confermato, ed è diventato premier.
    Mikati, un uomo d'affari di Tripoli, non è tanto male: c'erano altri candidati peggiori. È sunnita come gli Hariri (nella spartizione settaria libanese il premier è sunnita) ma è filo-siriano, dunque favorevole a Hezbollah alleato dei siriani. Ha già governato e non è stato male. Fuori dal contesto politico che lo ha eletto, potrebbe fare ancora bene all'economia libanese. Domani inizierà le consultazioni per formare un nuovo esecutivo. Il partito di Dio ne invoca uno di unità nazionale, sapendo che Hariri non accetterebbe mai.

    Dunque, «non sarà Hezbollah a guidare il prossimo governo, Mikati non è dei nostri», constata Nasrallah. È a metà fra una verità e una bugia. In senso stretto Mikati non è uomo Hezbollah. Mai come ora, tuttavia, il partito di dio è stato così potente in Libano. Non ne cambierà la metà laica dei sui connotati né quella mercantile e levantina, così simile all'occidente. Non ci sarà alcuna islamizzazione, insomma. Semplicemente, Hezbollah continuerà più di prima a perseguire la sua agenda di stato nello stato: un potere militare più forte dello stesso stato libanese; un avamposto iraniano a 5 minuti di missile da Tel Aviv, casomai Israele e Usa decidessero di bombardare Teheran; una minaccia rivoluzionaria per tutti i regimi arabi moderati. Hezbollah non è un partito libanese ma un attore regionale: dalla questione palestinese al nucleare iraniano, ha qualcosa da dire.
    Il rapido passaggio di Saad dal trionfo delle elezioni di un anno e mezzo fa, alla polvere di oggi non sarebbe stato possibile senza l'aiuto di Walid Jumblatt. Sempre lui, da più di 30 anni. Vecchio ma non trombone. Fiutando come sempre l'aria che tira, il capo dei drusi ha abbandonato l'alleanza con gli Hariri e l'Arabia Saudita ed è passato a quella con Hezbollah e la Siria.










    In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier - Il Sole 24 ORE
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    Predefinito Rif: In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier

    Beirut, 25 gen. - (Adnkronos/Aki) - E' di 20 feriti il bilancio delle violenze avvenute oggi a Tripoli, nel nord del Libano, tra i manifestanti pro Hariri e le forze di sicurezza. Lo ha reso noto una fonte medica locale citata dalla tv araba 'al-Jazeera'. Nel corso della manifestazione di oggi e' stata data alle fiamme una vettura della tv qatariota, e' stato assaltato un palazzo dove si erano rifugiati i giornalisti presenti in citta' e sono state date alle fiamme due uffici riconducibili a esponenti dell'opposizione.



    Libano: 20 feriti nelle proteste di Tripoli - Adnkronos Esteri
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    Predefinito Rif: In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier

    Tensione in tutto il Libano, mentre il premier incaricato Miqati avvia convulse consultazioni
    Sembra di vederli i cittadini di Beirut, i più anziani in particolare, scrutare il Mediterraneo dai caffè, nell'ennesimo tempo incerto che questa città struggente e piena di cicatrici sa regalare.

    Il giorno dopo porta ancora l'eco delle manifestazioni e dei disordini che hanno accompagnato l'incarico conferito a Najib Miqati per formare un nuovo governo. Almeno quarantacinque i feriti (trentacinque militari, due agenti di polizia e otto civili), ancora di più le incognite dell'ennesimo frangente di crisi politica che, in Libano, pare essere una condizione permanente. Le forze di sicurezza presidiano ancora i punti sensibili della città, che a Beirut significa - in primo luogo - presidiare le forze di sicurezza stesse. Divise al loro interno, come il governo, come la popolazione. Senza certezze. Miqati è un sunnita, te lo saresti aspettato al fianco di Saad Hariri, e invece eccolo diventare l'uomo del ‘ribaltone' di Hezbollah e degli altri partiti sciiti. I cristiani divisi.

    La gran parte dei negozi hanno riaperto i battenti, ma molte scuole rimangono ancora chiuse, soprattutto a Beirut, nel timore che possano verificarsi nuovi incidenti. Si attende, per oggi, l'incontro tra Hariri e Miqati, tentativo di trovare un equilibrio che pare lontano, visto che non sono bastati mesi di mediazioni internazionali. Sono sfilati i dirigenti dell'Arabia Saudita, degli Stati Uniti, della Turchia, dell'Iran, tutti prodighi di consigli, inviti alla moderazione e interessi inconfessabili. Senza esito.

    In questo clima di attesa Miqati ha avviato le prime consultazioni per formare il prossimo governo. Non incontrerà solo Hariri, ma tutti gli ex premier e gli ex presidenti della Repubblica, oltre che i capi dei gruppi parlamentari.
    Intanto i sostenitori del premier uscente Saad Hariri sono chiamati a riunirsi nella centrale Piazza dei Martiri a Beirut per protestare contro l'incarico a Miqati. "Ciò che sta accadendo è un golpe che ha portato Miqati al potere in base alle condizioni di Hezbollah", è scritto nel testo diffuso ai militanti del movimento 14 marzo guidato da Hariri, chiamato così proprio in onore di quella stessa piazza, dove la rabbia del popolo per l'assassinio di Rafik Hariri, padre di Saad, provocò la cacciata della Siria dal Paese dei Cedri.

    Hariri insiste, intervistato dal New York Times: "Chiunque abbia ucciso Rafiq Hariri nel 2005 non vuole che Saad Hariri sia al potere", ha affermato il premier uscente, parlando di sé in terza persona. "Ciò che sta accadendo oggi è che stanno provando a raggiungere un obiettivo che tentano di ottenere dal 2005", ha aggiunto. Sembra una dichiarazione di intenti, che anticipa il rifiuto di Hariri alla proposta di entrare in un governo di unità nazionale che aprirebbe - il condizionale è d'obbligo - la strada a un esecutivo tecnico. Oppure la strada per l'ennesimo scontro.

    Christian Elia





    PeaceReporter - Beirut, calma apparente
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    Predefinito Rif: In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier

    - Libano, Miqati cerca autonomia da Hezbollah: “Gli Usa mi conoscono”
    Partono oggi le consultazioni del premier incaricato per formare il nuovo esecutivo

    Roma, 27 gen (Il Velino) - Cominciano oggi le consultazioni del premier incaricato del Libano, Najib Miqati, per la formazione del nuovo governo. “In tutta onestà l’indicazione del mio nome da parte di Hezbollah non significa che io sia legato ad alcuna delle loro posizioni politiche a esclusione di quanto attiene alla protezione della resistenza nazionale”, ha dichiarato il 55enne multimilionario in un’intervista ripresa dai media libanesi. E ancora, rivolto agli Stati Uniti: “Spero mantengano il loro sostegno verso il Libano. Loro conoscono la mia storia”. Due affermazioni con le quali il politico, noto per essere un centrista vicino alla Siria e amico personale del suo presidente Bashar Assad, ha cercato di allontanare i sospetti di chi lo considera un fantoccio nella mani di Damasco. Miqati ha ricevuto l’incarico in seguito al ritiro di Hezbollah e dei suoi alleati dal governo di unità nazionale guidato da Saad Hariri.

    Il ritorno di Miqati al centro della scena politica libanese ha suscitato i timori dell’amministrazione Obama per una svolta in senso filosiriano e filo-iraniano di un governo dove il gruppo sciita sarà dominante. Tant’è che mercoledì sera il Wall Street Journal scommetteva che la priorità del nuovo esecutivo sarà quella “di rompere ogni legame con il Tribunale speciale per il Libano” (Stl) attraverso il quale le Nazioni Unite indagano sull’attentato che nel 2005 costò la vita all’allora primo ministro Rafiq Hariri, padre di Saad. La recente crisi di governo a Beirut è stata causata proprio dal rifiuto di Saad di rompere i ponti con l’Stl, come esplicitamente richiesto da Hezbollah. Nella sua intervista, invece, il premier incaricato non esclude la formazione di un governo tecnico, concedendo di essere consapevole “che Hezbollah parteciperà all’esecutivo se questo non sarà composto solo da tecnocrati”.

    Nonostante la moderazione di cui ha fatto sfoggio Miqati, il clima politico in Libano resta teso. Sebbene gli scontri e le manifestazioni dei sostenitori di Hariri siano cessate, il quotidiano Al Balad riferisce che un incontro protocollare, mercoledì, tra il premier incaricato e il primo ministro uscente è durato tre minuti in tutto e si è svolto in un’atmosfera gelida. Questa mattina, poi, il ministro degli Esteri del Kuwait, Mohamad Sobah al-Salem al-Soba, ha consigliato ai propri concittadini di non recarsi in Libano o di farlo solo se necessario ma “adottando delle precauzioni”.

    (dam) 27 gen 2011 09:28





    il VELINO - Libano, Miqati cerca autonomia da Hezbollah: “Gli Usa mi conoscono” - Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale
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    Predefinito Rif: In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier

    26 gennaio 2011

    Libano - Il nuovo primo ministro è sostenuto dalla Siria, che però non liquida del tutto Hariri, in funzione antisciita


    Damasco muove la pedina Miqati e sorveglia Hezbollah



    Beirut

    Il primo ministro incaricato libanese Nagib Miqati, autoproclamatosi “premier di salvezza nazionale”, ha ora il delicato compito di raggiungere un compromesso tra il fronte guidato dal movimento sciita filoiraniano Hezbollah e appoggiato dalla Siria, e la coalizione capeggiata dal capo del governo uscente Saad Hariri sostenuto da Stati Uniti e Arabia Saudita.
    Miqati gode della fiducia della famiglia al Assad al potere in Siria da oltre quarant’anni. Grazie anche alla sua amicizia col presidente siriano Bashar al Assad, nei primi anni 2000, quando gli affari politici, militari ed economici del Paese dei Cedri erano saldamente in mano a Damasco, l’imprenditore libanese si aggiudicò il controllo di una delle due redditizie compagnie di telefonia cellulare del Libano. Venduta la sua quota nel 2006, Miqati è da allora uno degli uomini più ricchi del paese, mantenendo in politica un profilo da “mediatore” e “moderato”.
    In virtù di questo suo ruolo, già nella primavera 2005 Miqati ricoprì per appena tre mesi l’incarico di premier di transizione tra il contestato governo filosiriano dell’anziano Omar Karame, che fu costretto alle dimissioni dalle forti pressioni internazionali e di piazza dopo l’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri, e quello anti-siriano di Fuad Siniora. E anche se Miqati è stato di fatto candidato dal fronte guidato dagli Hezbollah, dietro la sua nomina non c’è l’Iran bensì la Siria. Com’è noto, Damasco sta tentando da tempo di riacquistare il potere che deteneva in Libano prima del suo ritiro militare dopo 29 anni di tutela. Riprendere il controllo degli affari libanesi per la Siria significa anche ridurre lo spazio di manovra che in questi anni Hezbollah si è ritagliato.
    Se in superficie la guerra si combatte tra l’asse Riyadh-Washington contro il fronte Damasco-Teheran, la battaglia per il Libano vede la leadership siriana rivaleggiare con Hezbollah. E in mezzo, per il momento, c’è l’ex premier Saad Hariri. Damasco ha finora tentato di usare il movimento sciita per indebolire Hariri, ma domani, se Hezbollah dovesse prendere il sopravvento, la Siria cercherà di rafforzare, magari solo indirettamente, il giovane ex primo ministro per ridimensionare il Partito di Dio. Secondo il “Manuale di gestione politica degli affari di Beirut” edito a Damasco sin dai primi gemiti della guerra civile (1975-90), nessun attore libanese deve dimostrare una prolungata supremazia assoluta sugli altri attori, pena l’intervento siriano a favore del più debole di turno per ristabilire un instabile equilibrio.
    La crisi libanese del 2011 ha come pretesto la questione della legittimità del Tribunale speciale (Tsl) incaricato di far luce, tra l’altro, sull’omicidio di Rafiq Hariri. Hezbollah afferma che dal Tsl emergeranno a breve le accuse contro i suoi membri, e per mesi ha chiesto al governo Hariri di prender le distanze dalla corte. In caso contrario, il movimento sciita armato minaccia di minare la “pace civile”. La Siria, di concerto con l’Arabia Saudita, ha così avviato invano una sua mediazione, poi fallita lo scorso 12 gennaio quando, durante la visita ufficiale dell’allora premier Hariri a Washington, i ministri controllati da Hezbollah si sono dimessi, causando la caduta del governo.
    Damasco ha allora avviato un’altra mediazione, questa volta usando come copertura interaraba e regionale l’intervento del Qatar e della Turchia. E dopo che anche l’iniziativa turco-qatarina è sembrata destinata al fallimento, il leader druso Walid Jumblatt ha tolto a Hariri la maggioranza parlamentare, spostando alcuni dei suoi deputati verso Hezbollah, affermando di schierarsi con «la Siria e la resistenza» per salvaguardare la «pace civile».
    Con la nomina di Miqati le chiavi rimangono nella tasca siriana: Hariri sembra essere all’angolo, ma anche gli Hezbollah, con le presunte accuse contro di loro che incombono dal Tsl, non possono certo cantare vittoria.
    Il movimento sciita non può ora nemmeno minacciare di destabilizzare il Paese facendo saltare il governo. Deve solo sperare che il premier incaricato negozi il miglior compromesso. Che finirà prima di tutto per favorire gli interessi di Damasco.

    Lorenzo Trombetta





    Damasco muove la pedina Miqati e sorveglia Hezbollah - Europa
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    Predefinito Rif: In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier

    (ANSA) - BEIRUT, 26 GEN - Da questa sera i sostenitori del premier libanese uscente Saad Hariri sono chiamati a riunirsi 'pacificamente' nella centrale Piazza dei Martiri a Beirut per protestare contro l'incarico di formare il prossimo governo conferito dal presidente Michel Suleiman all'esponente sunnita Najib Miqati, sostenuto dal movimento sciita Hezbollah. 'Cio' che sta accadendo e' un golpe che ha portato Miqati (al potere) in base alle condizioni di Hezbollah', si legge nel comunicato della coalizione '14 Marzo'.



    Libano: sit-in sostenitori Hariri - Mondo - ANSA.it
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    Predefinito Rif: In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier

    Responsabilità internazionali della crisi libanese


    di Gilbert Dawed - 28/01/2011

    Fonte: Rinascita






    Cosa pensa di quanto sta accadendo in Libano, con la caduta del governo Hariri?
    Innanzi tutto si tratta di una crisi interna libanese. Che non riguarda altri, eccetto i libanesi. Per parlare crudamente i Signori Obama e Sarkozy (le persone più nocive in questo quadro) e le loro consorti, dovrebbero occuparsi d’altro: dei loro affari interni. O piuttosto di quelli dei loro soldati che fanno già inutilmente uccidere in Afghanistan per conto di un potere di clan narco-mafiosi. A meno che di aggiungere un nuovo fronte, il Libano, dove far morire la loro gioventù.

    Ma la crisi è grave?
    No, se non continua ad essere strumentalizzata dall’estero, come appunto fanno Washington e Parigi. Se si vuole guardare al Libano, lo stesso comandante in capo dell’esercito libanese, Jean Kahwaji, esclude che gli eventi siano prodromi di una guerra civile. Al giornale del Qatar ash-Shark ha dichiarato che “i dirigenti politici libanesi, quale che sia la loro estrazione di partito, non daranno questa soddisfazione ai nemici del Libano, e in primo luogo a Israele”.
    C’è poi da sottolineare che questa crisi era prevedibile e non ha nulla di innaturale sia nelle sue origini che nei suoi possibili effetti. Quanto alle cause, si tratta manifestatamente dell’impossibilità che quel governo di coalizione o “unità nazionale” potesse continuare a funzionare. E ciò non rappresenta affatto una novità nella vita politica libanese. Quanto alle conseguenze, sta al premier incaricato Najib Miqati, uomo del presidente della repubblica Michel Suleiman, portare avanti in queste ore le consultazioni con i gruppi parlamentari per un nuovo governo del Libano. Come ha d’altra parte chiarito sufficientemente il presidente del parlamento, lo sciita Nabih Berri.

    Perché il governo di unità nazionale di Beirut è naufragato?
    Contrariamente alle grida di un pugno di Cancellerie occidentali, Hizbollah, il partito di Dio degli sciiti libanesi, non ha che limitate responsabilità al riguardo. E’ stato l’annuncio del fallimento dell’iniziativa mediatrice siro-saudita a provocare la crisi. Come ha ricordato il ministro dell’Energia Jubran Bassil è stato l’effetto dell’ “impotenza di fronte alle pressioni americane” del primo ministro decaduto (Hariri) che ha “contribuito a far naufragare l’iniziativa siro-saudita che si prefiggeva di bloccare e reinquadrare nel loro limite la sequela di pubblicazioni degli atti del Tribunale” sull’omicidio di Rafiq Hariri. Come d’altra parte riconosciuto dallo stesso capo del Psp, il druso Walid Jumblatt, reduce da un incontro con il patriarca maronita mons. Nasrallah Sfeir a Bkerke. Uno degli undici ministri dimissionari, Adnan Sayed Hussein, peraltro, non era certo né di Hizbollah né seguace della “Corrente patriottica libera” del generale Aoun, ma vicino al presidente della repubblica Suleiman. Come di consueto sono gli americani a seminare zizzania e a distribuire le loro parole d’ordine. Secondo al-Jazira, il capo della diplomazia Usa, la senatrice Hillary Clinton, aveva avvertito sia il re saudita Abdallah che Hariri che Washington “non avrebbe accettato in alcun caso” una soluzione della crisi politica prima della pubblicazione dell’atto di accusa del Tribunale sul Libano.

    I sauditi hanno giocato un ruolo positivo nei negoziati?
    Di sicuro. Lo stesso presidente del Parlamento Nabih Berri ha dichiarato senza giri di parole che “la volontà sincera del monarca saudita Abdallah ibn-Abdelaziz e del presidente siriano Bashar el-Assad è stata eclissata dal gioco delle grandi potenze”. D’altra parte quanto viene orchestrato ai danni del Libano e del Levante da Parigi e Washington ha sempre una ragione. E la ragione è il petrolio. Che Israele vuole “gestire”, spossessando la Palestina e soprattutto il Libano da ogni potere.

    Perché il “Libano soprattutto”? E come mai il petrolio?
    Perché il Libano è un Paese sovrano, con diritti evidenti, internazionalmente riconosciuti. E’ necessario privarlo dunque di voci ufficiali e di farlo occupare di altre cose, come ad esempio regolare una crisi interna di media importanza come quella attuale.
    E perché, è un fatto, che alla fine del 2012 Israele comincerà ad estrarre gas dal giacimento offshore di Tamar e Leviathan, in forza di una concessione affidata alla società americana Noble Energy. Come precisato da Manlio Dinucci, in una recente analisi per “Il Manifesto”, “in questa zona del Mediterraneo orientale… si trovano riserve di gas per 3500 miliardi di m3 e riserve di petrolio per 1,7 miliardi di barili”. Ma si tratta di riserve che non sono affatto “israeliane”: sono ad oltre cento chilometri dalle coste ex-palestinesi e Israele ha delle acque territoriali che si estendono soltanto a 22 chilometri dalla sua costa…
    E’ quindi fondamentale, “imperativo” che un Libano “purtroppo” membro dell’Onu, della Lega Araba, sia messo all’angolino. Costretto ad occuparsi di “altre cose”… perché anche un “utile idiota” come Hariri potrebbe avere un sussulto di patriottismo e di intelligenza e reclamare quello che è della sua nazione. Ed ecco l’utilità di averlo fatto transitare a Washington per “informarlo”… Tanto più che il Parlamento libanese aveva avuto il “cattivo gusto” di approvare una legge sullo sfruttamento delle risorse energetiche offshore e al ministero dell’Energia di Beirut si era già aperta la gara alle concessioni. Ecco qui la necessità di provocare la crisi attuale: occorreva destabilizzare il Libano. Tanto più che il governo Netanyahu dell’entità israeliana ha già dichiarato ufficialmente che non esisterà ad impiegare la forza per “proteggere i ‘suoi’ giacimenti”…
    Si badi bene: i principali beneficiari dello sfruttamento del petrolio del Levante, in fin dei conti, saranno gli americani. Gli Israeliani vogliono naturalmente la loro parte di profitti, ma dovranno anche, in contropartita, assicurare la sicurezza dei giacimenti. Quanto ai francesi, come d’abitudine, non avranno diritto a nulla…
    Occorre limitare il ruolo israeliano alla realtà delle cose: né più né meno. Come accaduto per la guerra del 2006. Il segretario generale aggiunto di Hizbollah – lo sceicco Na’im Qassem – lo affermò chiaramente: “La decisione della guerra fu americana… Israele fu costretto alla guerra dalla pressione americana. Aveva bisogno di qualche tempo in più, due o tre mesi, per prepararsi. Ma fu lanciato nel conflitto in modo progressivo e squilibrato, senza un piano di battaglia decisiva già studiato”. Israele, esecutore di una guerra americana, allora. E adesso il suo ruolo è lo stesso.

    I francesi?
    Forse Barack Obama, giocando sull’ego del suo amico all’Eliseo, arriverà ad approfittare dell’autismo geopolitico del personaggio persuadendo Sarkozy a gestire il conflitto libanese al suo posto… Con l’Unifil sul posto e l’assenza di un governo (d’unione nazionale o di salute pubblica), con un Libano destabilizzato, insomma, la situazione può durare molto tempo, mesi, anni, e permettere a israeliani e americani di completare la loro vera opera. Coperti dalla disinformazione mediatica. Guardate quanto si parla della crisi di governo a Beirut e come si celi, invece, nella stampa, nelle televisioni, la questione petrolifera. Della rapina dei pozzi petroliferi libanesi, cioè…

    E l’Italia?
    Il problema dell’Italia è la sua partecipazione alle strategie dell’Onu. Cosa intende veramente fare l’Italia? Le sue forze sul terreno in Libano e soprattutto il suo dispositivo navale cosa faranno? Attenderanno il bombardamento delle coste libanesi da parte della Marina israeliana, come già avvenuto nel 2006, in modo che Israele possa impadronirsi totalmente delle riserve off shore? Lo vedremo.





    Responsabilità internazionali della crisi libanese, Gilbert Dawed
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    La scacchiera libanese




    Sabato 29 Gennaio 2011 00:00


    di Michele Paris

    L’assegnazione dell’incarico per la formazione di un nuovo governo a Najib Mikati costituisce una svolta storica per il Libano. Nonostante il 55enne neo-primo ministro non sia esattamente un uomo di Hezbollah, come vorrebbero far credere l’ormai ex premier Saad Hariri e i suoi sponsor occidentali, il governo che si appresta a far nascere rappresenta un chiaro spostamento degli equilibri di potere nel “paese dei cedri” dall’asse USA/Arabia Saudita a quella formata da Siria e Iran. Con il rischio, come di consueto per il Libano, di far riesplodere le violenze settarie, per non parlare di un nuovo devastante intervento militare di Israele.

    L’ennesima crisi politica libanese era scoppiata un paio di settimane fa in seguito al ritiro della delegazione ministeriale di Hezbollah e dei suoi alleati dal governo di unità nazionale, guidato dal leader sunnita Saad Hariri e dalla sua coalizione “14 Marzo”. La caduta del governo era stata innescata dalla prolungata contesa tra lo stesso premier ed Hezbollah intorno alla legittimità del cosiddetto Tribunale Speciale per il Libano (STL), istituito dall’ONU per indagare le responsabilità nell’assassinio avvenuto nel febbraio 2005 dell’allora primo ministro Rafik Hariri.

    Da tempo Hezbollah denuncia infatti il Tribunale come uno strumento nelle mani di Stati Uniti e Israele per mettere all’angolo il “Partito di Dio” e promuovere i loro interessi in Libano. Da quando, la scorsa estate, il leader Sayyed Hassan Nasrallah ha annunciato che l’STL avrebbe messo formalmente sotto accusa membri del suo movimento per la morte di Hariri, Hezbollah ha insistentemente chiesto il ripudio di un organo le cui indagini sono state segnate da svariate scorrettezze. A cercare di risolvere lo stallo provocato dalla contesa tra le due anime del governo libanese ci avevano provato i governi di Siria e Arabia Saudita, ma la loro proposta di accordo è stata in sostanza rifiutata, sotto le pressioni di Washington, dallo stesso Saad Hariri, condannando inevitabilmente al fallimento il proprio già fragile governo.

    Mentre Hariri e gli Stati Uniti auspicavano di veder sopravvivere indefinitamente il governo di unità nazionale in attesa di un accordo che sembrava piuttosto difficile da raggiungere tra le varie forze politiche, la crisi in Libano ha trovato invece una rapida soluzione. La svolta è giunta quando il candidato premier proposto da Hezbollah ha ottenuto l’appoggio di un ex alleato di Hariri, il leader druso Walid Jumblatt, il quale ha così suggellato, per la sua stessa sopravvivenza politica, un ritorno alle origini dopo un periodo di allineamento alle forze filo-occidentali del paese. Grazie al sostegno dei deputati di Jumblatt, l’imprenditore miliardario Najib Mikati avrà ora in Parlamento una maggioranza di 68 voti su 128.

    Dopo che martedì scorso il presidente libanese, Michel Suleiman, gli ha affidato l’incarico, Mikati ha immediatamente avviato le sue consultazioni per la formazione del nuovo governo. La decisione ha scatenato le proteste nelle strade di Beirut e di Tripoli, roccaforte dei sostenitori sunniti di Saad Hariri. Quest’ultimo, pur condannando le violenze, ha duramente accusato alcuni suoi ex sostenitori di tradimento ed Hezbollah di aver portato a termine un colpo di stato “soft”. Da parte sua, Mikati ha invece chiesto all’ex premier di entrare nel nuovo gabinetto, ricevendo però un netto rifiuto.

    Uomo d’affari nel settore delle telecomunicazioni e di religione sunnita, Najib Mikati aveva già assunto un incarico ministeriale nel 1998, mentre nel 2005 aveva occupato brevemente la carica di primo ministro durante i tumultuosi giorni seguiti all’assassinio di Rafik Hariri. In quell’occasione, anche allora accusato di essere un fantoccio di Damasco (con cui intrattiene buoni rapporti) Mikati traghettò il Libano verso le elezioni, per essere poi sostituito dall’alleato di Hariri, Fouad Siniora.

    Nelle sue prime dichiarazioni dopo aver ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo, Mikati ha detto di voler essere un premier “di consenso” e di non essere agli ordini di Hezbollah. Malgrado nel governo che sta per nascere in Libano Hezbollah avrà un peso notevole, quest’ultima accusa non appare verosimile, tanto che la prima scelta alla carica di primo ministro del movimento sciita era per un altro ex- premier, il 77enne Omar Karameh. Mikati, inoltre, ha lasciato intendere che, in caso la coalizione di Hariri confermasse di non voler entrare nel suo Gabinetto, sarebbe pronto a valutare la formazione di un governo di tecnici.

    Nonostante le inquietudini interne e a livello internazionale per un governo che avrà Hezbollah come propria forza trainante, la condotta della “Resistenza” nel corso della crisi ha rispettato pienamente le regole costituzionali libanesi. La proposta di un candidato premier sunnita ha rispecchiato poi le regole della spartizione del potere lungo linee settarie prevista in Libano. Mentre la guida del governo deve andare a un rappresentante dei sunniti, la presidenza spetta a un cristiano e la carica di speaker del Parlamento a uno sciita.

    Come dimostrano gli scontri che sono avvenuti in questi giorni, il governo di Mikati dovrà in ogni caso fare i conti con il fatto che Saad Hariri rimane di gran lunga il politico sunnita più popolare del Libano. Se Hariri, com’è probabile, dovesse rimanere fermo nel suo proposito di non prendere parte al nuovo governo, il rischio per Hezbollah e la neonata maggioranza è di ritrovarsi alla guida di un paese isolato sul piano internazionale, con l’Occidente e una parte del mondo arabo pronto a voltare le spalle a Beirut e la possibilità concreta di un conflitto con Israele. A conferma di ciò, il vice-premier israeliano, Silvan Shalom, ha già affermato che con la caduta di Hariri il suo paese si ritrova praticamente con un “governo iraniano oltre il confine settentrionale”.

    Ben consapevole degli ostacoli che lo attendono, Mikati si è affrettato a lanciare messaggi distensivi agli Stati Uniti, pur ribadendo che, com’è ovvio, i rapporti con la Siria rimarranno cordiali; lo stesso Hariri, d’altra parte, aveva operato un riavvicinamento al regime di Damasco. Il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, non ha tuttavia nascosto le preoccupazioni di Washington, ammonendo che il nuovo ruolo di Hezbollah avrà delle “conseguenze sui rapporti tra gli USA e il Libano”.

    Le dichiarazioni ufficiali della Clinton e di altri diplomatici del Dipartimento di Stato hanno a malapena nascosto i malumori statunitensi per l’avanzata di Hezbollah, un’organizzazione che l’America definisce “terroristica” e per combattere la quale ha contribuito con centinaia di milioni di dollari, destinati al rafforzamento delle forze di sicurezza libanesi.

    La partita più importante nelle prossime settimane si giocherà comunque nuovamente attorno alla questione del Tribunale speciale, vero crocevia degli equilibri di potere interni al Libano, così come delle influenze esterne. Quando Hillary Clinton dice di voler attendere i primi atti del governo per esprimere una valutazione, avverte in realtà Mikati ed Hezbollah delle conseguenze delle decisioni che verranno prese a Beirut sul Tribunale. Il neo-premier ha per il momento fatto sapere che la grana dell’STL sarà risolta solo tramite il dialogo, ma è difficile pensare che a breve non arrivi un provvedimento che taglierà i cordoni del governo libanese con l’organo creato dalle Nazioni Unite.

    Questo è ciò che da mesi chiede precisamente Hezbollah e l’iniziativa del governo potrebbe giungere con l’adesione alla proposta siriana-saudita. Come ha spiegato lo stesso Mikati, “il tribunale non può essere fermato da una decisione presa in Libano”, ma interrompere la cooperazione libanese con il tribunale è tutta un’altra cosa. Questo è il passo che si chiedeva in definitiva a Saad Hariri e che l’ex premier non ha avuto la forza politica di fare, soprattutto perché neutralizzare l’attività del Tribunale avrebbe tolto a USA e Israele lo strumento principale per avanzare i loro interessi in Libano.






    La scacchiera libanese
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


    "Al di là dell'approvazione o disapprovazione altrui!" :gluglu:

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    Predefinito Rif: In Libano il candidato di Hezbollah nominato premier

    Libano: milizia pro-Hariri, pronti a nuovo confronto con Hezbollah



    (Aki) - "Siamo pronti a nuove manifestazioni e se è necessario a un nuovo confronto con chi vuole in modo illegittimo imporci un premier che non ci rappresenta". E' l'avvertimento di un capo delle 'guardie private' della famiglia del premier uscente libanese Saad Hariri. "In questi giorni ci stiamo coordinando e seguiamo attentamente gli sviluppi sulla formazione del nuovo governo, al quale Hariri certamente non parteciperà, assieme a tutto il gruppo del 14 marzo", ha aggiunto il capo milizia, membro dell'organizzazione sunnita Ansar Mustaqbal, letteralmente 'Aiutanti del Partito Mustaqbal', capeggiato da Hariri.


    L'organizzazione con sede nel nord del paese dei cedri, tra le province di Akkar e di Tripoli, enclavi sunnite e roccaforti del partito di Hariri, conterebbe circa mille miliziani, come spiega la fonte che chiede l'anonimato. "La maggior parte di loro - dice - proviene dalla regione di Akkar", una delle più povere del paese. "Alcuni dei nostri uomini sono stati inviati la settimana scorsa a Beirut e hanno coordinato le proteste nelle aree sunnite della capitale - continua - Non abbiamo paura di confrontarci con i due movimenti sciiti Amal e Hezbollah. Altre manifestazioni sono previste in questa settimana perché siamo contro l'influenza siro-iraniana, che non tiene in conto gli interessi della comunità sunnita".


    Sulle violente proteste dei giorni scorsi, in cui militanti del partito Mustaqbal hanno sparato contro l'esercito, ferendo alcuni militari, e distrutto le automobili di alcune emittenti televisive, il capo milizia afferma che "le auto delle tv al-Jazeera e NewTv sono state date alle fiamme di proposito, perché da anni conducono una campagna diffamatoria contro Saad Hariri". NewTv, vicina alla nuova maggioranza guidata da Hezbollah che ha incaricato Najib Miqati di formare il governo, nelle scorse settimane ha trasmesso la registrazione di una conversazione tra Hariri e il siriano Mohammad Zuheir al-Sadiq, la cui testimonianza sull'omicidio dell'ex premier Rafiq Hariri nel 2005, ha portato nel 2006 all'arresto di quattro generali, tra cui il responsabile della sicurezza interna, Jamil Sayyed.



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    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

 

 
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