
Originariamente Scritto da
Edmond Dantes
Più di ogni altra triste notizia, che i media ci notificano con incrollabile puntualità e con impressionante frequenza in questi giorni, mi ha colpito il tragico epilogo del giovane Daniel Busetti.
Penso allo sconvolgimento intimamente vissuto da questo ragazzo che, dopo l’incidente, di cui era stato la causa e di cui ignorava il banale esito che fortunatamente non ha avuto gravi conseguenze per nessuno, esito da lui assolutamente travisato sulla scorta delle immagini repentinamente apparse ai suoi occhi nell’immediatezza del fatto accidentale, sotto la spinta emotiva di quel turbamento, fuggiva confuso inoltrandosi nei boschi nei dintorni di Bergamo.
Disorientati, i pensieri di questo giovane, si sono smarriti dentro alle inattese angosciate meditazioni che, per una imboscata della sorte, si agitavano confusamente consigliandogli improbabili nascondigli.
Chissà quali cupe riflessioni avranno affollato quel piccolo cranio in tempesta.
Debbono essergli passate davanti alle pupille tutte le prospettazioni più crudeli e dolorose riguardanti un destino che appariva non più evitabile.
Il terrore tratteggiato delle nuove norme che innalzano l’asticella della penale responsabilità e soprattutto quelle sentenze di certi giudici che travisando la consolidata dottrina deformano abitualmente il diritto e che usano oggi addebitare a chi si è reso responsabile di un incidente stradale il dolo, sebbene eventuale, anziché la colpa, benché cosciente, debbono avere avuto nella mente di Daniel, l’effetto deflagrante della detonazione di una bomba.
Certamente si è figurato un cospicuo numero di anni in carcere, pensando di avere ucciso accidentalmente qualcuno, con la conseguenza di aver provocato così, una sconfinata sofferenza a quella famiglia che tanto amava e non solo.
Preferiamo pensare che la morte di Daniel sia avvenuta seguendo il filo conduttore delle oggettive risultanze e che, a decidere quel fatale risultato, sia stato il freddo delle notti passate all’addiaccio e non il concorso di una benché flebile volontà, conseguenza inesorabile di quei lugubri convincimenti suggeriti dalla irriflessiva severità fuori controllo di giudici senza ritegno, negligenti e professionalmente impreparati che a piacimento definiscono ciò che è colpevole e ciò che è intenzionale.
Quel povero padre, conoscendolo, devastato dal dolore, gli correva incontro insieme al fratello nei boschi del bergamasco disseminando del cibo qua e là perché si nutrisse ed affiggendo informazioni sulla corteccia degli alberi che, se avesse letto, lo avrebbero restituito vivo all’amore dei propri cari.
Ora, quel padre e quel fratello si prodigano nella difficile consolazione una madre sfigurata dalla disperazione mentre noi, genitori e fratelli, mestamente osserviamo quello sguardo vagamente malinconico che gli occhi di Daniel Busetti, amaramente ci rivelano.
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Ho sbagliato la collocazione.