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Discussione: LA CRISI EUROPEA.

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    Predefinito LA CRISI EUROPEA.

    SENZA CENSURA N.33

    novembre 2010



    La crisi europea

    E le alternative della sinistra. Un contributo di Iñaki Gil de San Vicente



    Abbiamo chiesto un contributo sulla situazione di crisi nel contesto europeo a Iñaki Gil de San Vicente, pensatore marxista interno alla Sinistra Indipendentista Basca, e militante teorico-pratico della rivoluzione basca e mondiale. Ve lo proponiamo integralmente di seguito.

    Segnaliamo che un archivio dei materiali di Iñaki Gil de San Vicente si trova in spagnolo su http://www.re*belion.org/autores.php...id=49&inicio=0. Fra gli altri, consigliamo la lettura di “El independentismo come hegemonia popular”, del 5 luglio 2010, che analizza la situazione nel Paese Basco partendo dallo sciopero generale dello scorso 29 maggio; il materiale è scaricabile in spagnolo da Rebelion. El independentismo como hegemonia popular



    1. QUALE CRISI EUROPEA

    L’interpretazione ufficiale della crisi è che si tratta di una grave crisi finanziaria provocata dalla “eccessiva liberalizzazione dei mercati finanziari”, che sono “senza controllo”. A sostegno di questa tesi vengono portate cinque ragioni: 1. l’egoismo umano, che ha travalicato i controlli relativi alla “mano invisibile del mercato”; 2. l’egoismo particolarmente perverso della classe lavoratrice, che impedisce la ripresa economica con le sue richieste di aumenti salariali, di maggiori spese pubbliche e sociali, di più diritti e meno lavoro, ect.; 3. il suo prolungarsi a causa della caduta dei profitti poichè è crollata la capacità di spesa per la restrizione del credito; 4. il ritardo dello Stato nel prendere misure, cosa che aggrava il problema; 5. i massicci ma tardivi aiuti a fondo perduto al capitale finanziario hanno moltiplicato esponenzialmente il debito pubblico e privato e ciò rende estremamente difficoltoso il decollo economico.

    Questa interpretazione è molto povera, molto limitata storicamente e falsifica le vere ragioni della crisi, la sua portata e le selvagge misure che si stanno imponendo. Il problema cruciale è in ciò che non dicono, nel falsificare e mentire presentando la crisi nella sua forma superficiale più limitata, riducendo il capitalismo al soggettivismo marginale, all’idea che il denaro crea denaro, e pertanto è il capitale finanziario il fattore decisivo, quello che domina sulle altre forme di capitale. Si negano in questo modo questioni determinanti come l’importanza chiave del capitale industriale, le leggi di concentrazione e centralizzazione del capitale e della perequazione di capitali, l’importanza dello Stato e della violenza borghese e, in sintesi, la decisiva importanza della lotta di classe.

    Tutto questo viene ignorato e si restringe il dibattito a ciò che interessa alla borghesia: come rivolgere contro il movimento operaio rivoluzionario i settori riformisti e conservatori della classe operaia; come mobilitare a favore del capitale la piccola borghesia perchè agisca come movimento reazionario di massa; come sconfiggere la classe lavoratrice nel suo insieme, aumentando il più possibile il suo sfruttamento. Pertanto, dobbiamo ristabilire la realtà innegabile della lotta di classe come motore della storia, la sua esistenza oggettiva liberata dalle illusioni soggettive, i suoi andirivieni e periodi latenti e di apparente estinzione.

    La finanziarizzazione è stata la scintilla che ha dato fuoco alla crisi, perchè già da prima c’era sufficiente combustibile per l’incendio: la lunga lista dei vari problemi che rendono sempre più difficoltoso il profitto del capitale industriale fin dagli anni 70 del secolo scorso e che possiamo riassumere nella dialettica tra la gestione della legge tendenziale di caduta del saggio di profitto, da un lato, e dall’acutizzazione di altre crisi come quella ecologica, dell’esaurimento delle risorse alimentari e sanitarie, ect, dall’altro. La crisi è esplosa perchè sono fallite le successive “soluzioni” che le borghesie hanno applicato per aumentare i loro profitti, in un contesto mondiale di sovrapproduzione di merci che non trova vie d’uscita nei mercati, soluzioni basate sulla speculazione finanziaria, sull’ingegneria bancaria portata all’eccesso. Marx aveva già osservato che prima di ogni crisi c’è un’euforia creditizia destinata a riattivare l’economia minata all’interno ma pletorica nella sua apparenza esterna, per cui anche se in un primo momento il credito serve ad incrementarla, con il tempo quello stesso credito si butta nella speculazione smodata aggravando le contraddizioni che sfociano in una nuova crisi. Ma nell’analisi di Marx c’è un “fattore” che è stato dimenticato successivamente: il ruolo cruciale dello Stato come forza decisiva. Tutte le contromisure che la borghesia impone per invertire la caduta tendenziale dei profitti ci rimandano direttamente o indirettamente al ruolo dello Stato.

    La dialettica tra l’endogeno nell’economia, le sue leggi tendenziali, e l’esogeno, il ruolo dello Stato, nella marcia del capitalismo, si vede già nei riassestamenti europei del XVII secolo. Prima di proseguire, dobbiamo chiarire due cose. Una è che l’interazione tra ciò che è strettamente economico e ciò che è strettamente politico-statale è decisiva per conoscere il capitalismo come totalità mossa dall’unità e dalla lotta di contrari inconciliabili come sono la borghesia e il proletariato, dalla lotta di classe. Se neghiamo o sottovalutiamo questa dialettica cadiamo in due errori disastrosi come sono il determinismo economicista e il soggettivismo idealista. L’altra è il concetto di riassestamento: questo avviene quando le diverse contraddizioni si uniscono politicamente facendo il salto ad una nuova fase globale del capitalismo. Il capitalismo passa tra varie fasi nelle sue diverse forme, ma mantiene la sua essenza sfruttatrice basata sull’estrazione del plusvalore da parte della classe proprietaria delle forze produttive. L’essenza permane inalterata mentre sussiste questo modo di produzione, anche se le sue forme esterne cambiano nel tempo. Non ci dilunghiamo adesso sulla categoria dialettica di ciò che è mutevole e ciò che è permanente, sulla forma e sul contenuto, sul fenomeno e sull’essenza, ect., né sulla complessità delle interazioni tra l’aspetto economico, il politico-statale, il militare, il culturale e quello ideologico, ect, che avvengono nelle successive fasi nelle quali lo sfruttamento acquista nuove forme esteriori.



    2. RIASSESTAMENTI E CRISI

    I riassestamenti sanciscono la chiusura di una fase globale dello sfruttamento e l’inizio di un’altra, consentendo al capitalismo di intraprendere con slancio nuove strade una volta riportato l’ordine al suo interno. Quale ordine? Appunto quello che riguarda le contraddizioni fondamentali del sistema: sottomettere la classe lavoratrice; distruggere le obsolete forze produttive e facilitare l’applicazione massiccia di nuove tecnologie; sconfiggere le borghesie e gli Stati concorrenti obbligandoli ad accettare le pretese delle borghesie vincitrici; imporre nuove monete forti, nuove leggi economico-finanziarie e di regolamentazione del mercato internazionale, ed estendere e intensificare l’espansione mondiale del capitalismo sotto una nuova egemonia imperialista. Fino ad oggi, i riassestamenti sono avvenuti solo dopo atroci guerre internazionali nelle quali ha vinto un blocco borghese su altre borghesie, e la borghesia nel suo insieme sulle classi lavoratrici e le nazioni oppresse.

    Secondo il risultato delle guerre, i riassestamenti si istituzionalizzano, acquistano carattere ufficiale e internazionale, sia mediante la resa incondizionata o patteggiata del blocco sociale vinto, sia mediante alcuni negoziati formali che sanciscono legalmente e internazionalmente le pretese del vincitore sul vinto. Non approfondiamo adesso il ruolo della guerra nel capitalismo, soprattutto nei suoi momenti di crisi sistemiche, ma sappiamo che queste iniziano da contraddizioni economiche endogene, che rapidamente acquistano contenuto politico accelerando le tendenze oggettive verso la militarizzazione e la guerra. Nella storia dell’Europa ci sono stati tre grandi riassestamenti di questa natura: quello che assunse corpo legale nel Trattato di Westfalia del 1648 dopo la guerra dei Trent’anni; quello che prese corpo nel Congresso di Vienna del 1815 dopo le guerre napoleoniche; e quello uscito dagli accordi di Yalta e Postdam nel 1945 dopo la grande crisi del 1914-1945. Siamo al quarto, ma senza fare ricorso alla guerra, per il momento.

    Dal secolo XVII, due leggi capitalistiche spiccano nel gestire i riassestamenti. Una è la legge della perequazione che spiega perché i capitali abbandonano gli affari meno redditizi per quelli più redditizi. E l’altra è quella della concentrazione e centralizzazione, che spiega come i capitali più forti si mangiano quelli più deboli mentre si riducono i proprietari di capitali. La storia politico-economica, quella diplomatica e militare dimostra come le borghesie si appoggiano sempre di più sui loro Stati per utilizzare le leggi a loro esclusivo beneficio e per indebolire le borghesie concorrenti, costringendole ad accettare le loro condizioni di investimento, l’assorbimento dei loro capitali da parte di capitali stranieri, etc. Il capitalismo funziona, durante i periodi di relativa “normalità”, senza grandi ingerenze statali, ma appena aumentano le difficoltà di realizzare profitti, la resistenza della classe operaia, la concorrenza di altre borghesie, e secondo come progredisce la crisi, le borghesie rafforzano i loro Stati, i loro eserciti, ect., mentre esigono sottomissione passiva dalle classi sfruttate e vacillamenti dalle borghesie concorrenti.

    Gli Stati più forti fanno pressioni perché i loro capitali siano investiti alle condizioni migliori nei mercati esteri, a scapito di quelli nazionali. Il “libero scambio” estero e il protezionismo interno non sono un’invenzione recente del neoliberalismo ma esistevano già prima del capitalismo e li troviamo molto attivi già nei secoli XIV e XV. La “libertà di mercato”, la “globalizzazione” ect., sono tanto antiche e stabili come l’economia commerciale e mercantile, benché siano precapitaliste, ma è solo con il capitalismo che hanno sviluppato tutto il loro potere di espansione e di sterminio, come è dimostrato in modo tanto impressionante nel “Il Manifesto del Partito Comunista” scritto nel 1848. I riassestamenti europei hanno risposto a queste interazioni fra le forze economiche e politiche, che sono riuscite a plasmarsi in guerre internazionali per accellerare così il loro funzionamento.

    La crisi attuale è il risultato della politica imperialista degli Stati Uniti, dopo che hanno imposto dal 1944-1948 istituzioni internazionali decisive per il loro futuro dominio mondiale: FMI, BM, ONU, GATT e poco dopo la NATO e il resto degli apparati che ancora oggi subiamo. Politica destinata a sconfiggere l’URSS, il movimento operaio internazionale e le guerre di liberazione nazionale e antimperialiste, politica che gli USA nella decade degli anni cinquanta diressero dalle retrovie facendo fare i primi passi alla cosiddetta “Europa del carbone e dell’acciaio” e del Trattato di Roma del 1957. Era iniziato il quarto riassestamento europeo, con due caratteristiche diverse dai tre precedenti riassestamenti: si sviluppava sotto il controllo aperto e distante di una potenza, gli Stati Uniti, non europea; si realizzava senza il ricorso ad una nuova guerra totale dentro l’Europa, anche se con guerre locali e fortissime pressioni economico-politiche delle potenze più forti sulle borghesie restanti e più deboli.

    Il quarto riassestamento procedette lentamente, fino a che alla fine degli anni ottanta coincisero tre dinamiche decisive: una, l’imposizione da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna della finanziarizzazione per rafforzare il neoliberismo, dando un impulso ai profitti borghesi ma accumulando i problemi, che esploderanno in seguito; due, l’implosione dell’URSS e del suo blocco e la svolta capitalista della Cina Popolare; tre, la ripresa delle lotte mondiali dalla metà degli anni novanta. Dinamiche attive dentro la crescente contraddizione fra la tendenza inevitabile e la sovrapproduzione di merci e i successivi fallimenti di tutte le “soluzioni miracolose” che il neoliberismo inventava per arrestare il salasso delle piccole crisi parziali che scoppiavano sempre più rapidamente in tutto il mondo. Il Trattato di Maastricht del 1992 chiuse una fase vecchia e ne aprì una nuova, ravvivando “con metodi pacifici e democratici” l’Unione Europea.

    Ma intanto sono esplose le cariche di profondità che si erano accumulate nel sottosuolo sociale, che né le successive tattiche borghesi né una nuova guerra internazionale capace di imporre, come in passato, una nuova gerarchia imperialista, erano riusciti a disattivare. Oggi, c’è un’eccedenza potenziale produttiva in tutto il mondo, che non si riesce a vendere; gli Stati, le banche e l’economia privata si trovano con le cifre in rosso, con debiti che superano l’immaginabile, che possono crollare trascinando alla rovina paesi interi; si sta acutizzando la lotta di classe e la resistenza dei popoli all’imperialismo; le potenze “emergenti”, alcune delle quali semimperialiste, non vogliono più accettare, come in passato, le sempre più dure pretese dell’imperialismo occidentale capeggiato dagli Stati Uniti, la cui leadership è parzialmente messa in discussione dall’euroimperialismo; la rapida acutizzazione della crisi ecologica minaccia di provocare una catastrofe mondiale, senza dimenticare l’esaurimento delle risorse energetiche e alimentari, dell’acqua potabile, etc; aumenta la corsa agli armamenti in tutti i campi, soprattutto quello nucleare e biochimico.

    La crisi dell’Unione Europea fa quindi parte di una crisi mondiale resa più acuta da due fattori che non esistevano in passato: la UE non è e non sarà mai più la potenza egemonica a livello mondiale in campo economico e militare e, differenza del passato, adesso dipende molto di più dalle risorse energetiche per mantenere un livello di vita interna che continui a stordire le sue classi lavoratrici. Due esempi: una delle bazze delle borghesie europee per evitare le rivoluzioni era l’emigrazione di massa in altri continenti della sovrappopolazione impoverita, cosa che adesso è ormai impossibile; basta un rifiuto della Russia o degli Stati Uniti, o di qualunque altro paese, perché il petrolio, il gas o altri materie strategiche smettano di affluire nella stessa quantità verso l’Unione Europea. Per recuperare il suo peso imperialista, l’Unione Europea avrebbe bisogno di un esercito come quello degli Stati Uniti, il che richiederebbe molti anni di grandi investimenti di capitale in spese militari e dell’assoluta docilità delle classi sfruttate e nelle attuali condizioni questo non è possibile.



    3. CRISI E LOTTA DI CLASSE

    Ci sono soltanto tre grandi soluzioni per il capitale europeo: schiacciare senza remore la resistenza delle classi lavoratrici per aumentare il saggio di profitto e l’accumulazione di capitale; imporre alle borghesie più deboli, mediante severe misure di pressione, una ferrea gerarchia interna in modo che l’Unione Europea acquisti una minima coerenza interna ed esterna; accettare la direzione USA per risolvere problemi vitali per la sopravvivenza dell’imperialismo occidentale, quale fattore dominante nel pianeta. Ciò si può ottenere solo con le armi e con il controllo finanziario e il ricatto economico che gli Stati Uniti ancora possiedono.

    La prima, lo schiacciamento della resistenza della classe operaia è urgente e può contare su quattro grandi possibilità. Una, è la capacità di alienazione e mansuetudine che la vita salariata di per sé produce, soprattutto per l’effetto narcotizzante provocato dal feticismo per la merce. Si tratta di un potere feticista e alienante legato alla relazione capitale-lavoro e alla sua logica mercantile. Agisce anche ciò che Marx ha definito la “coercizione sorda” del capitale sul lavoro che paralizza: la paura del licenziamento e della disoccupazione, la violenza latente e preventiva insita nella disciplina lavorativa. Non dimentichiamo poi l’effetto complessivo del consumismo e della propaganda capitalista, dei suoi mezzi repressivi preventivi, dei suoi specialisti nella controinsurrezione e nella manipolazione psicologica di massa mediante la televisione, e persino il provocare l’irrazionalità e le paure inconsce nella struttura psichica delle masse. Purtroppo, quasi tutte le sinistre rivoluzionarie hanno dimenticato o non sanno lottare contro questa problematica inerente al capitale, o si rifiutano di farlo perchè pensano con criteri economicisti, deterministi e oggettivisti, e non capiscono l’importanza del cosiddetto “fattore soggettivo”.

    Il riformismo e il sindacalismo economicista centrato solo sul salario, hanno il loro fondamento ideologico nel feticismo per la merce, nell’oggettualizzazione e reificazione dell’esistenza. La II Internazionale ed anche la III, dalla fine degli anni venti, hanno negato o abbandonato la lotta contro l’alienazione e il feticismo, accettando un economicismo che rafforza ideologicamente la visione borghese centrata sulla merce. Gli effetti negativi del riformismo politico-sindacale non si limitano all’appoggio politico al capitale, ma rafforzano anche l’interclassismo nelle classi sfruttate perchè non attaccano mai l’oggettualizzazione dell’esistenza, la reificazione delle relazioni e la riduzione di queste a semplici lotte fra feticci mercantili. Esiste una connessione profonda fra la burocrazia elettiva del riformismo e la feticizzazione, irriconciliabili entrambe con la coscienza comunitaria, collettivista, che tende all’autorganizzazione, che bisogna (ri)costruire fra le classi lavoratrici.

    Un’altra possibilità, legata alla precedente ed estremamente reale, è il nazionalismo imperialista permanentemente agitato dalle borghesie e la incapacità delle sinistre rivoluzionarie di combatterlo. Gran parte delle sinistre ha dimenticato la grande esperienza delle lotte popolari contro il nazifascismo, della resistenza interna contro l’occupante che era contemporaneamente una lotta di classe contro la propria borghesia che collaborava attivamente con il nazifascismo. E parliamo solo dell’esperienza più recente, non ci riferiamo al ruolo progressista dei sentimenti nazionalisti delle classi e dei popoli nelle ondate rivoluzionarie precedenti, quella del 1848-1849, quella del 1871, quella del 1917-1936. In tutte queste lotte si scontrarono il nazionalismo borghese e i sentimenti nazionalisti delle classi lavoratrici, che lottavano per un modello nazionale incompatibile con quello borghese. Oggi esiste solo il nazionalismo imperialista e la sua accettazione acritica o veemente da parte delle classi sfruttate, accettazione che si manifesta con il razzismo, il neofascismo e il fascismo in aumento, con il machismo e con la discriminazione sessuale.

    Nelle crisi, le borghesie fomentano il nazionalismo e le sinistre rivoluzionarie sono incapaci di contrapporre l’internazionalismo al nazionalismo della propria borghesia.

    Il logico euroscetticismo delle classi lavoratrici è manipolato dal capitale perchè non si trasformi in lotta per un’Europa Socialista e Internazionalista, e contemporaneamente crescono i nazionalismi borghesi che oppongono fra loro le classi lavoratrici e queste nel loro insieme agli altri lavoratori, in particolare ai popoli oppressi dall’imperialismo. Il capitalismo crea anche dipendenza consumista fra le masse lavoratrici, che percepiscono o sanno che parte del loro modo di vivere dipende dal saccheggio di altri popoli, dall’euroimperialismo e dall’aiuto dell’“amico nordamericano”. Nonostante il loro euroscetticismo però, ampie masse appoggiano l’euroimperialismo, come ha fatto una parte significativa della II Internazionale, con la scusa di dare impulso alla civilizzazione e al progresso. Le sinistre europee sono cieche, sorde e mute davanti a questi problemi che riguardano la decisiva ed estrema complessità del “mondo soggettivo” come forza materiale, mondo in cui i sentimenti collettivi profondi, le identità e gli immaginari, le culture e le tradizioni popolari, con le loro contraddizioni interne facilmente manipolabili, giocano un ruolo molto importante.

    La borghesia ha il vantaggio che le masse lavoratrici dimenticano facilmente il valore della collettività, dei beni comuni, della vita in comune e della cooperazione non mercificata, dell’autorganizzazione e delle decisioni orizzontali, assembleari e consiliari. Ricordiamo quanto detto sull’antagonismo fra il riformismo feticista e la coscienza collettiva, libera e critica. L’eredità della II Internazionale, della III nel periodo stalinista e dell’eurocomunismo, è in gran parte responsabile del fatto che le sinistre avanzino lentamente nell’autorganizzazione operaia. Si recupera con fatica l’aspetto essenziale dell’esplosione di creatività teorica che c’è stata fra la fine degli anni sessanta e la metà degli anni ottanta, perchè è penetrata poco fra le giovani generazioni operaie e nel proletariato e nella maggior parte dei casi è stata limitata alla gioventù radicale piccolo borghese. Il devastante attacco repressivo e gli effetti dirompenti sulla centralità operaia da parte del neoliberismo spiegano, fra l’altro, le grandi difficoltà delle classi lavoratrici nel recuperare la loro coscienza e l’orgoglio di classe, inseparabili dalla pratica collettiva.

    Tuttavia, questa prassi è vitale perchè concerne la questione decisiva del potere, del processo che va dal contropotere al potere popolare passando per il doppio potere. Secondo come la crisi va avanti, le classi sfruttate incominciano poco a poco a riacquistare esperienze di autorganizzazione assembleare, di coordinamento orizzontale e di base, di controllo sulla propria vita in una dinamica che va dall’autorganizzazione all’autodifesa, passando per l’autogestione e autodeterminazione. Il burocraticismo dirigista ha necessità di tagliarla alla radice, ma anche molte sinistre sono cadute nell’errore contrario, sopravvalutando in modo idealista la capacità spontanea delle classi sfruttate e negando la imprescindibile interazione fra spontaneità e organizzazione. In questo modo, sommando entrambi i motivi, falliscono appena nate la maggior parte delle lotte isolate, che a fatica arrivano a un maggiore coordinamento perchè sono sconfitte dalla burocrazia o condotte nel pantano dell’isolamento settario da parte dei gruppetti di sinistra divisi e contrapposti, più ossessionati di acutizzare ciò che li divide che incontrarsi su ciò che li unisce.

    L’ultima possibilità della borghesia, è la difficoltà delle sinistre di elaborare una teoria pratica e una pratica teorica che guidi la lotta contro le molteplici divisioni e la frammentazione della classe operaia, di cui il capitale si compiace quotidianamente. Le crisi sono usate dal capitale per rompere la centralità proletaria, per polverizzare la sua unità e moltiplicare la sua frammentazione. Oggi sta accadendo la stessa cosa. Parte della sinistra ha creduto alla menzogna della perdita della centralità proletaria nel capitalismo odierno, disgregandosi nei “movimenti sociali” e riducendo la realtà oggettiva strutturale della lotta di classe a una mera “lotta sociale” in più, come qualunque altra, senza maggior peso politico che la lotta per un diritto particolare. La debolezza della pratica teorica facilita la proliferazione di riformismi di parte, di scappatoie apolitiche e di alternative settoriali che non vanno mai alla radice del problema, la dittatura del salario, che determina tutte le forme specifiche di sfruttamento, per quanto sembrino leggere e invisibili.

    Non neghiamo l’importanza dei “movimenti sociali”, al contrario, però riaffermiamo la questione decisiva: il potere statale difensore della proprietà privata delle forze produttive. La centralità proletaria è l’unica garanzia esistente contrapposta alla centralità borghese. Per annullare questa garanzia, il capitale tenta di distruggerla in ogni modo, sia sul piano pratico che su quello teorico. Mode ideologiche riformiste hanno facilitato l’indebolimento della centralità proletaria fin dagli anni settanta, con tesi come “la morte del proletariato”, i “nuovi soggetti sociali”, la “scomparsa del potere statale” e il nascere di “poteri diversi e sconnessi fra loro”, la “scomparsa dei grandi rapporti sociali” e della “centralità della produzione industriale”, ect, che sono ampiamente diffuse dall’industria politico-mediatica capitalista. Il deserto teorico imposto dall’URSS ha facilitato i discorsi inconcludenti della “nuova sinistra”. Le forze rivoluzionarie attuali tuttavia non hanno modernizzato del tutto la pratica teorica per renderla capace di lottare contro l'ampliamento e l’intensificazione dello sfruttamento borghese concreto, e contro l’essenza inalterabile del potere del capitale.

    La seconda soluzione è quella di imporre l’egemonia interna della borghesia tedesca - appoggiata da frazioni di altre borghesie interessate ad assecondarla - sulle altre borghesie europee, per disciplinare l’Unione Europea davanti a un mercato mondiale ogni giorno più competitivo e meno controllabile. Per dirigere la repressione del movimento operaio e rivoluzionario della UE in modo più agile e rapido, sono aumentati i poteri repressivi statali, ed estesi su scala europea. Queste due necessità erano presenti anche nei precedenti riassestamenti, ma con forme adeguate a quel momento. Attualmente, le borghesie più forti non possono ricorrere alla guerra aperta per imporsi, per cui applicano molteplici pressioni su quelle deboli e la “guerra sociale” contro le classi lavoratrici. Le imposizioni implacabili e feroci accettate dalle borghesie greca e spagnola sono un esempio eclatante che sarà seguito da altre borghesie, inclusa una tanto forte come quella britannica, che ha già annunciato tremende misure antioperaie che saranno applicate fondamentalmente da tutti gli altri Stati dell’Unione Europea, che hanno molta più paura della rivoluzione socialista che della Germania.

    La terza soluzione è una parziale autonomia dagli Stati Uniti per ottenere la loro protezione militare e politico-economica, ma mantenendo libertà d’azione nei conflitti non decisivi con le multinazionali e le grandi corporazioni nordamericane per il controllo di determinati mercati e dei giacimenti energetici. La dipendenza europea dagli Stati Uniti era palese già alla fine della guerra del 1914-1918, vitale a partire dalla guerra del 1939-1945 e si è trasformata in sottomissione strategica definitiva durante la guerra di Suez del 1956. Persino la Francia che ha avuto delle riserve ad entrare nella NATO, ha accettato il controllo nordamericano sulle sue armi nucleari. L’Unione Europea non può impedire che la Gran Bretagna ed altri Stati abbiano rapporti diretti con gli USA e che operino come suoi agenti nelle decisioni europee. Mantenere questo equilibrio è molto importante, ma la cosa decisiva è quella di disporre di un protettore armato fino ai denti.

    Riassumendo, la crisi dell’Unione Europea riflette la decadenza irreversibile della prima potenza borghese mondiale, che non può più continuare ad esserlo e che è disposta a tutto pur di mantenere il secondo posto nell’egemonia imperialista, sostenendo gli Stati Uniti, da cui dipende sotto l’aspetto strategico. Le classi lavoratrici e le nazioni oppresse sono le vittime sacrificate sull’altare dell’accumulazione capitalista europea.



    Iñaki Gil de San Vicente

    Euskal Herria, 1 luglio 2010



    Senza Censura - antimperialismo, repressione, controrivoluzione, lotta di classe, ristrutturazione, controllo

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    Predefinito Rif: LA CRISI EUROPEA.

    SENZA CENSURA N.33

    novembre 2010



    Spagna: La riforma del lavoro di Zapatero



    Come “certificato” dal recente World Economic Forum la Spagna ha bisogno di una riforma del mercato del lavoro. In questo paese circa il 95% dei nuovi contratti è a tempo determinato ma per il WEF l’aver raggiunto un tasso di disoccupazione superiore al 20% è dovuto alla poca flessibilità! Anche l’Unione Europea chiede alla Spagna misure di maggiore austerità ed il governo “socialista” interviene modificando alcuni settori tra cui il mercato del lavoro.

    Per questi organismi sovrannazionali la flessibilità del mercato del lavoro spagnolo ha dei punti deboli. In primo luogo continua ad esserci una contrattazione collettiva mentre bisognerebbe introdurre contratti decentrati, aziendali, che non seguano nessun contratto di lavoro collettivo. Il sussidio di disoccupazione continua ad essere molto elevato. Un salario minimo per legge di poco superiore ai 600 euro rimane una forte rigidità per il mercato. L’influenza dei sindacati è da ostacolo ad un mercato del lavoro dinamico. Cosi le “pressioni” internazionali chiedono riforme coraggiose!

    La riforma Zapatero ha come obbiettivo quello di aumentare la flessibilità e rendere meno onerosi i licenziamenti. Per prima cosa si vuole operare sul costo dei licenziamenti. L’indennità per il licenziamento è stata abbassata a 33 giorni lavorativi per anno lavorato nei contratti a tempo indeterminato contro i 45 giorni precedenti. Nei contratti a tempo determinato l’indennizzo è di 12 giorni per anno lavorato. Viene introdotta la possibilità per le aziende in difficoltà economica di ridurre tale indennizzo a 20 giorni per anno lavorato anche nel caso di contratti a tempo indeterminato. Sul capitolo flessibilità, le nuove misure prevedono regole che rendono agile il rinnovo dei contratti aziendali e le loro condizioni: in termini di durata dell’orario di lavoro giornaliero, di mobilità interna e geografica, di arbitrato per dirimere i conflitti ed evitare blocchi alla produzione. Per i giovani misure di aiuto in termini di formazione e di incentivi alle imprese che assumono.

    A questo si affianca un attacco alle pensioni pubbliche e innalzamento dell’età pensionabile.



    Riportiamo l’appello del “Sindicato de Artes Gráficas, Comunicación y Espectáculos”, appartenente a un sindacato di classe, per le manifestazioni contro la riforma che hanno portato allo sciopero generale del 29 settembre 2010 e continuano tuttora.



    No alla controriforma del lavoro.

    Partecipa allo sciopero generale del 29 settembre.

    La nuova controriforma del lavoro, adottata dal governo è un passo indietro (uno in più) per i già malandati diritti dei lavoratori.

    È da diverso tempo che in Spagna, il licenziamento è libero, grazie alla legislazione che permette che le attività delle imprese siano coperte con posti di lavoro temporanei, permettendo che un lavoratore possa essere sostituito da un altro in qualsiasi momento. Ora dicono di voler ridurre la precarietà ma la nuova riforma:

    * Non impedisce che lo stesso posto venga continuamente coperto con contratti a tempo determinato

    * Né limita i casi in cui è possibile utilizzare i contratti di lavoro, che sono amplissimi.

    Inoltre, è una bugia il fatto che la riforma cerca di farla finita con la precarietà perché in nessun momento viene garantita la stabilità del posto per il lavoratore permettendo per legge che ad ogni attività produttiva permanente e durevole corrisponda un posto di lavoro fisso e stabile, come dovrebbe essere. Quello che stabilisce la riforma, tuttavia, è:

    * Estendere la quota di lavoratori che può essere espulsa con un indennizzo di 33 giorni per anno lavorato invece di 45. Da ora comprenderanno praticamente tutti i lavoratori che sono occupati a tempo indeterminato. Di questi 33 giorni di indennizzo per licenziamento, 8 saranno a carico del Fondo di garanzia salariale (FOGASA) (si tratta di un fondo alimentato dai versamenti degli stessi lavoratori -ndr).

    * Le imprese potranno ridurre l’orario di lavoro o sospendere l’attività produttiva, più facilmente potranno accedere a procedure di sospensione collettive temporanee.(in Spagna chiamati ERE Expedientes de Regulación temporal de Empleo - ndr).

    * Facilitare il licenziamento per ragioni oggettive, che prevede un risarcimento di 20 giorni, alle imprese con “una situazione economica negativa” che potranno fare licenziamenti sia individuali che collettivi lasciando ai lavoratori un indennizzo di 20 giorni per anno lavorato, dei quali, 8 saranno pagati dal FOGASA.

    In questo tipo di licenziamento per motivi economici il datore di lavoro deve provare che il licenziamento avrebbe aiutato a superare questa situazione, ma ora, la riforma prevede che è sufficiente, in modo abbastanza ambiguo, che “si comprenda la ragionevolezza della misura” Inoltre, i difetti nella forma di licenziamenti oggettivi non comportano, come è adesso, la loro nullità.

    * Ridurre il periodo di preavviso da 30 a 15 giorni, il che significa che il lavoratore licenziato riceverà 15 giorni in meno di stipendio.

    Se costa poco licenziare, anche un contratto a tempo indeterminato sarà altrettanto precario di un lavoro a tempo determinato. La riforma, lungi dal combattere contro la precarietà la sta estendendo a fasce sempre più ampie di lavoratori. Facilitare il licenziamento fa in modo che i lavoratori occupati siano più preoccupati di non perdere il lavoro che delle condizioni lavorative, mentre i disoccupati sono maggiormente preoccupati di ottenere un lavoro piuttosto che delle condizioni del contratto.

    Con la legalizzazione delle ETT (corrispondono alle nostre agenzie di lavoro interinale - ndr) nel 1994, si legalizza la somministrazione di manodopera da un’impresa all’altra (una pratica che fino ad allora era considerata un crimine). Da parte loro, consentire il caos esistente di subappalti di manodopera serve per mascherare la cessione illegale dei lavoratori. A questo proposito, l’attuale riforma,

    * Espande il campo di applicazione delle ETT, che ora possono anche cedere lavoratori sia al settore pubblico che a quello edile.

    * E legalizza le agenzie private di collocamento

    Per quanto riguarda i salari, i lavoratori hanno già subito negli ultimi anni successivi aumenti selvaggi dei prezzi derivanti dalla introduzione dell’Euro e dalla speculazione. La riforma approfondisce la perdita di potere d’acquisto per i lavoratori così come

    * Dà la possibilità per le società in difficoltà di aggirare i contratti collettivi e stabilire salari inferiori a quelli fissati nei contratti.

    La giornata lavorativa di otto ore (realizzata con il sangue degli operai) è scomparsa in molti settori. In molte aziende, quando c’è la necessità, i lavoratori devono fermarsi per ore straordinarie. Ma come si può permettere l’esistenza del lavoro straordinario con 5 milioni di disoccupati? La riforma non fa nulla per eliminare le ore di lavoro straordinario né il cottimo.

    Il diritto a un sistema pubblico di protezione sociale, basato sul principio di solidarietà è attaccato da tutti i fronti. Al suo posto si vuole creare un sistema privato. Il padronato ha da tempo acquisito una significativa riduzione delle tasse che paga per la Sicurezza Sociale, in modo che l’intero sistema è compromesso. In effetti, il primo taglio brutale è stato sulle norme per la malattia ai lavoratori dipendenti. Sembra che la prossima sarà la riforma delle pensioni (con l’aumento del periodo contributivo minimo e l’innalzamento dell’età pensionabile) e la riforma degli aiuti ai disoccupati (con la riduzione dell’entità delle prestazioni).

    Riforma dopo riforma, ci hanno imposto dei contratti spazzatura, le ETT, i subappalti... mentre sono stati eliminati quei diritti conquistati dai lavoratori in tanti anni di lotta e di sacrifici. Per decenni l’unica classe che partecipa alla lotta di classe è quella capitalista e questa controriforma e quelle a venire sono la loro ultima offensiva.

    Tutte queste misure conducono a polverizzare i diritti di coloro che lavorano nei mezzi di comunicazione, nella produzione audiovisiva, nel teatro, cinema, per la stampa, le società di software e di pubblicità... Continueranno a dilagare i subappalti illegali, i contratti spazzatura, i salari irrisori, la repressione sindacale. Dobbiamo fare qualcosa per impedire il peggioramento della situazione.

    E’ tempo di reagire. Che cosa possiamo fare?

    * Uniamoci allo sciopero. Lo sciopero generale del 29 settembre viene indetto dai dirigenti di CC OO e UGT (il corrispettivo dei nostri sindacati confederali - ndr) organizzazioni sindacali colpevoli in gran parte della passività imperante. Lo sciopero è stato convocato male e tardi. Tuttavia, è indispensabile che la maggioranza dei lavoratori vi aderisca. E’ importante fare tutto il possibile contro questa controriforma, e lo sciopero deve servire anche come segnale del malessere sociale e come deterrente per futuri attacchi, che sicuramente arriveranno.

    * Organizziamoci. Oltre a scioperi e manifestazioni il 29 settembre, molto più importante è che dopo continuiamo tenendo coscienza. Che nel nostro quartiere e sul nostro luogo di lavoro ci uniamo con i nostri simili e lottiamo per migliorare la nostra situazione.



    Spagna 13/8/2010



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    SENZA CENSURA N.33

    novembre 2010



    editoriale



    Vogliamo fare alcune riflessioni sulla recente manifestazione della FIOM in difesa del contratto nazionale dei metalmeccanici svoltasi a Roma il 16 ottobre 2010.

    La mobilitazione è stata una comprensibile risposta al pesante attacco sferrato dalla FIAT a tutta la classe operaia, e ci sembra sia riuscita a riportare con forza al centro dell’attenzione di noi tutti un tema spesso considerato “superato”: la contraddizione capitale-lavoro.

    Nel contempo ha avuto un indiscutibile carattere di massa: indipendentemente dalle sigle rappresentate, la vertenza Fiat ha evidentemente rappresentato un polo di attrazione per quei segmenti di classe che, fuori da una logica di categoria, hanno assunto come comune denominatore la necessità di provare a resistere all’attacco devastante e generalizzato alle condizioni di vita portato avanti dal capitale.

    Un attacco contro l’intero fronte di classe che si materializza quotidianamente nell’ondata di licenziamenti, sfratti, espulsioni, nel progressivo smantellamento del welfare e dei servizi di pubblica utilità (sanità, trasporti, ecc), nella devastazione e nello scempio del territorio a fini speculativi.

    Del resto, le stesse condizioni peggiorative poste come diktat dalla Fiat e diventate oggetto del contendere della vertenza da cui è scaturita la scadenza del 16 ottobre*** 2010 (e attorno alla quale vanno registrate anche un discreto numero di iniziative più o meno spontanee quali l’imbrattamento di sedi Cisl e la contestazione a loro dirigenti o delegati), sono una realtà già da tempo consolidata in molte fabbriche e luoghi di lavoro, dove viceversa il più delle volte non hanno trovato alcuna resistenza significativa sia per una maggior accondiscendenza dei vertici sindacali sia per l’uso massiccio di vari strumenti atti a contenere la possibile protesta operaia.

    Da questo punto di vista, quindi, Marchionne con i suoi aut-aut non fa altro che formalizzare un processo già in atto e ampiamente sostenuto da una notevole produzione legislativa, che negli ultimi 20 anni è stata fatta passare sulla testa dei lavoratori anche grazie alla complicità diretta delle forze della sinistra istituzionale, rendendo poco a poco “normale” quelli che prima erano considerati attacchi dichiaratamente peggiorativi.

    Un sentire comune, fatto di rabbia e impotenza, che ha trovato un catalizzatore nella manifestazione del 16, o più precisamente nella resistenza operaia da cui questa scadenza scaturiva, trasformandola in ben altro che la semplice “manifestazione della FIOM”; rabbia e impotenza che, come già altre volte in passato, non troveranno risposte una volta finita la scadenza.

    Infatti l’esperienza degli ultimi vent’anni ci insegna come il più delle volte le grandi manifestazioni di massa stentino a produrre modifiche allo status quo esistente, sia che questo significhi riuscire ad incidere concretamente sul quadro generale dei rapporti di classe, sia che lo si intenda nel riuscire a determinare salti nella capacità soggettiva di organizzazione della classe stessa.

    Il più delle volte, purtroppo, queste manifestazioni hanno infatti prodotto risultati principalmente sul piano orizzontale, cioè nel riadeguamento dei rapporti di forza all’interno degli schieramenti politici o delle componenti sindacali; componenti che hanno avuto poi buon gioco nell’occupare piccole o grandi porzioni di potere sul piano istituzionale grazie alla loro “rappresentatività” o, soprattutto, alla capacità di chiudere e ricomporre ogni spazio potenzialmente conflittuale.

    E da questo punto di vista anche la manifestazione del 16 è stata un’ottima occasione, per alcune componenti politiche e sindacali, di rifarsi una verginità ormai abbondantemente compromessa dalla miriade di occasioni in cui si è chiaramente palesata la loro complicità strutturale con la controparte.

    Non ci interessa quindi ragionare attorno alla scadenza in sé ma preferiamo, come abbiamo già fatto altre volte in passato, puntare lo sguardo sulle contraddizioni reali da cui ha origine una partecipazione che non può certo essere ridotta alla somma dei militanti delle sigle che hanno organizzato la giornata del 16 ottobre.

    Perché sono proprio le contraddizioni reali che aprono quegli spazi che la stessa compagine riformista, Fiom compresa, non riesce sempre a “governare”, chiusa in margini di mediazione progressivamente ristretti dall’attacco della controparte.

    Questo lo possiamo riscontrare soprattutto a livello territoriale dove, in presenza di esperienze di lotta specifiche, talvolta si riescono a creare nessi, collegamenti, reti tra le lotte stesse e la comunità proletaria del territorio nella quale si sviluppano. E proprio questi secondo noi sono gli elementi principali che vanno valorizzati per il consolidamento di esperienze di lotta, che per quanto parziali e localizzate, possono aprire spazi di crescita che sarebbe importante agire. Spazi ben più importanti e interessanti rispetto alle nicchie anguste che talvolta restano “aperte” tra le maglie del riformismo.

    Come abbiamo ribadito più volte in altre occasioni quello che ci interessa in misura maggiore è cercare di analizzare e valorizzare ciò che esprime un’incompatibilità oggettiva, quei momenti di lotta che, scontrandosi frontalmente con la furia selvaggia dei processi di ristrutturazione, sfuggono ai rodati e oliati meccanismi messi a punto per riportare il conflitto nell’alveo riformista.

    Le tante forme di autonomia che si esprimono in questi tempi di crisi nel tessuto sociale rappresentano, indipendentemente dalla propria capacità soggettiva di sostenere o addirittura vincere lo scontro, tanti piccoli sassolini negli ingranaggi della macchina devastatrice del capitale.

    E’ l’esempio della Innse, delle lotte all’interno dei CIE, è l’esempio dei migranti di Brescia: e ce ne sono numerosi altri che potrebbero essere citati.

    Nonostante la difficoltà a coagulare attorno ad ognuna di queste esperienze una forza sociale capace di esprimere interessi di classe più generali e al di là delle forme di lotta utilizzate, il dato importante da cogliere è proprio la messa in crisi di un piano che tende a normalizzare le contraddizioni da cui queste lotte scaturiscono, trasformandole in processi inevitabili.

    Queste esperienze di lotta incrinano oggettivamente il muro di rassegnazione dominante e, in alcuni casi, hanno perfino la capacità di rovesciare i rapporti di forza (anche solo limitatamente alle singole vertenze), restituendo un protagonismo diretto a quei soggetti che stanno pagando in prima persona i costi della crisi.

    Oggi resistere sul tetto di un capannone, su un carro-ponte o su una gru non è semplicemente la ripetizione di un atto visto in tv, ma l’applicazione di una prassi percepita come vincente perchè concretamente è riuscita a scardinare i meccanismi soffocanti della mediazione riformista e istituzionale.

    Lo stesso ragionamento si può estendere ai comitati che in Campania si stanno duramente opponendo alla costruzione di nuove discariche di rifiuti sul territorio: anche qui le forme di lotta che in diverse fasi hanno assunto le caratteristiche di un aspro scontro sul campo con le forze dell’ordine hanno valore non tanto per una semplice nostalgia “barricadera”, ma perché sono il prodotto stesso dei legami sviluppatisi in quel tessuto sociale, pur pieno di contraddizioni, e maturati nell’ambito di un percorso comune di resistenza.

    Anche in questo caso, così come hanno già sperimentato in Val Susa, la risposta dello stato non può che essere in termini di militarizzazione del territorio, e dunque su un terreno esclusivamente militare e repressivo.

    Ma proprio il movimento No-Tav deve far riflettere sul fatto che, al di là del risultato conseguito, è stata importante la maturazione che la battaglia contro l’alta velocità ha determinato in quella comunità proletaria, l’esperienza di chi ha saputo opporsi radicalmente, senza cedere a mediazioni o compromessi, mostrando una notevole capacità di tenuta.

    Correndo il rischio di ripeterci, noi oggi riteniamo che vadano valorizzati questi “sassolini” più o meno piccoli che crescono negli ingranaggi del potere: è necessario creare sinergie, collegamenti, dibattito con le realtà che agiscono su piani di incompatibilità con la consapevolezza che riuscire a trovare gli strumenti per contribuire al loro sviluppo in tempo di crisi significa lavorare affinché quei sassolini possano un giorno diventare un macigno.



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    SENZA CENSURA N.33

    novembre 2010



    La solidarietà non conosce confini, per chi lotta contro la distruzione dei territori



    Riceviamo e pubblichiamo un comunicato di solidarietà, del popolo No-Tav della Val di Susa che solidarizza e sostiene la lotta del popolo di Terzigno contro la costruzione delle discariche.



    Ai cittadini di Terzigno e del Cratere del Vesuvio

    Dalla Valle di Susa vi manifestiamo la nostra totale solidarietà per gli attacchi politico-polizieschi a cui siete sottoposti in questi giorni.

    Da noi la truffa dell’alta velocità, da voi quella delle “discariche salva tutto” hanno una madre comune: la palese collusione della politica con gli affari e di questi con la criminalità organizzata.

    I grandi appalti e le grandi opere, sia che siano portati avanti in Valle di Susa dall’architetto Mario Virano o in Campania dal medico Guido Bertolaso, servono solo ai soliti noti e ai loro compari, depredano le scarse risorse pubbliche, danneggiano l’ambiente e la vita dei cittadini. In un paese dove l’opposizione istituzionale si limita a rimboccarsi le maniche, la forza pubblica fugge gli ultras del pallone e picchia i pacifici cittadini, la lotta popolare, democratica, di massa è l’unica garanzia che le popolazioni. in piazza con i loro amministratori non corrotti,hanno per difendere i loro diritti, la democrazia e la Costituzione.

    Un fraterno saluto di solidarietà

    A sarà dura anche in Campania!



    Il movimento NO-TAV della Val Di Susa



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    Entrevista con Alexei Fenenko, colaborador del Instituto de Seguridad Internacional de la Academia de Ciencias de Rusia Intervista con Alexei Fenenko, collaboratore dell'Istituto per la Sicurezza Internazionale della Accademia Russa delle Scienze
    Las relaciones entre Rusia y Gran Bretaña siguen complicadas Le relazioni tra Russia e Gran Bretagna sono complicate


    RIA Novosti RIA Novosti




    A continuación ofrecemos la entrevista concedida a RIA Novosti por Alexei Fenenko, Doctor en Ciencias Históricas, colaborador del Instituto de Seguridad Internacional de la Academia de Ciencias de Rusia. Qui di seguito è un'intervista con RIA Novosti da Alexei Fenenko, dottore in Scienze Storiche, un socio della International Security Institute dell'Accademia delle Scienze di Russia.

    - Actualmente tenemos varios motivos para abordar las relaciones entre Rusia y Gran Bretaña. - Attualmente abbiamo molte ragioni per affrontare i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Voy a comenzar con lo más interesante. Io inizio con il più interessante. Tras la firma del nuevo Tratado START, EEUU así como Wikileaks transfirió a Rusia información sobre el arsenal nuclear británico, más exactamente misiles Trident. Dopo la firma del nuovo trattato START, Stati Uniti e trasferito a Wikileaks informazioni Russia a British arsenale nucleare, i missili Trident più accurato. ¿Quiere comentarlo? Volete un commento?

    - Para Rusia el arsenal nuclear británico es uno de los asuntos clave y según las conversaciones que he sostenido con militares rusos esto puede obstaculizar la implementación del nuevo tratado START. - Per la Russia l'arsenale nucleare britannico è uno dei temi chiave e come ho già avuto colloqui con militari russe ciò possa ostacolare l'attuazione del nuovo trattato START.


    ¿Y por qué? Perché? En una de nuestras entrevistas Usted dijo que por ahora a excepción de EEUU y Rusia no hay otros países que tengan un arsenal nuclear de este tipo. In una delle nostre interviste lei ha detto che per ora, tranne gli Stati Uniti e Russia non ci sono altri paesi che hanno un arsenale nucleare del suo genere.


    - Es cierto. - Vero. Primero, conforme al Acuerdo de Nassau entre EEUU y Gran Bretaña firmado en 1962, el arsenal nuclear británico forma parte de la estrategia nuclear de EEUU. In primo luogo, nell'ambito dell'accordo di Nassau tra Stati Uniti e Gran Bretagna hanno firmato nel 1962, l'arsenale nucleare britannico è parte della strategia nucleare degli Stati Uniti. Segundo, Gran Bretaña tiene en su arsenal misiles norteamericanos Trident-II con ojivas nucleares británicas. In secondo luogo, la Gran Bretagna ha nel suo arsenale di missili americani Trident-II con testate nucleari britannici. De hecho esas ojivas son una parte del arsenal nuclear norteamericano que no está sometida a ninguna limitación. In realtà, queste testate sono parte dell'arsenale nucleare degli Stati Uniti non è soggetta ad alcuna limitazione. EEUU puede esquivar cualquier tratado START argumentando programas nucleares conjuntos con Gran Bretaña. Stati Uniti possono evitare, sostenendo tutti i programmi nucleari trattato START congiuntamente con la Gran Bretagna. Es lógico que a partir del año 2002 EEUU y Gran Bretaña vienen modernizando los laboratorios de Aldermaston para modelar explosiones nucleares de alta potencia. È logico che dal 2002 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sta aggiornando i laboratori per la modellazione ad Aldermaston esplosioni ad alta potenza nucleare. En verano de 2010, enseguida tras la firma del tratado START, la cancillería rusa planteó ante EEUU la cuestión del arsenal nuclear británico. In estate 2010, subito dopo la firma del trattato START, il Ministero degli Esteri russo ha sollevato la questione con arsenale nucleare degli Stati Uniti degli inglesi. ¿Qué garantiza que Gran Bretaña no siga desarrollando armas nucleares evitando las estipulaciones del tratado START? Quali garanzie che la Gran Bretagna non continuerà a sviluppare armi nucleari, evitando nel contempo le disposizioni di START? Cabe recordar que en 2007 la Cámara de los Comunes del Parlamento inglés aprobó la modernización del arsenal nuclear británico dado que el plazo de explotación de los misiles Trident expira en 2020. Si ricorda che nel 2007 la House of Commons del Parlamento britannico ha approvato l'ammodernamento dell'arsenale nucleare della Gran Bretagna in quanto il periodo di funzionamento del missile Trident scade nel 2020. EEUU no nos contestó nada concreto argumentando que Gran Bretaña es un estado soberano y no tiene que firmar ningún tratado START. Stati Uniti non è ci ha detto nulla di concreto, sostenendo che la Gran Bretagna è uno stato sovrano e non ha a firmare un trattato START. En pasado otoño planteamos el asunto en el marco de la Iniciativa de Seguridad Euro-Atlántica y, a lo mejor, logramos cierto acuerdo. Nell'autunno scorso ha sollevato la questione nel quadro della sicurezza contro la proliferazione ed euro-atlantica, nella migliore delle ipotesi, siamo certamente d'accordo. Para que Rusia ratificara el START y los militares no lo obstaculizaren en el parlamento, EEUU nos facilitaron algunos datos sobre el arsenal nuclear británico. Se la Russia ratifichi l'inizio e la militare che ostacola in Parlamento, gli Stati Uniti ci ha dato alcuni fatti circa l'arsenale nucleare britannico. Y quisiera creer que nos dio cierta garantía que la modernización del arma nuclear británica no superará los límites del año 2006, cuando el arsenal nuclear de Gran Bretaña fue el más potente. E credo che ci ha dato qualche garanzia che l'ammodernamento della British armi nucleari non potrà superare i limiti del 2006, quando l'arsenale nucleare della Gran Bretagna era il più potente. Es uno de los asuntos clave en las relaciones ruso-británicas que nunca fueron simples. E 'uno dei temi chiave nelle relazioni russo-britanniche non sono mai stati semplici.


    - ¿Y por qué no fueron simples? - Perché non erano semplici? ¿Acaso es un hecho histórico? È un fatto storico?


    - No, al contrario. - No, anzi. En el siglo 18, a partir del Pedro I de Rusia y hasta el reinado de Alejandro I la alianza entre Rusia y Gran Bretaña fue un axioma de la política europea. Nel 18 ° secolo, da Pietro I di Russia fino al regno di Alessandro I, l'alleanza tra la Russia e la Gran Bretagna era un assioma della politica europea. El diplomático británico Guillermo Peter incluso dijo que si alguien declara guerra a Gran Bretaña, ésta responderá con cañones rusos. Il diplomatico inglese William Peter anche detto che se qualcuno dichiara guerra alla Gran Bretagna, risponderà con le armi russe. En todas las guerras clave Rusia y Gran Bretaña fueron aliados. Chiave in tutte le guerre Russia e Gran Bretagna erano alleati. La hostilidad surgió sólo en la segunda mitad del siglo 20, lo que tiene tres causas. L'ostilità nasce solo nella seconda metà del 20, che ha tre cause. Primero, a los militares rusos siempre les preocupaba el arsenal militar británico que no está determinado o limitado por ningún tratado. In primo luogo, l'esercito russo sempre preoccupato l'arsenale militare inglese non è determinato o limitato da alcun trattato. Además, Gran Bretaña no firmó el tratado de armamento nuclear del medio alcance INF y puede fácilmente restablecer el arsenal de euromisiles. Inoltre, la Gran Bretagna hanno firmato il trattato di armi nucleari a medio raggio e può facilmente ripristinare INF array euromissili. Segundo, cabe señalar que las publicaciones antirusas más severas salen en la prensa inglesa. In secondo luogo, va rilevato che le pubblicazioni più severe anti-russo nella stampa britannica andare. Siempre acentúan que en Rusia todo y todos están corruptos. Sempre sottolineare che in Russia tutto e tutti sono corrotti. Creo que todo empezó en la década de los 60 cuando EEUU, para no perjudicar las negociaciones sobre el tratado de defensa antimisiles, lanzó la información más desagradable para la Unión Soviética a la prensa inglesa. Penso che tutto è cominciato negli anni 60 quando gli Stati Uniti, per evitare di pregiudicare i negoziati sul trattato di difesa missilistica, ha lanciato la più sgradevole per l'Unione Sovietica nella stampa britannica. Además, cabe recordar que Washington recela el desarrollo de relaciones entre Rusia y los países de la Europa continental. Inoltre, ricorda che Washington è diffidente sviluppo delle relazioni tra la Russia ei paesi dell'Europa continentale. Por ejemplo, la última iniciativa de Rusia sobre la seguridad europea provocó disgusto de EEUU. Ad esempio, l'ultima iniziativa russa sulla sicurezza europea ha causato la rabbia negli Stati Uniti. Los norteamericanos creen que Rusia pretende socavar los mecanismos de la OTAN y debilitar el sistema estadounidense de garantías. Gli americani credono che la Russia cerca di minare i meccanismi della NATO, e indebolire il sistema americano di garanzie. Otra causa es económica. Un'altra ragione è economica. ¿Qué irrita a los ingleses? Che cosa irrita gli inglesi? Que tenemos cooperación estable con Alemania y en parte, con Francia, sin mencionar a Hungría. Abbiamo stabili di cooperazione con la Germania e in parte la Francia, per non parlare in Ungheria. Las empresas británicas no pueden desarrollar cooperación con la corporación de gas rusa Gazprom. società britanniche non riescono a sviluppare la cooperazione con Gazprom russa Gas Corporation. Además, Gran Bretaña está preocupada por el que desde 1987 Rusia comenzó a reducir la extracción del crudo y del gas en el Mar del Norte. Inoltre, la Gran Bretagna è preoccupata che dal 1987 la Russia ha cominciato a ridurre l'estrazione di petrolio e gas nel Mare del Nord. Los ingleses aspiran a debilitar la posición de Rusia en el Mar Caspio lo que explica la actividad de los diplomáticos británicos en la región. L'obiettivo britannico per indebolire la posizione della Russia nel Mar Caspio, che spiega l'attività di diplomatici britannici nella regione. Esto provoca insinuaciones sobre la corrupción y falta de democracia en Rusia. Questo porta ad un accenno di corruzione e mancanza di democrazia in Russia. Es el asunto clave en nuestras relaciones con Gran Bretaña. È la questione chiave nelle nostre relazioni con la Gran Bretagna.


    - ¿Cree que las expulsiones mutuas de diplomáticos o, por ejemplo la reciente expulsión de Rusia del periodista de The Guardian influyen en las relaciones? - Pensi che le espulsioni di diplomatici o di mutuo, per esempio la recente espulsione della giornalista russa da The Guardian influire sul rapporto?


    - Desde luego. - Certo. Volviendo al que EEUU encarga a la prensa británica las publicaciones más agudas sobre Rusia. Ritorno negli Stati Uniti spese le pubblicazioni su stampa britannica nitide Russia. Y Rusia adopta una postura fuerte. E la Russia assume una posizione forte. Demuestra que cualquiera que escriban los periódicos británicos, no nos pueden amedrentar. Esso dimostra che chiunque che scrivono giornali inglesi, non può essere intimidita. Como ya tenemos relaciones difíciles con Gran Bretaña, así mostramos que no nos importan mucho. Come abbiamo già difficili rapporti con la Gran Bretagna, e dimostriamo che noi ci teniamo molto. Malas relaciones con Gran Bretaña no son tan importantes como los problemas con los países de la Europa Continental o con EEUU. cattivi rapporti con la Gran Bretagna non sono importanti quanto i problemi con i paesi dell'Europa continentale o gli Stati Uniti. Mostramos que Gran Bretaña no es tan potente en la arena de la política internacional, dado que incluso su arsenal nuclear forma parte del arsenal norteamericano. Si dimostra che la Gran Bretagna non è così potente sulla scena della politica internazionale, come anche il suo arsenale nucleare come parte del suo arsenale. Por ello consideramos Gran Bretaña como un conductor de intereses de EEUU. Riteniamo pertanto la Gran Bretagna come un driver di interessi degli Stati Uniti. Preferimos tratar con el señor y no con el vasallo.- De aquí surge otra pregunta. Si preferiscono trattare con il Signore e non per il vassallo .- Questo solleva un'altra questione. ¿Es independiente la política de Gran Bretaña? E 'politica indipendente in Gran Bretagna? Sus palabras indican que no. Le sue parole indicano che. - Gran Bretaña tiene cierta independencia en la estrategia política. - La Gran Bretagna ha una certa indipendenza nella strategia politica. A mitad del siglo 20 se enfrentó con el llamado síndrome postimperial cuando de la Gran Bretaña casi pasó a ser Britania a secas. A metà del 20 ° secolo è stato affrontato con la cosiddetta sindrome post-imperiale, quando la Gran Bretagna quasi andato in Gran Bretagna per essere asciutto. Tuvo que eligir entre dos caminos: realizar una política independiente, como, por ejemplo, Francia, o apostar por la unidad anglosajona. Dovuto scegliere tra due strade: fare una politica separata, per esempio, in Francia, oppure optare per l'unità anglo-sassone. Gran Bretaña opto por lo segundo. Gran Bretagna ha optato per quest'ultimo. En general, Gran Bretaña siempre apoya EEUU lo que le da autoridad en la política internacional. Complessivamente, la Gran Bretagna ha sempre sostenuto quello che dà autorità degli Stati Uniti nella politica internazionale. Es el segundo país que participa en las operaciones globales de EEUU y tiene una opinión particular sobre varios asuntos en el Consejo Europeo. E 'il secondo paese per partecipare alle operazioni a livello mondiale degli Stati Uniti e ha una particolare opinione su varie questioni al Consiglio europeo. Es importante para Gran Bretaña también desde el punto de vista económico. E 'importante per la Gran Bretagna anche dal punto di vista economico. La bolsa de Londres sigue siendo uno de los más importantes centros financieros del mundo. La Borsa di Londra rimane uno dei più importanti centri finanziari in tutto il mondo. Y el que Gran Bretaña apoye EEUU garantiza que norteamericanos no irán contra Gran Bretaña, no perjudicarán su autoridad económica. E che la Gran Bretagna appoggia gli Usa assicura che gli americani non andrà contro la Gran Bretagna, non minare la sua autorità economiche. El sector energético también es muy importante en particular las tradicionalmente estrechas relaciones entre Gran Bretaña y el Oriente Próximo. Il settore dell'energia è molto importante, in particolare, i rapporti tradizionalmente stretti tra Gran Bretagna e il Medio Oriente. En pasado noviembre EEUU inició la restauración del bloque militar ANZUS con Australia y Nueva Zelanda. Negli Stati Uniti lo scorso novembre ha iniziato il restauro del blocco ANZUS militare con l'Australia e la Nuova Zelanda. Añadimos aquí las relaciones americano-inglesas y surge el concepto de la unidad anglosajona. Noi qui aggiungere le relazioni americano-britannica e definisce il concetto di unità anglo-sassone. Antes EEUU promovió la globalización, pero dejó de hacerlo cuando la aprovecharon India y China. Prima di globalizzazione promosso Stati Uniti, ma si fermò quando il vantaggio India e Cina. A partir de 2010 EEUU apostan por la unidad anglosajona como una constante política. U. S. Dal 2010 al back anglo-sassone come una politica di unità costante. Y las relaciones entre Rusia y el mundo anglosajón es uno de los asuntos clave de esta década. E le relazioni tra la Russia e il mondo anglo è uno dei temi chiave di questo decennio. De momento preferimos tratar con Washington. Per ora, preferiscono trattare con Washington. Y todavía es prematuro decir si vamos a volvernos hacia Londres que es una parte importante del mundo anglosajón. Ed è ancora prematuro dire se ci rivolgeremo a Londra che è una parte importante del mondo anglo-sassone.

    Fuente: Las relaciones entre Rusia y Gran Bretaña siguen complicadas | Opiniones | RIA Novosti Fonte: Las relaciones entre Rusia y Gran Bretaña siguen complicadas | Opiniones | RIA Novosti

 

 

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