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Discussione: Focus Serbia

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    Predefinito Rif: Slobodan Milosevic, martire della Nato

    Il diritto internazionale capovolto:
    la crisi jugoslava e il caso del Presidente Milosevic

    Intervento del prof. Aldo Bernardini, ordinario di diritto internazionale all'Università di Teramo, alla Conferenza Internazionale tenutasi a L'Aia il 26 febbraio 2005

    Lettera al Corriere della Sera

    23 novembre 2005

    Lettere
    (non pubblicate)
    a Liberazione

    18 novembre

    29 novembre

    Il contesto nel quale il Tribunale penale internazionale per i crimini in ex Jugoslavia (ICTY) sta operando, è caratterizzato da un assoluto e totale capovolgimento del diritto internazionale. Tra gli scopi delle Nazioni Unite dice l'articolo 1 comma 1 della carta c'è il "mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed è a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai principi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace."

    La prassi ha stabilito che questo principio non concerne con le misure ex capitolo 7 della Carta dell'Onu (che è quello che regola le azioni a tutela della pace N.d.R.): ma il significato delle limitazioni date dalla Carta alle misure previste nel capitolo 7 è che queste non possono violare a loro volta il diritto internazionale, né essere contrarie ai principi di giustizia; sono misure puramente esecutive, misure di polizia, per fermare e rimuovere situazioni pericolose contemplate dall'articolo 39 (il quale recita "Il Consiglio di Sicurezza accerta l'esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione, e fa accomodazioni o decide quali misure debbano essere prese in conformità degli articoli 41 e 42 per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale" N.d.R.). Alcuni scrittori affermano anche che il riferimento al concetto stesso di giustizia (un concetto sostanziale che dipende da interpretazioni soggettive) consenta un approccio meno rigido alle leggi internazionali. In realtà, il riferimento alla giustizia è interpretato solo in virtù degli scopi delle Nazioni Unite di cambiare il diritto internazionale. Il pilastro del sistema delle Nazioni Unite era l'azione del Consiglio di Sicurezza che agiva in virtù del capitolo 6 (soluzione pacifica delle controversie) facendo raccomandazioni seguite da accordi con gli Stati stessi, agendo in conformità alla Carta che all'articolo 24.2 specifica che il Consiglio non può oltrepassare gli specifici attributi dalla Carta indicategli. Ma dal 1989 1991, questo pilastro è e continua ad essere illegittimamente distrutto. Il Diritto Internazionale subisce costantemente delle violazioni nelle sue istanze principali. Si è passati dalla forza del diritto al diritto della forza. Il Consiglio di Sicurezza e i suoi organi sussidiari agiscono contro il diritto internazionale e contro la giustizia (nella sua accezione sostanziale). Può sembrare strano, ma è la verità.

    Nelle crisi Jugoslave ad essere a rischio sono prima di tutto la corretta definizione e il corretto approccio agli aspetti che riguardano la sovranità e l'autodeterminazione dei popoli. Contrariamente alle teorie più diffuse, nel sistema dell'ONU e in generale nel diritto internazionale, l'autodeterminazione dei popoli non può violare la sovranità dei singoli Stati, nonché con la loro integrità territoriale. Lo Stato sovrano, soggetto al diritto internazionale, è libero di difendere se stesso da secessioni, e interventi di Stati stranieri nei suoi affari sono proibiti. L'unica eccezione accettabile, e dal diritto internazionale accettata, è quella che riguarda le lotte e le guerre di liberazione dei popoli colonizzati o dei popoli che si trovano in situazioni simili: illegittima occupazione straniera o, persino in condizioni di discriminazione (apartheid) anche se ciò si verifica entro i confini nazionali. In altre parole, solo quando una popolazione o parte di essa, identificabile con un territorio compatto, unita in una regione, o che costituisce la maggioranza di uno Stato, è sotto oppressione nazionale o discriminazione, la sovranità di quello Stato appare non rappresentativo di quel settore di popolazione: non può essere considerato lo stato di quel popolo. Questo è il prerequisito per il diritto all'autodeterminazione. Una norma scritta, la quale definisce i possibili casi di autodeterminazione, è l'articolo 1.4 del primo Protocollo del 1977 alle Convenzioni di Ginevra: " Le situazioni trattate nel precedente paragrafo includono i conflitti armati in cui i popoli combattono contro il dominio coloniale e un regime razzista nell'esercizio del loro diritto all'autodeterminazione". Penso che ciò non abbia nulla a che vedere con le secessioni interne, poiché queste riguardano la forma dello Stato o del Governo, le relazioni governo-popolo e così via, quindi un affare interno. In caso di "discriminazione delle nazionalità o d'oppressione" invece, fin dagli anni '60, il così detto diritto all'autodeterminazione è affare di diritto internazionale, così i popoli discriminati che lottano per cambiare la loro situazione, persino tramite la secessione, possono essere appoggiati in varie forme di azioni, anche aiuti militari, da Stati terzi, senza così violare la proibizione

    all'intervento. Irresoluta rimane la questione se lo Stato centrale è legalmente libero o meno, in virtù delle leggi internazionali, di reagire con mezzi militari alla guerra di liberazione, almeno questa lotta abbia raggiunto un riconosciuto livello o un internazionale riconoscimento (naturalmente, non abusivo ma seguendo i requisiti su menzionati). La legittima repressione di un'illegittima secessione non è mai requisito per un'autentica auto-determinazione. Ma tutto ciò è vero solo nei casi di lotta contro uno stato costituito. In situazioni dove l'entità Statale non esiste, o è estinta, o il potere sovrano su un territorio e sulla sua popolazione è rimosso o fatto oggetto di rinuncia, il diritto all'auto-determinazione di un'entità territoriale compatta e unita è pieno e illimitato e non può essere contrastato da interventi esterni. Le differenti parti territoriali di una regione senza costituito potere sovrano hanno lo stesso diritto di creare e costituire il loro Stato, o comunque di determinare in un altro modo il loro status. Quando un potere sovrano non è venuto ancora ad esistenza, ma è coinvolto in un iter costituente, le varie entità territoriali hanno appunto lo stesso diritto a costituire un loro stato. Il principio dell'uti possidetis juris non è una regola generale di diritto internazionale: storicamente, è stato molto limitato in America Latina e in Africa durante il processo di decolonizzazione. Occorre far menzione di un significativo precedente: il West Virginia nella guerra civile americana. Una cosa è negare l'esistenza del diritto all'auto determinazione di una non discriminata popolazione in uno Stato costituito, altra cosa è imporre su una popolazione o parte di essa la forzata integrazione in uno Stato, il cui processo di formazione è ancora in corso. In questo caso si assiste ad un processo autonomo e non etero diretto. Un auto-determinazione pilotata è una contraddizione. Nelle crisi Jugoslave la secessione di alcune repubbliche era un problema di insurrezione locale contro lo Stato sovrano. In questa sede esaminerò la questione da un puro punto di vista giuridico. Di sicuro non c'erano i prerequisiti per l'autodeterminazione, cioè non si era verificata alcuna discriminazione contro la popolazione delle Repubbliche secessioniste. In tale situazione ogni interferenza esterna è assolutamente proibita. Nessun dubbio che la Federazione Jugoslava era ancora esistente, quando il riconoscimento di Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina arrivò dalle potenze occidentali. La caratteristica principale della Federazione Jugoslava era data dal fatto che era un unione di popoli costitutivi che attribuivano il nome alle repubbliche federate, più altre nazionalità e minoranze: ma non c'era mai la stretta coincidenza tra il popolo che assegnava il nome ad una determinata repubblica e la repubblica stessa. In altre parole, Croazia e Serbia furono costituite dai due popoli costitutivi, mentre la Bosnia-Herzegovina ospita tre popolazioni (Musulmana, Croata e Serba). Questo sistema era stato stabilito dalle Costituzioni degli Stati Federali, conformemente a quella del 1974. Questa carta nel preambolo riconosce il diritto di secessione, ma non alle repubbliche federate bensì ai vari popoli costituenti la nazione jugoslava, senza in ogni caso prevederne l'iter. Era possibile che l'eventuale secessione avvenisse in maniera trasversale in relazione alle singole repubbliche federate: così una singola popolazione dividendosi dal resto della nazione poteva coinvolgere più di una repubblica. Mentre per le stesse repubbliche federate la procedura era molto più complicata, poiché per cambiare propri confini interni, c'era bisogno del consenso di tutte le nazioni. E' fuori di dubbio che le secessioni delle singole repubbliche siano avvenute violando la Costituzione, come rilevato dalla Corte costituzionale Federale Jugoslava. L'intervento dell'esercito federale jugoslavo dopo la dichiarazione di indipendenza della Slovenia (25 giugno 1991) fu perciò legittimo. L'interferenza della Comunità Europea, che nella conferenza di Brioni optò per il ritiro dell'esercito federale dalla Slovenia, accompagnato da pressioni di ogni genere, presenta senza dubbio una violazione della legalità internazionale. In Croazia, di fronte ai graduali passi verso la secessione, culminata nella dichiarazione di indipendenza (anche in questo caso il 25 giugno 1991), la maggioranza serba in Krajina proclamò la sua repubblica e perciò fu attaccata dalle forze di polizia croate. Anche lì l'esercito federale agì legittimamente (luglio 1991). Le repubbliche secessioniste provocarono la paralisi delle istituzioni federali: dopo il blocco Serbo-Montenegrino, affrontarono col rischio della disintegrazione, e assunsero il controllo delle istituzioni (3 ottobre), provocando la protesta delle potenze occidentali; l'8 ottobre la Slovenia e la Croazia dichiararono definitivamente la loro indipendenza. Sebbene per un pò di tempo difendessero la stabilità, la sopravvivenza della repubblica Federale Jugoslava, gli stati europei cominciarono subito (già il 2 agosto 1991) a dare il via libera alla loro vera ma illegittima politica: in assenza di un accordo tra le repubbliche Federate, i confini internazionali, ma anche quelli interni in Jugoslavia, furono rispettati. La linea fu confermata in un altro meeting internazionale e persino dal Consiglio di Sicurezza nella risoluzione numero 713 del 1991 del 25 settembre, che definì la situazione Jugoslava come un pericolo per la pace. In modo particolare sotto la pressione di Germania, Austria e Vaticano, il 15 gennaio 1992, Slovenia e Croazia furono riconosciute come stati indipendenti, e Bosnia-Herzegovina e Macedonia seguirono la stessa strada, e ci fu poi l'ammissione nelle Nazioni Unite (22 Maggio). Questo processo fu stimolato dai Ministri degli affari esteri degli stati aderenti all'Unione Europea, che il 16 dicembre 1991 hanno pubblicato le linee guida " per il riconoscimento dei nuovi stati dell'Europa dell'est e dell'Unione Sovietica": un'incredibile iniziativa, che invita tali Stati ad agire per ottenere il riconoscimento. Le potenze occidentali stabilirono che la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia dovesse finire, sebbene ci fossero ancora delle istituzioni, come l'esercito e la Presidenza Federale anche se tronca, che la stavano ancora difendendo. La posizione della Jugoslavia e di Milosevic (Presidente della Serbia dal 1989) fu in un primo tempo quella di non accettare che il paese fosse depennato, e poi che la Federazione dovesse sopravvivere per tutti i popoli e le regioni che vi volevano ancora vivere (ciò fu in malafede concepito come un piano per costruire la cosiddetta 'Grande Serbia'). In questo contesto le potenze riaffermarono il principio del rispetto dei confini interni, specialmente in relazione alla Krajina e la Bosnia Serba , dove i Serbi proclamarono la loro repubblica: loro non parteciparono al referendum sull'indipendenza della Bosnia. Il punto principale è che il processo di dissoluzione della Jugoslavia era senza dubbio in corso, ma non era consolidato, stabilizzato, condizione fondamentale per considerarlo effettivo. All'inizio della cessazione dell'opposizione attiva con riguardo ai nuovi sviluppi della situazione, dalle autorità legittime fu promulgata la Costituzione del 1992 della parte residua della Jugoslavia e successivamente fu deciso il ritiro dalla Bosnia e dalla Croazia. ciò significa che le azioni delle potenze occidentali erano illecite: furono un interferenza in affari interni dello stato, allo scopo di aiutare gli insorti nelle loro mire separatistiche. la fattispecie di crimine contro la pace fu escluso dallo statuto dell'ICTY non per caso. D'altra parte la forma dei nuovi stati non era ancora stata stabilita: il loro processo di formazione non era ancora concluso, non avevano ancora il libero e pieno controllo su tutto il territorio che reclamavano (fatta eccezione per Slovenia e forse Macedonia). Il prematuro riconoscimento (e le conseguenti attività di supporto, di condanna, sanzioni e limitazioni alle azioni costituzionali dell'esercito Federale), furono gli elementi dell'azione illegale condotta dagli Stati occidentali. Farò menzione del secondo protocollo alla Convenzione di Ginevra . L'intervento in conflitti interni, il prematuro riconoscimento di stati ancora non completamente giunti a formazione: un giovane studioso italiano (Tancredi, Secessione p.464) espresse molto chiaramente il capovolgimento dei criteri fondamentali di effettività: un non esistente (a livello internazionale) diritto alla secessione fu creato dalla volontà politica di un gruppo di Stati stranieri mediante il riconoscimento, il quale ha dato alla questione rilievo internazionale, attribuendo il diritto all'auto-determinazione, sebbene non ci fossero le condizioni. " Il riconoscimento degli stati secessionisti della Jugoslavia, costituisce una nuova strategia, non più la passiva accettazione del fato, ma si pilotano gli eventi". Il tutto con illegali conseguenze: la proibizione per le autorità centrali di contrastare la secessione, la proibizione per stati terzi dare assistenza al potere centrale, mentre diventa legale per i secessionisti ricevere aiuto, anche militare, dall'esterno. Bene quindi, non l'indipendenza di fatto dichiarata che corrisponda alla reale situazione giuridica, ma una creazione giuridica artificialmente posta in essere i cui aiuti sono decisivi per ottenere l'indipendenza - non ancora ottenuta effettivamente. Cosicché la Jugoslavia passò per l'aggressore (in un primo momento per mantenere lo status quo, poi per aiutare i serbi di Croazia e di Bosnia cui era stato negato il diritto all'autodeterminazione). Chiaramente, se in un conflitto accadono episodi di crudeltà e financo criminali ad opera di entrambe le parti, è naturale e piuttosto automatico, attribuirli in toto all' "aggressore", ricorrendo alla calunnia e amplificando i singoli casi col beneficio dei mass-media e dei loro manipolatori. Dopo l'assoluto stravolgimento delle relazioni tra sovranità e auto-determinazione rispettivamente di Jugoslavia e repubbliche secessioniste, ecco che abbiamo anche la negazione all'autodeterminazione all'interno delle stesse repubbliche secessioniste, sebbene queste non fossero ancora definitivamente formate. Abbiamo già ricordato che quando uno stato è coinvolto in un processo di formazione, ogni componente etnica della popolazione (che sia identificabile con un'entità territorialmente compatta) ha il medesimo diritto di costituire il suo stato, o rimanere nel vecchio stato. Ma anche a questo proposito ci sono stati dei capovolgimenti del diritto: l'imposizione dell' uti possidetis elevò i confini interni a confini riconosciuti a livello internazionale, contrariamente a quanto sosteneva la Costituzione Jugoslava (che contemplava, ripeto, la secessione ma in relazione ai popoli, mentre la procedura per apportare modifiche ai confini delle Repubbliche era stabilita, così come i confini stessi e le condizioni per la convivenza tra differenti popolazioni nella stessa Repubblica, dalla Costituzione Federale, e la loro validità finì col cessare della Costituzione). Attraverso questo imbroglio, la repressione delle negate auto-determinazioni dei serbi di Croazia e di Bosnia furono considerate un affare interno delle Repubbliche (non ancora costituite), l'aiuto a tale auto-determinazione (da parte della Jugoslavia) invece illecito, di conseguenza persino l'intervento armato di Stati terzi o di organizzazioni fu legittimato contro l'assistenza Jugoslava. Assolutamente sbagliato, se non per meglio dire vergognoso, anche dal punto di vista del diritto internazionale, deve essere considerata la forzata formazione dall'esterno della cosiddetta Federazione di Bosnia-Herzegovina, un' entità artificiale, nemmeno realmente indipendente. Ma l'azione di moderazione del Presidente Milosevic durante gli accordi di Dayton non può essere dimenticata.

    Un altro aspetto dello stravolgimento del diritto internazionale: la negazione della continuità della Repubblica Federale del 1992 rispetto alla Repubblica Socialista e l'affermazione che questo era ormai un'altro Stato, visto il venir meno dei membri originali e perciò delle caratteristiche originali dello stato membro, bisognava pertanto rifare la procedura di adesione. E' sufficiente affermare che, al contrario, si era di fronte semplicemente ad un caso di rimpicciolimento , non di una radicale modifica o sostituzione del vecchi sub strato sociale: non si trattava di smembramento, ma di una serie di secessioni di alcune repubbliche: secessioni che avevano visto l'opposizione attiva e legittima dello stato centrale, anche se stava progressivamente perdendo il suo controllo di fatto sul suo territorio, fino a quando sospese o rinunciò alla sovranità sui vari territori, ma non, almeno all'inizio, per il beneficio delle Repubbliche secessioniste. Inoltre non ci fu una contro-rivoluzione socio-economica, come nelle altre Repubbliche. Ma la cosa più sorprendente fu il diverso trattamento riservato alla Russia, considerata come entità avente continuità con l'Unione Sovietica anche per quanto riguarda il seggio presso permanente presso il Consiglio di Sicurezza. Forse avrebbe dovuto svilupparsi un lavoro teorico maggiore per quanto riguarda lo smembramento dell'URSS, dove nessuna attività di opposizione contro le secessioni fu mossa nel '91, mentre la Russia era attiva nel processo di estinzione della forma dello Stato precedente. Un fatto importante che non deve essere dimenticato sulla Jugoslavia "residuale": le Costituzioni di Serbia e di Jugoslavia (1990 e 1992) grazie all'attivo impegno politico del Presidente Slobodan Milosevic, non erano nazionalistiche, dando eguale diritto di cittadinanza ad ogni abitante, a differenza di quella croata, che sancisce la Croazia come stato dei croati, mentre gli altri gruppi sono considerati minoranze.

    Altri elementi sullo a proposito dello stravolgimento: l'aggressione del 1999,la cosiddetta guerra del Kosovo. In questa non prenderò in considerazione i fatti come il presunto genocidio e il restringimento dell'autonomia regionale avvenuta nel 1989-90, che fu una decisione della Federazione e non di Milosevic. E' sufficiente riportare l'intervista al generale Heinz Loquai del contingente tedesco presso l'Osce: "Circa il genocidio, non solo "pianificato" ma "perpetrato" dal governo Jugoslavo, sia i parlamentari del Bundestag sia il Governo tedesco hanno dato il via libera a delle esagerazioni enormi.Ciò che le armi di distruzione di massa irachene rappresentano per Bush, la cosiddetta catastrofe umanitaria in Kosovo fu per la Germania la giustificazione per la guerra".Egli afferma pure che, il giorno prima dell'aggressione, esperti del ministero della difesa tedesco affermarono che "non era in corso nessuna pulizia etnica". E ancora: in Kosovo "c'era una guerra civile. La NATO è intervenuta unilateralmente contro una parte, la Jugoslavia: la guerra ha provocato una reale catastrofe umanitaria: 70000 rifugiati dal Kosovo nei vicini paesi all'inizio del conflitto, 800000 alla fine". In questo severo resoconto dei fatti troviamo ancora il capovolgimento del diritto internazionale. L'intervento umanitario - consentito dal diritto internazionale- è un'invenzione frutto della nuova epoca caratterizzata dal dominio imperialista. L'intervento in una guerra civile, o in un conflitto interno, i quali sono tipici affari interni di uno stato, è a livello di principio proibito (e mancava pure l'autorizzazione del consiglio di sicurezza che comunque non avrebbe lasciato la questione priva di dubbi). A tal proposito c'è una regola internazionale che conferma questa tesi, si tratta dell'art 3 del secondo Protocollo del 1977 alle convenzioni di Ginevra del 1949, relativamente alla protezione delle vittime in conflitti non internazionali: "Nessun articolo di questo Protocollo può essere invocato per influire sulla sovranità degli Stati sulla responsabilità dei governi, sia direttamente che indirettamente, per nessuna ragione". Questo Protocollo è in vigore dal 7 dicembre 1978 ed è stato ratificato dalla Jugoslavia e poi dagli USA, Italia, Germania, Gran Bretagna. Si può stabilire un'importante analogia con la questione cecena. Fu un'aggressione, per il piacere dei gruppi criminali e terroristi: ora il Kosovo è illegalmente separato dalla Jugoslavia (Serbia), sono in corso pulizie etniche contro i Serbi e le altre minoranze etniche: nessuno pagherà delle "corti internazionali" per i crimini di aggressione (da parte della NATO) e altri criminali di guerra occidentali, e per i crimini perpetrati dai gruppi al potere oggi in Kosovo.

    Legalità, imperatività delle norme di legge è prima di tutto l'affermazione della definizione dei crimini e delle sanzioni, delle procedure giuridiche , dei modi e dei mezzi per creare nuove regole e organi. Questo è particolarmente vero nel caso di norme internazionali e decisioni riguardanti l'individuo e non le attività tra stati.Le questioni sui diritti umani, stanno emergendo almeno nel sistema delle Nazioni Unite, non passare inosservate. Per quanto riguarda il cosiddetto delicta contra gentium , si deve assicurare che i diritti individuali sanciti dalle leggi internazionali siano rispettati (anzi, aggiungerei bisogna garantire anche il corretto adempimento da parte dello stato).

    Sottolineerei un punto che solitamente viene tralasciato: nella legislazione delle Nazioni Unite l'accettazione di obblighi internazionali da parte degli Stati è espressamente vincolato al rispetto dei dettati costituzionali interni. E questo è un principio fondamentale, come ha affermato un grande studioso austriaco di diritto internazionale, Alfred Verdross: l'ONU non ha sovranità direttamente sugli individui. In quest'ambito che bisogna rispettare la sovranità degli Stati, cosicché la diretta azione dell'Onu sugli individui, senza passare attraverso la struttura legislativa dello Stato, è esclusa. Ciò è essenziale, ragione strutturale perché un'iniziativa come l'ICTY è da respingere come totalmente illegale. Ma siamo in una fase storica dove la legge della forza prevale sulla forza del diritto. Il quale è, come vuole la vulgata, la base legale per la creazione da parte del Consiglio di sicurezza di tal straordinario, anzi meglio dire senza precedenti organo come l'ICTY (nonché il tribunale del Rwanda). Prima di tutto, il suo potere discrezionale sconfinato nel definire le minacce o i pericoli per la pace (non si parla di pace internazionale come invece si legge nella norma) ai sensi dell'articolo 39 della Carta, è il risultato di un'accezione erronea sfortunatamente corroborata da prassi fuorvianti e dalla acquiescenza degli stati. In secondo luogo, alla base della determinazione di questo strumento c'è l'affermazione che il Consiglio di Sicurezza abbia possibilità illimitate nell'adottare ogni sorta di misura che ritiene utile e necessaria. Ciò è stato confermato anche in anni recenti, dalla prassi illegale, ma ciò è profondamente falso. Gli articoli 41 e 42della Carta prevedono due tipi di misure (rispettivamente con e senza l'uso della forza), senza dubbio in maniera esemplificativa, in modo da limitare le tipologie connesse con funzione di auto tutela, in cui è proibita l'azione individuale degli stati, e dove ci si debba affidare all'azione collettivamente decisa. Attività del genere lo stato leso poteva mettere in opera, conformemente al vecchio diritto internazionale, che includeva tra le contromisure, rappresaglie,auto-tutela e così via. Ciò ora è rimpiazzato dalle iniziative collettive sempre dello stesso tipo. Con ciò si vorrebbe impedire l'auto tutela individuale per favorire quella collettiva, rimuovendo situazioni (reali o imminenti) minacciose per la pace, senza imporre soluzioni (previste dal capitolo 6 ma solo sotto forma di raccomandazioni). In questo senso, è una pura funzione esecutiva. Perciò nessun potere di modifica dell'esistente ordine legale, o di creazione di regole e di organi o di leggi è attribuito all'ONU e in particolare al Consiglio di Sicurezza in base al capitolo 7 (non è prevista nessuna funzione giuridica interstatale, tanto meno sugli individui). L'istituzione dei cosiddetti tribunali con lo scopo di giudicare i crimini perpetrati da individui è secondo me una questione che desta qualche dubbio. Il minimo requisito per un organo del genere dovrebbe essere che alla base ci sia un accordo tra gli stati, un accordo direi, che rientri nel quadro delle regole delle Nazioni Unite, che rispetti le istanze costituzionali dei paesi coinvolti e i principi fondamentali dei diritti umani. La convenzione sul genocidio del 1948, ovviamente accettata dagli Stati, prevede la costituzione di un tribunale, che non è mai stato costituito, la cui giurisdizione abbia l'esplicito consenso degli stati. Altri successive corti internazionali sono state istituite a seguito di accordi internazionali. La creazione dell'ICTY (e del tribunale del Rwanda) ad opera del Consiglio di Sicurezza è inammissibile da un punto di vista strettamente giuridico. L'opposta opinione, che corrisponde con quella dell'ICTY stesso, si basa sull'interpretazione degli articoli 39, 41, 42 tendente a dare ampio potere discrezionale al Consiglio di Sicurezza. Accettare questa dottrina equivale ad accettare una dittatura mondiale del Consiglio di Sicurezza su individui e Stati.Siamo consapevoli di essere già sulla buona strada: le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza lo testimoniano; lo stesso si dica della risoluzione 827 che da vita all'ICTY. Questo è un puro atto di giustizia dei vincitori, espressione del diritto della forza contro la forza del diritto. Sono i principi del Fuhrer espressi a livello planetario.Come tale istituzione può essere inclusa nella carta dell'ONU?La risoluzione 827 non è né una decisione collettiva che non implica la forza né una misura che la prevede ex.articolo 42.Non è, in generale, un mezzo collettivo di autotutela atto a impedire l'autotutela individuale ad opera degli stati stessi: avete mai visto un istituzione come un tribunale usata come contromisura o come rappresaglia da uno stato leso?Secondo la corretta interpretazione,il consiglio di sicurezza non ha tale potere:le istituzioni di un organo di questo tipo non è una misura esecutiva, ma normativa che implica il potere legislativo e potere giudiziario persino sugli individui, poteri mai conferiti al consiglio di sicurezza.Un fondamentale saggio di Gaetano Arangio-Ruiz, (''on the security counsil's law making'' ex membro della commissione diritto internazionale presso le nazioni unite nonché uno dei maggiori studiosi della dottrina sostiene: ''Si ha l'impressione che i giuristi internazionali tendano ad essere soddisfatti senza mostrare un minimo di senso critico, facendo solo qualche proposta marginale circa la procedura volta a far si che le azioni del Consiglio di Sicurezza siano meno problematiche, ma politicamente più gradite... non si nota, in dottrina, nessuna trattazione a proposito dei problemi che si pongono circa l'interpretazione e l'applicazione della Carta . Questa per mezzo secolo sono sempre state in balia di svariate letture... si percepiva, in quel tempo, nell' approccio alla materia, un' atteggiamento rinunciatario da parte dei giuristi in ossequio al potere politico e al 'realismo' ". Le conclusioni di Arangio-Ruiz sull'ICTY sono perentorie: "Chiaramente, l'istituzione di un tribunale con le funzioni cui sono state date all'ICTY, rappresentano un duro impatto ai diritti e agli obblighi degli Stati, la cui sovranità e giurisdizione penale potrebbero risultare danneggiate dall'espletamento di tali funzioni. Due possibilità -data l'impraticabilità del trattato- erano così aperte circa la questione del Consiglio. Una era quella di avviare un'azione militare nei territori coinvolti, aprendo in questo modo la possibilità di formare una corte penale nel contesto delle operazioni militari svolte dall'Onu, operando nell'ambito degli articoli 42 e 51; la seconda strada era quella di creare una corte penale come forma isolata riguardante solo gli stati in gioco. Prerogativa questa che avrebbe permesso di agire al di fuori di qualsiasi operazione militare vincolata ai dettami della Carta e del diritto internazionale. Non potendo, o non volendo seguire la prima opzione, e traviato da esperti in legge, il consiglio scelse la seconda. Così facendo il Consigli non intraprese una legittima azione di "peace-enforcement" prevista dal capitolo 7, ma si attribuì un potere legislativo, che viola il capitolo 7 dal momento che questo non prescrive una tale funzione. In questo modo l'Onu ha ignorato la distinzione di importanza capitale fatta dalla Carta tra peace-enforcement e il potere di creare, modificare e rinforzare le leggi, quest'ultime non sono attribuite agli organi delle Nazioni Unite da nessuna parte". Io aggiungerei questo- nemo dat quod non habet- il Consiglio di Sicurezza non può istituire un organo sussidiario ex art. 29 e attribuirgli poteri che lui stesso non possiede. Così ICTY è un puro strumento di natura politica. Ho lasciato da parte ogni sorta di commento circa il suo Statuto, sulla suo specifico modo di procedere, sull'infame rifiuto di giudicare i crimini della NATO (bombe, uranio impoverito ecc.), il vergognoso rapimento di Slobodan Milosevic, la violazione dello Stato e dell'immunità che spetta ai suoi organi (come previsto dalla decisione della corte Internazionale di giustizia il 14 Febbraio 2002: caso riguardante l'autorizzazione all'arresto del 11 aprile 2000 - Repubblica Democratica del Congo contro Belgio) e così via, per non parlare dei capi di accusa contro Slobodan Milosevic contrari ad ogni principio di diritto penale. Quello contro Milosevic è un processo politico: il crimine dell'ex Presidente è stato quello di non accettare il diktat delle potenze occidentali. I processi, quasi tutti contro personalità di nazionalità Serba (non si sono visti i leader delle altre Repubbliche come Tudjman o Itzebegovic e nemmeno i leader odierni albanesi), sono un avvertimento per tutti coloro che non si sottomettono al nuovo ordine mondiale: hanno bisogno di abbellire delle vere e proprie aggressioni, per poi condannare presunti crimini commessi da presunti mostri. La risoluzione 36/103 del 9 Dicembre 1981 dell'Assemblea Generale (dichiarazione di ammissibilità dell'intervento e di interferenza in affari interni agli stati) afferma: " Il dovere di ogni Stato di astenersi dal promuovere campagne diffamatorie o di propaganda ostile con lo scopo di intervenire o interferire negli affari interni" nonché " il dovere per ogni Stato di evitare ogni strumentalizzazione e distorsione di questioni riguardanti i diritti umani come mezzo per interferire in affari interni, per far pressione sugli altri stati, o per seminare distruzione e disordine tra stati o gruppi di Stati". Notate una certa somiglianza con l'atteggiamento delle potenze occidentali e dei media? Mai prima d'ora la differenza di atteggiamento tra le due parti era stata così evidente: uno Stato che rifiuta financo di accettare l'adesione alla convenzione del 1998 di Roma che istituiva la Corte Penale Internazionale con i suoi alleati che appoggiano un processo farsa contro le vittime dell'aggressione, e i leader che tentano di difendere la propria patria. Tale mancanza di legalità è equivalente ad una violenza sconfinata. Non c'è da stupirsi se la violenza e il terrorismo (vero o presunto) si stia spargendo su tutto il pianeta, se i più elementari principi di legalità vengono violati dall'Onu stesso.


    Aldo Bernardini

    Traduzione di Pacifico Scamardella (Forum Belgrado Italia)
    Fonte: N. 6 - 30 agosto 2005

  3. #3
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    Predefinito Rif: Slobodan Milosevic, martire della Nato

    SLOBODAN MILOSEVIC ERA INNOCENTE






    Ultima modifica di Stalinator; 14-10-10 alle 00:50

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    Predefinito Rif: Slobodan Milosevic, martire della Nato

    Kosovo Criminale: il regalo degli USA all’Europa
    26/01/2011


    Diana Johnstone NSPM 10 gennaio 2011

    I media degli USA hanno dato maggiore attenzione alle vaghe accuse di incontri sessuali di Julian Assange con due loquaci donne svedesi, che a un rapporto ufficiale che accusa il Primo Ministro del Kosovo Hashim Thaci di gestire una impresa criminale che, tra i vari crimini contestati, l’aver ucciso dei prigionieri per venderne gli organi vitali sul mercato mondiale.
    La relazione del liberale svizzero Dick Marty fu richiesta due anni fa dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE). Da non confondere con l’Unione europea, il Consiglio d’Europa è stato fondato nel 1949 per promuovere i diritti umani, lo stato di diritto e la democrazia, ed ha 47 stati membri (rispetto ai 27 dell’UE).
    Mentre gli esperti giuridici statunitensi tentano febbrilmente di giocare le accuse che possono utilizzare per richiedere l’estradizione di Assange negli Stati Uniti, per essere debitamente punito aver sconcertato l’impero, il portavoce del Dipartimento di Stato americano Philip Crowley ha piamente reagito alle accuse del Consiglio d’Europa, dichiarando che gli Stati Uniti continueranno a lavorare con Thaci in quanto, “qualsiasi persona in qualsiasi parte del mondo, è innocente fino a prova contraria”.
    Tutti, cioè, ad eccezione, tra gli altri, di Bradley Manning che è in isolamento, anche se non è stato trovato colpevole di nulla. Tutti i prigionieri di Guantanamo sono stati considerati colpevoli, punto. Gli Stati Uniti stanno quotidianamente applicando la pena di morte a uomini, donne e bambini in Afghanistan e Pakistan, che sono innocenti fino alla morte.
    Gli imbarazzati sostenitori dell’auto-proclamato piccolo stato di Thaci respingono le accuse, dicendo che il rapporto Marty non prova la colpa di Thaci. Naturalmente non è così. Non può. Si tratta di una relazione, non di un processo. Il rapporto è stato ordinato dalla PACE proprio perché le autorità giudiziarie hanno ignorato le prove dei gravi crimini. Nel suo libro di memorie del 2008 ‘La caccia. Io e i criminali di guerra’, l’ex procuratrice presso il Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia (ICTY) dell’Aja, Carla del Ponte, ha denunciato che le è stato impedito di svolgere un’indagine approfondita sui rapporti sull’estrazione di organi da serbi e altri prigionieri, effettuata dall’”Esercito di liberazione del Kosovo (UCK)” in Albania. Infatti, le voci e le relazioni di tali atrocità, diffuse nei mesi successivi l’occupazione del Kosovo da parte delle forze di occupazione NATO, sono state diligentemente ignorate da tutte le autorità giudiziarie interessate.
    La relazione di Marty afferma di aver scoperto prove corroboranti, comprese le deposizioni di testimoni la cui vita sarebbe in pericolo, se i loro nomi venissero rivelati. La conclusione della relazione non è e non potrebbe essere un verdetto, ma una domanda alle autorità competenti di intraprendere un procedimento giudiziario in grado di vagliare tutte le prove ed emettere un verdetto.

    Scetticismo sulle atrocità
    E’ sempre prudente essere scettici riguardo storie di atrocità circolanti in tempo di guerra. La storia mostra molti esempi di racconti di atrocità totalmente inventate, che servono a fomentare l’odio del nemico in tempo di guerra, come la larga diffusione, durante la prima guerra mondiale, di rapporti di tedeschi che “tagliano le mani ai bambini belgi”. Giornalisti e politici occidentali hanno abbandonato ogni scetticismo prudente riguardo la diffusione di truculenti racconti di atrocità serbe, usate per giustificare i bombardamenti NATO sulla Serbia nel 1999. Personalmente, il mio scetticismo si estende a tutte queste storie, a prescindere dall’identità dei presunti colpevoli, e ho evitato per anni di scrivere le storie albanesi di trapianto di organi, proprio per questo motivo. Non ho mai considerato Carla del Ponte una fonte affidabile, ma piuttosto una donna ingenua e arrogante che era stata scelta dagli sponsor statunitense del TPIY, perché pensavano di poterla manipolare. Non c’è dubbio per chi gli sponsor del Tribunale stavano lavorando, dato che è stata impostata da e per gli Stati Uniti e la NATO, al fine di giustificare la loro scelta di campo nelle guerre civili jugoslave, che avrebbero imposto una battuta d’arresto prima che potesse allontanarsi dal percorso assegnatoli, prima di ficcare il naso neii crimini commessi dagli albanesi protetti dagli USA. Ma questo non prova che i presunti reati siano stati effettivamente commessi.
    Tuttavia, il rapporto Marty va al di là delle vaghe voci facendo accuse specifiche nei confronti del “Gruppo di Drenica” dell’UCK, guidato da Hashim Thaci. Nonostante il rifiuto delle autorità albanesi a cooperare, vi è un’ampia dimostrazione che il KLA abbia gestito una catena di “case sicure” in territorio albanese, durante e dopo la guerra della NATO contro la Serbia del 1999, utilizzandole per trattenere, interrogare, torturare e, talvolta, uccidere i prigionieri. Una di queste case sicure, appartenente ad una famiglia individuata dall’iniziale “K”, è stata citata da Carla del Ponte e dai media, come “la casa gialla” (sebbene dipinta di bianco). Per citare il Rapporto Marty (paragrafo 147):
    “Ci sono sostanziali elementi di prova che un piccolo numero di prigionieri fatti dall’UCK, tra cui alcuni serbi rapiti, trovarono la morte a Rripe, in corrispondenza o in prossimità della casa dei K.. Abbiamo appreso di queste morti non solo attraverso le testimonianze di ex soldati dell’UCK che hanno dichiarato di aver partecipato alla detenzione e trasporto dei prigionieri, mentre erano in vita, ma anche attraverso le testimonianze di persone che hanno assistito indipendentemente alla sepoltura, disseppellimento, spostamento e risepoltura cadaveri dei prigionieri’(…)”
    Un numero imprecisato, ma apparentemente piccolo, di prigionieri è stato trasferiti su furgoni e autocarri in un sito che operava nei pressi dell’aeroporto internazionale di Tirana, dal quale gli organi potevano essere recapitati rapidamente ai destinatari.
    “Gli autisti di questi furgoni e camion – molti dei quali sarebbero testimoni cruciali degli abusi descritti – hanno visto e sentito i prigionieri soffrire molto durante i trasporti, in particolare a causa della mancanza di una corretta alimentazione aerea del loro scompartimento nel veicolo, o a causa del tormento psicologico del destino che si suppone li aspettava“. (paragrafo 155).
    I prigionieri descritti nella relazione come “vittime della criminalità organizzata” includevano “persone che abbiamo scoperto esser state prese in Albania centrale per essere assassinate immediatamente prima di avere i loro reni rimossi in una clinica di fortuna.” (paragrafo 156).
    Questi prigionieri “indubbiamente subirono la prova più terribile, sotto la custodia dei loro rapitori dell’UCK. Secondo le testimonianze originarie, i prigionieri ‘filtrati’ in questo sottoinsieme, venivano inizialmente mantenuti vivi, alimentati bene e con il permesso di dormire, trattati con relativa moderazione da parte delle guardie dell’UCK e dagli aguzzini, che altrimenti li picchiavano indiscriminatamente” (paragrafo 157).
    “Le testimonianze su cui abbiamo basato le nostre scoperte, parlano in maniera credibile e coerente di una metodologia con la quale sono stati uccisi tutti i prigionieri, di solito con un colpo di pistola alla testa, prima di essere operati per rimuovere uno o più dei loro organi. Abbiamo appreso che questo era principalmente un traffico di ‘reni dai cadaveri’, cioè i reni estratti postumi, non si trattava di un insieme di procedure chirurgiche avanzate che richiedono studi clinici controllati e, per esempio, un ampio uso di anestetici” (paragrafo 162).

    Scetticismo sulla “liberazione“
    Il rapporto Marty ricorda, inoltre, ciò che è noto comunemente in Europa, vale a dire che Hashim Thaci e il suo “Gruppo di Drenica” sono notori criminali. Mentre il Kosovo “liberato” affonda sempre più nella povertà, hanno accumulato fortune in vari tipi di commerci illegale, in particolare la riduzione in schiavitù delle donne per la prostituzione e il controllo dei narcotici illegali in tutta Europa.
    “In particolare, in rapporti confidenziali che coprono più di un decennio, le agenzie dedicate alla lotta contro il contrabbando di droga, in almeno cinque paesi, hanno definito Hashim Thaci e gli altri membri del suo “Gruppo di Drenica”, esercitanti il controllo violento del traffico di sostanze stupefacenti, di eroina e altro” (paragrafo 66).
    “Allo stesso modo, gli analisti d’intelligence che lavorano per la NATO, come pure quelli in servizio in almeno quattro governi stranieri indipendenti, hanno tratto risultati interessanti dalla loro raccolta di informazioni relative al periodo immediatamente successivo al conflitto nel 1999. Thaci è stato comunemente identificato e citato, nei rapporti di servizi segreti, come il più pericoloso dei ‘boss criminali’ dell’UCK” (paragrafo 67).
    La sinistra, che aveva abboccato all’esca, lenza e piombo della propaganda per la “guerra per salvare i kosovari dal genocidio“, che giustificava l’assalto, i bombardamenti e l’invasione della NATO, nel 1999, aveva accettato prontamente l’identificazione del “Kosovo Liberation Army” in un movimento di liberazione nazionale che meritava il suo sostegno. Non fa parte della leggenda romantica i rivoluzionari che rapinano le banche per la loro causa? La sinistra assume che tali attività criminali siano semplicemente un mezzo per il fine dell’indipendenza politica. Ma cosa succede se l’indipendenza politica è in realtà il mezzo per proteggere le attività criminali?
    L’assassinio di poliziotti, la specialità dell’UCK prima di essere avere in dote il Kosovo dalla NATO, è un’attività ambigua. L’obiettivo è dell’”oppressione politica“, come sostiene, o semplicemente l’applicazione della legge?
    Che cosa hanno fatto Thaci e compagnia con la loro “liberazione”? Prima di tutto, hanno permesso ai loro sponsor statunitensi di costruire una grande base militare, Camp Bondsteel, sul territorio del Kosovo, senza chiedere permesso a nessuno. Poi, dietro una cortina di chiacchiere sulla costruzione della democrazia, hanno terrorizzato le minoranze etniche, eliminato i loro rivali politici, favorito la criminalità e la corruzione dilagante, applicato brogli elettorali e si sono ostentatamente arricchiti grazie alle attività criminali che costituiscono l’economia reale.
    Il Rapporto Marty ricorda cosa è successo quando il presidente jugoslavo, Slobodan Milosevic, sotto la minaccia NATO di spazzare via il suo paese, ha deciso di ritirarsi dal Kosovo e permettere a una forza delle Nazioni Unite, denominata KFOR (subito acquisita dalla NATO) di occupare il Kosovo.
    “In primo luogo, il ritiro delle forze di sicurezza serbe dal Kosovo aveva ceduto nelle mani di diversi gruppi scissionisti dell’UCK, incluso il “Gruppo di Drenica” di Thaci, l’efficace controllo, senza restrizioni, di uno ampio spazio territoriale in cui effettuare le varie forme di contrabbando e di traffici” (paragrafo 84).
    “KFOR e UNMIK sono stati incapaci di attuare la legge in Kosovo, controllare i movimenti delle persone o di controllare le frontiere dopo i bombardamenti della NATO nel 1999. Le fazioni e frange dell’UCK avevano il controllo di aree distinte del Kosovo (villaggi, tratti di strada, a volte anche singoli edifici) e sono stati in grado di attuare imprese criminali organizzate quasi a volontà, anche nello smaltimento dei trofei della loro vittoria percepita sui serbi” (paragrafo 85).
    “In secondo luogo, l’acquisizione di Thaci di un maggior livello di autorità politica (Thaci dopo aver nominato se stesso Primo Ministro del governo provvisorio del Kosovo) aveva apparentemente incoraggiato il “Gruppo di Drenica” a cancellare tutti i loro più aggressivi rivali, presunti traditori e persone sospettate di essere “collaboratrici” dei serbi” (paragrafo 86).
    In breve, la NATO ha esautorato la polizia già esistente, consegnando la provincia del Kosovo a dei gangster violenti. Ma questo non è stato un caso. Hashim Thaci non era solo un gangster che ha approfittato della situazione. E’ stato accolto a braccia aperte dalla segretario di Stato USA Madeleine Albright e dal suo braccio destro, James Rubin, per il suo lavoro.

    “Vi ho visto nei film…”
    Fino al febbraio 1999, la sola rivendicazione di Hashim Thaci alla fama si trovava negli archivi della polizia serba, dove era ricercato per vari crimini violenti. Poi, all’improvviso, nel castello francese di Rambouillet fu chiamato, spintoo sotto i riflettori del mondo dai suoi gestori statunitensi. Fu uno dei colpi di scena più bizzarri di tutta la saga tragicomica del Kosovo.
    La signora Albright era impaziente di usare il conflitto etnico in Kosovo per dare una dimostrazione della potenza militare degli Stati Uniti bombardando i serbi, al fine di riaffermare il predominio degli Stati Uniti sull’Europa tramite la NATO. Ma i leader europei di alcuni paesi della NATO pensavano che fosse politicamente necessario dare almeno un pretesto per cercare una soluzione negoziata al problema del Kosovo, prima dei bombardamenti. E così una falsa “trattativa” venne allestita presso Rambouillet, progettato dagli Stati Uniti per spingere i serbi a dire di no a un ultimatum impossibile, al fine di sostenere che l’Occidente umanitario non aveva altra scelta che bombardare.
    Per questo, avevano bisogno di un albanese del Kosovo, che avrebbe giocato al loro gioco.
    Belgrado aveva inviato una folta delegazione multietnica a Rambouillet, pronta a proporre una soluzione dando ampia autonomia al Kosovo. Dall’altra parte c’era una delegazione puramente di etnia albanese del Kosovo, tra cui molti intellettuali di spicco locali con esperienza in tali negoziati, compreso il leader riconosciuto a livello internazionale del movimento separatista albanese in Kosovo, Ibrahim Rugova che, si riteneva, avrebbe guidato la delegazione “kosovara“.
    Ma per la sorpresa generale degli osservatori, gli intellettuali erano stati messi da parte, e la leadership della delegazione era stata rilevata da un giovane, Hashim Thaci, conosciuto negli ambienti della polizia come “il serpente“.
    Gli statunitensi promossero la scelta di Thaci per ovvie ragioni. Mentre i vecchi albanesi del Kosovo rischiavano effettivamente di negoziare con i serbi, e quindi raggiungere un accordo che avrebbe impedito la guerra, Thaci doveva tutto agli Stati Uniti, e avrebbe fatto come gli era stato detto. Inoltre, mettere un “ricercato” criminale al vertice della delegazione, fu un affronto ai serbi contribuendo a fare naufragare i negoziati. E, infine, l’immagine di Thaci faceva appello all’idea degli statunitensi di cosa sia un “combattente per la libertà“, dovrebbe apparire.
    Il più stretto collaboratore di Albright, James Rubin, ha agito come un talent scout, supervisionando la buona immagine di Thaci, dicendogli che era così bello che doveva stare a Hollywood. Infatti, Thaci non ha l’aspetto di un gangster di Hollywood, stile Edward G. Robinson, ma di un eroe pulito con una vaga somiglianza con l’attore Robert Stack. Joe Biden s’è lamentato che Madeleine Albright era “innamorata” di Thaci. L’immagine è tutto, dopo tutto, soprattutto, quando gli Stati Uniti stanno gettando la loro superproduzione del Pentagono, per “salvare i kosovari“, al fine di ridisegnare i Balcani, con il loro stato satellite “indipendente“.
    Il pretesto per la guerra del 1999 era quello di “salvare i kosovari” (il nome assunto dalla popolazione albanese della provincia serba, per dare l’impressione che si trattava di un paese e che ne erano i legittimi abitanti) dalla minaccia immaginaria di “genocidio”. La posizione ufficiale degli Stati Uniti era quella di rispettare l’integrità territoriale della Jugoslavia. Ma era sempre evidente che dietro le quinte, gli Stati Uniti avevano fatto un accordo con Thaci per dargli il Kosovo, come piano per la distruzione della Jugoslavia e la paralisi della Serbia. Il caos che seguì il ritiro delle forze di sicurezza jugoslave, permise alle bande dell’UCK di prendere il sopravvento e agli Stati Uniti di costruire Camp Bondsteel.
    Acclamato da una virulenta lobby albanese negli Stati Uniti, Washington ha sfidato il diritto internazionale, ha violato i propri impegni (l’accordo di porre fine alla guerra del 1999 richiedeva alla Serbia di inviare la polizia nel Kosovo, ma non le fu mai permesso), e ignorato obiezioni sordina da parte degli alleati europei di sponsorizzare la trasformazione della provincia serba in un povero di etnia albanese “stato indipendente“. Dall’indipendenza unilateralmente dichiarata nel febbraio 2008, lo staterello fallito è stato riconosciuta solo da 72 su 192 membri delle Nazioni Unite, tra cui 22 dei 27 Stati membri dell’Unione europea.

    EULEX contro Fedeltà di Clan
    Pochi mesi dopo, l’Unione europea aveva istituito uno “Stato di diritto dell’Unione europea in Kosovo” (EULEX), destinato ad assumere l’autorità giudiziaria nella provincia dalla Missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK), che aveva apparentemente esercitato tali funzioni dopo che la NATO aveva cacciato i serbi. La creazione stessa dell’EULEX era la prova che il riconoscimento UE dell’indipendenza del Kosovo era ingiustificata e disonesta. E’ stata una ammissione che il Kosovo, dopo essere stato consegnato alle bande dell’UCK (alcuni in guerra l’uno contro l’altro), non è stata in grado di fornire neanche una parvenza di legge e ordine, e quindi, in alcun modo preparato ad essere “uno stato indipendente“.
    Naturalmente l’occidente non potrà mai ammetterlo, ma è stata la denuncia della minoranza serba, negli anni ‘80, che non potevano contare sulla protezione da parte dei tribunali o della polizia, allora gestiti dal partito comunista a maggioranza etnica albanese, che ha portato alla limitazione dell’autonomia del Kosovo da parte del governo serbo, mossa ritratta in Occidente come una persecuzione gratuita motivata da odio razziale di proporzioni hitleriane.
    Le difficoltà nell’ottenere giustizia in Kosovo sono essenzialmente le stesse, ora come allora, – con la differenza che la polizia serba capiva la lingua albanese, mentre gli internazionali dell’UNMIK e dell’EULEX, sono quasi totalmente dipendenti dai locali interpreti albanesi, la cui veridicità non possono controllare.
    Il Rapporto Marty descrive le difficoltà nelle indagini sulla criminalità in Kosovo:
    “La struttura della società kosovara albanese, ancora molto orientata al clan, e l’assenza di una vera società civile, hanno reso estremamente difficile stabilire i contatti con le fonti locali. La situazione è aggravata dalla paura, spesso fino al punto dell’autentico terrore, che abbiamo osservato in alcuni dei nostri informatori, immediatamente dopo la definizione del soggetto della nostra ricerca.
    “Il senso radicato di fedeltà al proprio clan, e il concetto di onore … rendono i testimoni albanesi ancor più irraggiungibili, per noi. Dopo aver visto due importanti azioni penali intraprese dall’ICTY, che hanno causato la morte di tanti testimoni, e in ultima analisi, la mancata attuazione di justice16, un relatore dell’Assemblea parlamentare con misere risorse, è assai improbabile che muterà le probabilità di tali testimoni di parlarci direttamente.
    “Numerose persone che hanno lavorato per molti anni in Kosovo, e che sono diventate tra i commentatori più autorevoli in materia di giustizia nella regione, ci hanno consigliato che le reti criminali organizzate di albanesi (‘la mafia albanese’) in Albania, nei territori limitrofi, compresi Kosovo e ‘l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia’ e nella diaspora, erano probabilmente più difficili da penetrare di Cosa Nostra, e anche gli operatori di basso livello, piuttosto si prendevano una pena detentiva di decenni, o una condanna per oltraggio, che abbandonare il loro clan.”
    Un secondo rapporto, presentato questo mese al Consiglio d’Europa dal relatore Jean-Charles Gardetto, sulla protezione dei testimoni nei processi per crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, osserva che non esiste nessuna legge di protezione dei testimoni in Kosovo e, più seriamente, non c’è modo di proteggere i testimoni che possono testimoniare contro i compaesani di etnia albanese.
    “Nei casi più gravi, i testimoni sono in grado di testimoniare solo in modo anonimo. Tuttavia, ha precisato il relatore, queste misure sono inutili fintanto che il testimone è fisicamente in Kosovo, dove tutti conoscono tutti. La maggior parte dei testimoni sono subito riconosciuti dalla difesa quando consegnano la loro testimonianza, nonostante tutte le misure di anonimato.”
    “Ci sono molte limitazioni al regime di protezione attualmente disponibili, anche perché il Kosovo ha una popolazione di meno di due milioni in una comunità molto affiatata. I testimoni sono spesso percepiti come traditori della loro comunità quando testimoniano, inibendo i possibili testimoni a farsi avanti. Inoltre, molte persone non credono che abbiano il dovere morale o legale di deporre come testimoni nelle cause penali.
    “Inoltre, quando un testimone vuole farsi avanti, vi è una reale minaccia di ritorsioni. Questi non è necessariamente messo in pericolo diretto, perdendo il posto di lavoro per esempio, ma ci sono anche esempi di testimoni chiave assassinati. Il processo di Ramush Haradinaj, l’ex leader dell’UCK, illustra bene questo caso. Il signor Haradinaj è stato incriminato dal Tribunale dell’Aja per i crimini commessi durante la guerra in Kosovo, ma è stato successivamente assolto. Nella sua sentenza, il Tribunale ha evidenziato le difficoltà che essa aveva avuto nella raccolta delle prove dai 100 testimoni dell’accusa. A trentaquattro di loro sono state concesse misure di protezione e 18 dovevano essere rilasciati con atti di citazione. Un certo numero di testimoni che stavano andando a testimoniare al processo è stato assassinato. Tra queste, Sadik e Vesel Muriqi, entrambi i quali erano stati assoggettati ad un programma di protezione dall’ICTY.”

    Il dilemma dell’Europa
    Naturalmente, i complici europei nel mettere la banda Thaci alla guida del Kosovo, sono stati rapidi nel respingere il rapporto Marty. L’apologeta di Tony Blair ed ex ministro laburista Dennis MacShane, ha scritto sul The Independent (UK) che, “Non c’è un solo nome o un solo testimone, nelle accuse a Thaci di essere coinvolto nella raccolta di organi umani, da parte delle vittime assassinate.” Per chi non conosce le circostanze e la relazione, potrebbe sembrare un’obiezione. Ma Marty ha messo in chiaro che lui è in grado di fornire i nomi dei testimoni alle competenti autorità giudiziarie. Thaci ha riconosciuto che esistono, quando ha dichiarato che avrebbe pubblicato i nomi dei testimoni di Marty – una dichiarazione intesa come una minaccia di morte per coloro che hanno familiarità con la scena Pristina.
    Uno degli europei di maggior spicco a sperare che il rapporto Marty sparisca, è l’umanitario mediatico francese Bernard Kouchner, fino a tempi recenti ministro degli Esteri di Sarkozy, che ufficialmente dirigeva il Kosovo, come primo capo della UNMIK, dopo l’occupazione della NATO. Contrariamente alle proteste di ignoranza di Kouchner, il capo della polizia UNMIK nel 2000 e 2001, il capitano canadese Stu Kellock, ha definito “impossibile” che Kouchner non fosse a conoscenza della criminalità organizzata in Kosovo. La prima volta che un giornalista chiese a Kouchner delle accuse di trapianto l’organo, pochi mesi fa, Kouchner ha risposto con una forte risata da cavallo, prima di dire al giornalista di andare dallo psichiatra. Dopo la relazione di Marty, Kouchner si limitava a ripetere il suo “scetticismo“, e ha richiesto un’indagine… da EULEX.
    Altri difensori della NATO hanno adottato la stessa linea. Una di queste inchieste ne chiama un’altra, e così via. Indagare le accuse contro l’UCK sta cominciando ad assomigliare al processo di pace in Medio Oriente.
    Il Rapporto Marty si conclude con un chiaro invito a EULEX a “perseverare con il suo lavoro di indagine, senza tenere in alcun conto le cariche ricoperte da possibili sospetti o dall’origine delle vittime, facendo di tutto per far luce sulla scomparse criminali, sulle indicazioni di traffico di organi, corruzione e collusione, così spesso denunciate, tra gruppi criminali organizzati e circoli politici” e ad “adottare tutte le misure necessarie per garantire una protezione efficace ai testimoni e acquisirne la fiducia“.
    Questo è un compito arduo, visto che l’EULEX in ultima analisi dipende dai governi dell’UE, profondamente coinvolti in Kosovo, e che hanno ignorato la criminalità albanese per oltre un decennio. Eppure, alcune delle personalità più implicate, come Kouchner, si stanno avvicinando alla fine della loro carriera, e ci sono molti europei che ritengono che le cose siano andate troppo oltre, e che il pozzo nero del Kosovo deve essere ripulito.
    EULEX sta già indagando sul traffico di organi in Kosovo. Nel novembre 2008, un giovane turco che aveva appena avuto un rene rimosso, svenne all’aeroporto di Pristina, portando la polizia a effettuare un raid nella vicina clinica Medicus dove un 74enne israeliano era convalescente per il trapianto del rene del giovane. L’israeliano aveva presumibilmente pagato 90.000 euro per il trapianto illegale, mentre il giovane turco, come altri stranieri disperatamente poveri attirato a Pristina da false promesse, è stato defraudato dei soldi promessi.
    Il processo è attualmente in corso a Pristina con sette imputati accusati di coinvolgimento nel traffico illegale di organi del racket Medicus, compresi i massimi membri albanesi della professione medica del Kosovo. Ancora in libertà sono il dottor Yusuf Sonmez, un noto trafficante di organi internazionale, e Moshe Harel, un israeliano di origine turca, accusati di aver organizzato il commercio internazionale illecito di organi umani. Israele è noto per essere il mercato privilegiato degli organi umani, a causa delle restrizioni religiose ebraiche che limitano fortemente il numero dei donatori israeliani.
    La relazione di Marty osserva che le informazioni che ha ottenuto “sembrano rappresentare una più ampia, più complessa cospirazione criminale organizzata alla base dei trapianti illegali di organi umani, con la partecipazione di co-cospiratori in almeno tre diversi paesi stranieri, oltre al Kosovo, che dura oltre un decennio. In particolare, abbiamo trovato un certo numero di credibili indizi convergenti, che la componente del traffico d organi delle detenzioni post-conflitto, descritte nella nostra relazione, sia strettamente legata al caso contemporaneo della Clinica Medicus, anche attraverso importanti personalità kosovari albanesi e internazionali, che li caratterizza entrambi come co-cospiratori.”
    Ma le indagini di EULEX sul caso Medicus, non significano automaticamente che le autorità giudiziarie europee in Kosovo porteranno avanti le indagini sull’ancora più criminale traffico di organi denunciato dal rapporto Marty. Un ostacolo è che i crimini imputati hanno avuto luogo sul territorio di Albania, e finora le autorità albanesi non sono state cooperativi, per non dire altro. Una seconda inibizione è la paura che il tentativo di perseguire importanti figure dell’UCK avrebbe portato a disordini. Infatti, il 9 gennaio, diverse centinaia di albanesi portando le bandiere albanesi (non la bandiera del Kosovo imposta dall’occidente), hanno dimostrato a Mitrovica contro la relazione Marty gridando “UCK, UCK“. Eppure, l’EULEX ha incriminato due ex comandanti dell’UCK per crimini di guerra commessi sul territorio albanese nel 1999, quando presumibilmente i prigionieri albanesi del Kosovo, furono torturati perché sospettati di “collaborare” con le legali autorità serbe o perché erano oppositori politici del KLA.
    Un fatto politico sorprendente e significativo che emerge dal rapporto Marty è che:
    “La realtà è che le più significative attività operative intraprese dai membri del KLA – prima, durante e nel periodo immediatamente successivo al conflitto – ha avuto luogo sul territorio di Albania, dove le forze di sicurezza serbe non sono mai state schierate“. (Paragrafo 36).
    Così, in misura molto grande, la provincia serba del Kosovo è stata oggetto di una invasione straniera attraverso la sua frontiera, da parte dei nazionalisti albanesi appassionati dalla creazione della “Grande Albania” aiutati, in questo sforzo, dalla lobby della diaspora e, decisamente, dai bombardamenti della NATO. Lungi dall’essere un “aggressore” nella sua stessa provincia storica, la Serbia è stata vittima di una grave invasione su due fronti.

    Le marionette usa e getta degli USA
    La NATO potrebbe non avrebbe condotto una guerra di terra contro le forze serbe, senza subire perdite. Così ha condotto una guerra aerea di 78 giorni, devastando le infrastrutture della Serbia. Per salvare il suo paese dalla distruzione minacciata, Milosevic ha ceduto. Facendo entrare le loro forza di terra, gli Stati Uniti scelsero l’UCK. L’UCK non poteva competere con le forze serbe di terra, ma fu aiutata dagli Stati Uniti e dalla peculiare guerra della NATO.
    Gli Stati Uniti hanno fornito ai combattenti dell’UCK a terra. dispositivi GPS e telefoni satellitari, per consentire loro di individuare gli obiettivi serbi da bombardare (in modo molto inefficiente, con le bombe NATO che mancavano quasi tutti i loro obiettivi militari). L’UCK, in alcuni luoghi, aveva ordinato ai civili albanesi del Kosovo di fuggire attraverso il confine verso l’Albania o verso le parti di etnia albanese della Macedonia, dove i fotografi stavano aspettando per arricchire l’immaginario di un popolo perseguitato dalla “pulizia etnica” serba – un successo propagandistico enorme.
    E soprattutto, prima dei bombardamenti della NATO, l’UCK ha perseguito una strategia di provocazione, uccidendo poliziotti e civili, tra cui albanesi disobbedienti, progettati per suscitare atti di repressione da poter essere usati come pretesto per un intervento della NATO. Thaci in seguito si era anche vantato del successo di questa strategia.
    Thaci ha svolto il ruolo assegnatogli dall’impero. Eppure, considerando la storia dello smaltimento dei collaboratori degli USA, quando hanno esaurito la loro utilità (Ngo Dinh Diem, Noriega, Saddam Hussein …), ha motivi per essere inquieto. Il disagio di Thaci potrebbe essere acuito da un recente viaggio nella regione di William Walker, l’agente degli Stati Uniti che nel 1999 ha creato il pretesto principale per la campagna di bombardamenti NATO, gonfiando il numero delle vittime di una battaglia tra forze di polizia serbe e guerriglieri dell’UCK nel villaggio di Racak, in un massacro di civili, “un crimine contro l’umanità” perpetrato da “persone senza alcun valore per la vita umana“. Walker, la cui principale esperienza professionale fu in America Centrale, durante la lotta sanguinosa dell’amministrazione Reagan contro i movimenti rivoluzionari in Nicaragua e in El Salvador, era stato imposto dagli Stati Uniti come capo di una missione europea apparentemente col compito di monitorare un cessate il fuoco tra le forze serbe e l’UCK. Ma in realtà, lui e il suo vice britannico, usarono la missione per stabilire stretti contatti con l’UCK, in preparazione della guerra comune contro i serbi. Il regime dei gangster riconoscente gli ha dedicato una strada a Pristina;
    Tra la ricezione di una decorazione del Kosovo e la cittadinanza onoraria in Albania, Walker ha preso posizioni politiche che potrebbe rendere Thaci e EULEX nervosi. Walker ha espresso sostegno per Albin Kurti, il giovane leader del movimento radicale nazionalista “autodeterminazione” (Vetëvendosje), che sta guadagnando il supporto dai governi dell’Unione europea al suo patrocinio in favore dell’indipendenza, nonché in favore di una “Albania naturale“, che significa una Grande Albania composta da Albania, Kosovo e parti della Serbia meridionale, gran parte della Macedonia, un pezzo di Montenegro e anche il nord della Grecia. Walker era in una missione di talent-scouting, in vista della sostituzione del sempre più in disgraziato Thaci? Se Kurti è il nuovo favorito, una sostituzione scelta dagli USA, potrebbe causare ancora più problemi nei travagliati Balcani.
    L’Occidente, cioè, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la NATO, potrebbero di accordarsi su un approccio “in corso su entrambe le loro case”, concludendo che i serbi che hanno perseguitato e gli albanesi che hanno aiutato, sono tutti barbari, indegni del loro benevolo intervento. Quello che non si ammetterà mai è che hanno scelto, e in gran parte creato, la parte sbagliata in una guerra per la quale essi hanno la responsabilità criminale. E delle devastanti conseguenze continuano a farsi carico gli infelici abitanti della regione, qualunque sia la loro identità linguistica e culturale.

    Diana Johnstone è autrice di Fools’ Crusade: Yugoslavia, NATO and Western Delusions.


    Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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