I Rischi di una rivolta


Il Maghreb è in fiamme, Ben Ali e Mubarak hanno mollato l'osso,Gheddafi si aggrappa disperatamente al suo ormai famoso ombrello. La situazione è evidentemente tragica e il Raìs libico si è macchiato di infamanti crimini. Fatta questa dovuta premessa per sgombrare il campo da equivoci,dico che la situazione maghrebina e libica va analizzata razionalmente e senza paraocchi. La reazione a catena che è partita da Tunisi per arrivare ad Il Cairo e infiammare Tripoli,non può essere esclusivamente una svolta "libertaria" promossa da giovani "rivoluzionari" attraverso facebook e twitter. Vi è sicuramente questo tipo di componente che rivendica una giusta democrazia,ma come ogni rivoluzione, va presa con le molle. Ne abbiamo conosciute fin troppe di "rivoluzioni tradite", da Robespierre,a Stalin fino agli Ayatollah è lungo l'elenco dei rivoluzionari che hanno indossato senza problemi i panni dei despoti. Stamattina ascoltavo la tesimonianza di un giornalista che,tra i manifestanti a Tripoli ha scorto molte persone che si rifanno al fondamentalismo islamico e il ruolo centrale dei "Fratelli Musulmani" nella cacciata di Mubarak dovrebbero farci riflettere sulla sorte di questi paesi tradizionalmente "allergici" alla democrazia. La parola chiave dovrebbe essere equilibrio,parola purtroppo ignorata da alcuni commentatori e politici. Bisognerebbe parlare poco di "nuove ere" e "momenti storici" ma piuttosto far sì che a sommovimenti finiti, la democrazia e la libertà trionfino in Libia,in Tunisia,in Egitto e in tutto il mondo arabo,cosa tutt'altro che facile. La speranza è che dopo Gheddafi potremmo ritrovarci in Libia un Berlusconi,checché ne dicano Eco e compari, criticabilissimo ma assolutamente democratico. Le carceri libiche delle città liberate come Misurata e Bengasi sono strapiene di militari rimasti fedeli al Raìs e di mercenari,veri e presunti. Il pericolo è che si eserciti ciecamente la “legge dei vincitori” come un contrappasso,sangue chiama sangue, e ai bombardamenti governativi sui ribelli potrebbero susseguirsi centinaia di condanne a morte aribitrarie e più o meno giuste. Molto spesso le rivolte partono da presupposti giusti e degenerano nel “Terrore”,fin dal 1789. La storia,”magistra vitae” ci fornisce degli esempi e dovrebbe servire per non ripetere gli errori del passato, dall’Unione Sovietica gli afghani si sono trovati i talebani,gli iraniani, di nuovo in rivolta hanno cacciato lo Scià per ritrovarsi nel 2011 sotto le grinfie del tiranno Ahmadinejad. Questa non vuole essere una disperata difesa d’ufficio di Gheddafi,ma piuttosto un invito alla moderazione e alla democrazia,per non cadere nel manicheismo e in un estremismo “di ritorno”,invito rivolto non solo ai libici e a tutti i popoli in subbuglio,ma anche ai nostri mass media e ai nostri politici,dato che recentemente i cimiteri venivano scambiati per fosse comuni. Il mio sentire si può riassumere con un aforisma del maestro Leo Longanesi, “ Non sono le idee che mi spaventano,ma le facce che rappresentano queste idee”; il sottoscritto umile emulo,perdonate il bisticcio,direbbe: “Non mi spaventano la libertà,l’uguaglianza e la fraternità,ma Robespierre sì.