Al Louvre le teste misteriose di Messerschmidt
di Leonardo Martinelli
PARIGI – «L'artista che ride»: dai tratti forzati. «L'uomo che piange come un bambino»: semplicemente angosciante. «L'uomo dal nobile cuore»: assorto. Moderni, modernissimi i «busti fisiognomici» di Franz Xaver Messerschmidt, scultore tedesco settecentesco. E misteriosi, imbarazzanti. A tratti pure divertenti.
Una trentina di queste «teste» sono presentate in una retrospettiva nell'ala Richelieu del Louvre, fino al prossimo 25 aprile. Chi era Messerschmidt? Nacque nel 1736, in una famiglia di artigiani, ma con uno zio scultore, attivo alla corte di Baviera. Con lui inizio' a praticare la sua arte. A 18 anni giunse a Vienna, dove si impose subito all'attenzione dell'Accademia delle Belle arti. Realizzo' un busto in bronzo dorato dell'imperatrice Maria Teresa, in mostra a Parigi. I ritratti di questi primi anni, perlopiù di nobili e intellettuali, si inseriscono in un neoclassicismo geometrico, rigoroso, realista, che già si apriva a nuovi orizzonti. Nel 1765 viaggio' in Italia, una trasferta proficua. Ma verso il 1771 iniziarono le sue prime allucinazioni. A quel momento' comincio' a scolpire le sue strane teste: da non vendere, da lasciare nel retrobottega. Personale terapia.
Nel 1774, a causa dei suoi problemi psichici e dell'avversione per l'Accademia di Vienna, di cui era diventato professore, venne espulso dalla prestigiosa istituzione. Anche Maria Teresa smise di sostenerlo. Lui, deluso, lascio' Vienna l'8 maggio del '75. Dopo una breve parentesi a Monaco, ando' a vivere presso il fratello a Bratislava (allora Presbourg e sede del governo ungherese). Fini' la sua esistenza nel 1783, riuscendo a vivere negli ultimi anni dignitosamente grazie ai nuovi ordini della nobiltà locale. E continuando, sino alla fine, a scolpire i suoi intimi busti, enigmatici, violentemente espressivi. Suo fratello li vendette dopo la sua morte a un cuoco. Che, più tardi, a Vienna, organizzo' una mostra. In quel momento una mano anonima dette un titolo a ognuna delle teste. Sono gli stessi che si ritrovano oggi al Louvre e che, probabilmente, non riflettono totalmente la volontà dell'artista. Lui mai scrisse una parola su quelle opere, neppure ne ha lasciato le date. Contribuendo inevitabilmente ad alimentare il mistero.
Come svelarlo? Il 29 giugno 1781 fece visita a Messerschmidt, nel suo laboratorio, Friederich Nicolai, filosofo conosciuto a Berlino. Scrisse un testo su quell'artista un po' pazzo. Secondo Nicolai «tutti quei busti sono autoritratti», anche se, in realtà, i visi spesso differiscono. Molte sono teste calve o con i capelli rasati a zero. Nicolai racconto' che l'artista si dava pizzicotti sul viso per generare quelle espressioni estreme. Diceva che gli serviva per domare uno spirito che gli infliggeva forti dolori fisici. Si', uno spirito che era geloso del suo talento d'artista. A lungo dimenticati, i busti di Messerschmidt vennero rivalutati a partire dall'inizio del XX° secolo, soprattutto nell'ambito della Secessione viennese. I collezionisiti che compravano i vari Klimt o Schiele cominciarono a interessarsi a quelle strane facce. Poi, nel 1932, Ernst Kris, storico dell'arte, ma anche psicanalista, discepolo di Freud, studio' il suo caso clinico. Per lui Messerschmidt era uno schizofrenico. Le cause? Forse la morte del padre quando aveva appena dieci anni. O addirittura l'influenza di uno strano medico suo contemporaneo, Franz Anton Mesmer, adepto del «magnetismo minerale». Proprio i bavagli che alcuni busti presentano sulla bocca farebbero riferimento ai magneti che Mesmer utilizzava per curare. Ma potrebbero anche rappresentare una cintura di castità, quella che Messerschmidt proclamava come sua disciplina di vita (pure le labbra rientrate all'interno di alcune teste fanno pensare a un rifiuto della sessualità). Di certo Messerschmidt, al di là dei suoi travagli, risenti' di un contesto culturale, compreso il diffondersi della fisiognomica, lo studio dei caratteri psicologici attraverso l'aspetto fisico. Il suo dramma interiore, pero', resta fondamentalmente indecifrabile. Riflesso di una muta sofferenza.
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