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Discussione: Le cosche di Trieste

  1. #1
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    Predefinito Le cosche di Trieste

    TRIESTE. Vent’anni fa ci furono alcune cannonate alle frontiere, la “Jugo” scomparve in un bagno di sangue e con un bello spavento Trieste uscì dallo stato d’assedio di un confine infelice. Da allora, attorno alla città-porto, si sono spalancate una dopo l’altra molte finestre verso il Centro Europa. Eravamo pronti a ridiventare lo scalo dell’Austria, dell’Ungheria e persino della Baviera. Erano bei giorni: il vento soffiava in poppa, l’Europa era una festa di libertà, il Mediterraneo riacquistava importanza, i turchi scoprivano l’Adriatico quattro secoli dopo Lepanto, a Vienna e Monaco si studiavano treni da spedire a Sud anziché ad Amburgo.

    Nel giro di pochi anni la Slovenia entrava nell’Unione Europea e la frontiera del Nordest ridiventava libera, come ai tempi di mia nonna. In questi vent’anni è cambiato tutto. Tutto, tranne Trieste. Sui moli la marginalità è diventata letargo. Traffici declinanti, scarsa promozione all’estero, spazi usati come parcheggio merci o noleggiati agli amici per “una s’cinca e un boton”. E due sonori schiaffi: il “niet” alle Generali per il suo nuovo centro direzionale in Porto Vecchio e poi la fuga dal Porto Nuovo della Ect, uno dei più grandi terminalisti del mondo, letteralmente sabotata nelle operazioni sul Molo VII.

    Fino al 2007, la città più marinara dell’Adriatico non è riuscita e esprimere alla presidenza del porto nient’altro che funzionari romani, avvocati genovesi o professoroni a digiuno di marineria. Il mondo attorno si apriva, ma Trieste restava sprangata come la cantina di Barbablù.

    Ormai sono vent’anni che mi pongo la stessa domanda. Cosa rende possibile che queste terre, conquistate al prezzo di seicentomila morti nella Grande Guerra, perdano il loro valore e finiscano nell’imbuto della storia? Chi rifiuta ostinatamente la fortuna che è piovuta dal cielo su Trieste? Complotti romani? Il localismo del “meo no far”? La mafia? “What about the port?” mi chiedono all’estero da vent’anni, increduli di tanta inerzia. “Ah, Trieste, vicino a Capodistria...” mi ha detto un giorno un businessman cinese a Milano. Capodistria... una volta mi chiedevano se abitavo vicino a Venezia. Sulla “Wiener Zeitung” hanno scritto che Trieste è “la città seduta più inutilmente sulla propria fortuna”.

    Chi blocca il porto? Questa è la domanda chiave, ineludibile per qualsiasi politico. Durante il suo mandato appena concluso, Claudio Boniciolli, unico uomo di mare espresso dalla città al vertice del porto, aveva evocato una “cupola”, termine normalmente abbinato alle cosche, e qualcuno si era inalberato parlando di traveggole senili. Ma ora ci arriva un’autorevole conferma, nientemeno che dal sindaco di Trieste. Parole come pietre. Esiste, ha detto, un potere che “blocca” la città dall’interno del centro-destra e – come appunto le cupole – è invisibile, si sottrae al dibattito sulla cosa pubblica con una serie infinita di “no comment”. Un potere, ha detto ancora Roberto Dipiazza, che va addirittura “azzerato” nel bene di Trieste, e che si incarna nel senatore Giulio Camber.

    Mai si era parlato così esplicitamente. Giulio Camber è l’uomo che controlla Porto e Camera di commercio con i suoi fedelissimi Marina Monassi e Antonio Paoletti, e ora – non ancora sazio - vorrebbe anche il terzo pilastro della “civitas”. Il municipio, col suo candidato Piero Tononi. E’ stata questa bulimia di potere ad aver fatto saltare il coperchio su ciò che finora si era solo mormorato e a cui persino l’opposizione sembrava essersi assuefatta per quieto vivere. Ora è la maggioranza di centro-destra a parlare, e questo rende lo “svelamento” ancora più credibile. Solo un anno fa uno scenario del genere sarebbe stato impensabile.

    Vent’anni dunque. Vent’anni che lo “svelamento” di Roberto Dipiazza ci obbliga a rileggere alla moviola, a partire dal fatidico “Ottantanove”, l’anno del crollo della Cortina di ferro. In quei mesi Trieste è affacciata sul mondo comunista in posizione di vantaggio. La Regione, col presidente Adriano Biasutti, è alla guida della Comunità Alpe-Adria, che fino a quel momento ha anticipato la politica estera italiana negli spazi jugoslavi e del Patto di Varsavia. Il Pci locale ha alle spalle un ventennio di mediazioni commerciali con Russia e Ucraina. Al Porto c’è ancora Michele Zanetti, che ha aperto Trieste alle merci ungheresi e alla visita ufficiale del cancelliere Fanz Josef Strauss, accolto sulle rive da decine di migliaia di persone. Una festa di popolo profumata di birra e buoni contratti per nuovi traffici.
    Trieste è un terminal “sensibile”.

    E’ attraverso il porto che apprendo, in anticipo su tutti, già nel 1988, che il comunismo scricchiola a Budapest e a Praga. Ma a fine ’89, proprio quando grandi spazi di affari si spalancano alle spalle del porto più settentrionale del Mediterraneo, alla presidenza del porto medesimo viene paracadutato l’ex rettore di Trieste Paolo Fusaroli. La sua competenza di mare è nulla. Quella accademica non promette bene per il futuro, perché è specialista in cadaveri da dissezionare.

    La nomina è firmata Andreotti, il quale premia con una poltrona di consolazione l’uomo che poco prima ha accettato – perdendo – di candidarsi alle europee in quota Dc. Per un annetto sembra non succedere nulla: alla direzione generale è rimasto Gigi Rovelli, l’uomo di Zanetti. E Fusaroli delega.
    Ma arriva il giugno ’92, governo di Giuliano Amato. Craxi nomina l’on. Camber sottosegretario alla Marina Mercantile, per premiarlo dei voti della Lista per Trieste traghettati in blocco nel parco buoi del Psi. E poiché Craxi è in asse con Andreotti, questo crea un’alleanza di fatto tra Camber e Fusaroli. Ma non basta, sempre in quell’anno, nei corridoi del ministero, l’onorevole sottosegretario conosce Marina Monassi, figlia dell’ammiraglio Angelo Monassi che indagò sulla strage di Ustica per conto dei servizi segreti. Marina diviene la sua compagna di vita e, di lì a qualche anno, a sua volta presidente del porto. Un binomio che accompagnerà la storia di Trieste per quasi un ventennio. Un tormentone.

    Un sottosegretario alla marina: mai Trieste ha avuto tanto. Ma i vantaggi non si vedono. Le ferrovie non allargano il collo d’oca che chiude il porto. I lacci burocratici che frenano l’operatività non sono allentati. I traffici non aumentano. Nell’estate del ’92 quello che si sveglia è invece una lotta senza quartiere per il controllo delle banchine e delle concessioni sui magazzini. Il porto è già allora la chiave del potere nella città di San Giusto.

    di Paolo Rumiz - parte 1

    E Trieste sacrifico il porto sull’altare dei giochi di potere - Cronaca - Il Piccolo

  2. #2
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    Predefinito Rif: Le cosche di Trieste

    TRIESTE. Il 1992 dunque. Un anno che fa storia a sè. Cruciale e indimenticabile in negativo, per il porto di Trieste. Dopo lo sbarco di Giulio Camber - grande rastrellatore di voti all’epoca per conto di Bettino Craxi - nel palazzo della Marina mercantile come sottosegretario e l’incontro di questi con Marina, figlia dell’ammiraglio Monassi e futura “signora” del porto medesimo, i colpi di scena si susseguono a ritmo da commedia dell’arte.

    E mentre Amburgo, Rotterdam, Marsiglia e persino Capodistria si proiettano sui nuovi mercati spalancati dal crollo del comunismo in Est Europa, qui si scatena la guerra per il raggiungimento di una rendita di posizione nelle mani di pochi. E la conseguente blindatura del potere nella città di San Giusto. Il putiferio comincia con la Fiat Engineering che chiede in concessione il terminal container del Molo VII, una delle più grandi banchine del Mediterraneo. Torino pretende la concessione diretta a canoni quasi zero, con l’estromissione del personale triestino sulle banchine.

    Una richiesta gestionalmente inaccettabile, più simile a un’occupazione territoriale che a un’intrapresa. Il direttore generale del porto, Gigi Rovelli, replica che l’affidamento diretto è improponibile e bisogna andare a un bando aperto a tutti. E subito si fanno vivi altri che vorrebbero servirsi del super-molo come piattaforma logistica, in particolare una cordata di triestini (Lloyd, Parisi e Pacorini) e di livornesi, uniti sotto la sigla “Contship” e pronti a offrire condizioni più favorevoli.

    Da questo momento è importante guardare bene la moviola. La storia non riguarda solo gli addetti ai lavori. Ciò che accade nelle settimane che seguono aiuta a capire il destino della città che fu cruciale per un impero e poi “cara al cuore” degli italiani, e ora si avvia a diventar marginale persino nella regione di cui è capoluogo. Succede dunque che il consiglio di amministrazione dà ragione a Rovelli e chiede al presidente – l’anatomo-patologo andreottiano Fusaroli, digiuno di competenze portuali – di esaminare bene la cosa con una commissione di esperti. Il segnale è chiaro: che la Fiat che aspetti. Ma Fusaroli nel frattempo ha consolidato il suo asse con Camber in ragione del patto di ferro Craxi-Andreotti che impera sul Paese e non può sottrarsi ai voleri della famiglia Agnelli. Così accade l’inverosimile.

    Al nuovo consiglio di amministrazione il dottor Fusaroli non si presenta. Di più: per alcuni giorni scompare dagli schermi radar. Ma riemerge a fine mese, sventolando il decreto di commissariamento dell’Ente, un pezzo di carta ministeriale nel quale il commissario è sempre Paolo Fusaroli. Un presidente che commissaria se stesso! Sarebbe persino comico, se non fosse un paradigma della brutalità del potere verso Trieste. Col nuovo potere assoluto, Fusaroli toglie le deleghe allo scomodo direttore generale e dà mandato alle strutture interne di trovare illeciti a carico del medesimo. È una manovra a tenaglia.

    La Lista per Trieste, in nome della moralità, dà vita a una campagna denigratoria contro Rovelli accusato – poi si vedrà ingiustamente - di aver stornato fatture e usato carte di credito aziendali per sue spese personali. I suoi uomini di punta, Gianfranco Gambassini e il solito Camber, si fanno fotografare in porto con le scope, e annunciano di voler fare pulizia dal malaffare... cattocomunista. Ora non si tratta più di spianare la strada alla Fiat. La partita è più grossa. Si vuol mettere le mani sulla direzione generale. Mandar via Rovelli e mettere al suo posto qualcun altro.

    Chissà, forse Marina Monassi è in corsa già allora. Rovelli tenta di resistere e il 5 novembre annuncia al giornalista Massimo Greco, ora assessore camberiano alla cultura del Comune di Trieste, di aver indetto una conferenza stampa per l’indomani mattina, per dire che le regole della concorrenza e della buona amministrazione stanno per essere violate. Alle 8.30 del giorno seguente il presidente-commissario di se stesso annuncia a Rovelli il licenziamento in tronco, senza citare alcuna delibera in merito. Non basta: istituisce una commissione d’inchiesta e invia incartamenti sul caso al procuratore Marcello Perna, che nei mesi a venire avrà un ruolo cruciale nella storia. La commedia continua e tutto è spudoratamente trasparente.

    Quando a dicembre il Tar, accogliendo il ricorso di Assindustria e della Cgil, giudica illegittima la nomina di Fusaroli a commissario, questi ottiene nel giro di poche ore una lettera di reincarico dal ministro Tesini, il capo di Giulio Camber. Sembra la storia di una provincia centroafricana, e invece è Trieste, ridotta a colonia. Un mese dopo il Tar, di fronte a una nuova impugnazione, ribadirà la sentenza di illegittimità e spedirà i faldoni alla procura di Roma. La quale, esaminate le carte triestine, rinvierà a giudizio il ministro Tesini nientemeno che per abuso di potere. Abuso ai danni di Trieste.

    A questo punto Fusaroli, sapendo di avere le settimane contate, accelera il suo lavoro di smantellamento per conto terzi sulle strutture del porto. Per cominciare si avvia, con gran clamore mediatico, la raccolta di documenti sulle inesistenti malefatte di Rovelli, che sarà assolto anni dopo con formula piena da tutte le accuse. Si sequestrano davanti ai fotografi interi armadi di carte, ma poi in alcuni casi, non si sa come, questi verranno trafugati, nottetempo, forse perché testimoni scomodi dell’innocenza del direttore generale. Ma il botto arriva nel febbraio ’93, quando Fusaroli denuncia una presunta combutta – dimostrata falsa pure questa - fra Rovelli e la Compagnia portuale, mirata a intascare soldi pubblici. In realtà è un accordo alla luce del sole per l’uso di personale triestino sul Molo VII.

    Il solito giudice Perna, mobilitato sull’affaire, dispone addirittura gli arresti domiciliari per il console della Compagnia Vincenzo Marinelli e per il dirigente del Lavoro portuale Aldo Cuomo. Finisce come deve finire. Fusaroli è obbligato ad andarsene e cedere il suo posto a un commissario vero. Poco dopo tutti gli indagati sul presunto malaffare del Molo VII sono assolti in pretura per avere agito legalmente e a tutto vantaggio patrimoniale del porto. E non basta. Cinque anni dopo il procuratore Perna sarà costretto alle dimissioni dal Consiglio superiore della magistratura per una serie di gravi irregolarità riscontrate in un groviglio di filoni d’indagine, tra cui per l’appunto il caso Rovelli. L’assalto alla diligenza sembra finito, ma è solo una pausa nel drammone.

    di Paolo Rumiz -parte 2

    L-inchiesta 2. La farsa del portoQuando il presidente si commissario - Cronaca - Il Piccolo

  3. #3
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    Predefinito Rif: Le cosche di Trieste

    TRIESTE. Dovrei dirvi di capitani e oceani. E invece no, devo parlarvi della regina di cuori. Il 1994 in porto è l’anno dell’ingresso in campo della donna del senatore (allora socialista) Giulio Camber, Marina Monassi. Può sembrare impossibile, ma da questo momento sarà lei più che il traffico navale a segnare i destini della città-porto. Nel polpettone romanzesco che andiamo a raccontarvi, il suo ruolo sarà segnato da continui colpi di scena. Clamorose entrate e uscite, reintegri e bocciature, ricorsi e di nuovo ostinati rientri pilotati da Roma, fino alla nomina attuale alla presidenza del dopo-Boniciolli. Con sempre alle spalle l’imperterrito avvocato senatore.

    Dopo il bagno di sangue del 1992 con la sua lunga coda giudiziaria nel ’93, qualcuno si illude che le guerre per bande siano finite attorno all’osso già spolpato del porto e si ricominci a sentire profumo di mare. Invece no. Quel vecchio osso diventa il cardine dei giochi per il potere locale. Per i partiti avere il porto significa disporre di aree pubbliche da dare a questo o quello a prezzi di favore, e quindi assicurarsi buoni sponsor elettorali. Così, quello che fu scalo di un impero e spazio aperto d’intrapresa, con l’alibi di un integralismo zonafranchista evocato specialmente dalla Lpt e di Gianfranco Gambassini diventa nei fatti arena blindata dove poco o niente “se pol” e dove è meglio tener fuori la competizione. Un luogo di affari dove la concorrenza è un disturbo. E dove meno polpa c’è attorno all’osso e meglio è.

    È così che Trieste si mette fuori gioco tra uno spritz e una festa della sardella, per l’interesse di pochi e nel disinteresse di molti, in un clima surreale in cui gli elettori assistono frastornati alla cancellazione della città di San Giusto dal mare. Nella partita è cruciale fin dall’inizio l’abilità del senatore Camber, cattolico reazionario con la mania dell’antiquariato, di assicurare un pacchetto di voti ai suoi sponsor romani e quindi batter cassa a Palazzo Chigi. Nominato delfino dal vecchio Manlio Cevovini, ateo e massone, fino al 2011 riuscirà a essere eletto sei volte in Parlamento, e questo senza appendere manifesti, senza farsi intervistare, senza mai comparire. Un sommergibilista, un mago del priscopio e del siluro. Un caso unico in Italia, cui andrebbe davvero dedicata una tesi di laurea in scienze politiche.

    Nel 1993 sono successe due cose. Al porto è finita l’era Fusaroli, lo specialista in anatomia nominato commissario di se stesso, con conseguente ri-commissariamento dell’ente. In Comune è stato nominato sindaco Riccardo Illy, sostenuto da una coalizione di centrosinistra dopo la lunga stagione Cecovini-Staffieri. Da imprenditore, Illy punta a sparigliare i giochi anche in porto, ma il commissario Achille Vinci Giacchi nomina segretario generale per l’appunto Marina Monassi, su indicazione di Publio Fiori di An. Fiori è ministro della marina del primo governo Berlusconi, al quale l’ex socialista Camber ha trasferito i suoi voti, e costui suggerisce persino il compenso da offrire alle neo-assunta in un momento di lacrime e sangue per i porti italiani.

    La “signora” (così già la chiamano reverenti i funzionari) prende servizio il 3 gennaio del 1994, e si fa subito notare per intraprendenza, quando si autonomina rappresentante del Porto nel consiglio di amministrazione della Fondazione Crt, rubinetto-chiave dei soldi in città. Nel frattempo il suo predecessore Rovelli, ingiustamente licenziato e penalmente assolto, intenta una causa civile che costerà al porto oltre un miliardo.

    Il ’95 è l’anno dell’arrivo alla presidenza di Michele Lacalamita, finalmente un esperto di mare, espresso su insistenza di Riccardo Illy. Dopo un anno di quieto vivere, il nuovo uomo al comando ha l’ardire di rompere monopoli e rendite di posizione, indicendo una gara internazionale per il Molo VII, forse la prima in porto dai tempi dell’Austria-Ungheria. È un momento magico, Trieste respira, c’è di nuovo vento di mare. Se pol? Certo che se pol. Si presentano alla gara colossi di Hong-Kong e di Singapore, una cordata britannica e l’olandese E.C.T. Ma di nuovo, come nel caso Rovelli, si mette di mezzo la Fiat che pretende l’assegnazione diretta.

    Al presidente (nel frattempo siamo al governo Prodi) viene fatto capire che non è il caso di insistere, pena la revoca del mandato. Ma l’uomo tiene duro, batte il pugno sul tavolo del capo del governo e continua per la sua strada.
    Seguono giorni stressanti per il porto. Quando l’accordo con gli olandesi finisce in dirittura d’arrivo, partono notizie stampa (poi dimostratesi non vere) secondo le quali l’E.C.T. starebbe per ritirarsi a causa delle eccessive richieste di Lacalamita. I dettagli della notizia fanno pensare che qualcuno abbia messo il naso in documenti riservati, ma il presidente non si fa intimidire: chiama in causa il tribunale per qualcosa che a tutti gli effetti pare una turbativa d’asta, poi si precipita dalla “signora” a dirle che con decorrenza immediata le viene proibito di aprire le lettere per la presidenza e che sempre da subito le vengono tolte tutte le deleghe. È uno scontro drammatico, cui segue un consiglio di amministrazione altrettanto drammatico. Ma alla fine Lacalamita ottiene il via libera, gli olandesi vincono e prendono in carico il molo con le sue maestranze, in gran parte da riqualificare.

    Ma l’E.C.T. rappresenta lo scardinamento del porto come rendita di posizione e parcheggio di merci. Così gli olandesi capiscono presto di avere contro una bella fetta del potere: parte dei sindacati, il blocco della Fiat ostile alla gara, la Evergreen di Taiwan che ha fagocitato il Lloyd Triestino, il governo nuovamente di Berlusconi, e naturalmente il binomio Camber-Monassi affamato di rappresaglia per l’affronto subito. Dopo la scadenza di Lacalamita e la nomina al suo posto dell’avvocato genovese Maurizio Maresca, collegato com’è naturale più alla marineria tirrenica che a quella adriatica, contro la E.C.T. scattano nel 1999 addirittura sabotaggi sulle banchine, al punto che il Molo VII viene blindato con controlli speciali. Ma quando nella palazzina della direzione, durante un incontro tra compagnia e clienti, viene addirittura fatta esplodere una bomba nell’ascensore, il capo dell’ E.C.T. chiama furente da Amsterdam per comunicare a Maresca il fine-partita per... impraticabilità del campo. I piccoli interessi hanno di nuovo campo libero. Ma l’invadenza del duo Monassi-Camber ha cominciato a irritare non pochi, anche nel Centrodestra. E ormai siamo alle soglie del ‘2000.

    di Paolo Rumiz - parte 3

    L-inchiesta 3. La battaglia del porto vinta (e poi persa) da Lacalamita - Cronaca - Il Piccolo

  4. #4
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    Predefinito Rif: Le cosche di Trieste

    TRIESTE Anno 1999, in porto il tormentone continua. Alla scadenza del mandato di Michele Lacalamita, la città dei grandi comandanti e delle bianche navi si guarda bene dall’esprimere un nome delle terre giulie, e così alla presidenza piove un avvocato genovese, Maurizio Maresca. L’uomo che poi si lascerà scappare i terminalisti olandesi dell’E.C.T (vedi puntata precedente), è stato capo di gabinetto del ministro prodiano ai trasporti Claudio Burlando. Sembra targato sinistra, ma per lui – al momento della scelta - arriva a sorpresa un voto forte anche dal centrodestra, quello del presidente della Regione Roberto Antonione, triestino.

    Che succede? Succede che molti berluscones sono inquieti per la scalata al vertice di Marina Monassi, compagna di Giulio Camber e già allora tenacissima candidata in pectore. Anche un nuovo gruppo, “Trieste Azzurra”, cerca di erodere il consenso del nostro, costruito più sull’ombrosa coltivazione dei risentimenti che sull’entusiasmo di un programma alla luce del sole. Con l’uomo di Burlando in porto, anche il sindaco Riccardo Illy si crede al sicuro. Ma né Antonione né Illy sanno che Maresca al ministero ha già fraternizzato con la “regina di cuori” e che dunque attorno a una certa idea sull’uso delle banchine è scattato un tenace trasversalismo che include pezzi della sinistra e del sindacato. L’attuale ruggine fra i “cugini” Camber e Antonione per la corsa a sindaco nasce allora. Non per un ideale e un programma, ma per una donna. Monassi sì, Monassi no.

    A un certo punto uno si arrende all’evidenza e capisce che attorno a quel nome ruota il destino di una città. Cherchez la femme, come nella guerra di Troia. Ma torniamo alla fuga degli olandesi, sabotati sulle banchine e poi vittime di un attentato al Molo VII. Il terminal passa a una cordata tutta adriatica, con in prima fila Luka Koper (porto di Capodistria) e poi lo spedizioniere Parisi con un pool di imprese locali. Sembra che i due scali concorrenti facciano finalmente sistema per diventare un unico porto, ma così non accade perché – nonostante un maxi-sconto sul canone - i traffici di Capodistria aumentano a spese di Trieste, fino a diventare equivalenti. Il “sorpasso” è alle porte.

    E quando nel 2003 gli sloveni si ritirano dall’intrapresa ecco sbarcare in Molo VII l’attuale titolare, Pierluigi Maneschi, capo della To.Delta, una società di logistica controllata dal gruppo Sofimar di sua proprietà. I traffici inizieranno a risalire; Maneschi è anche agente generale della Evergreen, di Taiwan, uno dei massimi vettori multimediali mondiali. Un trapasso con malinconia: Maneschi è colui che, dopo l’acquisto del glorioso Lloyd Triestino da parte dell’Evergreen, ne ha cancellato il nome sostituendolo con quello di Italia Marittima. È la scomparsa di Trieste da mare, avvenuta nell’indifferenza della classe politica e dell’opinione pubblica.

    I signori di Taiwan prima si sono serviti del nome del Lloyd – accreditatissimo a Shanghai e Hong Kong – per entrare nel mercato proibito della Cina comunista, poi ne hanno cancellato la bandiera centenaria con un colpo di spugna. Un’altra amara lezione. A Roma e Trieste hanno altro da pensare che a queste quisquilie. Quando nell’estate del 2004 si rinnovano le cariche, l’infaticabile Camber – l’uomo invisibile che non lascia traccia, il “fenomeno” senza orologio, telefonino e patente - ha già predisposto tutto. Il ministro berlusconiano Lunardi, anziché una terna di tre candidati, fa un nome solo. Indovinate quale? Marina Monassi. Il tutto avviene contro il parere della Regione, passata nel frattempo al centrosinistra con Riccardo Illy.

    Lo strappo alle regole è stato “regolarizzato” con un decreto apposito, ma il governatore del Friuli-Venezia Giulia, tenace e silenzioso anche lui, fa ricorso. E non mollerà l’osso fino al 27 aprile 2006 quando, su sentenza del Tar, il decreto Lunardi sarà definito illegittimo e la “signora” obbligata dimettersi, spianando la strada alla candidatura Boniciolli. Non sono sfolgoranti i due anni scarsi dell’era Monassi. Trieste perde i traghetti per Patrasso (linee dell’Anek lines) perché i greci si sono stancati di trovarsi relegati senza stazione marittima in un angolo del Molo VII. Se ne vanno, e nessuno tenta di offrir loro una sistemazione migliore.

    Non basta: 25 milioni di euro già destinati all’acquisto di gru (che sarebbero subito operative) vengono stornati per il restauro del magazzino 26, il più grande del porto, che a lavori finiti nessuno ancora sa a cosa destinare. Nel frattempo cinque dei più grandi magazzini del Porto Vecchio vengono dati in concessione novantennale (!) alla società di Maneschi per un canone di 296 euro l’anno (avete letto bene, duecentonovantasei!) per il primo quinquennio. Quando Boniciolli due anni dopo troverà le carte del contratto, farà causa alla Monassi per procurato danno erariale. Un danno sul quale la giustizia dovrà pronunciarsi a giorni. La storia del quadriennio Boniciolli (area centrosinistra) è nota: risanamento del bilancio, portato da un passivo di quattro milioni a un attivo di 19 milioni; concessione delle aree del Porto Vecchio con una procedura di gara europea per quattro milioni 300 mila euro l’anno; ma soprattutto il varo di un piano regolatore generale che esclude la gestione dell’area con la vecchia tecnica degli stralci e dei favoritismi.

    È una politica portata avanti a muso duro, senza guardare in faccia schieramenti, al punto che pezzi del centrosinistra si mettono di traverso e, al contrario, la destra di Roberto Menia e quella del sindaco Dipiazza, lavorano di concerto. E non è a caso che proprio attorno al porto si delinei una trasversalità antagonista a quella camberiana, in simultaneità con le fibrillazioni del centrodestra a livello nazionale. Ma sono anche anni di crisi economica mondiale, nei quali le energie spese nel risanamento non lasciano al porto quasi il tempo di lavorare sul marketing per cercare clienti.

    Il peggio è però il defilarsi della Regione, che a partire dalla finanziaria 2009 taglia i contributi alla logistica, nonostante riceva dal porto la bellezza di 300 milioni di euro l’anno sotto forma di tasse. Trieste – appare sempre più chiaro – conta nella sua regione di un milione di abitanti meno di quanto contasse un secolo fa in un impero di cinquanta milioni di anime. Anche Roma dà il suo... contributo: il semplice trasporto di un treno di venti vagoni dal porto alla linea Fs propriamente detta costa 655 euro contro gli zero di Amburgo.

    Gli effetti di questa doppia “ingratitudine” sono ovvii: i traffici del Molo VII vengono dirottati su Capodistria (oltre che su Livorno) con conseguente, definitivo sorpasso del terminal sloveno rispetto a Trieste, come indica lo schema a centro pagina. E siamo al finale di partita, con l’incredibile ritorno della Monassi alla presidenza. La quale, nel frattempo ha goduto di giusti premi di consolazione, tra cui l’ingresso nel consiglio di amministrazione dell’Acegas e dell’Unicredit Corporate Banking. Pare che abbia tirato tende oscuranti nel suo ufficio, forse per farlo somigliare meglio a un sommergibile, come il buio studio del suo compagno d’avventura. Intanto Trieste rimane lì, con le sue 1800 miglia di mare in meno, rispetto ad Amburgo, tra il Centro Europa e l’Oriente. Per una nave significano 500 mila dollari in meno a viaggio. Chissà che un giorno qualcuno non se ne accorga.

    di Paolo Rumiz - parte 4 - FINE

    L-inchiesta 4. E alla fine Luka Koper sorpasso il porto di Trieste - Cronaca - Il Piccolo

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    Predefinito Controllo occulto di Trieste: le “cosche” sono almeno due

    Sul quotidiano il Piccolo di questi giorni il bravo Paolo Rumiz fa un suo interessante riepilogo a puntate sugli ultimi vent'anni di sabotaggi politici nazionali e locali del Porto di Trieste.

    Che in realtà sono iniziati nel 1954, col ritorno di Trieste all'amministrazione italiana, dove prevalgono gli interessi politici ed economici degli altri porti maggiori a paralizzare lo sviluppo di quello di Trieste, e lo riconfermano le nostre inchieste recenti sul riciclaggio immobiliare illegittimo del falso 'riuso urbano' del cosiddetto Porto Vecchio

    Emerge dalla stessa narrazione di Rumiz che la paralisi del nostro porto viene indotta e mantenuta (da 57 anni!) con tre semplici direttive nazionali ufficiose, ma evidenti come scelte politiche e di spesa: strozzarne i collegamenti ferroviari, soffocare l'utilizzo del suo regime doganale privilegiato di porto franco internazionale, e mantenere in sella una classe dirigente locale complice.

    Che attui cioè in forma attiva o passiva queste direttive di depressione economica sviandone l'attenzione della popolazione danneggiata per impedire che se ne renda conto e si ribelli. Con i risultati che ognuno può oggi constatare, incluso il fatto che a Trieste la gran parte della gente non sa più nemmeno dell'esistenza e delle potenzialità di lavoro del nostro porto franco.

    Sui responsabili Rumiz si richiama a recenti dichiarazioni pubbliche del presidente uscente dell'Autorità Portuale di Trieste, Claudio Boniciolli, competente ma anche corresponsabile primario col sindaco uscente Roberto Dipiazza del falso 'riuso' del Porto Vecchio, e del sindaco stesso.

    Ricorda infatti che Boniciolli, insediato dal centrosinistra, ha denunciato l'esistenza ostile di «una “cupola”, termine normalmente abbinato alle cosche» e Dipiazza l'ha poi identificata nella dominanza pluridecennale di un potere locale occulto totalizzante, dall'interno del centrodestra cui egli stesso appartiene, del senatore Giulio Camber.

    Potere che sarebbe perciò da “azzerare” come provvedimento più urgente per la salvezza di Trieste, concentrando solo sul Camber tutte le attenzioni ed energie politiche della città (ed investigative delle istituzioni).

    Ma la verità non è questa, o meglio non è tutta qui. Perché a Trieste le “cosche” − nel senso usato da Rumiz, che è deplorativo politico di un potere sommerso, e non mafioso − sono almeno due, come abbiamo già scritto (si veda l'articolo) quando Ettore Rosato, deputato triestino del centrosinistra, ha anticipato la stessa denuncia pubblica poi rilanciata dal Dipiazza.

    A fronte della “cosca” di destra attribuita al Camber ne emerge infatti un'altra, trasversale. Che ha ovvio interesse ad accusare lui per sviare l'attenzione da sé ed operare meglio nello stesso settore di malaffari. Proprio come accade nel più noto ambito mafioso − nel quale qui non siamo − quando una cosca nuova, o scissionista, denuncia la concorrenza per farsela azzerare dalle istituzioni.

    Una manovra che in questo nostro diverso caso è facilitata dal fatto che in realtà il potere occulto da destra attribuito al Camber è sempre rimasto sommerso, in un alone di percezioni e supposizioni diffuse senza prove. E nemmeno controprove di contradditorio pubblico, perché il senatore adotta la strategìa della non-esposizione ed ha avuto sinora un solo incidente giudiziario, personale e marginale. Ma più una teoria del complotto é vaga, più difficile diventa anche smentirla.

    L'aggregazione di potere sua concorrente si presenta invece policentrica, politicamente trasversale e addirittura sovresposta nei garanti o referenti maggiori, ma occultata nei legami e protetta negli illeciti. Operante cioè da più direzioni e sotto gli occhi di tutti, ma senza essere identificabile perché le sue azioni non sembrano collegate e gode di impunità anomale. Per 'vederla' occorrono quindi analisi attente dei fatti concreti.

    Nelle nostre inchieste giornalistiche ne trovate − dal maggio scorso su carta e da questo gennaio in rete − alcune linee d'evidenza attuali e tutte perfettamente documentate.

    Le più clamorose consistono nella copertura trasversale dichiarata o di fatto, dalla destra alla sinistra politiche ed a livelli istituzionali, di tre scandali particolari che perciò noi siamo stati e rimaniamo tuttora, come per altri, i soli ad indagare e denunciare.

    Sono: lo scandalo − senza precedenti a noi noti in Italia − dell'acquisto illecito di un terreno pubblico comunale da parte del sindaco (Dipiazza), che lo ha poi rivenduto con altri a potenti costruttori locali ricavandone un ingente profitto privato; lo scandalo epocale dell'imbroglio speculativo immobiliare sul Porto Vecchio, gestito da Comune, Autorità portuale ed altri; lo scandalo degli abusi nelle amministrazioni di sostegno, in particolare su persone anziane, che coinvolge ambienti sanitari, assistenziali e giudiziari.

    Tutti e tre questi scandali − diversi, ma con livelli di connessione e sui quali ritorneremo con opportuni sviluppi d'inchiesta − sono stati e vengono infatti tuttora coperti attivamente o passivamente da tutte le forze politiche e da tutte le istituzioni locali, nonostante documentate denunce pubbliche e ad organi giudiziari.

    Nel caso dell'acquisto illecito del sindaco non si ha a tutt'oggi nemmeno notizia d'esiti del primo esposto penale, presentato alla Procura nel novembre 2009 e completamente documentato da atti pubblici.

    Questi silenzi complessivi anomali stanno inoltre consentendo, di fatto, ai corresponsabili politici di continuare a presentarsi e sostenersi pubblicamente a vicenda come paladini meritevoli, di maggioranza ed opposizione, del buon governo della città. Mentre noi unici testimoni del contrario ci siamo trovati col giornale a stampa improvvisamente soppresso dall'editore.

    Chiunque può comprendere come siano infinitesime le probabilità ragionevoli che possa essere effetto del caso, e non di intese nascoste, un concorso così totale e costante, in operazioni simili e pure denunciate, di parti politiche ed istituzionali così diverse ed anche formalmente contrapposte.

    Quantomeno sul piano logico siamo dunque di fronte ad evidenze che segnalano una rete associativa occulta a quei fini e sin dentro alcune istituzioni, perciò illecita oltre che pericolosa.

    Non possamo inoltre non constatare che sono proprio esponenti di spicco delle sue operazioni o di organizzazioni connesse a denunciare invece − da sinistra e da destra − come unico potere occulto da abbattere la rete coperta attribuita a Giulio Camber.

    Ed in assenza di contraddittorio buona parte dell'opinione pubblica già disorientata sulle sorti reali della città sta rischiando di cadere anche un quest'ennesima trappola diversiva.

    Ebbene, noi come giornale d'inchiesta siamo il contraddittorio, specifico e di metodo. Perché non vi chiediamo, come fanno le controparti, di credere alle chiacchiere, ma di ragionare assieme sulle analisi accurate e sui documenti che vi proponiamo. Da cittadini, e non più da sudditi psicologici del politicume deteriore che ammorba Trieste e l'Italia intera.

    Gli altri ruoli d'indagine, come le verifiche relative alla legge 17/1982 che vieta le attività organizzate di influenza occulta sugli organi costituzionali, incluse dunque le amministrazioni pubbliche locali, spettano agli organi appositi dello Stato. Nei quali, malgrado le difficoltà cui sono sottoposti anch'essi, rimane doveroso conservare fiducia e stima.

    di Paolo G. Parovel (La voce di Trieste)

    Controllo occulto di Trieste: le
    Ultima modifica di Cenerentola82; 25-02-11 alle 10:08

  6. #6
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    Predefinito Porto/ Inchiesta 5 Menia: «Fermiamo la casta che immobilizza Trieste»

    TRIESTE Mio dio cosa succede, mi sono detto qualche giorno fa. Mi è venuta voglia di intervistare Roberto Menia. Come dire il nemico. Quella voglia era un segno che qualcosa era cambiato. Qualcosa di importante. In entrambi. Io, che avevo sempre guardato al patriottismo con sospetto, da buon bastian contrario mi ero ritrovato a innalzare tricolori in cima a campanili leghisti. Lui si era messo contro Berlusconi, di fronte a un fine-governo da basso impero e ai tricolori ripudiati dalla Lega. Forse conscio che il nemico esterno alle frontiere era stato sostituito da un nemico interno, ben più difficile da fronteggiare. Una balcanizzazione dell Italia. E così, dopo la sparata del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza contro il suo ex alleato Giulio Camber, manovratore di alleanze e distributore di poltrone, mi sono detto che forse era arrivato il momento di un confronto col nemico di ieri. Tutto stava cambiando nelle prospettive del Paese e anche nel quadro delle alleanze locali. E allora perché no un confronto su Trieste, partendo dal porto, sul quale si stavano e si stanno costruendo nuove e inedite trasversalità. Questo, in sintesi, il contenuto dell incontro.



    Onorevole Menia, esiste una cupola a Trieste?
    Ho sentito cosa ha detto il sindaco e credo abbia assolutamente ragione. In dieci anni in municipio ha avuto modo di capire e vedere molte cose.

    Quali?
    Che esiste una cupola trasversale, che non ha a che fare con i partiti, ma con intersezioni di interessi, con spicchi e segmenti di potere... Un entità che serve a favorire una casta per tenere le cose immobili.

    La casta... me l aspettavo.
    Sì, è un entità che appartiene a certo isolazionismo triestino e ci fa credere che da soli è meglio, che Trieste è l ombelico del mondo e può costruire da sola il suo futuro....

    Ma il suo nazionalismo gli ha dato una bella mano.
    Questa è una visione semplicistica. Io mi sono battuto, accapigliato per degli ideali, e l ho fatto in campo aperto. Altra cosa è servirsi del nazionalismo o del municipalismo per raggiungere scopi di potere.

    Qui si parla troppo di passato e poco del presente.
    Solo se si mettono punti fermi sul passato, si può costruire assieme. Io sono felice di aver messo la mia firma sotto la legge che istituisce il giorno del ricordo, ma da qui bisogna ripartire. Il risentimento non può essere perenne. Soprattutto non deve essere strumentalizzato.

    Si rimetterebbe a picconare lapidi slovene sulla Resistenza?
    Non lo rifarei. Ci sono stagioni nella vita come nella storia. Ma alcune di quelle lapidi restano ingiuste. Qui passarono i gloriosi partigiani di Tito... Non va.

    Ma lei in porto chi metterebbe?
    O ci metti un tecnico bravo che sa cinque lingue, magari anche il cinese, o la partita è persa in partenza. Se credi alle strategie devi fare nomi di qualità, invece noi esprimiamo sempre gli stessi nomi, buoni per tutti i ruoli e tutte le stagioni.

    Me ne dica uno.
    Una persona che è contemporaneamente al vertice del Porto, dell Unicredit e dell Acegas...

    È qui la casta?
    Non parliamo delle incredibili ramificazioni nella Camera di commercio, un ente la cui gran proposta è stata di fare un parco del mare con soldi pubblici... È questo il futuro di Trieste?

    Lei non fa i nomi, ma sono trasparenti.
    E che dire di chi disegna i piani regolatori della città? Dopo trent anni sono ancora le stesse persone, un giorno vestite da tecnico, un giorno da politico, un giorno da amministratore, un giorno da imprenditore.

    Lei non si tira indietro.
    C è il gusto perverso di esercitare un potere di interdizione fine a se stesso. Guardi cos è successo con le bonifiche in Zona industriale. Io ho messo a punto un testo tra i migliori d Italia. Ho messo d accordo tutti e accantonato le risorse. E invece è saltato fuori Camber.

    Cosa è accaduto?
    È accaduto che quel signore non interviene quasi mai in aula, ma per le bonifiche triestine è intervenuto. Per dire che il provvedimento non andava bene. È questo il senso del bene comune?

    Come è andata a finire?
    Che adesso, sotto campagna elettorale, il governatore Tondo e la camberiana Savino sono corsi dal ministro Prestigiacomo a chiedere provvidenze per le bonifiche. Come volevasi dimostrare. Per potersene assumere la paternità

    Ma c è anche un altra Trieste.
    Le cose cambiano, il Muro è caduto da vent anni, la Jugoslavia di Tito non c è più. Oggi gli sloveni di casa nostra dicono che la festa dei 150 anni dell Unità è anche la loro festa, e questo mi fa felice. C è una Trieste giovane che sa dove puntare.

    È ora di più larghe alleanze?
    Non corra tanto. Se il sindaco fa ciò che ha detto, va alla rottura con Camber, io sono con lui, con chiunque nel centrodestra vorrà dare una mano, Antonione, anche la Lega.

    Ai triestini cosa dice?
    È ora che la gente di buona volontà dia una mano alla rinascita, gente che sappia pensare in grande e voglia impostare un disegno di respiro europeo e nazionale.

    Quali priorità?
    Infrastrutture, porto, treni, collegamenti. Sono stato da poco in Cina dove imprese italiane con tecnologia italiana hanno costruito il collegamento ferroviario Pechino-Tianjin. Si fanno 147 chilometri in 33 minuti, a 360 orari. Noi da Trieste a Venezia impieghiamo due ore.

    Il corridoio europeo che non c è...
    Lei capisce che puntare a Est non serve a niente se non c è prima un collegamento con l Ovest? Io sono sfiancato dai trasferimenti, per andare a Torino ci metto mezza giornata... Per riavere l aereo con Linate ho dovuto combattere l inverosimile... Ma ci pensa? L Italia finisce a Mestre.. e noi potremmo essere una piattaforma logistica dell Europa.

    Con l impero d Austria era meglio, lo riconosca.
    Io non voglio dare ragione alla cara Aurelia Gruber Benco che diceva che il nostro disastro era stato la caduta dell impero. Io dico un altra cosa: festeggiamo il centocinquantenario dell unità tracciando collegamenti nuovi. Perché vivaddio siamo un grande Paese.

    Cos è per lei l Italia?
    Valori, profumi, lingua, un modo di sentire e di essere. Vorrei anche parlare di come tanti di questi valori sono stati adulterati, di come il comune senso morale sia caduto... ma questa è un altra storia.

    Torniamo a Trieste. Lei cosa farebbe?
    Comincerei dal porto. Manderei una delegazione a Rotterdam con l incarico di farsi consegnare un bravo manager e trasferirlo qui. Gente così ci serve. Aprire si deve. Aprire.

    Ma qui c è tanta paura. E risentimento. Il confine è stato troppo spesso dolore...
    Monsignor Camozzo, vescovo di Fiume, nel tempo dell esodo disse che il tempo sarebbe stata la miglior medicina e le ingiustizie si sarebbero sistemate.

    Teme una Trieste apolide?
    Il cosmopolitismo di Trieste è un dato indiscutibile. Serbi, sloveni, greci... basta guardare le nostre chiese. C è un cosmopolitismo cementato dalla comune appartenenza all Italia. Questa appartenenza non può essere apolide. Bisogna pur avere una casa.

    E se Trieste avesse un sindaco nato in Africa come quello di Pirano?
    Il sindaco di Pirano è solo figlio della modernità. Ah, io non avrei mai detto quello che ha detto Boris Pahor... Come si fa a dire: allora tanto valeva che ci fosse un italiano? Mia figlia in asilo ha compagni di pelle nera o con gli occhi a mandorla e io sono felice che diventino italiani.

    di Paolo Rumiz - Intervista a Menia

    Porto Inchiesta 5 Menia
    Ultima modifica di Cenerentola82; 25-02-11 alle 10:10

  7. #7
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    Predefinito Ancora Rumiz contro Camber

    CAMBER, ANTONIONE E QUEI VOTI A COSOLINI

    Ma perché non facciamo correre a sindaco i due asini incaricati di pulire la cit
    tà? Sono simpatici, innocenti, garantiscono il decoro. Cosa chiedere di meglio a un candidato? Non lo dico perché è carnevale.
    Il vero carnevale è la politica, e poi non c’è potente che non abbiagià il suo asino o cavallo sulle poltrone giuste. Cosa capisce la gente di questi giorni?Niente. Il putiferionel centrodestra per esempio. Fischi aMenia dai camberiani. Anatemi diDipiazza contro Camber. Manifesti camberiani contro Antonione. Bandelli in trincea contro tutti. E poi magari si mettono d’accordo. Con che faccia? “Muso de tola”, si dice qui.Ma come capire cosa accadenel chiuso delle stanze dei potenti locali?
    Il problema è che l’elettore si ostina a leggere le cose in termini di schieramento,mentre è sempre e solo una questione di potere. Italianità, comunismo, Berlusconi, Ruby, sono specchietti per le allodole.Bisogna spiegare-questo è il compito dei giornali - che le cose vanno guardate diversamente, che esisteun blocco di potere tendenzialmente di destra ma capace di trasversalismi impensabili anche attraverso il rubinetto finanziario di fondazioni, enti e Spa.Denaro dunque.
    Per spiegarmi, vi racconto una storia. Quindici anni fa, quando mi candidai al Parlamento in lista con Prodi, l’on. Giulio Camber (che correva nello schieramento opposto) si fece vivo col direttore del Piccolo e gli disse che avrebbe potuto garantirmi duemila voti.
    L’obiettivo era duplice: legare me mani e piedi e mandare a casa il
    mio concorrente di destra, Gualberto Niccolini, che gli stava sulle scatole per chissà quale gioco di potere.Non gli importava che vincesse Berlusconi, ma di restare il “ras”, padrone di un trasversalismo che fino a quel momento avevo creduto esistesse solo in Calabria.
    Ovvio che rifiutai, e quando venni trombatopermeno di mille voti, ci fu chi disse “Te son sta mona”.Mi toccava rispondere ai cinici con un ragionamento altrettanti cinico: se avessi accettato e vinto, come avrei potuto verificare che effettivamente quei voti erano venuti dal parco-buoi dell’onorevole? Come avrei potuto capire che non era un millantato credi-
    to?Un po’ come quello riscontrato dai giudici nella pantomima della “Kreditna Banka”, dove il Nostro promise cose che non era in grado dimantenere? È stato allora chemi sono detto: chissà con quantiè funzionatoilgiochino.
    Ora siamo in una situazione simile. Non vi è dubbio - vista la rivolta in atto nella destra contro l’ingombrante asso pigliatutto, con in prima fila Dipiazza, Antonione,Menia e lostessoBandelli - che il nostro onorevole, capace delle mosse più spregiudicate, preferisca un sindaco di sinistra
    purdi non vedere un suo avversario di destra sulla poltrona di sindaco e quindi tenti col candidato democratico lo stesso gioco tentato col sottoscritto. Promettergli un pacchetto di voti. O forse facendoglieli semplicemente subodorare. Senza dirgli nulla, con allusioni indirette, come facevano gli amici di mio suocero in Sicilia,quandogiocavanoallo“Sceccu”.
    Sono abbastanza sicuro che il “panzer” Cosolini non accetterà mercanteggiamenti e lascerà che la destra si cucini nel suo brodo. Il fatto è che il “ras” potrebbe farcela lo stesso, in caso di bocciatura del suo uomo al primo turno. Il riscontro lo avremo alla seconda tornata. Nella quale il Nostro potrà spingere il suo elettorato a votare il “sinistro” Cosolini come
    sindaco e per il resto una lista di “destri” di sua stretta osservanza.
    A quel punto Cosolini diverrebbe sindaco con voti mirati della destra più imbarazzante, e all’opposizione avremmo uno schieramento tutto camberiano. Nel quale gli uomini di Dipiazza,Bandelli, Menia e Antonione sarebbero spazzati via in un’operazione da pulizia etnica. Un capolavoro di
    voto disgiunto, che metterebbe il vincitore in graticola e laureerebbe Camber recordman italiano delcontrollovoti.
    L’avrete capito: il questo carnevale l’ultima cosa che conta è Trieste. Conta il blocco di potere ereditario che tiene la città sotto scacco e le impedisce di crescere. Il porto è il cardine, certo.Ma ci sono le Cooperative Operaie, l’Acegas, le banche e altro. C’è il gioco di sponda tra gli assessori triestini
    in regione, che hanno a disposizione un bel pacchetto di euro su cui giocare il consenso.Potere ereditario dicevo, come la Camera di commercio di questo infelice capoluogo, che ieri ha incoronato l’ovviamente camberiano Paoletti imperatore per la terza volta, convotobulgaro.
    Dopo il carnevale, chissà che Quaresimaci aspetta.

    Di P. Rumiz
    Il PICCOLO 9/3/11

  8. #8
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    Predefinito Rif: Le cosche di Trieste

    “La cricca spolpa Trieste. E noi assistiamo”

    E così, quasi per caso, abbiamo avuto la prova definitiva che a Trieste esiste una cricca. Una macchina di potere che è stata capace di affossare l'occasione miliardaria dell'Expo su cui la città avrebbe potuto giocare tutte le sue carte. Una banda pronta a tutto, pur di impedire che altri mangino la torta. Anche a lavorare con lettere anonime e la denigrazione contro chi si oppone a questo monopolio soffocante. Ora è chiaro: non è l'ideologia ma questo potere quasi scientifico di interdizione e questa bulimia di onnipotenza a lacerare il centrodestra alla vigilia delle elezioni. Ricordo a tutti che dell'esistenza di una "cupola" a Trieste hanno parlato prima Claudio Boniciolli, quand'era presidente dell'Autorità portuale, e poi Roberto Dipiazza da sindaco.

    È questa macchina ramificata di connivenze, capace anche di trasversalità con il centrosinistra, che vogliamo provocatoriamente chiamare "mafia", che accelera la nostra decadenza nonostante Dio ci abbia messo in una delle condizioni più favorevoli del Mediterraneo per crescere e prosperare. In qualsiasi altro luogo, gente simile sarebbe cacciata con ignominia e costretta a pagare i danni. Qui li abbiamo lasciati crescere, li abbiamo votati, e ora sono dappertutto. Come la gramigna. In porto, in Comune, in Parlamento, in Regione e nelle sue mille aziende partecipate, all'Acegas, nelle Coop, alla Camera di commercio, alla Fondazione Crt e in un'infinità di organi collaterali. Spolpano la cosa pubblica, ingrassano se stessi e bloccano chi non si genuflette.

    Ora l'omertà si sta rompendo, ma non per senso civico. Non perché Trieste, la città cara al cuore, ha rialzato la testa. Si rompe, come a Roma, o come in Calabria, per giochi di potere, perché qualcuno tra gli ammessi al banchetto è rimasto deluso dalle elargizioni del Sultano. Gli altri hanno taciuto, per un ventennio, come se il futuro della città non importasse. E noi? Abbiamo vissuto la città in bermuda e infradito, come turisti, come se non fosse nostra ma un luogo di vacanza altrui. Come se non sapessimo che i nostri figli per trovar lavoro debbono andar lontano o strisciare come vermi davanti a questa banda dispensatrice di briciole e detentrice di un potere ereditario. Dovremmo farci un po' di domande, nel tempo che ci separa dal voto.

    Dove è finito il nostro senso civico, il nostro senso di appartenenza a questa terra di frontiera che ha partorito capitani di mare e grandi costruttori di motori per le navi di mezzo mondo? Dove sono finiti la memoria e l'esempio dei tanti triestini che hanno lasciato alla collettività il loro personale patrimonio, con mirabile senso civico e del bene comune? Ho paura di rispondere a queste domande, perché misurerei l'abisso che mi separa dal passato. Come abbiamo potuto? Perché abbiamo tollerato che il porto tornasse nelle mani di chi finora ne aveva fatto un luogo di monopoli e favoritismi? Dove è finita la nostra memoria delle bianche navi? Perché non abbiamo saputo esigere un professionista serio, magari anche straniero, al timone dell'azienda più strategica del Nord Adriatico?

    Perché non chiediamo alla Camera di commercio contezza sulle sue iniziative, sui contributi che infligge alle categorie del terziario, sui risultati delle sue decine e decine di inutili missioni all'estero? Perché il suo presidente ipotizza un milione di presenze l'anno al "suo" improbabile Parco del mare e accredita però previsioni per un futuro miserabile da 70 mila abitanti per la "nostra" città? Perché nessuno chiede il conto sull'efficienza della gestione dell'Acegas o mette il naso in quell'altro santuario discutibilmente gestito che sono le Cooperative operaie, caposaldo inesplorato dell'immobilismo locale? Perché li abbiamo lasciati fare?

    Il nostro disinteresse trova un riscontro perfetto anche nel volto fisico di Trieste. Le sta scolpito addosso. Perché non reagiamo davanti all'espianto delle venerabili pietre in "masegno" e la loro sostituzione con parallelepipedi color topo dove gli escrementi si spalmano così bene da creare un diffuso effetto pisciatoio? Perché abbiamo tollerato l'imbroglio del piano Urban che ha creato un quartiere nuovo e morto tra Cavana e San Giusto, un labirinto di fantasmi dove l'anima, come le vecchie pietre (rubate sotto il naso di tutti), è volata via da tempo? «I ne porta via tuto» sento lamentare. Sbagliato: la frase giusta è «Se lasemo portar via tuto».

    Se così non fosse non avremmo accettato senza rivoltarci che la memoria marinara di Trieste fosse insultata con la trasformazione della pescheria, uno dei più begli edifici del Mediterraneo, in uno spazio vuoto di eventi e di idee, quando potrebbe essere il luogo dell'identità, lo spazio dove mostrare ai "foresti" ciò che siamo stati nei giorni grandi. Ed ecco altre domande. Perché consentiamo che il sentierone pedonale delle notti triestine diventi luogo di sballo, urla, pessima musica apolide a volumi insopportabili, mentre ai nostri musicanti di strada, dalle emissioni infinitamente inferiori in termini di decibel, sono costretti alla fame e umiliati nella triestinità di cui sono portatori?

    Perché non reagiamo quando a pochi passi dalla questura e dalla centrale dei vigili urbani, fuori da locali discutibili, il ghetto che fu degli ebrei, doloroso luogo della memoria, nelle ore notturne diventa spazio di canti sguaiati, ubriacature, piscio e vetri rotti, senza che nessuno venga a imporre il decoro? A cosa serve tutto quello show di manganelli e pistole, se non sappiamo nemmeno imporre la decenza? Perché consentiamo che Trieste, la città che è porto e il cui destino è tutt'uno col mare, si ritrovi snobbata da una regione di un milione di abitanti, dopo essere stata centro strategico e spazio internazionale di investimenti per un impero di cinquanta milioni di anime?

    Perché non ci solleviamo contro un palazzo che taglia i fondi alla logistica portuale, pur ricevendo annualmente trecento milioni di euro in termini di tasse? E perché siamo stati a guardare il declassamento voluto, anzi pervicacemente propiziato, del ruolo culturale della città-simbolo del ponte fra Centro Europa e Mediterraneo? Perché abbiamo taciuto di fronte alla fuga di Trieste dagli eventi che contano, e la sua sostituzione con Udine, Pordenone, Cividale, Gorizia e persino Monfalcone? Perché i gloriosi teatri locali sono sempre nelle stesse mani, senza ombra di rinnovamento? Stiamo uscendo dalla carta geografica, perché così piace alla cricca. Settantamila abitanti, è questo il nostro destino.

    La mappa dell'Adriatico parla già chiaro. Non abbiamo più traghetti. È rimasto solo Durazzo, Albania. Niente per Patrasso, Pola, Venezia e Spalato. Il mare non è più nostro. È diventato "cosa loro". Par di sentire il rumore dei catenacci che lo sprangano. Povera mia città dell'anima, luogo di tante partenze e di tanti ritorni. Non credo ti meriti tutto questo.

    Di P. Rumiz
    Il PICCOLO 21/04/2011

    http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/...stiamo-1.49353
    Ultima modifica di Cenerentola82; 21-04-11 alle 13:30

  9. #9
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    Predefinito Rif: Le cosche di Trieste

    Per le elezioni comunali e provinciali di Trieste, nelle file della Lega ci sono anch'io. Se saro' eletto mi battero' con ogni mezzo per lo sviluppo della nostra città e per la conservazione dello status di porto franco internazionale. Un chiaro no al rigassificatore, che immobilizzerebbe il porto in diverse giornate dell'anno. Anche la Ferriera andrebbe riconvertita. Attualmente inquina tantissimo e produce pochissimo e molti lavoratori non sono Triestini e gli imprenditori pure vengono da altrove ! Quindi la cittadinanza ci guadagna ben poco ed i problemi sono molteplici.

    Radimiro Dragovic (lega Nord Trieste) candidato sia al comune di Ts che in provincia di Td collegio 1

 

 

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