Il futuro dell’uomo bianco
di Lucio Caracciolo
L´elezione di Barack Obama apre un nuovo scenario: dal dominio dei "Wasp" (White Anglo-Saxon Protestant) all´epoca post-etnica. Negli Stati Uniti nel 2042 i bianchi saranno una minoranza tra le altre. Ecco cosa succederà.
(articolo pubblicato su La Repubblica l'8/11/08)
E adesso, pover’uomo bianco? Fino all’altro ieri dominatore dell’America e del pianeta, oggi sembra remare contro la corrente della storia, che alcuni intellettuali battezzano post-etnica. Accademismo che sta per post-bianco. Ossia per la fine dell’egemonia semiglobale di una piccola minoranza di bianchi europei e americani, distintiva degli ultimi due secoli. Di cui mezzo Novecento segnato dalla decisiva impronta dell’America sul mondo e del triangolo bianco Washington-New York-Boston sull’America. In linea con i valori incarnati dai pionieri anglosassoni e protestanti. Consegnati alle future generazioni in forma di American Creed da Thomas Jefferson, redattore della Dichiarazione d’Indipendenza (4 luglio 1776) e terzo presidente degli Stati Uniti. Un patrimonio su cui tuttora poggia l’identità della superpotenza a stelle e strisce. I cui fondamenti sono la lingua inglese e il cristianesimo protestante, con i loro derivati politico-istituzionali, a cominciare dal primato dell’individuo.
Che cosa resta oggi del mondo Wasp (White Anglo-Saxon Protestant) e delle sue pretese a un tempo patriottiche e universaliste negli Stati Uniti di Barack Obama? Più di quanto sembra di cogliere scorrendo le cronache del trionfo del primo presidente nero – un nero sui generis, ammesso di poterlo classificare tale – nelle elezioni del 4 novembre. Voto storico, sicuro. Ma questo non significa che quel giorno sia morto un mondo e ne sia nato un altro. I processi storici, soprattutto quelli che riguardano fenomeni culturali come la percezione e l’autopercezione delle razze, sono lenti, mai unidirezionali. Quel che è sicuramente cambiato, e che ha contribuito alla vittoria di Obama, è il modo di vivere e sentire la questione razziale in America. E di riflesso nel vasto mondo che ha virtualmente partecipato a quel voto, non solo perché si eleggeva il capo degli Usa ma perché per la prima volta quel capo poteva non essere Wasp. A conferma che in questi anni di “globalizzazione” il mondo ha cambiato l’America più di quanto l’America abbia cambiato il mondo
Per cercare di afferrare la portata del mutamento conviene partire dai dati. Oggi negli Stati Uniti vivono più di 300 milioni di persone, appartenenti alle più varie etnie e culture. Secondo le autodichiarazioni ufficialmente censite, il 65% (200 milioni di anime) è bianco, il 15% ispanico, il 13% nero, il 5% asiatico, il resto misto o indigeno. La tendenza al declino dei bianchi è potente e apparentemente inarrestabile. Il Census Bureau ha individuato nel 2042 l’anno della svolta, quando i bianchi saranno una minoranza fra le altre. Certo, ancora una maggioranza relativa, che allo scoccare della metà del secolo sarà ridotta al 46%, con propensione all’ulteriore calo. Come osserva Enrico Beltramini in un articolo pubblicato da limesonline, “tra una generazione gli Usa saranno, demograficamente parlando, un paese di minoranze, saranno un melting pot”. Cioè quanto hanno sempre voluto sembrare, ma non sono mai davvero stati.
Perché l’egemonia economica, politica e culturale dei bianchi anglosassoni protestanti fino a non moltissimi anni fa era schiacciante. Basti ricordare che John Fitzgerald Kennedy fu eletto nel 1960 presidente di un paese bicromatico: bianchi o neri, senza quasi latini, di recente immigrazione. Con assoluta prevalenza Wasp: 89% contro 10% di blacks – o negri, come dicevamo allora, prima del politicamente corretto.
Quanto post-etnico è questo insieme multietnico? Il voto per la Casa Bianca e la figura di Obama ci possono aiutare a formare un giudizio.
Secondo gli exit polls, una netta ma non travolgente maggioranza degli elettori bianchi (74% del totale) ha scelto McCain (55%) contro Obama (43%), mentre ispanici (8% degli elettori) e asiatici (2%) hanno plebiscitato il vincitore: 66% a 32% i primi, 61% a 35% i secondi. Quanto al 13% di elettorato nero, è accorso quasi unanime – 95%, quota invidiabilmente sovietica - a spingere il “suo” candidato alla Casa Bianca. Quest’ultima cifra potrebbe far riflettere chi già celebra la nascita dell’America post-etnica. Se quasi tutti i neri hanno votato per quello che percepivano il “loro” uomo, in quanto (anche se certo non solo) nero, è difficile classificare questo comportamento come dopo-etnico. Così come la netta distribuzione del voto ispanico e asiatico conferma che lo schieramento etnico – e quindi la questione della razza - in America esiste tuttora, anche se in modi assai differenti e più evoluti di mezzo secolo fa. Forse gli elettori bianchi meritano più dei neri la qualifica di post-etnici, in quanto meno lontani dalla media nazionale nella distribuzione dei suffragi.
Quanto alla figura del presidente eletto, si sono sprecati in questi mesi torrenti d’inchiostro sulla sua identità etnica. Il suo background mulatto – termine che in americano ha un sapore piuttosto spregiativo – la sua appartenenza più o meno legittima alla famiglia afro-americana – negata da alcuni, in quanto le radici di Obama sono estranee alla vicenda della schiavitù e della segregazione che individua la “vera” blackness – la sua abilità di ricomprendere e superare le precedenti generazioni della negritudine a stelle e strisce, lasciano la questione impregiudicata. Comunque, se quasi tutti i neri lo sentono come il “loro” presidente, una buona quota di bianchi giunge alla stessa conclusione, partendo da altre premesse. Obama è nero per i neri, post-etnico per i bianchi.
Ora questo leader carismatico dovrà presiedere, almeno per i prossimi quattro anni, alla transizione verso l’America delle minoranze. Il dubbio per il futuro è se il melting pot sempre meno bianco non scadrà a misto di nazioni, minando alle radici l’identità, dunque la nazione americana. La maionese etnica a stelle e strisce può impazzire?
E’ la domanda che poneva quattro anni fa Samuel P. Huntington nel suo Chi siamo?, ricordando che l’identità americana è conquista relativamente recente. Essendo prevalsa sulle sub-identità originarie solo dopo la guerra civile: e pluribus unum, come recita il motto ricamato sul Grande Sigillo degli Stati Uniti.
Nulla esclude un processo inverso, se cambia la chimica che ha finora preservato l’unità del paese e ha reso gli americani così orgogliosi di se stessi (ma il fatto che sentano spesso il bisogno di ripeterlo lascia pensare).
Oggi diversi americani bianchi si sentono paradossalmente discriminati. Come dimostra la crescente abolizione delle quote, concepite per sostenere i neri e le altre minoranze, ma che in un paese destinato a non esprimere più una chiara maggioranza etnica assumono tutt’altro colore. Se poi un giorno dall’American Creed di marca Wasp scaturirà un nuovo Credo, dunque una nuova America, allora sì potremo stabilire che tutto cominciò nella fatidica notte fra il 4 e il 5 novembre 2008..
Il futuro dell’uomo bianco - rivista italiana di geopolitica - Limes







Rispondi Citando

, che bel posticino , mi sa che tra un pò varrà la pena di vederlo solo per Disneyland :sofico: , forse qualche cattolico gioirà perchè se ne vanno i bianchi protestanti , ma secondo me questo è autolesionismo :gratgrat: .

