
Originariamente Scritto da
carlomartello
Ancora non sono chiari gli esiti politici che potranno uscire dallo scontro fra il Presidente della Camera Gianfranco Fini e il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma già una cosa appare evidente: il fallimento politico di una certa idea di «destra» propagandata dal gruppo di intellettuali coagulatasi attorno alla Fondazione Farefuturo, vicina appunto al Presidente della Camera. La destra immaginata da Farefuturo è, come sottolineano da tempo i suoi intellettuali di riferimento, altra cosa rispetto alla destra berlusconiana e leghista giudicata troppo «popolare/populista», «cesaristica» e a tratti quasi disprezzata in quanto «plebea».
La «destra» di Farefuturo si immagina «repubblicana», «laica», «costituzionale» ma soprattutto «moderna», anzi del «futuro», anche se arretra su fondamentali temi cari all'elettorato e all'opinione pubblica di centrodestra e di destra come l'immigrazione, l'identità cattolica della maggior parte degli italiani e la preferenza per una leadership carismatica e pragmatica.
Non stupisce, viste queste premesse, come questa «destra moderna» riscuota grandi successi presso i salotti buoni della sinistra post-comunista e neo-azionista, oramai sempre più elitaria e sempre più staccata da un paese reale che non riesce più né a interpretare né tanto meno a rappresentare. Non è quindi un caso che uno degli ultimi numeri di Micromega, la rivista della nuova sinistra estrema che ha abbandonato il comunismo per una sorta di neo-giacobinismo postmoderno e nichilista, sia stato dedicato alla «Destra», anzi alle «Destre», a sottolineare come ora in Italia esistano fondamentalmente due destre: quella «berlusconian-leghista», cattiva perché popolare, e quella «finana», buona perché elitaria, intellettuale e «costituzionale», una destra insomma buona perché non dice cose di destra, non ottiene consensi presso il popolo, di cui non ne condivide neppure i valori, e soprattutto perché va contro l'unica destra di governo possibile, quella ideata, formata e guidata da Silvio Berlusconi.
A voler guardare con una prospettiva storica si possono individuare delle curiose affinità nell'evoluzione politica e culturale del post-comunismo italiano e del «finismo»; ambedue le realtà infatti provengono da storie politiche ideologicamente ed identiariamente assai marcate ed ambedue sembrano aver perso un appuntamento fondamentale con la storia, i post-comunisti quando non riuscirono (o non vollero) approdare ad un modello socialdemocratico pienamente europeo e gli attuali finiani che, lasciatisi alle spalle il neo-fascismo missino e il «post-neo-fascismo» aennino, non sono riusciti ad approdare ad una destra popolare e conservatrice classica, sprecando così l'opportunità fornita dall'adesione al Pdl, creato da Berlusconi come unico partito per la destra nazionale, popolare, conservatrice e presidenzialista un tempo rappresentata dal Msi.
I post-comunisti, svanite le antiche certezze marxiste-leniniste e perso il treno del socialismo europeo, stanno rincorrendo da ormai un ventennio chimere sempre più sfuggenti e vacue, dall' «Ulivo mondiale» vagheggiato negli anni '90 all'infatuazione (non ricambiata) per Obama, ondeggiando fra l'essere un partito catto-comunista e un «partito radicale di massa» laicista.
L'intellighenzia «farefuturista», nel tentativo di creare una destra non più post-fascista, ma neppure popolare, sembra avviata verso un destino non troppo dissimile da quello dei post-comunisti, un continuo rincorrere emozioni e visioni di un radioso «futuro» che dimentica del tutto le esigenze della politica concreta, che esige oggi più che mai un rapporto diretto e quanto più immediato fra leadership politica ed elettorato, un rapporto che non può che essere danneggiato da frazionismi e dispute interne alla direzione politica.
Vi è poi da dire che lo stesso tentativo degli intellettuali «di destra» di Farefuturo di porre al centro della propria linea culturale tematiche tipicamente di sinistra come il multiculturalismo, la laicità, il giustizialismo o la retorica dei diritti, ben lungi dall'essere una novità «futurista» ricorda qualcosa di già visto nella storia della destra italiana.
Erano infatti già presenti nella destra neo-fascista italiana degli anni '60 e '70, sia pure in misura minoritaria, suggestioni politico-culturali che propagandavano il principio dello «sfondamento a sinistra», cioè la necessità per il Msi (o altre formazioni extraparlamentari minori) di intercettare una parte di elettorato comunista e socialista cavalcando battaglie tipicamente di sinistra come il lavoro, la giustizia sociale, l'anticapitalismo, l'ecologismo e persino le rivolte studentesche del '68.
Le tesi dello «sfondamento a sinistra», cavallo di battaglia di Pino Rauti, lo storico avversario di Almirante e dello stesso Fini nel Msi, sembrano paradossalmente rivivere negli attuali indirizzi culturali della Fondazione Farefuturo, che in effetti non indugia a cavalcare temi tipici della sinistra odierna, non più socialista e operaista come trent'anni fa ma laicista, multiculturalista e giustizialista. Quale che sia la genealogia storica, politica o ideologica dell'indirizzo culturale della fondazione finiana è comunque opportuno sottolineare come nell'attuale situazione politica italiana questi tentativi puramente intellettuali di «sfondamento a sinistra» non facciano altro che creare confusione nell'elettorato e nell'opinione pubblica di centrodestra, finendo inoltre per offrire una sponda «a destra» per disegni eversivi di poteri forti estranei alla politica, che mirano a rovesciare l'attuale compagine governativa per sostituirla con un governo tecnico o con un'ennesima restaurazione ulivista.
Ragionpolitica - I rischi del «farefuturismo»
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