TRIESTE. Vent’anni fa ci furono alcune cannonate alle frontiere, la “Jugo” scomparve in un bagno di sangue e con un bello spavento Trieste uscì dallo stato d’assedio di un confine infelice. Da allora, attorno alla città-porto, si sono spalancate una dopo l’altra molte finestre verso il Centro Europa. Eravamo pronti a ridiventare lo scalo dell’Austria, dell’Ungheria e persino della Baviera. Erano bei giorni: il vento soffiava in poppa, l’Europa era una festa di libertà, il Mediterraneo riacquistava importanza, i turchi scoprivano l’Adriatico quattro secoli dopo Lepanto, a Vienna e Monaco si studiavano treni da spedire a Sud anziché ad Amburgo.
Nel giro di pochi anni la Slovenia entrava nell’Unione Europea e la frontiera del Nordest ridiventava libera, come ai tempi di mia nonna. In questi vent’anni è cambiato tutto. Tutto, tranne Trieste. Sui moli la marginalità è diventata letargo. Traffici declinanti, scarsa promozione all’estero, spazi usati come parcheggio merci o noleggiati agli amici per “una s’cinca e un boton”. E due sonori schiaffi: il “niet” alle Generali per il suo nuovo centro direzionale in Porto Vecchio e poi la fuga dal Porto Nuovo della Ect, uno dei più grandi terminalisti del mondo, letteralmente sabotata nelle operazioni sul Molo VII.
Fino al 2007, la città più marinara dell’Adriatico non è riuscita e esprimere alla presidenza del porto nient’altro che funzionari romani, avvocati genovesi o professoroni a digiuno di marineria. Il mondo attorno si apriva, ma Trieste restava sprangata come la cantina di Barbablù.
Ormai sono vent’anni che mi pongo la stessa domanda. Cosa rende possibile che queste terre, conquistate al prezzo di seicentomila morti nella Grande Guerra, perdano il loro valore e finiscano nell’imbuto della storia? Chi rifiuta ostinatamente la fortuna che è piovuta dal cielo su Trieste? Complotti romani? Il localismo del “meo no far”? La mafia? “What about the port?” mi chiedono all’estero da vent’anni, increduli di tanta inerzia. “Ah, Trieste, vicino a Capodistria...” mi ha detto un giorno un businessman cinese a Milano. Capodistria... una volta mi chiedevano se abitavo vicino a Venezia. Sulla “Wiener Zeitung” hanno scritto che Trieste è “la città seduta più inutilmente sulla propria fortuna”.
Chi blocca il porto? Questa è la domanda chiave, ineludibile per qualsiasi politico. Durante il suo mandato appena concluso, Claudio Boniciolli, unico uomo di mare espresso dalla città al vertice del porto, aveva evocato una “cupola”, termine normalmente abbinato alle cosche, e qualcuno si era inalberato parlando di traveggole senili. Ma ora ci arriva un’autorevole conferma, nientemeno che dal sindaco di Trieste. Parole come pietre. Esiste, ha detto, un potere che “blocca” la città dall’interno del centro-destra e – come appunto le cupole – è invisibile, si sottrae al dibattito sulla cosa pubblica con una serie infinita di “no comment”. Un potere, ha detto ancora Roberto Dipiazza, che va addirittura “azzerato” nel bene di Trieste, e che si incarna nel senatore Giulio Camber.
Mai si era parlato così esplicitamente. Giulio Camber è l’uomo che controlla Porto e Camera di commercio con i suoi fedelissimi Marina Monassi e Antonio Paoletti, e ora – non ancora sazio - vorrebbe anche il terzo pilastro della “civitas”. Il municipio, col suo candidato Piero Tononi. E’ stata questa bulimia di potere ad aver fatto saltare il coperchio su ciò che finora si era solo mormorato e a cui persino l’opposizione sembrava essersi assuefatta per quieto vivere. Ora è la maggioranza di centro-destra a parlare, e questo rende lo “svelamento” ancora più credibile. Solo un anno fa uno scenario del genere sarebbe stato impensabile.
Vent’anni dunque. Vent’anni che lo “svelamento” di Roberto Dipiazza ci obbliga a rileggere alla moviola, a partire dal fatidico “Ottantanove”, l’anno del crollo della Cortina di ferro. In quei mesi Trieste è affacciata sul mondo comunista in posizione di vantaggio. La Regione, col presidente Adriano Biasutti, è alla guida della Comunità Alpe-Adria, che fino a quel momento ha anticipato la politica estera italiana negli spazi jugoslavi e del Patto di Varsavia. Il Pci locale ha alle spalle un ventennio di mediazioni commerciali con Russia e Ucraina. Al Porto c’è ancora Michele Zanetti, che ha aperto Trieste alle merci ungheresi e alla visita ufficiale del cancelliere Fanz Josef Strauss, accolto sulle rive da decine di migliaia di persone. Una festa di popolo profumata di birra e buoni contratti per nuovi traffici.
Trieste è un terminal “sensibile”.
E’ attraverso il porto che apprendo, in anticipo su tutti, già nel 1988, che il comunismo scricchiola a Budapest e a Praga. Ma a fine ’89, proprio quando grandi spazi di affari si spalancano alle spalle del porto più settentrionale del Mediterraneo, alla presidenza del porto medesimo viene paracadutato l’ex rettore di Trieste Paolo Fusaroli. La sua competenza di mare è nulla. Quella accademica non promette bene per il futuro, perché è specialista in cadaveri da dissezionare.
La nomina è firmata Andreotti, il quale premia con una poltrona di consolazione l’uomo che poco prima ha accettato – perdendo – di candidarsi alle europee in quota Dc. Per un annetto sembra non succedere nulla: alla direzione generale è rimasto Gigi Rovelli, l’uomo di Zanetti. E Fusaroli delega.
Ma arriva il giugno ’92, governo di Giuliano Amato. Craxi nomina l’on. Camber sottosegretario alla Marina Mercantile, per premiarlo dei voti della Lista per Trieste traghettati in blocco nel parco buoi del Psi. E poiché Craxi è in asse con Andreotti, questo crea un’alleanza di fatto tra Camber e Fusaroli. Ma non basta, sempre in quell’anno, nei corridoi del ministero, l’onorevole sottosegretario conosce Marina Monassi, figlia dell’ammiraglio Angelo Monassi che indagò sulla strage di Ustica per conto dei servizi segreti. Marina diviene la sua compagna di vita e, di lì a qualche anno, a sua volta presidente del porto. Un binomio che accompagnerà la storia di Trieste per quasi un ventennio. Un tormentone.
Un sottosegretario alla marina: mai Trieste ha avuto tanto. Ma i vantaggi non si vedono. Le ferrovie non allargano il collo d’oca che chiude il porto. I lacci burocratici che frenano l’operatività non sono allentati. I traffici non aumentano. Nell’estate del ’92 quello che si sveglia è invece una lotta senza quartiere per il controllo delle banchine e delle concessioni sui magazzini. Il porto è già allora la chiave del potere nella città di San Giusto.
di Paolo Rumiz - parte 1
E Trieste sacrifico il porto sull’altare dei giochi di potere - Cronaca - Il Piccolo




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